Braccianti, caporali e capitalismo in agricoltura

Un mese fa l’atroce assassinio di quattro giovani braccianti immigrati, avvenuto ad Amendolara (CS), ha riportato l’attenzione sulle drammatiche condizioni di lavoro e di vita dei braccianti.

Sono centinaia di migliaia di lavoratori stagionali che lavorano mediamente 150 giorni su 365, con un salario da 3 a 5 euro all’ora, vivono in seminterrati e baracche fatiscenti pagati fino a 150 euro al mese, subiscono pretese inaccettabili per il trasporto fino ai campi.

Un fenomeno molto più ampio di quello che emerge sui media, tipico di un paese in cui la classe dominante ha fatto da decenni del ribasso salariale e della distruzione dei diritti dei lavoratori il mezzo per competere sui mercati.

Le condizioni di lavoro simili alla schiavitù nel settore agricolo rivestono un ruolo importante per il capitale, sia interno che estero.

Ciò che accade con costanza nel settore agricolo non deve essere considerato una casualità.

Il capitale di tutti i paesi ha un forte interesse a ridurre al minimo assoluto i costi della produzione alimentare, che concorrono a determinare il valore della forza-lavoro.

In questo regime, i grandi gruppi che usualmente inseriscono dichiarazioni di rispetto dei diritti dei lavoratori agricoli nella loro pubblicità, impongono agli agricoltori prezzi fino a sotto il costo di produzione, tempi di consegna, da un lato per ottenere vantaggi competitivi, e dall’altro per assicurarsi margini di profitto più elevati possibili.

Gli agricoltori cercano di recuperare dai braccianti ciò che il grande capitale sottrae loro, con sfruttamento intensivo, soprusi, minacce, violenze bestiali per chi alza la testa e si ribella.

I caporali sono una rotella del grande ingranaggio del sistema di sfruttamento capitalistico.

Agiscono come intermediari illegali tra i proprietari agricoli e i braccianti, controllando reclutamento, trasporto, alloggio, vitto, trattenendo una parte del salario e/o imponendo paghe più basse.

Il loro ruolo non è solo organizzativo: esercitano una forma di potere fondata sulla debolezza e sulla situazione di ricatto permanente in cui vivono i lavoratori, soprattutto immigrati, e sull’imposizione di condizioni di sfruttamento disumane.

Il caporale sul campo diventa così il feroce esecutore di pressioni economiche decise a monte, dentro contratti di fornitura, aste al massimo ribasso e controlli ispettivi insufficienti rispetto alla dimensione della produzione agricola.

Questo infernale meccanismo è essenziale per la sopravvivenza dell’agricoltura che nel capitalismo è destinata alla decadenza e alla degradazione, dato il suo ritardo sull’industria.

Conseguentemente nessun governo capitalistico vuole porre un rimedio, combattendo efficacemente caporalato e mafie.

In quanto comunisti siamo a fianco dei braccianti italiani e immigrati che protestano e manifestano la loro rabbia contro lo sfruttamento e i crimini padronali.

Chiamiamo all’unità degli operai industriali e agricoli, che hanno gli stessi interessi di classe.

Mobilitandosi, unendosi, organizzandosi, acquisendo la coscienza rivoluzionaria di classe e mettendosi alla testa degli altri lavoratori oppressi, essi hanno il compito storico di conquistare il potere rovesciando il dominio borghese, per abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione e della terra, socializzarli e costruire una nuova società senza sfruttamento. Solo nel socialismo l’agricoltura potrà soddisfare i bisogni dei lavoratori.

Da Scintilla n. 161, luglio 2026

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