Accelera il processo della “de-dollarizzazione”

Il ruolo dominante dell’imperialismo USA

Uno dei fattori su cui si regge la declinante egemonia mondiale USA è il ruolo dominante dell’imperialismo nordamericano nel sistema finanziario mondiale.

Questo ruolo è una conseguenza del fatto che il capitale monopolistico della superpotenza nordamericana è stato per un lungo periodo di tempo il centro della finanza globale che ha attratto capitali da tutti i paesi.

Di conseguenza, le due più grandi borse al mondo per volume di capitalizzazione sono di gran lunga il NYSE e il NASDAQ. Le borse della Cina, dell’UE e del Giappone seguono a notevole distanza.

Il vantaggio che hanno gli USA in campo finanziario deriva anche dal ruolo del dollaro quale moneta internazionale di riserva. Ciò comporta la possibilità di creare ampiamente moneta (reddito da signoraggio), effettuare investimenti e prestiti massivi in dollari, congelare le riserve di altri paesi, mantenere un cambio stabile, garantire le transazioni finanziarie e alti tassi di interesse.

Con la fine del sistema di Bretton Woods (1971, inconvertibilità dollaro-oro), il sistema monetario volto a finanziare l’egemonia globale di Washington ha visto il dollaro evolversi come forma di pagamento, di riserva e di investimento internazionale. Per Washington il dollaro è così diventato “la nostra moneta e il vostro problema”.

Gli USA hanno per decenni mantenuto la posizione dominante del dollaro, adoperando ricatti  politici, coercizione e  mezzi militari a tale scopo (ad es., rovesciando i governi che volevano sganciarsi dalla loro sfera di influenza e condurre il commercio del petrolio con altre monete – eclatante il caso della Libia), aumentando a dismisura il loro debito, etc.

Un declino inesorabile

Ma la supremazia monetaria e finanziaria non è assoluta ed eterna, ha la sua fase di ascesa e di declino che si svolgono sulla base delle leggi, tra cui quelle dello sviluppo ineguale, della concorrenza e dell’anarchia del modo di produzione capitalista. e sono dalle stesse determinate.

La discesa del PIL statunitense in confronto a quello mondiale (alla fine della II guerra mondiale era il 50%, oggi è il 25%), e il rafforzamento di altri paesi imperialisti, hanno avuto come riflesso da un lato l’erosione del potere del biglietto verde, dall’altro la crescita del ruolo ricoperto da altre monete, come l’euro, lo yuan cinese, lo yen, la sterlina britannica, il franco svizzero, i dollari australiani, canadesi e di Singapore, lo won coreano, etc.

Oggi la percentuale di utilizzo del dollaro nel commercio mondiale è scesa a circa il 40%.

La valuta statunitense a fine 2021 rappresentava circa il 59% delle riserve ufficiali globali totali in valuta estera, in netto calo rispetto al 71% del 1999, quando era “l’indiscutibile riserva egemonica”.

Non va inoltre trascurato il fatto che la dimensione del debito federale USA pone periodicamente la questione di un possibile default, intaccando la credibilità di Washington e generando in diversi paesi avversione al rischio.

In conformità con queste tendenze, abbiamo visto dal 2008 in poi lo sviluppo del fenomeno della “de-dollarizzazione”, che oggi avanza a ritmi sostenuti.

Il processo della “de-dollarizzazione”

Sempre più paesi, soprattutto i paesi dipendenti, che soffrono la supremazia del dollaro e le aggressive politiche della Federal Reserve e dal FMI, volte a esercitare pressioni ed ingerenze sulla loro economia e sulle loro politiche, cercano di smarcarsi dal dominio finanziario del dollaro americano e di trovare un’alternativa.

Alcune delle più grandi economie e banche del mondo stanno esplorando modi per aggirare la valuta americana e diversificare le loro riserve valutarie, mentre aziende di tutto il mondo stanno vendendo una parte senza precedenti del loro debito nelle divise locali, diffidenti nei confronti di un ulteriore rafforzamento del dollaro. Allo stesso tempo, la vendita di obbligazioni denominate in dollari da parte di società non finanziarie è scesa al minimo storico del 37% del totale globale nel 2022.

L’uso del dollaro come arma finanziaria in risposta all’invasione russa dell’Ucraina, così come le sanzioni unilaterali alla Russia infatti, hanno indotto diversi Stati ad adottare valute locali negli scambi commerciali e, soprattutto, hanno velocizzato il processo delle potenze imperialiste emergenti, come Russia e Cina, nell’elaborazione di un sistema bancario internazionale di pagamenti alternativo allo SWIFT gestito dagli Stati Uniti (anche attraverso l’uso della tecnologia blockchain).

La Russia, come è noto, ha preteso il pagamento delle forniture energetiche in rubli invece che in dollari o euro.

Anche l’India e l’Iran stanno stabilendo un proprio sistema di pagamenti.

L’India ha cominciato a parlare apertamente di internazionalizzazione della rupia; recentemente ha iniziato a garantire un meccanismo di pagamento bilaterale con gli Emirati Arabi Uniti.

Allo stesso tempo, anche Bangladesh, Kazakistan e Laos hanno intensificato i negoziati con la Cina per aumentare l’uso dello yuan.

La Cina punta evidentemente ad  aumentare la quota della propria valuta nel mercato mondiale in linea con il processo della sua espansione economica, così come della necessità di ridurre la propria dipendenza dalla valuta statunitense in un contesto di accresciuta tensione con gli USA.

Un notevole passo avanti nella “de-dollarizzazione” è stato compiuto con il viaggio di Xi Jinping in Arabia Saudita che ha segnato una tappa della “guerra finanziaria” a Washington, andando ad intaccare l’egemonia del biglietto verde proprio dove gli yankee avevano dato vita al meccanismo dei petrodollari.

Pechino utilizzerà lo yuan per il commercio del petrolio, attraverso la Shanghai Petroleum and National Gas Exchange, invitando le monarchie del Golfo persico ad aderire all’iniziativa.

Da notare che la Cina ha completato un acquisto di gas LNG dalla francese TotalEnergies utilizzando lo yuan.

Un altro sviluppo del fenomeno di rafforzamento delle valute nazionali è stato il recente accordo fra Cina e Brasile per portare avanti il commercio e le transazioni finanziarie nelle loro valute, anziché nel dollaro come intermediario.

Vi sono altri esempi della tendenza in atto. India e Russia hanno compiuto passi verso le transazioni non basate sul dollaro. India e Malesia potranno utilizzare la rupia negli scambi commerciali e nello scorso gennaio il ministro degli esteri del Sud Africa ha affermato che i Brics vogliono trovare il modo di bypassare il dollaro.

Sempre sul piano finanziario, è recente la notizia secondo cui la Russia sarebbe intenzionata ad acquistare yuan sul mercato valutario l’anno prossimo se i ricavi del petrolio e del gas soddisferanno le aspettative, dando così un ulteriore impulso al processo di “de-dollarizzazione”.

Un altro segnale dell’accelerazione della “de-dollarizzazione” è  rappresentato dal fatto che diversi paesi, fra cui alleati USA, stanno riducendo il possesso dei titoli di debito emessi da Washington, diversificando quindi le loro riserve.

Contrasti e scontri in aumento fra briganti imperialisti

Sebbene il processo della “de-dollarizzazione” sia ancora lungo (una nuova valuta di riserva internazionale non ha visto finora la luce), esso sta progredendo, spinto dalle rivalità fra le potenze imperialiste. La spinta alle transazioni in valute alternative al dollaro non mostra segni di rallentamento e la politica del governo statunitense, che consiste nell’usare la propria valuta nella lotta per l’egemonia – assieme alle guerre per procura, alle sanzioni finanziarie, all’ingerenza politica, ai “quantitative easing”, all’aumento dei tassi, all’inflazione, etc. – può solo rafforzare questa tendenza.

Come hanno dimostrato la “crisi ucraina”, molti paesi capitalisti e imperialisti  stanno perdendo fiducia negli USA e hanno capito che possono effettuare transazioni direttamente utilizzando le loro valute.

Siamo all’inizio del tramonto del potere del biglietto verde che si accompagna ai profondi cambiamenti in atto sul piano dei rapporti di forza internazionali. Ma gli yankee faranno di tutto per non perdere la loro posizione dominante.

Certo è che più l’imperialismo USA resisterà al declino della propria egemonia e alla perdita della posizione dominante in campo finanziario, più cercherà di fermare i fenomeni in atto come la “de-dollarizzazione”, più le potenze imperialiste e capitaliste in ascesa o rivali cercheranno di mettersi sulla via di uno sviluppo indipendente,  più tenteranno di sottrarsi al dominio a stelle strisce, di infrangere il regime del dollaro, e più il mondo vedrà divisioni, contrasti, guerre e distruzioni.

Le contraddizioni fra le diverse potenze imperialiste e i diversi gruppi finanziari, a fianco della contraddizione tra il lavoro e il capitale, e della contraddizione tra un pugno di nazioni «civili» dominanti e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli e alle nazioni dipendenti e neocoloniali del mondo, aggravano la crisi generale del sistema capitalista-imperialista rendendo ineluttabile un nuovo periodo di guerre imperialiste e di rivoluzioni proletarie.

Il passaggio rivoluzionario al socialismo è una necessità impellente della nostra epoca!

Da Scintilla n. 134, maggio 2023

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