A 110 anni dall’entrata dell’Italia nella Prima Guerra mondiale imperialista: lezioni e considerazioni per l’oggi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente documento, ringraziando i compagni che lo hanno redatto. Opcp

A 110 anni dall’entrata dell’Italia nella Prima Guerra mondiale imperialista: 

lezioni e considerazioni per l’oggi

Per eliminare l’inevitabilità delle guerre, è necessario distruggere l’imperialismo”

(Stalin)

Centodieci anni fa, il 24 maggio 1915, l’Italia (un paese imperialista “straccione”, come lo definì Lenin) entrò nella Prima Guerra mondiale a fianco delle potenze della Triplice Intesa (il Regno Unito, la Francia e la Russia zarista), contro l’Impero austro-ungarico e la Germania.

Con venti parole – «Sua Maestà il Re dichiara che da domani in poi egli si considera in istato di guerra con l’Austria-Ungheria» – iniziarono 41 mesi di guerra con mire espansionistiche, che costarono la vita a circa un milione di contadini e operai (fra morti al fronte – 650mila – e in conseguenza delle ferite e delle malattie contratte in guerra).

Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia il conflitto mondiale era già in corso da dieci mesi. Il 28 luglio 1914, infatti, l’Impero austro-ungarico aveva dichiarato guerra al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e di sua moglie, avvenuto a Sarajevo da parte di un giovane nazionalista serbo, Gavrilo Princip.

Pochi giorni dopo il governo tedesco, alleato dell’Austro-Ungheria, dichiarò guerra alla Russia e alla Francia.

E l’Italia? Per quasi un anno, furbescamente, attese gli eventi, restò a guardare chi, tra gli eventuali alleati, offriva di più. Si sviluppò un ampio movimento neutralista, ma nacquero anche i nazionalisti e i fascisti foraggiati dalla borghesia e favorevoli all’entrata in guerra, si prepararono le forze armate con le fabbriche che sputavano nuovi strumenti di morte, si mobilitarono i proletari come carne da macello.

 

Carattere e cause della guerra

Il carattere della Prima Guerra mondiale fu quello di una guerra di ripartizione del mondo fra le maggiori potenze imperialiste, che trascinarono nel massacro 35 Paesi dei cinque Continenti, mobilitando decine di milioni di soldati, perlopiù giovani contadini e operai, e un elevato potenziale economico.

La guerra non scoppia mai per caso, non è frutto della “aggressività istintiva dell’uomo”, ma nella nostra epoca è un prodotto necessario del capitalismo, giunto al suo ultimo stadio: l’imperialismo.

Lenin ha dimostrato che l’imperialismo è caratterizzato dal dominio del capitale finanziario, dall’esportazione di capitale e di merci, dalla lotta accanita per il possesso esclusivo delle fonti di materie prime, per una nuova spartizione delle zone di influenza in un mondo già diviso fra grandi  potenze e monopoli.

Una lotta che viene condotta con particolare asprezza dai gruppi del capitale finanziario emergenti e dalle potenze in cerca di un «posto al sole», contro i vecchi gruppi e le potenze dominanti che non vogliono abbandonare i loro vantaggi e privilegi.

Questa lotta accanita tra diversi Paesi e gruppi di capitalisti che hanno per “frontiere naturali” i limiti del globo, racchiude in sé come elemento indispensabile lo scatenamento di guerre per la conquista dei territori e dei mercati esteri, per l’asservimento delle nazioni concorrenti, per la disfatta e il saccheggio delle potenze rivali.

La Prima Guerra mondiale è stata la continuazione con mezzi violenti della politica di sfruttamento dei lavoratori e di oppressione e sterminio dei popoli, delle atrocità e delle rapine delle colonie condotta da un pugno di grandi potenze imperialiste e dalle classi dirigenti all’interno di esse.

Essa è stata generata dalle condizioni dell’epoca, nella quale il capitalismo aveva raggiunto il punto culminante del suo sviluppo con il passaggio dal capitalismo pre-monopolistico al capitalismo monopolistico. Uno stadio nel quale si era già compiuta la spartizione di tutto il globo terrestre fra le maggiori potenze, facendo della guerra il solo mezzo possibile per affermare nuovi rapporti di forza fra potenze e monopoli imperialisti che si andavano sviluppando in modo diseguale.

La divisione del mondo in blocchi imperialisti, sancita dal Congresso di Berlino nel 1878, dopo quasi mezzo secolo non funzionava più, davanti ai rapaci capitalismi nazionali che chiedevano a gran voce una nuova spartizione di risorse, mercati, territori, manodopera a basso costo. Lo sviluppo del capitale, arrivato a livelli già “globali” di sfruttamento, spingeva inesorabilmente verso il conflitto.

Come Marx ed Engels ci hanno insegnato, il capitale cerca, in un primo momento, l’intesa col capitale concorrente, ma, in un secondo momento, lo sviluppo ineguale delle forze produttive e il tentativo di infrangere il dominio altrui portano in modo inevitabile alla guerra tra “fratelli nemici”.

 

Blocchi e riarmo

Il contenuto reale della Prima Guerra mondiale è stato infatti la lotta fra due blocchi imperialisti concorrenti: il primo diretto dall’Inghilterra e dalla Francia, il secondo dalla Germania.

La storia economica, politica e diplomatica dei decenni precedenti lo scoppio del Primo conflitto mondiale dimostra che questi due gruppi di potenze belligeranti andavano preparando sistematicamente la guerra, ben prima dell’attentato di Sarajevo, il quale fu solo il pretesto per fare dell’Europa un mattatoio senza precedenti.

La corsa agli armamenti, l’estremo inasprimento della lotta per i mercati nella nuova fase imperialistica di sviluppo del capitalismo, gli interessi delle monarchie più arretrate dell’Europa orientale, dovevano inevitabilmente condurre, e hanno condotto, alla Prima Guerra mondiale imperialista.

Conquistare territori e asservire nazioni straniere, mandare in rovina le nazioni concorrenti e depredarne le ricchezze (la “resa incondizionata”), deviare l’attenzione dei proletari dalla crisi politica interna in Russia, in Germania, in Inghilterra e in altri Paesi, dividere e far scannare fra di loro le masse lavoratrici, decapitare l’avanguardia di classe allo scopo di indebolire il movimento rivoluzionario del proletariato: ecco la sostanza, il significato e la portata della Prima Guerra mondiale.

Uno degli obiettivi di maggiore determinazione nello scatenamento del conflitto è stato sicuramente costituito anche dall’assalto delle potenze della Triplice Intesa al decadente, ma esteso territorialmente, Impero Ottomano. Gli interessi diretti di Francia, Regno Unito e Russia nello smembramento dell’Impero Turco evidenziavano già la lucida e lungimirante attitudine dei propri apparati finanziari nell’acquisizione di influenze e materie prime nel Medio Oriente e nel Nord Africa.

L’apertura ed il controllo del Canale di Suez (dal 1869) e la scoperta dei giacimenti petroliferi mediorientali (a fine Ottocento) utilizzabili in alternativa al carbone, per consentire lo sviluppo del motore a scoppio, rappresentano il “salto in avanti” degli apparati industriali europei e le loro necessità di espansione.

Le mire dell’imperialismo italiano

Il debole imperialismo italiano, impegnato dal 1911-12 nell’occupazione della Libia (anche se definita “scatolone di sabbia”), entrò nella Prima Guerra mondiale per continuare a perseguire una politica espansiva, mirando alle “terre irredente” sotto dominio austriaco.

La scelta di schierarsi con la Francia e l’Inghilterra, contro la Germania e l’Austria, fu dettata dall’opportunità di sedersi al tavolo della spartizione del bottino e conquistare territori a nord (Trentino e Alto Adige) e ad est (Friuli, Croazia, Slovenia, Albania). Gli industriali videro nella guerra l’occasione per lauti profitti.

Anche se, durante tutto il 1914, si susseguirono molti contatti ai più alti livelli tra i governanti ed ambasciatori italiani con gli omologhi austriaci e germanici, al fine di far rispettare all’Italia i doveri di alleanza con le potenze centrali europee – vennero promesse dall’Austria concessioni territoriali nel nord-est – parallelamente si svolgevano gli incontri tra esponenti del Governo di Antonio Salandra, a Londra, con gli anglo-francesi. Il capitale finanziario francese si attivò particolarmente per preparare l’alleanza politico-militare con l’Italia, anche sostenendo i gruppi e i demagoghi interventisti.

I partiti e gli intellettuali borghesi, la stampa, la chiesa si trovarono così mobilitati in prima linea a sostenere le posizioni “patriottiche” delle potenze imperialiste, a istigare la frenesia nazionalista e guerrafondaia.

Per ingannare la classe operaia e le masse lavoratrici e distogliere la loro attenzione dall’unica guerra effettivamente liberatrice – la guerra rivoluzionaria contro la borghesia del “proprio” Paese – la classe dominante esaltò, con frasi menzognere sulla “difesa della patria”, “della libertà e della civiltà”, il significato della “propria” guerra di rapina.

Gli intellettuali al servizio della borghesia e si sforzarono in mille modi di far credere che bisognava vincere il nemico per “liberare” tutti gli altri popoli, eccettuato il proprio, naturalmente.

 

Il tradimento degli opportunisti

Al momento dello scoppio della guerra imperialista del 1914 gli organismi dirigenti dei partiti socialisti europei (con la sola eccezione del Partito bolscevico su posizioni rivoluzionarie, inizialmente del Partito Socialista Italiano su posizioni centriste, e di altri partiti europei che successivamente si riunirono nella Conferenza di Zimmerwald) tradirono l’internazionalismo proletario, si allinearono alle politiche guerrafondaie e imperialiste dei loro rispettivi governi borghesi e votarono i crediti di guerra.

Il processo di degenerazione della II Internazionale, ampiamente penetrata dall’opportunismo, culminò così nello sfacelo provocato dalla guerra.

La più precisa e completa enunciazione delle idee socialiste sulla guerra e della tattica del socialismo internazionale contro di essa era stata data, due anni prima dello scoppio della Prima Guerra mondiale, dalla risoluzione del Congresso internazionale socialista di Basilea del 1912.

Questa risoluzione parlava proprio dei conflitti imperialistici di cui prevedeva lo scoppio in Europa: i conflitti fra l’Austria e la Serbia per il dominio dei Balcani, fra l’Austria e l’Italia per l’Albania, fra l’Inghilterra e la Germania per i mercati e per le colonie, fra la Russia e la Turchia per l’Armenia e Istanbul.

E, a proposito della guerra imperialista, il manifesto del Congresso di Basilea, approvato all’unanimità, aveva detto con la massima chiarezza che essa «non si può giustificare col minimo pretesto di un interesse nazionale qualsiasi».

I dirigenti opportunisti dei principali partiti socialisti (Hyndman in Inghilterra, Guesde in Francia, Vandervelde in Belgio, Kautsky in Germania, Plekhanov e Axelrod in Russia) cercarono ipocritamente di giustificare il loro tradimento richiamandosi, con inaudita falsificazione del marxismo, alle posizioni che Marx ed Engels avevano assunto nei confronti di guerre nazionali non imperialistiche alle quali il proletariato internazionale avrebbe potuto dare il suo appoggio.

Nel suo fondamentale scritto del maggio-giugno 1915 “Il fallimento della II Internazionale”, Lenin smascherò le posizioni social-scioviniste dei dirigenti della socialdemocrazia: «La risoluzione di Basilea non parla della guerra nazionale né della guerra popolare – di cui si ebbero esempi in Europa e che furono anzi tipiche nel periodo 1789-1871 – e nemmeno della guerra rivoluzionaria, guerre alle quali i socialdemocratici non hanno mai rinunciato: ma essa parla della guerra attuale che si svolge sul terreno dell’“imperialismo capitalista” e degli “interessi dinastici”, sul terreno della «politica di conquista» dei due gruppi di potenze belligeranti: l’austro-tedesco e l’anglo-franco-russo.

Plekhanov, Kaustky e compagni ingannano senz’altro gli operai, ripetendo la menzogna interessata della borghesia di tutti i paesi, che tende, con tutte le forze, a presentare questa guerra imperialista, coloniale e brigantesca come una guerra popolare e difensiva e che tenta di giustificarla con gli esempi storici delle guerre non imperialiste».

Oltre ai falsi richiami a Marx ed Engels, vi fu un secondo, sofistico argomento addotto da Kautsky per giustificare l’obbrobrioso tradimento degli interessi del proletariato internazionale da parte della socialdemocrazia tedesca e degli altri partiti socialisti.

Kautsky sosteneva che la Prima Guerra mondiale scoppiata nel 1914 non era “puramente” imperialista, perché conteneva anche un elemento “nazionale”: la guerra di liberazione nazionale della Serbia contro l’Austria-Ungheria.

Lenin replicò: «Se questa guerra fosse isolata, vale a dire non collegata con la guerra europea e con gli avidi scopi di rapina dell’Inghilterra, della Russia, ecc., tutti i socialisti avrebbero l’obbligo di desiderare il successo della borghesia serba».

«La dialettica di Marx» continuò «proscrive appunto l’esame isolato, vale a dire unilaterale e mostruosamente deformato d’un oggetto. […] Per la Serbia, ossia per questa centesima parte dei partecipanti alla guerra odierna, la guerra è la “continuazione della politica” del movimento di liberazione borghese. Per il resto (99 per cento) la guerra è la continuazione della politica imperialista».

Parole quanti mai attuali ed illuminanti se le riferiamo alle posizioni di molti politicanti borghesi e riformisti riguardo all’odierna difesa dell’Ucraina nella guerra contro la Russia di Putin.

Nel gennaio 1917 Lenin criticò apertamente Turati per aver dichiarato la guerra imperialistica come guerra patriottica, a difesa dell’unità nazionale.

«Contro le sue stesse migliori intenzioni, Turati» disse infatti Lenin «è finito su posizioni guerrafondaie, in quanto la cosiddetta “liberazione” delle terre italiane appartenenti all’Austria sarebbe di fatto una ricompensa concessa alla borghesia italiana per aver partecipato alla guerra imperialistica, a fianco dell’Intesa».

In questo modo si deve spiegare il carattere politicamente debole ed equivoco che ebbe l’opposizione del Partito socialista alla guerra, dapprima parolaia e inconcludente (con defezioni e tradimenti clamorosi, come quello del direttore dell’Avanti!, Benito Mussolini, passato armi e bagagli nel campo dei guerrafondai) ed in seguito di aperta collaborazione con gli industriali e con il governo borghese, per favorire soluzioni parlamentari in luogo di quelle rivoluzionarie.

 

L’origine dell’opportunismo guerrafondaio

Ma come era stato possibile un tale passaggio di gran parte dei partiti socialisti europei al social-sciovinismo, al collaborazionismo, all’appoggio ai crediti di guerra? Da dove proviene questa politica? Cosa le ha dato forza?

Per Lenin, il contenuto ideologico-politico del social-sciovinismo era la prosecuzione della precedente tendenza opportunistica del socialismo internazionale: «Per lo “strato superiore” della piccola borghesia o della aristocrazia (e burocrazia) della classe operaia, si tratta di difendere e di consolidare la propria posizione privilegiata: ecco la base economica del socialimperialismo odierno. […].La vecchia divisione dei socialisti, propria del periodo della II Internazionale (1889-1914), in tendenza opportunista e in tendenza rivoluzionaria, corrisponde in complesso alla nuova divisione in sciovinisti e internazionalisti. […] La completa rottura con l’opportunismo e la sua esclusione dai partiti operai sono assolutamente mature. S’intende che da questa definizione dei compiti che stanno davanti al socialismo nel nuovo periodo del suo sviluppo mondiale non si deduce ancora immediatamente ed esattamente con quale rapidità e in quali forme si svolgerà precisamente nei diversi paesi il processo della scissione dei partiti operai socialdemocratici rivoluzionari da quelli opportunisti piccolo-borghesi. Ma da essa scaturisce la necessità di rendersi conto che tale scissione è inevitabile e di orientare appunto in questo senso tutta la politica dei partiti operai».

Proprio dalla coscienza di questa imprescindibile necessità nascerà dopo le Conferenze di Zimmerwald (settembre 1915) e di Kientahl (aprile 1916), grazie all’opera di Lenin, che organizzò l’ala sinistra dello schieramento che si oppose alla Prima Guerra imperialista e, infine, sulla spinta del vittorioso Ottobre Rosso sovietico la Terza Internazionale comunista e saranno fondati i Partiti comunisti quali sezioni di essa, in assoluto antagonismo ad ogni forma di opportunismo sciovinista, guerrafondaio e controrivoluzionario.

 

La guerra e la rivoluzione proletaria

Qual è l’importanza storica della Prima Guerra mondiale?

Essa senza dubbio risiede nel fatto che la guerra raccolse, chiarì ed acutizzò tutte le contraddizioni dell’imperialismo, accelerando e facilitando le battaglie rivoluzionarie del proletariato.

Con la guerra maturarono rapidamente le condizioni oggettive per la realizzazione di avvenimenti storici epocali, che hanno cambiato radicalmente il volto e la storia del mondo.

La guerra portò all’indebolimento reciproco degli imperialisti, all’indebolimento delle posizioni del capitalismo in generale, e preparò il momento della rivoluzione proletaria, rendendo praticamente necessaria ed imprescindibile questa rivoluzione in Russia.

Assai profonde furono le conseguenze sociali della Prima Guerra mondiale. In Europa cominciò un flusso rivoluzionario. Si radicalizzarono i conflitti di classe e si inasprirono tutte le contraddizioni sociali. Dalla mattanza del conflitto, una volta tornati a casa i combattenti, si scatenarono immense manifestazioni che chiedevano ai governanti, pane, casa, diritti, lavoro, in Italia ed in Germania soprattutto, ma anche nella vittoriosa Francia, stremata ed impoverita da quasi cinque anni di atroce guerra di trincea.

L’imposizione di un insolvibile debito di guerra alla Germania e la spoliazione di una parte importante del suo territorio, da parte di Francia e Regno Unito, ebbero come immediato effetto l’impoverimento del popolo tedesco e la nascita di un forte sentimento nazionalistico che si contrappose immediatamente e violentemente alle richieste ed alle lotte internazionaliste e socialiste della parte più avanzata del proletariato germanico.

Lenin e il Partito bolscevico compresero correttamente le conseguenze del dominio del capitale monopolistico finanziario ed elaborarono, in modo completo ed inedito, la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria nelle condizioni storiche dell’imperialismo.

L’esistenza delle condizioni oggettive per la rivoluzione proletaria venne colta come il risultato delle contraddizioni che maturavano nell’intero sistema imperialista, caratterizzato da uno sviluppo ineguale, a salti, dei diversi Paesi capitalisti.

Sull’esempio della Russia rivoluzionaria si dimostrò che era dunque possibile spezzare, da parte del proletariato e dei suoi alleati, la catena del sistema imperialista mondiale in uno o più punti in cui convergevano le contraddizioni dell’imperialismo; era possibile la vittoria del socialismo all’inizio in alcuni Paesi capitalisti ma anche in uno solo, non necessariamente il Paese più sviluppato dal punto di vista imperialista.

Questa conclusione dialettica, che fece progredire il marxismo e diede prospettive rivoluzionarie ai proletari dei vari Paesi, è stata dimostrata dalla storia ed è valida ancora oggi.

La rivoluzione proletaria scoppiò infatti nella Russia zarista perché proprio lì si concentrarono ed acutizzarono all’estremo, più che in qualsiasi altro Paese impegnato nel conflitto, tutte le fondamentali contraddizioni dell’epoca.

La rivoluzione russa non è stata un capriccio della storia, ma una conseguenza inevitabile delle contraddizioni che si svilupparono all’interno del modo di produzione tuttora vigente, acutizzate dalla guerra imperialistica mondiale.

Il nesso dialettico tra guerra imperialista e rivoluzione socialista è espresso con queste significative parole di Lenin: «… sulla rovina mondiale causata dalla guerra si è sviluppata così una crisi rivoluzionaria mondiale che, quali che possano essere le sue vicende, siano pure esse lunghe e faticose, potrà sboccare soltanto in una rivoluzione proletaria e nella sua vittoria» (Prefazione alle edizioni francese e tedesca di “L’Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, 1916).

Il movimento rivoluzionario dopo la fine della guerra si caratterizzò per il suo slancio, ma anche per gli obiettivi ancora confusi.

La potente ondata che si sollevò negli anni dopo la guerra, spinta dall’esempio sovietico, non riuscì a travolgere il capitalismo, né nel resto d’Europa, né altrove. In Italia, gli accadimenti del Biennio Rosso dimostrarono la mancanza di una direzione rivoluzionaria del proletariato.

Ma questi eventi cambiarono l’orientamento generale di grandi masse proletarie e contadine nei confronti del capitalismo e dell’opportunismo, diedero un grande impulso alla teoria e alla pratica della rivoluzione sociale, alla scissione dai riformisti e alla formazione dei partiti comunisti.

La Prima Guerra imperialista mondiale, conseguenza della crisi generale del capitalismo, aggravò la crisi stessa e indebolì il capitalismo mondiale, acutizzò il problema dei mercati, aprì la crisi del sistema coloniale, sancì la fine del periodo di sviluppo “pacifico” e generò uno slancio vigoroso del movimento rivoluzionario, antimperialista e comunista.

Da allora cominciò tutto un periodo storico – nel quale siamo ancora immersi – caratterizzato dalla decomposizione del sistema imperialista e dall’inizio dell’epoca delle rivoluzioni proletarie vittoriose. Un periodo nel quale il socialismo proletario si presenta come la sola alternativa alla barbarie capitalista.

Verso una nuova ripartizione del mondo con mezzi violenti

La storia degli ultimi centodieci anni è stata caratterizzata da due guerre mondiali e da centinaia di guerre locali e regionali, ingiuste e di rapina, scatenate dai paesi imperialisti e capitalisti, dalle cricche reazionarie – per attaccare la rivoluzione proletaria e la costruzione del socialismo, le lotte di liberazione anticoloniali, nazionali e sociali dei popoli – per spartirsi il mondo. Per non parlare dei genocidi, come quello perpetrato ai danni del popolo palestinese.

Le guerre imperialiste scoppiano per effetto dello sviluppo ineguale dei paesi capitalistici, che comporta la modifica dei rapporti di forza economici e bellici, la rottura degli equilibri precedenti.

Di qui la necessità per i briganti imperialisti di procedere, con lo strumento della guerra, a una nuova spartizione del mondo attraverso l’utilizzo della forza armata all’esterno, che si combina con la repressione e le politiche predatrici e oppressive portate avanti dai governi borghesi contro i “propri” lavoratori e i popoli dei paesi dipendenti.

Oggi le potenze imperialiste si combattono per la distribuzione e il controllo delle ricchezze della società e della natura e non esitano a trascinare il mondo in una nuova guerra su larga scala, scaricando i costi del conflitto sulle spalle del proletariato e delle masse popolari.

Dal canto loro i mercanti di morte, i monopoli dell’apparato militar-industriale, traggono enormi profitti dalla rapida crescita dell’industria bellica, dalla corsa al riarmo, dall’aumento dei bilanci militari e ovviamente dalle guerre e dai conflitti locali.

La rivalità tra le potenze imperialiste e i monopoli si sta intensificando. I focolai di guerra si moltiplicano (Est europeo, Medio Oriente, Caucaso, Sahel, Centro-Africa, Paesi del Golfo di Guinea, Paesi ex colonizzati francofoni, Africa orientale, Mar cinese meridionale, le “frizioni” ultradecennali tra India e Pakistan, quelle che scoppiano nel sud est asiatico, nell’Artico….) e sono sempre più interconnessi fra di loro.

Le politiche protezioniste, le sanzioni economiche e i dazi, le guerre commerciali e finanziarie, i piani di riarmo convenzionale e nucleari, le vaste esercitazioni militari in prossimità dei rispettivi confini non fanno che aggravare il quadro generale ed accelerano la tendenza allo scontro.

L’imperialismo degli USA – principale forza di guerra e di aggressione imperialista – si sforza di conservare la propria posizione egemonica con giganteschi programmi bellici e concentrando la forza militare nei punti strategici dello scacchiere mondiale, mantenendo armi di distruzione di massa, basi militari e truppe in numerosi Paesi, minacciando e ricattando chi non si genuflette davanti alla superpotenza.

Mentre la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca ha aumentato l’aggressività dell’imperialismo statunitense e inasprito le contraddizioni a tutti i livelli, numerosi capi di governo dell’Unione Europea (UE) stanno apertamente preparando la classe operaia e i popoli europei a una guerra diretta contro la Russia entro i prossimi 5 anni, cercando di paralizzare la lotta di classe con la paura ed un’isterica propaganda nazionalista.

In Medio Oriente, il sionismo israeliano è sempre più isolato e denunciato internazionalmente a causa del genocidio dei palestinesi. Ciò lo porta a diventare sempre più disperato e aggressivo, con il rischio concreto di estendere la guerra ai Paesi vicini e all’intera regione.

Da parte loro, i Paesi imperialisti e capitalisti in ascesa, la Cina in primo luogo, sono smaniosi di accaparrarsi nuovi mercati, fonti di materie prime e sbocchi per l’esportazione del capitale, vie di trasporto delle merci, di accrescere la proprie sfere di influenza, di mettere le mani su una porzione più ampia del bottino, sottraendosi al predominio altrui. Perciò riarmano a loro volta.

La Russia imperialista si inserisce attivamente nella contesa, assumendo un ruolo aggressivo a difesa degli interessi dei propri monopoli.

In questo scenario si rafforzano partiti e movimenti nazionalisti, sciovinisti, populisti e fascisti, sempre e comunque supportati dal grande capitale.

Da parte loro riformisti, socialdemocratici, revisionisti e opportunisti nei vari Paesi svolgono fino in fondo la funzione di supporto del sistema imperialista. Costoro, in nome di “una politica estera più attiva” e della “difesa degli interessi nazionali”, appoggiano le aggressioni all’estero, votano per le spese e i piani di riarmo, sostengono le organizzazioni di guerra e terrore come la NATO, sono complici del genocidio del popolo palestinese e utilizzano a piene mani la loro demagogia per ingannare le masse popolari.

È evidente che nel mondo si sta delineando un nuovo scenario economico, politico e militare, con un forte impatto sui diversi Paesi.

A distanza di centoundici anni dall’inizio della Prima Guerra mondiale non c’è alcuna garanzia di un confronto pacifico fra Paesi imperialisti. Al contrario, il pericolo che l’imperialismo possa cominciare una nuova guerra su larga scala esiste ed è in crescita, nonostante gli ammuffiti discorsi (in salsa ONU) sul “mondo multipolare” e il “governo mondiale”. Non per niente, gli USA di Trump e le multinazionali che lo sostengono rispolverano ogni giorno la necessità di stipulare accordi bilaterali per gestire le relazioni internazionali.

La tesi leninista, secondo cui l’imperialismo genera inevitabilmente le guerre, rimane valida e lo sarà finché lo stesso imperialismo – ultimo stadio del capitalismo – continuerà a sussistere. La lotta contro la guerra imperialista è dunque un compito urgente e permanente.

Denunciamo il vero carattere delle guerre in corso, smascherando senza pietà le menzogne e gli inganni sulla “difesa della patria”, gli obiettivi “umanitari” e “di liberazione” diffusi dalla borghesia per giustificarli.

Lottiamo anzitutto contro il “nostro” imperialismo e rivendicando l’uscita  immediata dalle alleanze belliciste come la NATO e la UE.

Alziamo la bandiera della solidarietà internazionale della classe operaia e dei popoli nella lotta contro l’imperialismo, le sue guerre e la reazione, in modo che i signori della guerra non possano mettere i proletari ed i popoli gli uni contro gli altri sotto la bandiera reazionaria del nazionalismo.

Alziamo la bandiera della pace, aspirazione e speranza dei popoli del mondo, come parte della lotta antimperialista, sviluppando un ampio movimento per la pace soprattutto all’interno del proletariato e tra i giovani delle masse popolari.

Ribadiamo che la classe operaia e i popoli non possono fare affidamento su una potenza imperialista nella loro lotta contro un’altra, ma devono intensificare la lotta contro tutti gli imperialismi, in primo luogo contro il “proprio” imperialismo.

Un’amara e sanguinosa lezione, che si è ripetuta troppe volte nella storia, è quella di fidarsi di una potenza imperialista nella lotta contro un’altra, a prescindere dalle frasi progressiste di cui può adornarsi.

In molte parti del mondo i lavoratori e i popoli lottano contro la borghesia e i suoi governi, contro le forme capitalistiche di sfruttamento e di dominio, cercano cambiamenti radicali.

Questa lotta e questa ricerca apriranno la strada a nuovi processi rivoluzionari e si creeranno così le condizioni per spezzare la “catena” imperialista nel suo “anello” o nei suoi “anelli” più deboli.

È compito dei comunisti rendere le masse sfruttate e oppresse, sotto la guida della classe operaia, sempre più consapevoli che la rottura con il sistema capitalista-imperialista è l’unica via per sfuggire alle tremende conseguenze del capitalismo, dallo sfruttamento dell’essere umano a quello della natura, della violenza fascista e delle guerre imperialiste.

La formazione di un partito comunista basato sui principi marxisti-leninisti e sulla pratica vivente dell’internazionalismo proletario, è la premessa indispensabile per affrontare i compiti storici che il movimento comunista e operaio ha di fronte.

In questa direzione devono lavorare i comunisti e i migliori elementi del proletariato!

 Luglio 2025

 U.C. e S.M.

 

* * *

 

Da Un anno sull’altipiano a Gorizia, da Orizzonti di gloria a Brecht, la protesta contro il “grande macello”, appunti di studio e di lotta

L’obbligo, da parte dei giovani in “età da soldato”, di partire per il fronte, sia che essi fossero tedeschi o russi, francesi o italiani, austriaci o inglesi, non venne accolto certamente bene, soprattutto nell’ambiente contadino, da sempre poco incline all’abbandono delle necessità stagionali dell’agricoltura. E, negli anni di quell’inizio tormentato del XX secolo, la popolazione dei vari Stati europei era per circa quattro quinti residente nelle campagne.

Il rifiuto, la rabbia, la disperazione, la paura divennero così il pane quotidiano della leva obbligatoria che portò sui vari fronti di guerra milioni e milioni di giovani. Solo in Italia, i mobilitati mandati al fronte di guerra superarono in tutto oltre 5 milioni di giovani, provenienti in grandissima parte dalle campagne ed in particolare dal sud del Paese. La gran parte di loro era del tutto immotivata nei confronti della guerra patriottica e dell’irredentismo, categorie politiche e filosofiche incomprensibili.

Nell’ultimo anno di guerra, vennero chiamati al fronte i nati nel 1899 (in Germania, i nati nel 1900).

L’orribile ed insostenibile situazione fece nascere una forte avversione verso il governo e verso i comandi militari, del tutto estranei alla sofferenza quotidiana dei soldati, alle loro morti, alle mutilazioni e alle ferite, alle difficoltà della vita in trincea, anche d’inverno e quasi del tutto nel teatro di guerra delle montagne alpine.

Sottilmente ma inesorabilmente, si facevano strada tra i combattenti il disfattismo e l’automutilazione, ma anche la propaganda socialista.

Di tutto ciò è rimasta larga traccia in vari scritti, lettere, fotografie, canti di dolore e di protesta, dipinti.

Tra i romanzi più noti che affrontarono il “grande macello” con un punto di vista

antimilitarista, umanistico, di solidarietà tra gli opposti fronti, vanno ricordati, tra gli altri, i bellissimi Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu, Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, Addio alle armi di Ernest Hemingway.

Occupa giustamente un posto importante nella memoria di quegli anni, la Ninna nanna della guerra di Trilussa, scritta nel 1914 in dialetto romanesco, recitata e cantata dai soldati durante il conflitto.

Tra i canti più famosi, rimasti ancora oggi di grande intensità emotiva, basti menzionare Gorizia (di anonimo, avversato dai comandi militari e proibito per il contenuto disfattista), che, con la frase “O vigliacchi che voi ve ne state con le mogli sui letti di lana, schernitori di noi carne umana, questa guerra ci insegna a punir” ben esplicita il pensiero antimilitarista.

Nella battaglia per la conquista della città friulana, furono mandati a morire 52.000 soldati italiani e 41.000 austriaci. Nel canto La tradotta che parte da Torino si fa diretta menzione della zona di guerra come “cimitero della gioventù”.

Bandiera Rossa, l’inno del movimento comunista e operaio del nostro paese, conosciuto in tutto il mondo, venne modificato con l’aggiunta delle sue strofe più rivoluzionarie negli anni del primo grande macello imperialista.

Sulla Prima Guerra mondiale sono fioriti, negli anni seguenti, molti film che ben raccontano le atmosfere allucinanti che condizionarono la vita di decine di milioni di giovani soldati ma anche tutti i popoli coinvolti nel conflitto. Nel 1930, Lewis Milestone realizzò la notevole pellicola All’ovest niente di nuovo (derivata dal libro di Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale). Nello stesso anno, Georg Wilhelm Pabst diresse un altro capolavoro, Westfront (trasposizione dal romanzo Vier von der Infanterie, di Ernst Johannsen).

Entrambi questi film vennero ferocemente osteggiati dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco, ma anche i fascisti statunitensi fecero di tutto per boicottare il film di Milestone.

Tre film che narrano episodi simili, all’interno del Primo Conflitto mondiale ma su tre fronti differenti, vanno ugualmente qui ricordati per la loro notevole intensità e per il messaggio chiaramente antimilitarista: Orizzonti di gloria (1957) di Stanley Kubrick, Per il re e per la patria (1964) di Joseph Losey, Uomini contro (1970) di Francesco Rosi. Il fortunato e popolaresco La grande guerra (1959) di Mario Monicelli affronta con toni talvolta da commedia la stessa tematica, pur non rinunciando a mostrare le atrocità quotidiane, il bellicismo dei comandi, la sostanziale avversità alla guerra da parte della gioventù.

Anche La grande illusione (1937) di Jean Renoir è un film che apertamente tocca il tema dell’inutilità della guerra e della divisione tra i popoli. Una menzione particolare spetta al terribilmente e tragicamente esplicito film di Dalton Trumbo (un autore colpito dal maccartismo negli USA degli anni ’50), E Johnny prese il fucile (1971), che rappresenta un fante statunitense colpito da una granata e mutilato degli arti superiori ed inferiori (ma anche senza più poter parlare, né udire e vedere) durante una battaglia in Francia nella Prima Guerra mondiale, il quale tenta disperatamente di comunicare con l’esterno dal suo letto d’ospedale.

Otto Dix, pittore tedesco (1891-1969), passato dall’entusiastica partecipazione alla Prima Guerra mondiale ad uno stabile e combattivo antimilitarismo, ha realizzato moltissimi dipinti che rappresentano con crudo realismo soprattutto militari reduci dal conflitto, con mutilazioni, ferite, povertà diffusa. Gli ha fatto eco un altro tedesco, George Grosz (1893-1959), ugualmente impegnato a mostrare le contraddizioni tra ricchezza e povertà, tra industriali bellici e miseri soldati.

E’ infine il caso qui di ricordare il breve ed intenso componimento di Bertolt Brecht (1898-1956) La guerra che verrà (1939):

 La guerra che verrà

Non è la prima.

Prima ci sono state altre guerre.

Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti.

Fra i vinti la povera gente faceva la fame.

Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente.

Enquire here

Give us a call or fill in the form below and we'll contact you. We endeavor to answer all inquiries within 24 hours on business days.



    Please prove you are human by selecting the house.

    Organizzazione per il partito comunista del proletariato