Beko: la falsa soluzione bellicista delle crisi industriali
Da fine agosto hanno iniziato a trapelare insistenti voci sulla possibile rilevazione e riconversione della fabbrica di elettrodomestici Beko di Siena, ex Whirpool, che sta affrontando una procedura di chiusura dell’impianto con c.i.g. a rotazione degli operai fino a dicembre, da parte del monopolio militare di stato Leonardo.
Di fronte a questa possibilità non possiamo che esprimere la nostra più ferma denuncia e condanna verso questo ulteriore passaggio della escalation di riarmo e militarizzazione in atto nel nostro paese.
Dal canto loro invece i burocrati sindacali confederali hanno aperto sfacciatamente a questa prospettiva reazionaria e antiproletaria, accodandosi in modo vergognoso alla agenda e alle richieste dei settori più reazionari e guerrafondai del capitale italiano.
Il segretario generale della Uilm Uil di Siena, Massimo Martini che ha riferito : “Per quanto mi riguarda si tratta ancora di un sogno proibito. L’arrivo di Leonardo a Siena è auspicabile, sarebbe certamente un’ottima notizia”.
La Fim Cisl ha fatto eco con la sua linea filopadronale.
Miniero, segretaria Fiom CGIL Siena, ha affermato: “Leonardo? Era un nome che aleggiava (…) da tempo, la nostra priorità è quella di concretizzare la reindustrializzazione, che si chiami Leonardo o che abbia un altro nome.”
Il sostegno dei capi sindacali confederali ai piani bellicisti di riconversione civile-militare è un fatto grave e da condannare. Esso s’inserisce in una tendenza internazionale legata alla crisi di settori industriali, specialmente l’automotive (ad es. la Holding Porsche) in cui aziende che hanno perso quote di mercato contano di recuperare i profitti con il business delle armi.
La propaganda della borghesia racconta in modo ingannevole come la produzione di armi possa essere una grande opportunità per il salvataggio delle fabbriche e dei posti di lavoro, ma questa prospettiva è tanto inaccettabile quanto falsa.
ll settore militare infatti storicamente si contraddistingue per un alto tasso di profitto e una ridotta incidenza sulla occupazione rispetto all’industria civile, non alimenta una forte espansione produttiva e dell’occupazione, ma consente una forte crescita della dimensione finanziaria delle aziende belliche, comprese le loro quotazioni in Borsa, a scapito di investimenti nei settori civili.
Le menzogne dei padroni e dei loro servi, del governo e dei media sul “salvataggio” dell’industria sono propaganda di guerra che mira a ricattare la classe operaia e a spingerla al macello. Da smascherare e respingere in blocco!
Da Scintilla n. 154, settembre 2025
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