Braccianti assassinati, un feroce crimine del capitalismo
L’atroce assassinio di quattro braccianti, tre pakistani e un afgano, Amin, Ullah, Safi e Waseem, tra i 19 e i 29 anni, avvenuto il 1° giugno ad Amendolara (CS), è l’espressione più brutale della logica criminale del capitalismo.
La “colpa” dei giovani operai agricoli bruciati vivi in un furgone: quella di reclamare il misero salario di 5 euro all’ora per 8 ore di duro lavoro a raccogliere fragole, mai pagato da aprile.
I loro assassini: due connazionali che svolgevano il ruolo di caporali per conto dei padroni italiani.
Sono ben note le drammatiche condizioni di lavoro e di vita dei salariati immigrati sfruttati nei campi, specialmente nel Meridione.
La vita in seminterrati e baracche fatiscenti pagati fino a 150 euro al mese, tra pauperismo permanente e sussistenza minima. Pretese inaccettabili per il trasporto fino ai campi.
Una condizione di estrema indigenza e sudditanza che li costringe a spostarsi di latifondo in latifondo, di azienda in azienda, alla ricerca di un’occupazione che permetta di sopravvivere.
Soprusi, minacce, violenze bestiali per chi alza la testa e si ribella, assassini feroci per punire e spaventare tutti i braccianti.
Una condizione di vita non molto diversa da quella denunciata da John Steinbeck nella sua opera “Furore” del 1939: quasi 90 anni passati senza sostanziali miglioramenti.
Eppure, i governi di qualsiasi colore ben poco hanno fatto per stroncare questo tipo di sfruttamento che sconfina nello schiavismo.
Questo perché gli interessi capitalistici che sono dietro il caporalato sono enormi.
Nel caso dei lavoratori immigrati sfruttati e ammazzati in Calabria ci troviamo di fronte ad un caso esemplare di sfruttamento intensivo per l’ottenimento del maggior plusvalore possibile.
Sono centinaia di migliaia di lavoratori stagionali che lavorano mediamente 150 giorni su 365, con un salario da 3 a 5 euro all’ora, e prestazioni gratuite imposte dai proprietari terrieri.
Una realtà simile a quella denunciata nella costruzione del consolato USA a Milano.
Un fenomeno molto più ampio di quello che emerge sui media, tipico di un paese in cui la classe dominante ha fatto da decenni del ribasso salariale e della distruzione dei diritti dei lavoratori il mezzo per competere sui mercati.
I criminali caporali non sono che una rotellina del grande ingranaggio del sistema di sfruttamento capitalistico.
Agiscono come intermediari illegali tra i proprietari agricoli e i braccianti, controllando reclutamento, trasporto, alloggio, vitto, trattenendo una parte del salario e/o imponendo paghe più basse.
Il loro ruolo non è solo organizzativo: è una forma di potere fondata sulla debolezza e la situazione di ricatto permanente in cui vivono i lavoratori, soprattutto immigrati, e sull’imposizione con la violenza di condizioni di sfruttamento disumane.
Esiste un rapporto stretto e strutturale tra caporali, mafia e imprenditori agricoli: il caporale è essenziale per l’ingaggio e il controllo della forza-lavoro, garantendo sovrapprofitti e la repressione delle rivendicazioni e delle proteste.
Al comando di questa catena di sfruttamento, le grandi aziende della distribuzione e i grandi marchi dell’agroalimentare, le banche, che esercitano il dominio nell’agricoltura.
Queste imprese, imponendo tempi di consegna, prezzi di acquisto, standard promozionali e margini sempre più stretti, scaricano il ribasso sui piccoli produttori e sui lavoratori.
Il caporale sul campo diventa così il feroce esecutore di pressioni economiche decise a monte, dentro contratti di fornitura, aste al massimo ribasso e controlli ispettivi insufficienti rispetto alla dimensione della produzione agricola.
Questo infernale meccanismo è essenziale per la sopravvivenza dell’agricoltura che nel capitalismo è destinata alla decadenza e alla degradazione, dato il suo ritardo sull’industria.
Conseguentemente nessun governo capitalistico vuole porre un rimedio, combattendo efficacemente caporalato e mafie.
Oggi al potere ci sono quelle destre che sbandierano le parole d’ordine di lotta alla criminalità, di lotta all’immigrazione, di ordine, della “sicurezza”, ecc.
La loro retorica razzista è quasi esclusivamente basata contro l’immigrato, considerato un delinquente e un responsabile della “sostituzione etnica”, da cacciare via.
E quando gli immigrati, che si spaccano la schiena sui campi per pochi euro, rivendicano i propri diritti e vengono barbaramente uccisi, tacciono.
Nulla fanno per porre fine a questa barbarie, ma sostengono il piano di “remigrazione” che ha per obiettivo quello di sostituire lo scontro di classe con lo scontro etnico, chiamando all’alleanza fra lavoratori e padroni italiani contro tutti gli immigrati, per creare una forza lavoro ancora più marginalizzata e ricattata, da poter sfruttare più intensamente.
L’assassinio di Amin, Ullah, Safi e Waseem ha messo in luce la brutalità e l’infamia di un sistema di sfruttamento vigente nelle campagne, in cui i braccianti vengono sacrificati sull’altare del profitto, con tutti gli attori a recitare la loro parte.
Da comunisti siamo a fianco dei braccianti immigrati che protestano e manifestano la loro rabbia contro lo sfruttamento e i crimini padronali.
Chiamiamo all’unità degli operai industriali e agricoli, che hanno gli stessi interessi di classe. Mobilitandosi, unendosi, organizzandosi, acquisendo la coscienza rivoluzionaria di classe e mettendosi alla testa degli altri lavoratori oppressi, essi hanno il compito storico di conquistare il potere rovesciando il dominio borghese, per abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e della terra, socializzarli e costruire una nuova società senza sfruttamento.
Per questo grande fine è necessario il partito comunista che vogliamo costituire in stretto legame con i proletari avanzati e combattivi!
3 giugno 2026
Organizzazione per il partito comunista del proletariato
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