Attaccare il governo che inizia ad arrancare
Con l’uscita di scena di Berlusconi e l’avvio della disputa per la spartizione della sua eredità neoliberista e populista, il quadro politico diviene ancora più fosco, mentre la situazione economica volge al peggio.
In sintonia con l’aumento del dispotismo padronale nei luoghi di lavoro, il governo Meloni va avanti battendo il record di decreti legge: oltre quattro al mese.
Se da un lato ciò rafforza una tendenza reazionaria in atto da tempo, dall’altro riflette le difficoltà in cui il governo di estrema destra comincia a dibattersi, sia sul fronte interno, sia nelle relazioni internazionali.
Meloni cerca di mascherare la situazione in cui si trova sfruttando un apparato propagandistico notevole messo a disposizione dalla grande borghesia, mentre l’opposizione parlamentare di pura facciata cerca di impedire e rallentare la risposta di classe.
I fatti hanno però la testa dura. Lo striminzito 1,2% di previsione di crescita economica, è stato sbandierato come “grande affermazione” e “indice di solidità dell’economia”, frutto della “giusta conduzione economica”, ecc.
Ma la previsione di questa misera crescita è già smentita dal forte calo della produzione industriale di aprile e dimostra una tendenza verso la recessione che avanza nella UE.
Questo scenario tutt’altro che roseo avviene nel contesto di una temporanea politica keynesiana pro-monopoli adottata a livello europeo (il “Next Generation EU”) di cui il principale beneficiario è proprio il grande capitale italiano, attraverso il PNRR.
Ebbene, nemmeno con questa notevole quantità di risorse (oltre 200 miliardi) l’imperialismo italiano riesce a sollevarsi dalla prolungata stagnazione seguita alla grande crisi economica del 2008.
A marzo 2023 solo il 12% dei fondi del piano era stato speso (0,5% per la sanità!). Le ragioni di un fallimento che verrà scaricato sulle spalle dei lavoratori non risiedono tanto nell’inefficienza dell’apparato burocratico o in problemi tecnici, quanto nei tentativi governativi di forzare la destinazione dei fondi dove più ha interesse politico e nella lotta sotterranea fra settori borghesi per spartirsi il bottino.
Una contesa accentuata dalle conseguenze degli sconquassi finanziari internazionali occultati dietro il concetto di “programmazione flessibile”.
Il governo prende tempo, chiede altri fondi e la revisione del piano, ma la UE dei monopoli non sta a guardare.
È preoccupata di impieghi a scarsa efficienza e per scopi diversi dal rafforzamento del potenziale industriale e militare. Perciò con una mano minaccia di non erogare le rate rimanenti, mentre con l’altra prevede l’utilizzo per gli stati membri di parte dei fondi per la produzione di armi da inviare in Ucraina.
Altro fronte di attrito con la UE, oltre a quello sui migranti, è la ratifica del MES, il fondo salva-stati. Meloni la blocca in vista delle elezioni europee del 2024, ma Bruxelles preme, ben sapendo, al di là della retorica infarcita di fasulle rassicurazioni, della critica situazione sul fronte del sistema bancario internazionale e del debito pubblico, di cui proprio l’Italia ha il primato negativo in Europa.
Il barcamenarsi del governo nelle contingenze, le sue oscillazioni, il suo affanno, suscitano la “fretta” di quella parte della borghesia raggruppata nella Confindustria.
Il padronato “organizzato” fa della concretezza un suo punto di forza e mal sopporta l’assenza di una politica antioperaia ancora più dura e rapida. Bonomi ha recentemente espresso con forza i suoi “desiderata” sulla realizzazione di tre riforme promesse: giustizia, fisco e lavoro.
Con la riforma liberista della giustizia la borghesia punta a una rapida soluzione dei contenziosi che i capitalisti nell’azione di mercato e nelle relazioni industriali si trovano ad affrontare, abolendo intercettazioni, sanzioni penali e carcere per padroni e ricchi, mettendo il bavaglio ai giornalisti: siamo alla glorificazione di San Berlusconi.
Sul fisco lorsignori, non soddisfatti della porcata della flat-tax, vogliono un sistema fiscale che sposti il carico tributario “dai fattori produttivi alle rendite e ai consumi”. Non ci vuole molto a capire che si preparano sgravi ed esenzioni per le imprese capitalistiche, che un più pesante fardello di tasse opprimerà il proletariato, strati di ceto impiegatizio e piccola borghesia, mentre lo “stato sociale” sarà ridotto ai minimi termini.
Sulla riforma del lavoro “a 360 gradi” i padroni pensano che sia arrivata, col governo di estrema destra, l’occasione storica per dare l’ultima spallata alle residue tutele dei lavoratori. Mirano all’abolizione dello Statuto dei Lavoratori da sostituire con uno “Statuto dei lavori” e chiedono perciò che il governo faccia il lavoro sporco. Non apertamente, perché Bonomi gioca anche sul tavolo con i capi di Cgil, Cisl e Uil concedendo l’aumento di salario nelle imprese sulla base dell’aumento della “produttività”, ossia dello sfruttamento e della precarietà.
Se Confindustria incalza, Bankitalia rappresenta per Meloni una spina nel fianco. Essa non fa mistero di criticare la mancanza di coperture della riforma fiscale e i ritmi con cui dagli USA si chiede il decoupling, ossia il ridimensionamento della globalizzazione, dando impulso al protezionismo e alla frattura del mercato mondiale per fronteggiare l’avanzata della Cina.
Una politica che “sacrifica” molte imprese che proprio sul mercato cinese avevano incentrato il proprio business.
Il governo di estrema destra vuole al contrario primeggiare in Europa nell’isteria anticinese e antirussa, se non altro per la necessità demagogica di giustificare gli ingenti impegni militari.
Come si può capire, su parecchi fronti economici e politici (salario, appalti, precarietà, fisco, pensioni, affitti, libertà democratiche……) il proletariato è chiamato a pagare le conseguenze delle difficoltà e dei conflitti che la borghesia e il suo attuale governo cercano di mascherare, arrancando sempre più.
Il fronte unico proletario deve costituirsi e rispondere colpo su colpo, trascinando nella lotta settori ad esso vicini chiamati anch’essi a pagare la crisi e la guerra del capitale.
Una lotta per ora difensiva. Ma nel momento in cui le masse operaie e popolari si rimetteranno in moto, a causa della mancanza di margini riformisti il loro movimento non potrà che assumere un carattere di rottura aperta con il giogo del capitale.
Spetta ai comunisti e agli operai avanzati mettersi alla testa di questo processo, organizzandosi in Partito rivoluzionario del proletariato.
Da Scintilla n. 135, giugno 2023
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