Agnostici, avulsi dalla prassi o militanti comunisti?

Prendiamo spunto dalla defezione di un nostro ex compagno per illustrare le motivazioni che sono dietro alle scelte infelici di giovani che si definiscono comunisti, criticare alcuni atteggiamenti assai diffusi e trarre alcuni insegnamenti utili per lo sviluppo della militanza comunista.

Il giovane in questione ha espresso la sua volontà di abbandonare il lavoro organizzato usando come pretesto la sua ignoranza delle teorie politiche non comuniste e di alcune vicende del passato su cui la propaganda anticomunista, specie quella dell’UE, insiste con falsificazioni e menzogne. Teorie e vicende su cui peraltro non ha mai richiesto chiarimenti.

È stato fermamente criticato per questa sua scelta, perché è diritto e dovere di un comunista che ha dei dubbi esporli per chiarirli, prima di prendere una decisione di tale portata. Invece negli ultimi mesi egli ha fatto del mutismo e dell’inattività la sua linea di condotta, nascondendosi dietro impegni di studio e problemi personali.

Completamente falsa è la tesi secondo cui per essere militanti comunisti bisogna prima studiare tutte le altre dottrine politiche o aver chiari tutti gli eventi storici su cui la borghesia e il revisionismo insistono con la loro velenosa propaganda.

Naturalmente un comunista, soprattutto se giunto a un certo livello di formazione, deve conoscere le altre dottrine politiche, ma per criticarle a fondo, non per abbandonare il marxismo-leninismo, non per lasciare l’organizzazione comunista in cui questo processo di formazione ha luogo. Altrimenti non avrebbe capito un’acca sull’origine di classe di queste teorie, quali interessi antagonisti esse difendono. Lo stesso vale per il giudizio su aspetti drammatici della lotta di classe che vengono concepiti dalla “anime belle” in maniera idealistica e antistorica.

Far dipendere la militanza comunista dallo studio delle dottrine politiche contrarie al comunismo dimostra solo incomprensione sul problema fondamentale della scelta di classe e sul riconoscimento del ruolo obiettivo svolto da grandi dirigenti comunisti a favore del proletariato e dei popoli oppressi. Dimostra che a mancare non è solo la coscienza di classe, ma anche l’istinto di classe.

Oltre ad essere ideologicamente e moralmente inaccettabile (e poco credibile), questa motivazione  è indice di  un atteggiamento incoerente, piccolo borghese, che si manifesta dietro l’agnostico  “non so” per rimettere in discussione scelte di classe e rivoluzionarie. Si rinuncia alla militanza comunista invece di studiare, lottare e discutere con i compagni, con l’aggravante di farlo in una situazione di militarismo e fascistizzazione  come quella che stiamo vivendo, che richiede la massima lotta, unità e organizzazione della gioventù comunista (marxista-leninista).

La questione merita di essere affrontata in profondità, perché purtroppo questo atteggiamento non è di un singolo, ma di parecchi giovani, e si interfaccia con una serie di comportamenti simili.

È il problema di una generazione che si avvicina e pensa di praticare il marxismo-leninismo attraverso internet, senza rapporto con il movimento reale del proletariato. Ciò determina il fatto che come ci si sente “skilled” per gratificazione personale, altrettanto facilmente si getta tutto nel “cestino” sotto l’influenza borghese e ci si nebulizza.

L’appartenenza o l’abbandono di un’organizzazione comunista è oggi per molti giovani il risultato di un riconoscimento virtuale, esteriore, del marxismo-leninismo, spesso dogmatico. Una teoria fra le altre, scissa dal movimento di emancipazione del proletariato e dalla pratica sociale, in cui non vogliono inserirsi o collegarsi seriamente. Una teoria che dunque può essere accettata o respinta su basi puramente  intellettualistiche individuali, o per meglio dire narcisistiche.

La tendenza ad avvicinarsi con internet allo studio politico (che spesso viene condotto in modo meccanico e superficiale), crea compagni che non sanno penetrare la sostanza della teoria e non sanno tradurla nella vita reale, rimanendo incastrati nel passato e avulsi dalla lotta di classe, incapaci di lavoro pratico e di guardare avanti.

Di qui la tendenza ad allontanarsi dalla realtà e dai compiti attuali (che può assumere diverse forme, tutte da contrastare), il rifiuto di cimentarsi nell’analisi concreta della situazione concreta e nella conseguente azione politica, gli pseudo-dubbi alimentati dalla propaganda borghese, le delusioni, gli abbandoni immotivati, etc.

Vi sono soggettività che trattano la storia e l’ideologia (anche quella proletaria) come tifosi di una squadra di calcio, le grandi personalità del passato come figurine da incollare sul proprio album. Poi magari dopo un certo periodo di tempo di oziose discussione online cambiano idea, oppure si stufano e abbandonano la “politica”.

È un fenomeno più vasto di quanto si potrebbe credere. C’è grande confusione ideologica e l’assenza di un partito con solide basi marxiste-leniniste porta anche a queste deformazioni in cui predomina una forma di “individualismo social”, in cui il divario fra parole e atti raggiunge l’acme.

Lo stesso uso compulsivo dei social media porta alla passività, alla dipendenza e ai “dibattiti “ fini a se stessi, che sono una forma di alienazione in cui cadono molti giovani (e meno giovani). Il senso di appartenenza alla classe, il collettivo organizzato, si perde nella solitudine informatica.

Vi è poi il serio problema delle scuole e delle università in cui vi è una continua pressione ideologica da parte degli intellettuali della classe dominante.

L’ideologia borghese circonda strettamente i giovani e agisce su tutti. Studiare per “diventare imprenditori di se stessi” è lo slogan coniato per gli studenti e veicolato con tanto di corsi di formazione pedagogica degli insegnanti. Senza luoghi di aggregazione sociale e di cultura alternativa e antagonista (l’organizzazione comunista è la principale tra queste) è molto facile che il giovane ci caschi.

L’università è oggi uno strumento potente in questo senso. Ovviamente non diremo mai ai giovani di non frequentarla (se hanno questa possibilità), ma dobbiamo inculcare loro l’idea di dotarsi degli strumenti per uno studio volto non all’assimilazione e introiezione della cultura borghese, ma alla sua critica razionale. E chi può dare questi strumenti al di fuori dell’organizzazione politica? In che modo si diventa, in senso gramsciano, intellettuali organici della classe operaia? Forse senza l’organizzazione?

Naturalmente l’accademia borghese è strumento di corruzione (materiale e morale) con le sue lusinghe e la pretesa di dare una cultura “neutra”. Ma non è possibile neutralità alcuna in una società divisa in classi. E il giovane lo deve sapere o imparare.  Ancora una volta è l’organizzazione la palestra “alternativa” in cui ci si fa le ossa.

Per concludere. L’assimilazione della teoria marxista-leninista deve procedere in stretto legame con la prassi sociale. Il militante comunista non può rimanere sul piano accademico oppure virtuale, non può limitarsi a “spiegare il mondo” senza compiere un passo sul piano pratico per trasformarlo.

Essere comunisti significa sintonizzarsi con la realtà, con la lotta di classe, in particolare con le questioni della classe operaia, dei giovani lavoratori, disoccupati e studenti, partecipare alle iniziative e alle mobilitazioni, senza contentarsi della loro rappresentazione virtuale.

Il marxismo-leninismo serve ai compagni per la lotta e l’organizzazione della classe operaia, per costruire l’organizzazione e il partito, per conquistare un mondo senza sfruttamento, non per farsi belli nelle zuffe fra galletti nei pollai social.

In questo cammino è naturale che affiorino dubbi, incertezze, domande, a cui l’organizzazione deve rispondere con prontezza argomentata, non dogmatica.

La teoria rivoluzionaria è al servizio della pratica rivoluzionaria. Non basta leggere e studiare i classici, non basta citare qualche frase isolata dei classici, se non si è capaci di utilizzarne i principi e le conclusioni per orientarsi nell’azione  e applicarli nella soluzione dei problemi concreti.

Quando insistiamo sull’importanza della teoria è perchè essa deve guidare  l’azione rivoluzionaria. Se non sappiamo come utilizzare la teoria, se non capiamo che il beneficiario di questa teoria è il proletariato, non sapremo comprendere e risolvere i problemi che si pongono nel corso della lotta rivoluzionaria e trasformeremo la teoria in un insieme di formule vuote, senza tener conto delle condizioni storiche.

Non si diventa militanti comunisti organizzati perché prima si sono studiate tutte le altre dottrine, fatte le ricerche su tutti gli eventi critici e poi si scioglie il dilemma se “essere o non essere”.

Si compie questa scelta perché si è consapevoli della divisione in classi della società e si sceglie da che parte stare nella lotta incessante fra queste classi, per la loro stessa abolizione.

Lo si è perché si fanno proprie le ragioni degli operai, degli oppressi, degli “ultimi” che lottano per la propria liberazione e con essa quella dell’intera società; perché non ci si inchina davanti all’altare del profitto, non ci si rassegna alla spaventosa ingiustizia esistente e si comprende che è in corso una grande lotta per una nuova e superiore società.

Per questo si decide di far parte del “movimento reale che abolisce lo stato di case presenti” assieme a milioni di uomini e donne del nostro tempo, a migliaia e migliaia di comunisti di tutti i paesi che seguono l’esempio di chi li ha preceduti per conquistare il futuro. Una forza immensa che nessuna defezione potrà mai fermare.

PS: per uno che si allontana, altri si avvicinano e si stringono.

Da Scintilla n.152, aprile 2025 (pagina “Gioventù marxista-leninista”)

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