Biden ammicca ai paesi dipendenti in un clima di crescenti tensioni internazionali
Il Presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden, ha parlato all’Assemblea Generale dell’ONU martedì 19 settembre. Tra le tante affermazioni è da segnalare la già da tempo ventilata volontà di riformare lo statuto dell’ONU.
Il disegno dell’imperialismo USA consiste nell’allargare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, incrementando il numero di membri permanenti e non permanenti.
Biden ha perorato l’Assemblea mettendola al corrente delle intenzioni yankee di “allargare il tavolo per accogliere nuove voci”, avallata anche dal Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, promuovendo anche una riforma della Banca Mondiale che risponderebbe ai bisogni dei paesi “a basso e medio reddito”, richiedendo fondi aggiuntivi da prestar loro in maniera sostenibile, del FMI e della WTO e investimenti in Africa, America Latina e Sud Est Asiatico.
Il tutto nel quadro del memorandum, firmato al G20 a New Delhi del 9 settembre scorso, che oltre al rafforzamento delle istituzioni finanziarie imperialiste, prevede una scadenza di 60 giorni per avviare le pratiche per la costruzione di un corridoio che dovrebbe connettere India ed Europa attraverso EAU, Arabia Saudita, Giordania e Israele, in evidente (quanto improbabile) alternativa alla “Via della seta” cinese nel tentativo di tenere legata Dehli e altri al proprio carro.
Biden si è altresì dichiarato solidale verso le fazioni politiche di paesi dell’Africa occidentale e centrale rovesciate da golpe.
Ciò avviene in un contesto in cui diversi paesi dipendenti tendono a rivolgersi verso gli imperialismi russo e cinese in ascesa, per sganciarsi dal dominio a stelle e strisce e riequilibrare le relazioni di dipendenza e le zone di influenza.
La richiesta di conferire un più ampio potere politico ad una serie di nuovi paesi avviene dunque in un contesto internazionale in cui gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali stanno perdendo posizioni, mentre si allargano i BRICS (un raggruppamento da cui trae particolare vantaggio Pechino), mentre Russia e Cina intensificano la loro presenza economica e rafforzano il loro apparato militare in alcuni paesi dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia (vedi la Wagner, ma anche i progetti di costruzione di basi cinesi). Specie in Africa settori delle classi dominanti di alcuni stati si stanno rivolgendo verso questi paesi imperialisti ricorrendo anche a colpi di stato.
Il “discorso di trenta minuti” di Biden all’ONU è stato uno smaccato tentativo USA di evitare di indebolire e perdere la leadership sui paesi dipendenti (e anche su alcuni alleati imperialisti e capitalisti, non certo sul “Belpaese” a guida meloniana che lo segue a ruota).
Di qui la continua strumentalizzazione della guerra in Ucraina, da loro stessi preparata, provocata e protratta “tanto a lungo quanto servirà” per indebolire il rivale russo, con crescenti contraddizioni che incrinano il fronte occidentale, per spingere gli stati ad allinearsi alla strategia guerrafondaia yankee.
Di qui le assicurazioni senza fondamento alle “nazioni in via di sviluppo” di poter far sentire le loro “voci” nel covo dell’imperialismo mondiale, cercando in questo modo di cooptarle per cercare di contenere ed isolare Cina e Russia.
Ma non sono certo questi i problemi principali che i paesi dipendenti, semicoloniali e coloniali – alle prese con devastanti crisi economiche, energetiche, alimentari, climatiche, sanitarie – devono affrontare al giorno d’oggi.
Problemi che non si risolvono con le missioni militari multinazionali sotto l’egida ONU, come quella proposta da Biden per Haiti (rinnovando la dottrina Monroe).
Haiti è uno dei più poveri paesi del mondo, preda degli imperialisti USA, Francia e Canada, e dei governi reazionari al loro servizio, in cui si sta sviluppando la crescente resistenza e ribellione delle masse.
Biden prende a pretesto per questa nuova invasione di Haiti (a quasi 30 anni di quella decisa da Clinton) gli attacchi delle gang criminali; ma è arcinoto che le armi e le munizioni usate da queste bande contro la popolazione vengono proprio dagli USA e agiscono al servizio di Washington e in combutta con il corrotto governo haitiano rigettato dalle masse!
Lo scenario interno (ripresa della lotta di classe negli States, vedi lo sciopero comune degli operai di General Motors, Ford e Stellantis) e internazionale è avverso all’imperialismo USA e mostra come il sistema imperialista non tenda alla cooperazione pacifica (il c.d. “multipolarismo”), bensì alla concorrenza sfrenata e a far ricorso alle guerre; non alla stabilità, ma ad intense e ripetute crisi economiche e finanziarie.
L’aggravamento di queste contraddizioni, i cambiamenti in atto nei rapporti di forza fra paesi imperialisti e capitalisti – dovuti alla legge dello sviluppo ineguale economico e politico, propria del capitalismo – non vanno a beneficio immediato della classe operaia e dei popoli, ma strategicamente favoriscono l’avanzamento dei processi rivoluzionari e permetteranno, dapprima in uno o in alcuni anelli deboli della catena imperialista, il rovesciamento del sistema capitalistico basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e l’instaurazione della dittatura del proletariato e l’edificazione del socialismo.
Presupposto indispensabile per questi sviluppi è l’esistenza e l’iniziativa rivoluzionaria di autentici partiti comunisti del proletariato.
Da Scintilla n. 138 – ottobre 2023
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