Alcune osservazioni critiche sul KKE
La linea controrivoluzionaria che venne imposta a seguito del XX° Congresso del PCUS, non solo interruppe l’edificazione socialista e aprì la strada alla restaurazione del capitalismo in URSS, ma trasformò i partiti rivoluzionari della classe operaia in partiti revisionisti, riformisti e parlamentaristi, fautori della collaborazione di classe, conducendo il movimento operaio rivoluzionario in un processo di liquidazione.
A seguito del crollo dell’URSS e del blocco da essa capeggiato, i diversi partiti revisionisti si sono indeboliti sotto ogni punto di vista e la loro egemonia sul movimento operaio è stata profondamente scossa.
Alcuni di questo partiti si sono disintegrati e i loro resti sono diventati partiti e correnti riformiste socialdemocratiche, di destra o di sinistra.
Un’altra parte si è orientata per sopravvivere, attraverso un rinnovamento delle sue piattaforme dando vita a «nuove» correnti che tentano di introdurre alternative all’interno del sistema capitalistico (ad es. il “socialismo del XXI secolo”).
Una terza parte ha cercato di uscire dalla crisi ideologica, politica e organizzativa avviando un’analisi delle cause della vittoria della controrivoluzione in URSS e negli altri paesi socialisti e della sconfitta del socialismo.
Fra questi partiti che conservando la denominazione “comunista” hanno avviato un processo di critica e autocritica attraverso diversi congressi e documenti pubblici, troviamo il KKE.
Il KKE è un partito con un’attitudine e una pratica militante. I suoi militanti compiono azioni combattive contro la guerra imperialista e la NATO (come bloccare camion carichi di armi per il fronte ucraino), danno vita a scioperi di massa come quelli avvenuti al porto del Pireo contro la deregulation, subiscono la repressione da parte del governo greco.
La nostra critica alle debolezze e agli errori del KKE ha perciò un carattere differente rispetto quella che rivolgiamo a partiti, organizzazioni e e correnti revisioniste che sono completamente estranei alla lotta della classe operaia. È infatti una critica franca, leale e fraterna, che va a beneficio del movimento operaio e comunista.
In questo momento storico una delle principali battaglie a cui sono tenuti i marxisti-leninisti è quella in difesa della analisi leninista dell’imperialismo contro le concezioni multipolariste.
Il multipolarismo nega che il carattere putrescente, parassitario e guerrafondaio dell’epoca attuale sia originato dalla dominazione dei monopoli e dalla lotta delle potenze imperialiste per la spartizione di mercati, risorse e territori, quanto esclusivamente dalla condotta di un solo imperialismo (quello statunitense o tutt’al più euro-atlantico), sostituendo all’analisi materialista un approccio idealista simil-kautskiano, secondo cui dal rafforzamento dei poli capitalistici più “deboli” e dalla competizione internazionale tra briganti potrebbero avanzare la pace e lo sviluppo e non la guerra e il saccheggio.
Tuttavia questa critica è necessaria perché, nonostante Il KKE abbia assunto una posizione positiva rispetto ad alcune importanti questioni ideologiche e politiche, come la parziale critica al XX Congresso e al revisionismo di Krusciov; non ha però ancora superato lo smantellamento del nucleo rivoluzionario del marxismo-leninismo e di conseguenza manifesta seri limiti nella comprensione della funzione e dei doveri dei partiti comunisti nei confronti della classe operaia e dei popoli oppressi.
Come vedremo le debolezze e gli errori del KKE hanno avuto un ruolo negativo nelle condizioni delle profonde crisi politiche, sociali ed economiche avvenute in Grecia.
La necessità di questa critica deriva naturalmente anche da motivi legati allo sviluppo della lotta per il partito comunista nel nostro paese.
Da tempo ormai in Italia il KKE viene presentato come un partito fortemente antirevisionista, rivoluzionario, schierato a difesa del leninismo, da coloro che lo lodano (nel nostro paese ad es. il FC-FGC), mentre viene etichettato come dogmatico e settario, con attacchi da destra da parte dei sostenitori dell’imperialismo russo o cinese.
Mentre la critica di destra è puro revisionismo, l’atteggiamento positivo verso il KKE non si basa su un’analisi obiettiva della ideologia e della politica del KKE, ma piuttosto su un fenomeno di “tifoseria” reso possibile anche dal fatto che le traduzioni degli scritti di questo partito e i fatti di cronaca che lo riguardano, in Italia arrivano con difficoltà, se non da parte di gruppi di sostenitori dello stesso KKE.
Però, se si scava al di là della barriera linguistica e si approfondisce l’analisi, l’argomentazione che il KKE sia un autentico partito di tipo marxista-leninista, si scioglie come neve al sole.
Procediamo a dimostrare perché, senza alcuna pretesa di esaustività, ma consapevoli che è impossibile tacere su determinate questioni storiche e di principio.
I CONTI CON UN PASSATO SCOMODO
Il KKE moderno nasce dai fatti di Tashkent del 1955, dove Nikos Zachariadis e i militanti del KKE diedero inizio alla battaglia contro il revisionismo krusceviano. (1) A seguito di quegli eventi Zachariadis e i militanti del partito (tra cui numerosi partigiani che avevano combattuto contro il monarco-fascismo in Grecia) furono epurati ed esiliati.
La strenua resistenza dei comunisti greci a Taskent (settembre 1955), che furono investiti da un vero e proprio assalto politico-militare dalla cricca kruscioviana, segnò l’inizio della lotta dei comunisti contro il moderno revisionismo.
Il V plenum del KKE del 1955 fu una vittoria per il settore marxista-leninista del partito greco, che non volle piegarsi ai controrivoluzionari. Ma il VI Plenum del 1956, nonostante la grande maggioranza del partito fosse contraria, vide l’intervento diretto e brutale di un “comitato internazionale” di sei partiti, presieduto dai kruscioviani, che decise, tra l’altro, di rimuovere la direzione legalmente eletta, incluso il segretario Zachariadis, con l’accusa-pretesto di promuovere “il culto della personalità” (quando? dove? forse nei campi di lavoro del dittatore Metaxas o a Dachau, dove Zachariadis era stato recluso fino al 1945?).
Il VII Plenum (1957), rese operative le decisioni, avviando la cacciata migliaia di comunisti dal partito (che soffersero le stesse persecuzioni dei comunisti jugoslavi) e di fatto liquidò il KKE come partito marxista-leninista.
Da allora ha origine la storia del KKE come partito completamente asservito al revisionismo krusceviano e brezneviano, con tutte le sue deviazioni.
Il KKE stabilito dai revisionisti nel 1956 in realtà non ebbe più alcuna relazione – ideologica, politica e organizzativa – col precedente partito rivoluzionario. Si determinò, come per altri partiti, una profonda cesura.
Come osservava Zachariadis in una sua lettera ai compagni di Taskent “La cricca nominata nel 1956 alla guida del KKE ha abbassato la bandiera comunista in Grecia, ha gettato il partito in una profonda crisi, calunniò, infangò e sporcò la tradizione rivoluzionaria nel nostro Paese, disonorò il marxismo-leninismo e portò inevitabilmente alla sconfitta del 21 aprile 1967. Senza l’intervento del 1956, l’evoluzione della situazione in Grecia sarebbe stata sicuramente diversa.” (Lettera a MLO del 23 maggio 1967)
Per decenni questo partito “rifondato” da Krusciov e soci è stato un alfiere del revisionismo moderno di stampo sovietico, fino ad arrivare al culmine della vergogna quando Papariga, Segretaria Generale del Comitato Centrale del KKE dal 1991 al 2013 e attualmente membro del Comitato Centrale del KKE, consegnò a Gorbaciov una statuetta di Ercole per omaggiarlo per i suoi erculei sforzi nella edificazione del socialismo. (2)
Nella seconda metà del ‘900 il KKE è stato segnato da una scissione nel 1968, da cui ha avuto origine il KKE- Interno, legato a concezioni eurocomuniste, e dai cui membri scaturirà in buona parte l’attuale Syriza.
Il KKE, costretto alla clandestinità dalla dittatura dei colonnelli, poi, con il ripristino dell’attività legale, nel 1981 offrì una moratoria al governo socialdemocratico del Pasok.
A fine anni ‘80 il KKE e il KKE-Interno formarono la coalizione SYNAPSISMOS, che partecipò a un governo di coalizione con la destra di Nuova Democrazia e con il Pasok, dal 1989 al 1991. Successivamente il KKE ha criticato come opportuniste queste scelte politiche. (3)
Nel 2011 il KKE sembrò essere tornato sui propri passi e riabilitò la figura di Zachariadis, riconoscendo i suoi meriti nella lotta per il socialismo in Grecia. Tutto bene quel che finisce bene?
Purtroppo, no. Ad uno sguardo più attento risulta chiaro che la posizione del KKE rimane estremamente problematica.
Nella tardiva e parziale riabilitazione di Zachariadis tutte le critiche al revisionismo krusceviano sono a malapena accennate, se non silenziate, e c’è un costante tentativo di far coesistere la storia del KKE post 1955, con la figura di Zachariadis. Non si parla chiaramente di come nel 1955 in Uzbekistan i comunisti greci diedero inizio alla eroica lotta contro i krusceviani, ma si fa riferimento in modo vago e ingannevole ai “problemi di Tashkent”. La riabilitazione è quindi ambigua, ipocrita e non avviene alla luce del marxismo-leninismo.
Papariga afferma che già molto prima (anni ‘60-70) si era discusso della riabilitazione di Zachariadis e che nel ‘91 il KKE voleva far tornare la sua salma ad Atene (Zachariadis fu ucciso dai revisionisti nel 1973, mentre era stato da loro esiliato forzatamente a Surgut, e spacciato per suicida, con una versione dei fatti a cui il moderno KKE si attiene) (4). A suo giudizio questo è segno di come anche prima del 2011 il KKE fosse incline alle giuste analisi e alla autocritica. (5)
Ma il 1991 è lo stesso anno in cui il KKE diretto da Papariga esaltava Gorbaciov e la Perestrojka!
Papariga voleva riabilitare il coerente marxista-leninista Zachariadis, ma nel frattempo cantava le lodi di chi attaccava frontalmente il marxismo-leninismo e il socialismo con la glasnost e la perestroika, di chi voleva passare allo sfruttamento capitalistico senza maschera per coronare le aspirazioni borghesi e anticomuniste!
L’ANALISI DELLA STORIA DEI PAESI SOCIALISTI
Il KKE a partire dal 1995 ha portato avanti una vasta analisi critica sulla sua condotta e sul processo di restaurazione del capitalismo in Unione Sovietica. In queste analisi è giunto a considerazioni apparentemente in linea con il marxismo-leninismo, come la critica alla politica revisionista post XX Congresso (ad es. la teoria della coesistenza pacifica) e la critica alle teorie economiche che hanno aperto alla decentralizzazione e allo sviluppo del mercato, come quelle degli economisti Liberman, Leontiev ecc, le riforme kruscioviane della agricoltura che hanno smobilitato le SMT (6), aprendo alla libera vendita dei trattori come merci o le teorie di Kossighin, che hanno decentralizzato l’industria e aumentato il potere dei dirigenti d’azienda.
Nell’analisi del KKE rimane però una grossa macchia, ovvero la pretesa di sostenere che al netto dei processi controrivoluzionari che a partire dalla morte di Stalin (1953) sovvertirono il potere proletario e ribaltarono i rapporti di produzione, l’URSS e i paesi del Patto di Varsavia rimanevano dei paesi socialisti, fino al 1991.
Questa visione è frutto di un approccio antimarxista, dal momento che nell’URSS e negli altri paesi del blocco dell’est (con eccezione dell’Albania) non esisteva più la dittatura del proletariato, sostituita dalla “dittatura di tutto il popolo“, la direzione dello stato era stata presa dai revisionisti, che materialmente sono rappresentati della borghesia, e la base socialista dell’economia era stata progressivamente distrutta (a fine anni ‘60 le riforme di Kossighin riguardavano già oltre il 70% del settore industriale) con direttori d’azienda che si appropriavano del plusvalore della classe operaia con bonus e incentivi che garantivano retribuzioni anche 20 volte più alte del salario operaio, possibilità di acquistare e vendere mezzi di produzione, licenziare la forza-lavoro, etc. In queste condizioni risulta chiaramente impossibile che possa sussistere un paese socialista. (7)
Il KKE invece sostiene questa falsa concezione, che non gli permette di allontanarsi definitivamente dal suo creatore (il revisionismo kruscioviano-brezneviano), che confonde ad arte il capitalismo di stato con i rapporti di produzione socialisti. Una concezione che peraltro strizza l’occhio alla teoria trotskista dello “Stato operaio degenerato”.
Il KKE, sulla base di quanto esposto, ripudia anche l’analisi marxista-leninista secondo cui la restaurazione del capitalismo in URSS avesse trasformato il paese in una potenza revisionista e socialimperialista con una politica estera aggressiva ed espansionista, sabotatrice della rivoluzione.
Una superpotenza basata sul capitalismo monopolistico sovietico che si affermava come rapace predatore deciso ad assoggettare le sue zone di influenza in competizione con gli Stati Uniti. Il KKE invece di condannarla, esalta la condotta dell’URSS in Cecoslovacchia, in Afghanistan e via dicendo.
Nelle sue analisi storiche il KKE tace completamente sull’Albania socialista. Non c’è alcun riferimento sulla costruzione della nuova società in questo paese, sulla difesa del marxismo-leninismo e sulla lotta aperta al revisionismo condotta sotto la guida di Enver Hoxha, mentre invece è solito parlare di costruzione socialista a Cuba, Corea, Vietnam, Cina…oltre a tutti i paesi del patto di Varsavia soggetti al Comecon revisionista. (8)
RICOSTRUZIONI STORICHE SIMIL-TROTSKISTE
Nel seguente articolo “I 100 anni dell’Internazionale Comunista” del 26/02/2019, di cui riportiamo stralci, il KKE sferra pesanti attacchi al VI e al VII Congresso della Terza Internazionale. (9) Valutiamo brevemente i passaggi più clamorosi e vergognosi.
“Il Programma distingueva tuttavia tre tipologie principali di rivoluzioni nella lotta per la dittatura mondiale del proletariato, che si differenziavano in funzione della posizione di ciascun Paese capitalista nel sistema imperialista internazionale […] Il carattere internazionale dell’era del capitalismo monopolistico e l’inasprimento della contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro venivano sottovalutati. Per di più, l’analisi dell’Internazionale Comunista non teneva conto del fatto che lo sviluppo ineguale delle economie capitaliste e la diseguaglianza nei rapporti tra Stati non possono essere aboliti nell’ambito del capitalismo. In ultima analisi, il carattere della rivoluzione in ogni Paese capitalista è determinata oggettivamente dalla contraddizione essenziale che la rivoluzione è chiamata a risolvere, a prescindere dai mutamenti relativi di posizione di ciascun Paese all’interno del sistema imperialista internazionale. Il carattere socialista e i compiti della rivoluzione traggono origine dall’inasprimento della contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro in ogni Paese capitalista nell’era del capitalismo monopolistico.”
Il KKE attacca frontalmente l’analisi leninista della Terza internazionale che basandosi sulla ineguaglianza di sviluppo del capitalismo, discerneva il differente sviluppo delle forze produttive e la posizione qualitativamente diversa dei singoli paesi nella catena mondiale dell’imperialismo, concependo la rivoluzione proletaria mondiale come risultato di processi rivoluzionari di diversa natura e non contemporanei.
Per il KKE indifferentemente che si tratti di un paese imperialista, dipendente o addirittura semi-feudale e coloniale, la rivoluzione proletaria internazionale non è il risultato di processi di diversa natura e non contemporanei, ma dovrebbe seguire dappertutto la stessa via di passaggio alla dittatura del proletariato e svolgersi nello stesso tempo, senza quindi distinguere fra rivoluzioni proletarie, rivoluzioni di tipo democratico-borghese che si trasformano in rivoluzioni del proletariato, guerre di liberazione nazionale, rivoluzioni coloniali.
Il KKE agita la parola d’ordine della rivoluzione socialista, ma la riduce ad un guscio vuoto perché sprovvista della strategia marxista-leninista per la conquista del potere. L’alleanza dei contadini poveri e i settori piccolo borghesi in via di proletarizzazione con la classe operaia e sotto la sua direzione (ovvero, l’egemonia del proletariato nel processo rivoluzionario e nella costruzione del socialismo) è completamente rimossa.
La rivoluzione democratico borghese e di indipendenza nazionale è totalmente annichilita sotto la retorica massimalista e pseudo-rivoluzionaria. Con questi presupposti la lotta per la rivoluzione e la dittatura proletaria su scala mondiale non può avere alcun successo.
“Riguardo alla socialdemocrazia, si dichiarava: «nei momenti più critici per il capitalismo, non di rado assume le funzioni del fascismo. Nel corso del suo sviluppo essa manifesta delle tendenze fasciste». Questa valutazione non era corretta. In realtà, contrariamente alla rivoluzione socialista, i socialdemocratici svolsero la funzione di «estintori» a disposizione dei governi borghesi liberali, lasciando spazio all’alternanza di questi ultimi con governi fascisti.
La critica del KKE alla analisi e alle tesi del VI congresso del Comintern è visibilmente mistificatoria, utile esclusivamente al proclamarsi avanguardie in modo strumentale. La Terza Internazionale appurava come nel processo di fascistizzazione dello stato borghese, la borghesia si servisse sia del fascismo che della socialdemocrazia, la quale nel processo assumeva essa stessa tendenze fasciste, specialmente nei momenti più critici per il capitalismo. Questa analisi ovviamente non contraddiceva la funzione dei socialdemocratici di pompieri della rivoluzione socialista, ma anzi la rafforzava mostrando il carattere camaleontico e ambivalente dei capi socialdemocratici.
Per maggior chiarezza riportiamo il programma dell’IC approvato al 6° Congresso. (10)
«la socialdemocrazia opera con le due ali: la destra, che è apertamente controrivoluzionaria, e serve per i contatti e per i legami diretti con la borghesia, e la sinistra, che serve ad ingannare gli operai in modo raffinato. La «sinistra» socialdemocratica, la quale adopera talora la fraseologia pacifista, e talora quella rivoluzionaria, di fatto agisce contro gli operai, e particolarmente nei momenti più critici […]
Essa è perciò la frazione più pericolosa dei partiti socialdemocratici. La socialdemocrazia, mentre serve gli interessi della borghesia in seno alla classe operaia e si pone senza riserve sul terreno della collaborazione di classe e della coalizione con la borghesia, è costretta in determinati momenti a presentarsi come partito di opposizione e persino a simulare una difesa degli interessi di classe del proletariato nella sua lotta economica, allo scopo di conquistare in questo modo la fiducia di parti della classe operaia per poter tradire più vergognosamente gli interessi permanenti del proletariato nei combattimenti di classe decisivi. ».
Proseguiamo con gli strafalcioni del KKE:
“Prima del VII Congresso dell’Internazionale Comunista (Mosca, 25 luglio-21 agosto 1935), i Partiti comunisti francese e spagnolo, in accordo con il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista, avevano chiesto una cooperazione con i partiti socialdemocratici. D’altronde, in questi Paesi si erano costituiti nel 1936 dei Fronti Popolari come forma di cooperazione politica tra i Partiti comunisti e partiti socialdemocratici, altri partiti borghesi e movimenti opportunisti, che avevano preso parte o dato il proprio appoggio a governi che non mettevano in discussione il potere capitalista. […]
Il Congresso formulò la problematica valutazione secondo cui nell’ambito dei partiti socialdemocratici si manifestava un «percorso rivoluzionario», il che conduceva alla necessità di «unire i partiti comunisti e socialisti», a patto che i secondi accettassero il rovesciamento rivoluzionario del potere borghese, l’unità di azione con i Partiti comunisti e la creazione di un partito nuovo basato sul centralismo democratico. Queste condizioni poste dal VII Congresso non mutarono il dato essenziale: si crearono illusioni e uno spirito di riconciliazione, confusione e attenuazione del fronte politico-ideologico contro la socialdemocrazia e l’opportunismo. All’indomani dell’invasione dell’URSS da parte della Germania fascista, l’Internazionale Comunista modificò la sua posizione riguardo al carattere della guerra, definendola antifascista e dichiarando che «…la lotta essenziale è ora rivolta contro il fascismo» e che «nella fase attuale non invochiamo il rovesciamento del capitalismo nei diversi Paesi, né una rivoluzione mondiale… ‘’
In sostanza, secondo il KKE, il Comintern avrebbe dovuto indebolire la lotta contro il fascismo impedendo l’unità di azione contro l’offensiva fascista tra partiti antifascisti e alienandosi la simpatia e il seguito dei settori operai e della classe lavoratrice che erano egemonizzati dai partiti socialdemocratici, allontanando dunque settori della classe lavoratrice e elementi progressisti della lotta contro il fascismo. Davvero un bel servizio alla reazione a al fascismo!
Il KKE mostra una speculare considerazione per governi fascisti e governi borghesi sulla base del fatto che in entrambi sono vigenti rapporti di produzione capitalistici, trascurando le fondamentali differenze politiche nelle quali i comunisti e i settori progressisti si trovano ad operare sotto un regime fascista; nega inoltre il nesso che lega dialetticamente la lotta contro la fascistizzazione e il fascismo, e la rivoluzione socialista.
Viene inoltre alimentata la retorica revisionista secondo cui il VII Congresso avrebbe rinnegato le tesi del VI Congresso, senza tenere presente come sia necessario adattare la tattica in base alla situazione concreta; tattica che in quel momento era diretta alla sconfitta del fascismo.
Il VII Congresso non condannò l’analisi del socialfascismo, ma la sua applicazione errata che si verificava quando si accusava in blocco la socialdemocrazia, senza operare le necessarie distinzioni; quindi, privandosi di una possibilità di manovra all’interno del movimento operaio e sindacale, ma questo non può essere compreso con la visione settaria del KKE.
Il KKE purtroppo non si ferma qui, esponendo visioni e argomenti assai comuni nei gruppi ultrasinistri piccolo borghesi che disconoscono il ruolo svolto negli anni ’30 dall’Unione Sovietica per lo sviluppo della rivoluzione mondiale, senza mettere a rischio il potere proletario in una situazione in cui il fattore soggettivo della rivoluzione non era ancora maturo negli altri paesi:
‘[…] Sulle contraddizioni presenti nella linea dell’Internazionale Comunista riguardo al carattere della Seconda guerra mondiale influivano anche le aspirazioni della politica estera dell’URSS e il suo tentativo di difendersi da un conflitto imperialista. Ma in ogni caso, le esigenze della politica estera di un singolo Stato socialista non possono soppiantare l’esigenza di una strategia rivoluzionaria per ogni Paese capitalista. In ultima analisi, la sicurezza di uno Stato socialista dipende dal trionfo del socialismo a livello mondiale o dal suo prevalere nell’ambito di un forte gruppo di Paesi – e quindi dalla lotta per la rivoluzione in ciascun Paese.”
Emergono qui evidenti impronte di trotskismo, che evidentemente albergano nel KKE, assieme alle interpretazioni revisioniste e opportuniste del VII Congresso dell’IC. L’Unione Sovietica socialista viene accusata di aver violato l’internazionalismo proletario in base alle sue aspirazioni ed esigenze di sicurezza, senza considerare quanto sarebbe stato un colpo terribile per l’intero movimento operaio e comunista internazionale la caduta dell’unico paese socialista sotto i colpi della offensiva fascista, in un contesto di sviluppo della crisi generale del capitalismo.
La riprova dell’incomprensione del KKE di importanti avvenimento storici sta nella seguente affermazione:
“La decisione di sciogliere l’Internazionale Comunista era in totale contraddizione con i principi che ne avevano ispirato la fondazione. Era in contraddizione con lo spirito e con la lettera del Manifesto comunista, con il principio dell’internazionalismo proletario e con l’esigenza, valida per qualsiasi circostanza, di una strategia rivoluzionaria unita dei Partiti comunisti contro l’imperialismo internazionale. (…)’’
Un pasticcio assoluto! Vengono ribadite le solite accuse a Stalin smentite da tempo, dimenticando ancora una volta come le forme di organizzazione debbano adattarsi alle vigenti condizioni materiali e sia del tutto nocivo mantenere una struttura non più adatta ai compiti attuali. L’unità dei partiti comunisti a livello internazionale venne mantenuta con altre forme (Cominform ecc.) e la correttezza della decisione sullo scioglimento del Comintern venne invece dimostrata dai risultati ottenuti dove questa venne correttamente messa in pratica (Albania, Cecoslovacchia, ecc.). (11)
LA TESI DELLA PIRAMIDE IMPERIALISTA
Il KKE sostiene di aver arricchito l’analisi leninista dell’imperialismo, della quale si ritiene un estimatore.
Per il KKE il carattere imperialista della Cina e della Russia odierne è abbastanza chiaro. Inoltre si schiera contro le tesi neo-kautskiane che negano che l’imperialismo sia la suprema e ultima fase di sviluppo del capitalismo, e sostengono che sia una politica preferita dal capitale finanziario (un concetto che serve per dimostrare che gli imperialisti possono realizzare un’altra politica, una politica non imperialista, non di conquista, non di rapina).
Per avversare queste posizioni il KKE ha avanzato una critica sostenendo una visione del sistema imperialista incentrata sullo schema di una “piramide”. Ma come spesso accade, la critica di ciò che è sbagliato non è garanzia di una posizione corretta e di conseguenza si alimenta la confusione nell’analizzare le caratteristiche dell’imperialismo individuate da Lenin.
Il KKE sulla base di questo presupposto, evidenziando fortemente il carattere dell’imperialismo come capitalismo monopolistico (soffermandosi dunque su una sola della cinque caratteristiche economiche fondamentali dell’imperialismo illustrate da Lenin) arriva a sostenere che l’imperialismo non sia più un sistema mondiale dove un pugno di paesi oppressori schiaccia e sfrutta i paesi dipendenti (una catena), ma un sistema mondiale a forma di piramide dove l’imperialismo ha abbracciato ogni paese al mondo, e dove quindi le lotte antimperialiste di liberazione nazionale non hanno più alcuna valenza rivoluzionaria.
Il KKE giustifica questa tesi affermando che il capitalismo rispetto ai tempi di Lenin è cambiato e che ora il capitalismo monopolistico a differenza di prima è giunto ovunque, e quindi da bravi ‘’dialettici’’ occorre aggiornare l’analisi.
Scriveva invece Lenin, stroncando le farneticazioni di chi, con il pretesto della “piramide” imperialista in cui rientrano di fatto tutti i paesi con differenze di grado, nega la divisione tra paesi imperialisti e paesi dipendenti, semi-dipendenti e colonie:
«E l’imperialismo è appunto l’epoca in cui la suddivisione delle nazioni in nazioni che opprimono e in nazioni oppresse è fondamentale e tipica, mentre in Europa la distinzione fra nazioni reazionarie e nazioni rivoluzionarie è assolutamente impossibile.» (Lenin, A proposito del “Programma di pace”, 25 Marzo 1916, Opere complete, Editori riuniti, Roma 1966, Vol. 22, pag. 169)
Lenin inoltre già aveva affermato:
«Perciò, nel programma dei socialdemocratici, il punto centrale dev’essere precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse, che rappresenta l’essenza dell’imperialismo e alla quale sfuggono mentendo i socialsciovinisti e Kautsky. Questa divisione non è sostanziale dal punto di vista del pacifismo borghese o dell’utopia piccolo-borghese della concorrenza pacifica tra nazioni indipendenti regime capitalista, ma essa è indiscutibilmente sostanziale dal punto di vista della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo.» (Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, Opere complete, Editori riuniti, Roma 1966, Vol. 21, pag. 374)
Lenin criticava aspramente le concezioni di Radek che sosteneva che una volta giunti alla fase imperialista del capitalismo e essendosi sviluppato il capitalismo anche nei paesi dipendenti, la parola d’ordine della questione nazionale perdeva di importanza.
Anche il Manuale di economia politica dell’Accademia delle Scienze dell’Urss (edizione del 1954) ribadisce:
‘’Lo sfruttamento illimitato delle colonie e delle semi-colonie è uno degli aspetti caratteristici del capitalismo monopolistico.’’
Ne deriva che: ” L’imperialismo è il capitalismo agonizzante. Esso aggrava tutte le contraddizioni del capitalismo, le conduce all’estremo limite, oltre il quale inizia la rivoluzione. Le più importanti sono le seguenti: […]La contraddizione tra i popoli oppressi delle colonie e dei paesi dipendenti e le potenze imperialistiche sfruttatrici. Il rafforzamento dell’oppressione imperialistica nonché lo sviluppo del capitalismo nelle colonie e nelle semi-colonie, provocano l’intensificazione del movimento di liberazione nazionale contro l’imperialismo. Le colonie e i paesi dipendenti da riserve dell’imperialismo, si trasformano in riserve della rivoluzione proletaria’’ (Accademia delle Scienze dell’URSS, Manuale di economia politica, pag. 242).
Il KKE con lo schema della piramide imperialista e le sue “interdipendenze interne” cade quindi in pozioni estranee alla teoria leninista dell’imperialismo, un sistema che non può esistere senza asservire economicamente e politicamente i paesi dipendenti, le nazioni soggette, le colonie e le semicolonie, che sono le sue retrovie.
Ciò che critichiamo apertamente è la caratterizzazione di tutti i paesi all’interno del sistema capitalista come paesi imperialisti. Il problema è che le differenze tra questi paesi vengono interpretate secondo una differenza quantitativa, trascurando la differenza qualitativa.
Pertanto, le relazioni di dipendenza fra questi paesi vengono spiegate sotto la categoria di “interdipendenza” e non di dipendenza, oppressione e saccheggio.
Dal momento che si sostiene che tutti i paesi capitalisti si trovano nella fase imperialista, il fenomeno dei paesi dipendenti e dei popoli oppressi scompare assieme alle contraddizioni oggettive che li hanno portati all’esistenza.
Ma c’è dell’altro. Supponiamo che l’imperialismo fosse una piramide monolitica invece che una catena con anelli più o meno deboli. Dove si potrebbe allora manifestare la rottura del fronte imperialista? Come si potrebbe spezzare? Come si dissaldano i suoi componenti legati tra di loro? Occorrerebbe una rivoluzione globale simultanea a quel punto, respingendo la possibilità della rottura rivoluzionaria della catena imperialista in uno o più punti (i più deboli) e della costruzione del socialismo in uno o più paesi, anche se meno sviluppati e circondati dall’imperialismo, ossia la tesi del trozkismo.
Con le tesi del KKE, la legge dello sviluppo diseguale del capitalismo non avrebbe più effetti esponenzialmente rafforzati, come invece avviene nell’imperialismo con lo sfruttamento dei paesi oppressi e la lotta per una nuova spartizione delle zone di influenza e delle risorse.
Nello schema piramidale, infatti, non ci sono anelli deboli in senso leninista, ma soltanto una distribuzione in base alla forza economica e militare dei paesi, differenze quantitative e non qualitative.
Per quanto non rilevante, geometricamente una piramide è poi un solido che generalmente si intende compatto e statico. Come si concepisce questo suo essere – il cui interno non è specificato – con una vita interna magmatica fatta di salite e di discese?
LA GRECIA, DA PAESE DIPENDENTE A PAESE IMPERIALISTA!
Il KKE con le sue posizioni ha negato e nega che la Grecia è un Paese dipendente dall’imperialismo, e questo anche mentre il paese era commissariato dalla Trojka!
“La posizione di base dell’opportunismo in Grecia è che il paese è sotto occupazione tedesca, che si sta trasformando o è stato trasformato in una colonia e viene saccheggiato principalmente dalla signora Merkel, i creditori. La triade dei rappresentanti dell’UE, della Banca centrale europea e del FMI che supervisionano e determinano la gestione del debito interno o estero, i deficit fiscali è vista come il nemico principale a parte la Germania stessa. […] Accusano la classe borghese del paese e i partiti di governo di essere traditori, antipatriottici, subordinati e servili nei confronti della Germania, dei creditori o dei banchieri. Ritengono che la Grecia sia un Paese occupato principalmente dalla Germania e soprattutto che il regime sia neocoloniale.’’
“Chi parla di subordinazione e occupazione non riconosce l’esportazione di capitali dalla Grecia (un tratto caratteristico del capitalismo nella fase imperialista), che era significativa prima della crisi e continua inalterata nelle condizioni della crisi. L’esportazione di capitali viene effettuata per investimenti produttivi in altri paesi e naturalmente nelle banche europee finché non si formano le condizioni affinché possano rientrare nel processo di garanzia del massimo profitto possibile.
Vedono [gli opportunisti Ndr] una carenza di capitale e non una sovraccumulazione. […] Lenin e la sua opera sull’imperialismo mostrano che il paragone non può essere fatto tra paesi capitalisti più sviluppati e paesi capitalisti più arretrati, ma tra esportazioni di capitali, una questione che gli opportunisti ovunque non vogliono e non osano riconoscere perché la loro visione riguardo all’occupazione della Grecia, secondo cui la Grecia è una colonia, è confutata da questo solo criterio’’(12)
Per il KKE la Grecia è un Paese imperialista, ma non basta chiaramente che in Grecia ci siano alcune aziende che esportano capitale all’ estero perché questo paese diventi un paese imperialista, come non basta la presenza di alcuni monopoli se questi sono sorti e si sono sviluppati rimanendo sempre sotto il controllo dei grandi monopoli delle principali potenze imperialiste.
Sulla base di quanto detto, non sorprende quindi che questo partito sia arrivato anche a criticare apertamente le analisi della Terza Internazionale comunista sui paesi dipendenti, sostenendo che negli anni ‘30 in paesi come Cina e Brasile si fossero già create forme di capitale monopolistico e quindi la questione nazionale fosse da rigettare.
“L’imperialismo fu erroneamente scambiato per una forma di politica estera aggressiva messa in atto da alcuni Stati – i più potenti – mentre nell’ambito del sistema imperialista esistevano decine di Paesi (il capitalismo monopolistico era sorto per esempio in Cina e in Brasile). Al tempo stesso, la caratterizzazione di questi Paesi come dipendenti non teneva conto dell’interazione di interessi tra la borghesia straniera e quella nazionale.” (13)
Per una analisi più approfondita di come il KKE evidenzi unilateralmente il fenomeno dell’attività di monopoli capitalistici nei paesi dipendenti (senza tenere in considerazione chi sono i reali proprietari di quei monopoli), e della esportazione di capitale (senza metterlo in rapporto con l’esportazione di merci) e il rapporto dialettico con cui le cinque caratteristiche fondamentali dell’imperialismo descritte da Lenin si legano tra di loro, originando il rapporto di dominio e supremazia tipico dell’imperialismo, si rimanda a questi articoli (14)
PROBLEMI DI AVVICINAMENTO ALLA RIVOLUZIONE PROLETARIA
Il KKE non prevede forme di transizione e avvicinamento alla rivoluzione proletaria. Scrive infatti:
“Il problema è significativo. La logica delle fasi, oggettivamente e indipendentemente dalle intenzioni, raccomanda soluzioni che avvantaggiano il pubblico all’interno del quadro capitalista. Questa teoria è realizzata dalla “fase di transizione” che contribuisce alla maturazione dei fattori soggettivi e svolge il ruolo di ponte verso il socialismo. […] Questo approccio non è mai stato convalidato da nessuna parte e contraddice le lezioni della Grande Rivoluzione socialista d’Ottobre del 1917. Ancora peggio è il fatto che la logica delle fasi porta a soluzioni che sostengono il sistema, come i “governi progressisti o nazionalisti di sinistra” che (oggettivamente) sostengono i benefici dei monopoli che continuano a possedere i mezzi di produzione e a detenere il potere politico.”
Secondo il KKE, “questa opzione “incoraggia “illusioni”, “non contribuisce a preparare il movimento operaio a lotte dure “e al contrario “costringe il movimento operaio ad agire in ritardo, lo espone all’ideologia e alla politica borghese e lo trascina verso sogni parlamentari.’’ (15)
Alla direzione del KKE sfuggono importanti lezioni di strategia, di tattica e di storia se ritiene che certi approcci contraddicano la Rivoluzione Socialista d’Ottobre e non siano stati mai convalidati. La stessa doppia rivoluzione del 1917 (Febbraio e Ottobre), oltre alla esperienza delle Democrazie popolari dimostrano la falsità di certe affermazioni. Un conto è criticare le “vie nazionali al socialismo” e le politiche riformiste di capitalismo monopolistico di Stato spacciate per socialismo (revisionismo sovietico, cinese, arabo, del XXI secolo, ecc.); ma un altro conto è teorizzare l’assenza di tappe di transizione che favoriscano il trionfo della rivoluzione proletaria.
L’esito vittorioso del processo rivoluzionario non è dato dalla rinuncia, come pretende il KKE, alle forme di transizione o di avvicinamento alla rivoluzione proletaria, che in ogni paese vanno studiate, colte e messe in pratica per condurre, attraverso adeguati mezzi e forme di lotta, le grandi masse su nuove posizioni che garantiscano la vittoria della rivoluzione, ma dalla realizzazione dell’egemonia (direzione) del proletariato che attraverso il suo partito unifica, mobilita e guida le masse sfruttate e oppresse della città e della campagna.
SOVRAPPOSIZIONE DI STRATEGIA E TATTICA
Il KKE non è solo un partito senza un programma di rivendicazioni parziali, ma la sua strategia e la sua tattica, a causa della perdita delle loro specifiche differenze, sono sostanzialmente identiche. Per consolidare il concetto, Elisseu Vagena, membro del Comitato direttivo del KKE e responsabile delle relazioni internazionali, affermò in un’intervista al quotidiano turco Evrensel poco prima delle elezioni del 2012: “il KKE oggi non lotta per una ‘fase di transizione’ e non ha un ‘programma minimo’.‘’ (16)
Le tendenze settarie, dottrinarie e i limiti strategici e tattici dell’approccio del KKE alla lotta per la rivoluzione e il socialismo impediscono alla classe operaia – che questo partito afferma di rappresentare – di sviluppare rapporti politici “particolari e provvisori” che migliorano la sua capacità di combattere la borghesia e attrarre strati sociali suscettibili di alleanze. Il KKE invece si avvicina alla impostazione trotskista che rifiutava l’alleanza tra proletariato e contadini sotto la direzione del proletariato.
Non riuscendo a distinguere fra ideologia e politica, il KKE quando Syriza vinse le elezioni, rifiutò qualsiasi alleanza e dichiarò che non avrebbe mostrato alcuna tolleranza nei confronti di Syriza.
Naturalmente sarebbe stato sbagliato per il KKE essere parte integrante nella coalizione in un governo guidato da Syriza. L’esempio di Engels, che richiama l’attenzione sui “socialdemocratici francesi ” che occupavano seggi nel governo progressista formato dopo il febbraio del 1848, è ben noto. I socialisti democratici francesi sbagliavano, poiché “Minoranza nel governo, essi condivisero volontariamente la responsabilità di tutte le infamie e i tradimenti, di fronte alla classe operaia, commessi dalla maggioranza di repubblicani puri; mentre la presenza loro nel governo paralizzava completamente l’azione rivoluzionaria della classe lavoratrice ch’essi pretendevano rappresentare”. (17)
Ma sarebbe stato invece possibile per il KKE creare una piattaforma che incorporasse le rivendicazioni urgenti e vitali dei lavoratori, unirsi in un’ampia alleanza anticapitalista-antimperialista con le forze progressiste attraverso questa piattaforma e fare dell’adesione alle rivendicazioni parziali una precondizione della alleanza. Ciò sarebbe stato di grande importanza per conquistare la direzione dei movimenti dei lavoratori sfruttati e oppressi.
Una simile mossa tattica non significava aspettarsi che Syriza seguisse una linea rivoluzionaria; al contrario, avrebbe aiutato la classe operaia e le masse popolari a basare le loro esigenze a Syriza su fondamenta solide e reali.
In condizioni di un’ampia alleanza di questo genere, il sostegno delle masse lavoratrici non sarebbe stato lasciato solo a Syriza. Il KKE avrebbe potuto dimostrare di essere il difensore più affidabile delle rivendicazioni operaie e popolari e la forza più decisa a soddisfare le urgenti necessità della maggioranza del popolo. Una tattica utile anche a vincere i pregiudizi tra le masse dei lavoratori e nell’opinione pubblica in generale contro i comunisti e il socialismo.
Invece il KKE ha voltato le spalle sia alle richieste delle masse lavoratrici sia alle proposte di unità, affermando che le rivendicazioni avanzate contro le politiche del memorandum durante e dopo gli anni della grande crisi, come “il mancato pagamento dei debiti, l’uscita dall’UE, l’arresto delle privatizzazioni”, ecc. potevano essere possibili solo con un potere popolare, emarginandosi dunque con una fraseologia falsamente rivoluzionaria.
Se un partito comunista confonde l’unità dei suoi membri con “un’alleanza sociale popolare”, se non punta all’unità della classe operaia nella pratica, se non riesce a fare dello sviluppo della unità di azione per la difesa intransigente degli interessi operai l’elemento portante della sua tattica di fronte unico di classe e su questa base costruire un’ampia alleanza antimperialista e antifascista, se sostituisce tutto ciò con un campo separato di “attivisti di massa d’avanguardia” creato all’interno del movimento operaio, allora, indipendentemente da ciò che quel partito sostiene teoricamente, non può agire come partito rivoluzionario e di classe del proletariato. Il che si traduce nel venire meno ai suoi doveri verso il movimento operaio. (18)
NAZIONALISMO PICCOLO-BORGHESE
In una intervista pre-elettorale di maggio 2024 i loro punti di vista hanno avuto un’ulteriore svolta antileninista, mostrando una impostazione sciovinista e ultra-settaria. (19)
Il KKE giunge infatti ad una linea nazionalista sulla questione del diritto delle nazioni all’autodeterminazione e quindi dei diritti nazionali. Non riconosce l’esistenza della nazione macedone in Grecia e afferma che la Macedonia è una regione solo geografica.
Nelle relazioni Turchia-Grecia, sostiene solo che la Turchia ha mire espansionistiche e che brama i “diritti sovrani” della Grecia. Considera i turchi che vivono in Tracia (ultima propaggine dei Balcani) come una “minoranza musulmana”. Queste sono le conseguenze della sua linea di negazione della questione nazionale intesa come parte della questione generale della liberazione delle colonie e delle semicolonie dall’oppressione dal saccheggio dell’imperialismo e del movimento per la rivoluzione proletaria.
Vediamo ora le sue posizioni sulla Palestina:
‘’“Takis Hatzis: Passiamo ora a Israele e a ciò che sta accadendo con i palestinesi, una parte del sistema politico, direi una grande parte, vi accusa di sostenere un’organizzazione terroristica, come la definiscono loro, che è Hamas, e si stupisce che il KKE, quando se si cerca un po’ si vede che nulla obiettava tutte le volte che l’Unione Sovietica in passato sosteneva Israele in molte fasi e avesse persino proposto all’ONU, voi lo saprete meglio di me, uno stato unico o una separazione ecc., quindi che oggi voi siate, dicono i vostri critici, da una parte, con Hamas…
Koutsoubas: Noi siamo anche con il popolo israeliano. Il popolo israeliano sta lottando ed è perseguitato, è in prigione perché sta manifestando e vuole la pace e non vuole che i civili, i bambini, le donne e i bambini vengano assassinati. La posizione del KKE, come abbiamo detto fin dall’inizio, e lo ripeto ancora, non ha alcuna affinità ideologica, politica o di altro tipo, e tanto meno con le forme di lotta che utilizza, con Hamas. Siamo diametralmente opposti. Innanzitutto, è un’organizzazione anticomunista, sia nella teoria che nella costituzione, un’organizzazione islamista’’
Il segretario del KKE rilancia una posizione che mira a impedire l’unità politica della resistenza palestinese, ripetendo ovvietà come l’anticomunismo e l’islamismo di Hamas; non comprende il compito primario della liberazione nazionale, strizza l’occhio alla equiparazione tra il popolo israeliano e il popolo palestinese, avvicinandosi alla fraseologia pseudo-rivoluzionaria di tipo bordighista.
REGIME DEI COLONNELLI E IMPERIALISMO USA
Sulla base del suo impianto ideologico deformato, in cui non ci sono differenze sostanziali nella natura dei diversi paesi e in cui la contraddizione fra imperialismo e popoli dei paesi dipendenti, coloniali e semicoloniali del mondo, è trascurata, il KKE è giunto a definire la dittatura dei Colonnelli (1967-1974) come non fascista, ma semplicemente un’altra forma (non terroristica aperta) della dittatura della borghesia. Inoltre, abbellendo l’imperialismo, viene negato il coinvolgimento dell’imperialismo statunitense nella dittatura fascista, sostenendo che si trattasse di un governo nazionale indipendente, e cancellando così la realtà della grande lotta popolare greca contro la dittatura dei Colonnelli avvenuta sotto le parole d’ordine di fuori la NATO e fuori gli USA.
“Il colpo di stato non è stato portato avanti da qualche meccanismo repressivo straniero, come spesso è avvenuto, ad es. nei paesi dell’America Latina, dell’Asia, con l’intervento diretto degli USA o di altri stati capitalisti. Gli USA – La NATO non hanno avuto una crisi nei rapporti con la Grecia tanto da aver bisogno di un governo fantoccio ” (Rizospastis, 27-28/1/24). (20)
Eleni Bellou (Membro del CC del KKE) ammette nel suo discorso che i golpisti avevano legami con la CIA, con politici e funzionari statunitensi, ma chiarisce: “Questa è una cosa, ma quale centro organizza cosa e per quale scopo, nazionale o estero, è un’altra”. Ciò non significa che esercitino il potere per conto di questi centri stranieri (…) “È importante rendersi conto che i governi greci, sia parlamentari che golpisti, non erano subordinati agli Stati Uniti…” (Rizospastis, 27-28 /1/24). (21)
Il KKE vorrebbe addirittura smentire la confessione di Clinton che in visita in Grecia dovette dire: “gli Stati Uniti hanno permesso che i loro interessi geopolitici nel mezzo della Guerra Fredda dominassero i loro interessi – o meglio i loro obblighi – che sarebbero la difesa della Repubblica”(22)
La giustificazione della natura “non fascista” della dittatura dei Colonnelli poi è totalmente assurda e scollegata da qualsiasi criterio di classe e dalla definizione marxista-leninista del fascismo:
” La giunta non era basata su nessun partito di tipo nazista/fascista, i suoi dirigenti non erano politici che sfruttavano la loro ascesa attraverso il parlamento borghese, non avevano un’organizzazione politica, giovani, ecc. ” (Rizospastis, 27-28 /1/24). (23)
Che dire di Dimitrov che affermava: “Lo sviluppo del fascismo e la dittatura fascista stessa assumono forme diverse nei diversi paesi, a seconda delle condizioni storiche, sociali e politiche, nonchè delle particolarità nazionali e della posizione internazionale dei singoli paesi” ? (24)
Il dogmatismo adialettico del KKE non contempla questa possibilità, e si attacca a differenze di forma come l’assenza di una base giovanile, la mancata ascesa attraverso il parlamento borghese, la presenza di un partito/nazista fascista ecc tra la dittatura dei colonnelli e la Germania hitleriana o l’Italia fascista (tratti comuni a numerose altre tragiche esperienze di golpe in Sudamerica o in Asia), nascondendo la sostanza del fenomeno, ovvero “ la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”.
Bellou il 16 novembre 2024 con un nuovo discorso ha aggiunto:
“E come abbiamo già rivelato, per il 1967 il colpo di stato militare e politico era stato scelto da tutti i settori della borghesia in Grecia. Soprattutto, fu orchestrata con il consenso degli armatori, degli industriali, dei banchieri “.
“Alcuni nelle vostre scuole stanno cercando di dire che ‘il KKE concede l’assoluzione’ agli USA e al Regno Unito, a Vasilios e alla NATO sul colpo di stato della giunta. No, il KKE sottolinea il ruolo della borghesia nazionale negli sviluppi politici. Armatori, industriali, banchieri, editori non erano “pedine” di qualche esercito straniero e di servizi segreti, ma sceglievano alleanze straniere per i propri interessi capitalistici.”(25)
Il KKE attribuisce dunque la responsabilità dell’instaurazione del regime fascista esclusivamente alla borghesia greca, scagionando nei fatti completamente l’imperialismo USA e i suoi monopoli che tenevano le redini della borghesia nazionale greca e intervenivano direttamente nella situazione del paese più meridionale della regione balcanica.
Il compagno Zachariadis osservava al riguardo:
“Nel momento in cui la dittatura era stata imposta, Grozos-Zografos a Karlovy Vary affermano che in Grecia si sta tentando di instaurare una dittatura militare fascista. Il comunicato del PG e del CE del KKE del 27 aprile parla di «completamento della tirannia fascista» e afferma che «con i metodi più subdoli è stato realizzato un rovesciamento fascista». La «Voce della Verità» continua a gridare «il fascismo non passerà» e così blocca e paralizza la mobilitazione e la lotta contro la dittatura fascista. L’articolo di Zografos su «Pravda» del 17 maggio 1967, assolutamente banale, pseudo-intellettuale, non fornisce alcuna linea guida, è errato. Il comunicato del PG del 27 aprile, come tutte le altre apparizioni pubbliche della cricca, dimostra che il colpo di Stato l’ha colta alla sprovvista, l’ha colta di sorpresa e quindi l’ha confusa, impedendole di dare una valutazione corretta che determinasse una linea giusta.
Così ha lanciato slogan che ostacolano solo la concentrazione e l’azione anticonformista unitaria dal basso e dall’alto. Una linea del genere ha dato un’immagine errata della classificazione delle forze della dittatura, ha esagerato tali forze e ha escluso le possibilità di un ampio fronte unico e di neutralizzazione di forze importanti, che esistono oggettivamente e soggettivamente, spingeva nelle braccia della dittatura fattori e forze che mantenevano nei suoi confronti un atteggiamento di riserva, di attesa, di neutralità. È più chiaro che mai che con una tale leadership il KKE non può essere all’altezza delle circostanze.” (Lettera al MLO del 23 maggio 1967)
L’incapacità di cogliere la natura e i caratteri del fattore esterno e di quello interno dei processi reazionari e fascisti, di inquadrare fenomeni golpisti, eversivi e stragisti, come quelli avvenuti negli anni ’60-’70 dello scorso secolo in Grecia e altrove come aspetti della strategia anticomunista USA, di assumere una corretta posizione politica in grado di mobilitare le masse contro il fascismo, costituisce un grave limite e un grave errore.
IL KKE E L’OCCUPAZIONE DEL POLITECNICO DI ATENE
Le problematicità delle analisi, delle ricostruzioni storiche e delle posizioni politiche del KKE ovviamente non si fermano qui. Negli anni recenti i revisionisti greci hanno cercato di farsi belli parlando di come il KKE abbia guidato la lotta del popolo greco organizzando e dirigendo l’occupazione del Politecnico di Atene, che portò poi alla fine del regime dei Colonnelli in Grecia. Peccato che la realtà sia ben diversa e che nel 1973 il KKE addirittura si oppose alla occupazione del Politecnico, definendo gli studenti dei provocatori e degli agenti della CIA.
Il 15 novembre 2022 l’Ufficio stampa del KKE ha scritto: “Fin dal primo momento della rivolta del Politecnico, il KKE e il KNE (organizzazione giovanile del KKE) hanno preso una posizione chiara, lo hanno salutato e sostenuto. I suoi dirigenti e membri hanno svolto un ruolo di primo piano nell’organizzazione della lotta, lottando per il suo orientamento e contenuto, contro le manovre della giunta, mentre le forze del partito hanno preso l’iniziativa nella questione critica del sostegno attivo e massiccio da parte del movimento operaio .” (26)
Ma ai tempi, su “Panspudasti n. 8″ (organo di pubblicazione dell’”anti-EFEE”, “Unione degli Studenti contro la Dittatura” affiliato alla KNE) che fu pubblicato dopo (gennaio-febbraio 1974), quando i membri del Comitato di coordinamento del Politecnico erano illegali, fu presentato, con una falsificazione della firma del Comitato di Coordinamento, un bando che recitava:
“Denunciamo l’invasione pianificata del Politecnico mercoledì 14 novembre da parte di 350 agenti organizzati del KYP, secondo il piano provocatorio di Roufogalis-Karagiannopoulos, su ordine dell’ex proto-dittatore Papadopoulos, ormai emarginato, e della CIA americana, con l’obiettivo di lanciare con ogni mezzo di teppismo e di provocazione, slogan ridicoli ed anarchici che non si adattano al momento e alle possibilità specifiche…’’(27)
L’Ufficio Stampa del KKE, (martedì 15 novembre 2022), cercando di giustificare l’ingiustificabile, ha affermato sfacciatamente che quanto scritto da Panspudasti n. 8 rispecchiava la realtà e si riferiva all’azione dei provocatori:
“La famigerata denuncia, pubblicata all’interno del documento specifico, è un annuncio del Comitato di occupazione del Politecnico, si riferisce all’azione dei provocatori e al loro tentativo di invadere il Politecnico ed è una risposta all’infame annuncio sul Politecnico dell’omicida ESA.
Non si può contestare il fatto che la giunta abbia cercato di colpire il movimento studentesco anti-dittatura e la rivolta del Politecnico, oltre alla repressione diretta, inviando provocatori-guardie di sicurezza.’’ (28)
Ma la verità viene facilmente a galla. Nella IV riunione plenaria del Comitato Centrale del KKE tenutasi nel luglio 1976 (“SUGLI EVENTI DEL NOVEMBRE 1973”. Relazione e conclusioni”, pubblicata su Komep , rivista diretta dal CC del KKE) infatti si affermava che:
“Il KOA e l’Ufficio del Comitato Centrale della KNE videro inizialmente l’occupazione come una pericolosa complicazione nello sviluppo della lotta contro la giunta. Il loro pensiero era soprattutto quello di prendere misure per l’immediata liberazione degli studenti del Politecnico (…) l’occupazione è stata una sorpresa per la direzione del partito e della KNE (…) non si pensava nemmeno ad una lotta di tale portata (…) L’ufficio del CC della KNE è venuto a conoscenza dei fatti quasi per caso giovedì mattina (…) La sua prima valutazione è stata che i fatti costituiscono, in una certa misura, un’azione irresponsabile al di fuori della linea dell’organizzazione.”(29)
A che pro nascondere la verità dei fatti storici? A che pro attribuirsi meriti non propri con autocritiche parziali?
SETTARISMO, ESTREMISMO MASSIMALISTA
Il KKE parla di “ricostruire il movimento operaio e rafforzare l’unità di classe attraverso l’orientamento di classe” e dei suoi tentativi di costruire un’alleanza ‘’del pubblico; delle classi lavoratrici e degli agricoltori indigenti, dei piccoli imprenditori, delle donne e dei giovani delle famiglie che appartengono a diversi strati pubblici”.
Sostiene che “Nelle condizioni attuali questa alleanza si esprime nelle lotte unificate e nelle azioni coordinate del PAME tra la classe lavoratrice, del PASY tra gli agricoltori, del PASEVE tra i lavoratori autonomi e gli imprenditori urbani, del MAS tra i giovani universitari e dell’OGE tra le donne.” (30)
Potrebbe sembrare quindi che in Grecia sia stata creata una vera alleanza popolare, ma una situazione del genere non è mai esistita in realtà.
Viene sostenuto infatti che “l’alleanza popolare sociale ha una direzione anticapitalista e antimonopolistica ” soltanto perché PAME, PASY, PASEVE, MAS e OGE sono “unità combattenti “che seguono la linea dello stesso KKE. Non esiste quindi alcuna “alleanza popolare sociale”, ma al contrario esiste un’unità organizzativa tra organizzazioni sindacali, giovanili, femminili e contadine “cinghie di trasmissione” del KKE e/o di quelle che seguono la sua linea.
Il KKE è incapace di valutare la rivoluzione come un processo dialettico, con relative alleanze di classe e differenze qualitative a seconda del contesto particolare di ciascun paese; questo limite in un paese dipendente come la Grecia risulta particolarmente grave e va a vantaggio del capitalismo monopolistico imperialista.
Dichiarando le confederazioni a cui sono affiliati i sindacati dei lavoratori e dei lavoratori come “compromesse” e “collaborazioniste” in blocco, senza distinguere fra la loro base e le direzioni capitolarde, e senza cogliere possibili dialettiche interne, il KKE ha formato il PAME, che funziona come un coordinamento sindacale nazionale separato.
Questo atteggiamento ha contribuito a dividere il movimento operaio e sindacale. Il PAME, in nome di una presunta purezza di classe, proclamandosi avanguardia sindacale, nel corso degli anni ha perpetrato in numerose occasioni una pratica di frazionamento e di disgregazione delle lotte operaie e di massa, svolgendo così un ruolo negativo nelle lotte, cercando di incanalarle verso il sostegno elettorale al KKE in ciascuna scadenza, non lavorando per l’alleanza di classe della classe operaia e dei movimenti popolari sotto la direzione politica del partito comunista, ma indebolendo e sabotando tutto ciò che non fosse espressione del KKE, alienandosi così da tutte le altre forze progressiste e dei lavoratori.
“Il carattere della rivoluzione è socialista” dice il KKE e sulla base di ciò, partiti, movimenti, sindacati, organizzazioni di massa che non seguono la linea del KKE sono automaticamente riformisti e/o borghesi. Le alleanze stabilite devono essere a suo dire “anticapitaliste e antimonopolistiche”, e quindi, non dovrebbero avvenire con altre realtà, ma al contrario “l’alleanza popolare sociale” sarà costruita con la conquista dei lavoratori alle “attività di massa d’avanguardia” che sono sotto il controllo esclusivo del KKE.
Tale visione pecca evidentemente di ristrettezza dottrinaria e settaria nell’impostazione e nella soluzione dei compiti politici del partito comunista, che vengono concepiti sulla base di stereotipi e schemi semplificati, avulsi dal movimento reale della classe e delle masse.
L’EUROPEISMO E L’ELETTORALISMO
A seguito delle scorse elezioni europee, il KKE ha festeggiato il suo “grande avanzamento” dopo aver raggiunto quasi il 10% di voti. (31) Nelle analisi post elettorali dei dirigenti di questo partito non c’è stato spazio per evidenziare come fosse un dato falsato da un’affluenza del 40% che corrispondeva a un maggior allontanamento delle masse popolari dalla politica borghese e che il KKE avesse preso meno voti rispetto al 2023 (367.796 contro 426.628, suffragi largamente inferiori ai 536.072 del 2012 o ai 734,552 del 1989). (32)
Chiaramente i voti alle elezioni borghesi non sono un parametro realmente indicativo della condotta di un partito marxista-leninista, ma il fatto che il KKE dopo le elezioni festeggi l’arretramento dei suoi consensi fra le masse, la dice lunga a riguardo di una perniciosa tendenza elettoralista.
Andando a valutare più nel dettaglio i contenuti espressi per quanto riguarda l’ultima campagna elettorale, si ripresenta una grave tara del KKE, quella dell’europeismo di matrice socialdemocratica o trotskista.
Nella già citata intervista del segretario del KKE D. Koutsoubas con Takis Hatzis (13/05/2024), si trovano spunti indicativi. Vediamone un estratto:
“Hatzis: Vorresti che lasciassimo l’Europa?
Koutsoubas: “Quello che vogliamo non è questa Unione Europea. Vogliamo l’Europa dei popoli, l’Europa dei lavoratori. Come sarà fatto? Cambiando i rapporti di forza. Ad esempio, in Grecia il KKE dovrebbe salire molto in alto e ci dovrebbe essere un governo basato sul piano e sul programma del KKE, su come realizzare pari relazioni commerciali, politiche, economiche o di altro tipo con gli Stati membri dell’UE e con il mondo intero, la situazione in Francia, ad esempio, deve cambiare….
T.Hatzis: Ma tu vuoi l’Unione Europea?
D.Koutsoubas: “L’unione dell’Europa che vogliamo deve essere un’Europa di popoli che non parteciperanno alle guerre imperialiste […]”.
T.Hatzis: Quindi tu vuoi l’Europa.
D.Koutsoubas: “Sarà un’Europa in cui l’operaio deciderà nella sua fabbrica e sarà padrone della produzione, ci sarà un piano centrale organizzato per risolvere i problemi sociali, questa è l’Europa che vogliamo e questo è nel programma del KKE e noi lo raccomandiamo chiaramente […]”.(33)
Risulta evidente come le concezioni del segretario del KKE siano impregnate di elettoralismo e di illusioni sulla “Europa dei popoli”. Simili concezioni portano al ripudio della via rivoluzionaria, e rifiutano la costruzione del socialismo in un solo paese, oltre alla lotta di liberazione nazionale del popolo greco contro l’imperialismo UE che ha massacrato la popolazione ellenica con politiche di austerità.
Si fanno tanti bei proclami su una “Europa dei popoli”, “antimperialista”, ecc., ma non si dice nulla sul fatto che l’UE dei monopoli sia irriformabile, tentando di girare intorno a questo punto fondamentale. Si sostiene che la soluzione ai problemi della Grecia capitalista e della UE sia “portare in alto il KKE‘’ alle elezioni.
Il segretario del KKE rifiuta fermamente di parlare di uscita della Grecia dalla UE, peggiorando ulteriormente la posizione del KKE che negli anni passati parlava di “disimpegno dalla UE”invece che “uscita dalla UE”. E si dimostra ottimo erede di Aleka Papariga che sosteneva che:
“Una soluzione fuori dall’euro e un ritorno alla dracma nelle attuali circostanze sarebbero catastrofici”(“Rizospastis”, 31/5/2011, pag. 6).(34)
Occorre sottolineare come sia vero che una uscita reazionaria dalla UE potrebbe comportare spirali inflazionistiche e altri problemi che sarebbero scaricati interamente sul proletariato; ma al tempo stesso l’uscita rivoluzionaria, democratica e popolare, dalla UE è una parola d’ordine da sostenere decisamente per quanto riguarda la lotta in Grecia e per l’avanzamento di un processo rivoluzionario socialista.
ANCORA STORTURE, AMBIGUITÀ E CONFUSIONI
Le gravi problematicità che si sono evidenziate riguardo le concezioni e la linea del KKE, le sue posizioni ambigue, le pesanti incrostazioni revisioniste mai dissolte, dipendono dalla storia di questo partito e dalla natura composita e disomogenea dei membri del KKE, all’interno del quale è presente una minoranza di militanti che si rifanno al marxismo-leninismo, assieme a correnti di carattere revisionista, socialdemocratico e trotskista, che ben si legano ad analisi e concezioni come l’”Europa dei popoli” e la “Piramide Imperialista”, che negano implicitamente la vittoria della rivoluzione e l’instaurazione del potere proletario in un solo paese.
Un esempio eclatante di ambiguità ed estraneità al marxismo-leninismo sono anche le recenti dichiarazioni di Aleka Papariga, ex segretaria del KKE, sulla guerra in Ucraina, definita come guerra di liberazione contro l’invasore esterno, in barba alla posizione dello stesso KKE sulla guerra, nonostante sia tuttora membro del CC del suo partito. (35)
CONCLUSIONI
Il mancato superamento della impronta revisionista che il KKE si porta dietro fin dal 1955, non ha permesso a questo partito l’adozione di posizioni rivoluzionarie in linea col socialismo proletario; le sue tesi ed analisi sono state costantemente condizionate nel tempo da questo fattore, venendone influenzate in negativo.
Come abbiamo visto, il KKE odierno è nato e si è rafforzato sotto l’egida di Kruscev e di Breznev, non rinnegando mai completamente la sua origine, ma integrando progressivamente elementi di trotskismo e socialdemocrazia nelle sue posizioni, e rivendicando il marxismo-leninismo e ad alcune sue figure soltanto in maniera simbolica e strumentale.
Non deve meravigliare che oggi il KKE prenda le distanze del XX Congresso del PCUS, da cui sostanzialmente è nato. Nessun partito revisionista al mondo e nessuna corrente ideologica esistente difende oggi il krusciovismo.
Ma da ciò non ne consegue che i partiti che hanno aderito per decenni alle pozioni del revisionismo sovietico abbiano compiuto una seria e ampia autocritica, un dibattito approfondito sull’origine dei problemi.
Al contrario, una serie di partiti revisionisti ha rivolte al proprio passato critiche formali, superficiali, non essenziali, e di fatto hanno mantenuto e difeso la propria linea revisionista.
Nessun partito revisionista ha svolto una profonda critica agli avvenimenti successivi al XX Congresso, alle devastazioni causate dal moderno revisionismo, che sono state di entità assai maggiore di quelle causate dai rinnegati della Seconda internazionale. Al più questi partiti hanno cercato di liberarsi di alcuni ostacoli e condizionamenti per proseguire nella loro attività.
Il KKE che oggi noi conosciamo, seppure ha subito una grave crisi ed evitato la sua trasformazione in partito apertamente socialdemocratico nei primi anni ’90, non ha però ancora fatto i conti sino in fondo con gli errori, le omissioni, le deviazioni opportuniste, che hanno fatto schierare per decenni il partito a fianco di Krusciov, Breznev e Gorbaciov i quali portavano al rovesciamento del socialismo in Unione Sovietica e negli altri paesi socialisti; così come non si è ancora separato dai partiti apertamente revisionisti e di tipo socialdemocratico.
A livello teorico sono numerose le tare di questo partito: il KKE revisiona la analisi leninista dell’imperialismo, della liberazione nazionale, della definizione di fascismo, della rivoluzione, del socialismo scientifico e della storia dei paesi socialisti.
Ciò non significa che il KKE in taluni frangenti della lotta di classe non giochi un ruolo positivo, oggettivamente antagonista all’oligarchia del capitale finanziario internazionale ed alla borghesia greca. Non significa che in certi momenti ed occasioni il KKE non possa sviluppare o partecipare ad iniziative che vanno appoggiate.
Ma finché il KKE non si libererà completamente delle proprie scorie revisioniste, finché non si “ricomporrà” col proprio passato e col proprio presente, finché non sarà conseguente e coerente nella teoria e nella pratica, non potrà rappresentare gli interessi generali e storici del proletariato, né potrà essere un partito d’avanguardia del movimento comunista internazionale.
Sulla base di queste considerazioni risulta un grave errore ispirarsi alle tesi e alle posizioni del KKE per ricostruire il partito comunista in Italia.
Occorre invece avanzare nel combattere con fermezza queste concezioni, lavorare senza soste per unificare le forze comuniste e rivoluzionarie sulla base dei principi marxisti-leninisti.
Il proletariato ha bisogno più che mai dell’unità dei sinceri comunisti, ha bisogno di un partito politico indipendente dalla borghesia, non dell’unità tra i comunisti e i nemici del socialismo, i revisionisti e gli opportunisti.
Il processo di unità dei comunisti è inseparabile dai suoi fondamenti ideologici, politici, programmatici e organizzativi. Esso è strettamente connesso alla lotta contro le deviazioni, le degenerazioni, le deformazioni del marxismo-leninismo, che sono altrettante manifestazioni dell’influenza borghese e piccolo-borghese sul proletariato e che in ogni momento possono aprirsi una strada.
L’unità dei comunisti si presenta come l’obiettivo e l’oggetto di una lotta accanita fra l’ideologia proletaria e tutte le altre tendenze non-proletarie.
Bisogna lottare contro la negazione e le caricature del leninismo, contro la sua riduzione a qualche citazione o riferimento senza legame con l’insieme della teoria, della strategia e la tattica del movimento di emancipazione del proletariato.
Il movimento comunista internazionale fatica a ritrovare la sua unità rivoluzionaria. La pesante eredità del revisionismo che ha portato alla sconfitta le prime esperienze del socialismo proletario grava ancora sul nostro movimento, mentre vecchie e nuove deviazioni opportuniste e socialdemocratiche si affacciano e si acutizzano in questo periodo contrassegnato dalla guerra imperialista che si combatte in Ucraina.
La ripresa del nostro movimento non può avvenire che a seguito di una serrata lotta teorica, ideologica e politica contro tutte queste deformazioni e deviazioni, basata sulla difesa dei principi marxisti-leninisti applicati alla realtà concreta.
I comunisti che lottano per dare alla classe operaia il proprio partito indipendente e rivoluzionario, per rafforzare la cooperazione internazionale dei partiti e delle organizzazioni comuniste su salde basi marxiste-leniniste, non possono sottrarsi al compito di raggiungere la più completa chiarezza sulla questione dell’imperialismo e su quella strettamente collegata dell’opportunismo, così come e su numerose altre questioni su cui, come abbiamo visto il KKE non ha tesi e posizioni corrette.
Allo stesso tempo dobbiamo criticare e demolire tutti i luoghi comuni che nel nostro paese vengono spesso ripetuti acriticamente, così come gli innesti di corpi estranei al marxismo-leninismo, il confusionismo e l’eclettismo che si manifestano a causa di carenze di formazione ideologica e della mancata assimilazione della dialettica materialista.
In quanto comunisti (marxisti-leninisti) non ci sottraiamo al confronto e all’azione comune per sostenere la causa della classe operaia e dei popoli oppressi, ma sviluppiamo ciò come aspetto della lotta ideologica e politica da cui dipende l’avanzamento della battaglia per il partito comunista del proletariato.
Spinti dall’esigenza di orientare i nostri sforzi verso questo compito storico, invitiamo allo studio delle questioni teoriche e storiche, alla loro applicazione alla realtà attuale, a dare spazio al dibattito aperto affinché si formino delle idee precise su tutti i problemi fondamentali e si affermi una pratica corrispondente, ponendo così la causa dell’unificazione di tutti i comunisti (marxisti-leninisti) su una base più solida, liberandoci da tutti i pregiudizi e le deviazioni revisioniste.
Novembre 2025 (pubblicato sulla rivista “Teoria e Prassi” n. 34 (gennaio 2026).
NOTE
1. “Tashkent, settembre 1955: l’inizio della lotta di tutti i comunisti del mondo contro il revisionismo kruscioviano”, Organizzazione per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia, Teoria e prassi, n. 25, pag. 28. https://piattaformacomunista.com/TP25.pdf
2. I revisionisti del “K”KE, Organizzazione per la Ricostruzione del Partito Comunista di Grecia 1918-1955 (Anasintaxi). https://anasintaxi-en.blogspot.com/2010/12/revisionists-of-kke.html
3. Dichiarazione del CC nel centenario del KKE.
https://inter.kke.gr/en/articles/DECLARATION-OF-THE-CENTRAL-COMMITTEE-ON-THE-100TH-ANNIVERSARY-OF-THE
4. La lotta dei comunisti greci contro il revisionismo, Organizzazione per la ricostruzione del Partito Comunista di Grecia 1918-1955 (Anasintaxi). https://www.revolutionarydemocracy.org/rdv14n2/greek.htm
5. Evento in onore di Nikos Zachariadis a Surgut, Russia. https://inter.kke.gr/en/articles/Event-honoring-Nikos-Zachariadis-in-Surgut-Russia/
6. “Il ruolo guida della grande industria socialista nella collettivizzazione si esercita attraverso le stazioni di macchine e trattori (M.T.S.). Si tratta di imprese statali socialiste in agricoltura, che forniscono trattori, mietitrebbie e altre macchine agricole complesse e forniscono assistenza alle fattorie collettive su base contrattuale. Le M.T.S. costituiscono la base industriale dell’agricoltura collettiva su larga scala. Le M.T.S. garantiscono la corretta combinazione tra lo sforzo volontario delle masse colcosiane nella costruzione e nello sviluppo delle loro fattorie colcosiane e la guida e l’assistenza dello Stato socialista.” Economia Politica, Manuale pubblicato dall’Istituto di Economia dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, pag. 348. https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/PoliticalEconomy.pdf
7. La cricca revisionista sovietica si muove a passo spedito verso la restaurazione del capitalismo, Casa editrice “Naim Frasheri”, 1967.
https://www.marxists.org/history/erol/albania/reestablish-capitalism.pdf; Veniamin Toçi e Kiço Kapetani, La classe operaia sovietica – Privata dei mezzi di produzione, Albania Today, 1973, 4 https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/sovwc.htm
8. XVIII Congresso, Risoluzione sul socialismo, Valutazioni e conclusioni sulla costruzione socialista nel XX secolo, con particolare attenzione all’URSS. La percezione del KKE sul socialismo. https://inter.kke.gr/en/articles/18th-Congress-Resolution-on-Socialism
9. 100 anni dell’Internazionale Comunista, dichiarazione del CC del KKE. https://inter.kke.gr/en/articles/100-YEARS-OF-THE-COMMUNIST-INTERNATIONAL/
10. Il Programma dell’Internazionale Comunista, Sesto Congresso del Comintern, 1929. https://www.marxists.org/history/international/comintern/6th-congress/ch02.htm
11. Sullo scioglimento del Comintern suggeriamo la lettura di questo documento: https://piattaformacomunista.com/SCIOGLIMENTO_COMINTERN.pdf
12. Aleka Papariga, Sull’imperialismo – La piramide imperialista, articolo per la rivista teorica e politica del PC del Messico “El Machete”.
https://inter.kke.gr/en/articles/Sull-imperialismo-La-piramide-imperialista/
13.’ La fondazione, l’azione e lo scioglimento dell’Internazionale Comunista attraverso il prisma dei compiti attuali del movimento comunista internazionale’, Sezione Relazioni Internazionali del CC del KKE.
https://inter.kke.gr/it/articles/L-azione-fondatrice-e-la-dissoluzione-dell-Internazionale-Comunista-attraverso-il-prisma-dei-compiti-attuali-del-movimento-comunista-internazionale
14. Critica dello schema della “piramide imperialista”, Organizzazione del Partito Comunista del Proletariato d’Italia.
https://piattaformacomunista.com/wp-content/uploads/2023/11/Criticism-imperialist-pyramid-scheme-ENG.pdf; Dalla multipolarità alla piramide: confusione infinita nel dibattito sull’imperialismo, Partito del Lavoro (EMEP). https://cipoml.net/it/unity-and-struggle-no47/#134
15. Alcune domande sull’unità del movimento comunista internazionale, Sezione Relazioni Internazionali del CC del KKE.
https://inter.kke.gr/en/articles/Some-questions-on-the-unity-of-the-international-communist-movement/
16. Soluzioni diverse dal potere popolare avvantaggiano il capitale, Evrensel 11/6/2012. http://www.evrensel.net/haber/30719/halk-iktidari-disindaki-cozumler-sermayeye-yarar
17. Engels a Filippo Turati a Milano, Londra, 26 gennaio 1894, Corrispondenza Marx-Engels 1894. https://www.marxists.org/archive/marx/works/1894/letters/94_01_26.htm
18. Il riformismo sociale moderno e il KKE. https://emep.org/en/modern-social-reformism-and-the-kke
19. Intervista di Dimitris Koutsoumbas all’emittente televisiva One e al giornalista Takis Hatzis. https://www.kke.gr/article/Synenteyksi-toy-Dimitri-Koytsoympa-ston-tileoptiko-stathmo-One-kai-ton-dimosiografo-Taki-Xatzi-13-5/
20. Evento presso la sede Attica del KKE per la presentazione del volume C2 del saggio storico (1967-1974). Rizospastis, 27-28/1/24. https://www.rizospastis.gr/story.do?id=12401090
21. Ibid
22. ‘In questo giorno, 20 novembre 1999: il presidente Bill Clinton riconosce il ruolo degli Stati Uniti nella dittatura greca.
https://pappaspost.com/on-this-day-november-20-1999-bill-clinton-acknowledges-us-role-greek-dictatorship/
23. Presentazione di Eleni Bellou del secondo volume della storia del KKE.
https://www.902.gr/eidisi/politiki/349378/paroysiastike-o-g2-tomos-toy-dokimioy-istorias-toy-kke-apo-tin-el-mpelloy
24. Georgi Dimitrov, L’offensiva fascista e i compiti dell’Internazionale comunista, Lawrence e Wishart, Londra, 1938, pag. 3. https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/dimitrov.pdf
25. https://www.902.gr/eidisi/politiki/379471/el-mpelloy-ta-paidia-toy-laoy-mporoyn-ohi-mono-na-oramatistoyn-alla-kai-nEleni Bellou: I figli del popolo possono non solo immaginare, ma anche spianare la strada al rovesciamento del potere capitalista.
26. Scrittori.. da un soldo, Rizospastis, 15/11/22. : https://www.rizospastis.gr/story.do?id=11899788
27. Il numero 8 di Panspudastiki è disponibile qui: https://www.vrahokipos.net/old/history/gr/polytexneio/panspoudastiki.htm
28. Provocazioni classiche, Rizospastis, 17/11/2018.
https://www.rizospastis.gr/story.do?id=10091090
29. Rapporti e conclusioni sugli eventi del novembre 1973, approvati dalla 4a sessione plenaria del CC del KKE, luglio 1976, pag. 15.
https://www.antapocrisis.gr/wp-content/uploads/2022/11/%CE%95%CE%9A%CE%98%CE%95%CE%A3%CE%97-%CE%9A%CE%91%CE%99-%CE%A3%CE%A5%CE%9C%CE%A0%CE%95%CE%A1%CE%91%CE%A
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30. Alcune domande sull’unità del movimento comunista internazionale, Sezione Relazioni Internazionali del CC del KKE.
https://inter.kke.gr/en/articles/Some-questions-on-the-unity-of-the-international-communist-movement/
31. Il KKE è uscito rafforzato dalle elezioni, dove batte il cuore del popolo e delle sue lotte. https://inter.kke.gr/en/articles/The-KKE-emerged-stronger-from-the-elections-where-the-heart-of-the-people-and-their-struggles-beats/
32. https://en.wikipedia.org/wiki/Communist_Party_of_Greece#Election_results
33. Intervista di Dimitris Koutsoumbas all’emittente televisiva One e al giornalista Takis Hatzis
https://www.kke.gr/article/Synenteyksi-toy-Dimitri-Koytsoympa-ston-tileoptiko-stathmo-One-kai-ton-dimosiografo-Taki-Xatzi-13-5/
NB: le espressioni ” Θέλετε Ευρωπαϊκή Ένωση όμως” e ” Άρα τη θέλετε την Ευρώπη.” (“Ma tu vuoi l’Unione Europea?” e ” allora vuoi l’Europa “) non sono riportate nella trascrizione della intervista, ma sono pronunciate da T. Hatzis al minuto 13:53.
34. La lotta politica è necessaria affinché il popolo possa imporre giorni migliori, Rizospastis, 31/5/2011. https://www.rizospastis.gr/story.do?id=6273579
35. https://youtu.be/Ny8sYAvoOQU?si=4FzydQdfSwJbnEyZ
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