Avanzare sulla linea del fronte unico di classe
La classe operaia è sottoposta ad un duplice attacco: da una parte il governo, dall’altra il padronato. La recente ondata inflattiva, non ancora terminata, ha dato un forte colpo ai salari la cui dinamica è la più bassa in Europa, riducendone il potere d’acquisto, sia diretto, che indiretto attraverso il taglio dei servizi pubblici, a partire dalla sanità, e attraverso l’attacco alle pensioni.
Contro la politica antioperaia del governo Meloni, fatta non solo di tagli ed elemosine, ma anche di compiacenza sui licenziamenti, di repressione delle lotte con attacchi ai picchetti, precettazioni, denunce, particolarmente acuta nei settori della logistica e dei trasporti, i capi di CGIL e UIL hanno chiamato ad una mobilitazione parziale con scioperi e manifestazioni territoriali che, tenendo conto dell’assenza della CISL, hanno avuto una buona partecipazione, segno di una disponibilità a continuare nella mobilitazione fino allo sciopero generale.
I vertici sindacali da un lato hanno frenato la mobilitazione indirizzandola su obiettivi spuntati, come il cambiamento della manovra finanziaria, dall’altro hanno dato una disponibilità verbale a proseguire, senza far seguire alle parole i fatti.
Abbiamo scritto e ribadiamo che essi temono lo sviluppo della lotta di classe, che essa travalichi l’aspetto economico per andare su obiettivi politici di classe. Uno di questi obiettivi, chiaro per tutti e mobilitante, ossia la cacciata del governo di estrema destra, ferocemente antioperaio, avrebbe potuto imporsi.
Sul versante padronale l’attacco è diversificato, a seconda delle categorie, dei comparti produttivi, dei territori, del grado di sindacalizzazione. Si va dai licenziamenti e la chiusura o cessione delle aziende in crisi e non, alla compressione dei diritti.
L’ondata di licenziamenti è in atto da tempo, nelle fabbriche più grandi preceduta dalla c.i.g., in molti casi giunta a scadenza. I posti a rischio sono decine di migliaia. Recentemente si sono aggiunti i licenziamenti Alitalia, mentre se ne prospettano migliaia per Electrolux e Ilva. In qualche caso sono stati scongiurati con la mobilitazione, come alla Whirlpool di Napoli, alla Speedline e, in misura parziale alla Safilo nel Nordest. Anche alla GKN sono momentaneamente rientrati. Alla Marelli, alla Lear, alla Te Connectivity, dove ci sono significative mobilitazioni la situazione è incerta.
Sul piano dei diritti i padroni hanno fiutato il clima politico favorevole alla loro soppressione, su un terreno già preparato con il Jobs Act. Bassi salari, orari disumani, ritmi insostenibili, disconoscimento dei diritti sindacali, attacco al diritto di sciopero, scarsa attenzione alla sicurezza, sospensioni e licenziamenti per chi protesta, sono pane quotidiano specie per chi lavora nelle piccole imprese, nel commercio, nella logistica, nel tessile, nei trasporti, o in aziende che lavorano in appalto o subappalto, ma anche in grandi stabilimenti come Stellantis.
Significativamente constatiamo che oltre un certo limite c’è ribellione. Particolarmente significativa la rivolta avvenuta lo scorso anno in Stellantis contro i ritmi elevati, lo straordinario obbligatorio, la richiesta di più sicurezza ed attenzione alla salute. Molte di queste mobilitazioni avvengono ad opera del sindacalismo conflittuale. Ciò mostra che la lotta è possibile e che dove gli operai sono solidamente organizzati si possono anche conquistare diritti e migliorie e far rientrare i licenziamenti per rappresaglia. Lo sviluppo di questo sindacalismo è però ben lontano dall’invertire la rotta.
La stragrande maggioranza della classe operaia continua a seguire le grandi confederazioni. In esse ci sono significative contraddizioni, tra cui la presenza di molti quadri di base, ma anche intermedi, legati alla classe che, quando necessario, si attivano nelle lotte. Ma la linea generale continua ad essere improntata al collaborazionismo e alla salvaguardia del sistema capitalista.
Particolarmente insidioso il modello di relazioni industriali targato CISL, basato sulla tutela dei singoli e mai del collettivo. Esso ha contribuito a produrre non l’unità della classe ma la sua frantumazione fabbrica per fabbrica. Privilegia, esasperandola, la contrattazione integrativa all’insegna della concertazione, una pratica largamente adottate anche dalle altre confederazioni. Nel lungo periodo di inflazione, che ha falcidiato i salari, i vertici sindacali hanno caparbiamente evitato di impiantare una vertenza generale sul salario relegando il suo recupero al momento del rinnovo del contratto di categoria e dei contratti integrativi, con esiti tali da avallarne un consistente e duraturo taglio. Recentemente sono stati propagandati gli integrativi di Ferrari, Lamborghini, Luxottica come modelli da seguire. Ma la priorità e l’enfasi dell’azione sindacale non può essere questa, in primo luogo per la divisione nella classe che oggettivamente produce, che si somma a quella prodotta dalle politiche scioviniste, identitarie e divisioniste perseguite dalla classe dominante.
Il quadro generale rivela il permanere della fase difensiva, con importanti sintomi di fermento e di crescita della resistenza operaia, nei luoghi di lavoro e nel territorio, di ripresa di fiducia nelle proprie forze.
Lo dimostrano ad esempio la tenuta di mobilitazioni di lunga durata (Gkn, Marelli, etc.), il non indietreggiamento di fronte a pesanti azioni repressive (Mondo Convenienza), il fatto che gli scioperi si sviluppano nei luoghi di lavoro sulla base di un’ampia partecipazione di operai sindacalizzati e non (Stellantis di Pomigliano), la tendenza degli operai a formare propri organismi (collettivi, comitati, coordinamenti intersindacali, etc.) e imporre le loro rivendicazioni ai padroni attraverso scioperi e manifestazioni ripetuti che si registra in numerose fabbriche e settori.
La classe operaia sta entrando in un nuovo periodo in cui dovrà fronteggiare condizioni di lavoro e di vita più dure e attacchi più aspri.
Ci entra con l’esperienza di lotta compiuta negli ultimi anni di crisi e pandemia, di politiche antioperaie e di guerra, con un livello di disillusione nei confronti del riformismo e una maggiore capacità di capire chi sono i propri amici e i propri nemici.
In queste condizioni oggettive, che spingono verso la lotta alzandone il suo livello, la ricerca della più ampia unità di azione dal basso, della più vasta opposizione di classe nei sindacati di massa, secondo la linea del fronte unico proletario imperniato sulle esigenze vitali e urgenti della classe operaia, è assolutamente necessaria.
Non perseguirla vuol dire lasciare la gran parte degli operai sotto l’influenza del riformismo che si è tradotta da molto tempo in aperta collaborazione di classe. Con conseguenze devastanti: non solo contribuendo a demolire ulteriormente la resistenza di classe e ritardandone la ripresa di coscienza e organizzazione di classe, ma anche mantenendo isolate le lotte di difesa contro i licenziamenti, la precarietà, le condizioni di lavoro, l’attacco ai diritti.
Ribadiamo la necessità di unire le lotte creando coordinamenti e/o comitati che mettano in contatto gli operai, specie delle fabbriche sotto attacco, a partire dagli operi attivi e dai delegati. Non solo per opporsi con più forza ai licenziamenti, ma nella prospettiva più larga per ricostruire il movimento generale contro il capitale per fronteggiare l’attacco generalizzato della borghesia e dei suoi governi, quindi per andare oltre i limiti attuali.
Da Scintilla n. 141, gennaio 2024
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