“Comunisti” senza prassi rivoluzionaria

Anche grazie all’avvento dei social network, che facilitano  l’informazione e offrono strumenti per diffondere proteste, negli ultimi anni abbiamo assistito ad una ripresa della  partecipazione giovanile ad eventi di attualità e politici.

Settori non indifferenti di giovani si sono avvicinati al pensiero critico marxista, ormai marginalizzato dai media tradizionali,  e hanno trovato negli ideali del socialismo una ragione per cui lottare.

Fin qui potremmo solo essere felici se i giovani decidono di portare avanti la battaglia per una società diversa e migliore. Ma c’è un enorme limite che molte volte presentano questi ragazzi e ragazze.

Il limite è che il loro “attivismo” spesso rifluisce nei rettangoli dei loro cellulari e non si traduce in azioni concrete, spesso sostituite da “like”e “condivisioni” di hashtag.

Di conseguenza, seppure in molti si avvicinano al comunismo in svariati modi (musica, videogiochi, film, ecc.), e si autodefiniscano anche comunisti, ancora una quantità di giovani rimangono passivi quando si presenta l’occasione per andare in piazza e far sentire la loro voce, oppure tornano ben presto all’inattività e all’individualismo.

È inammissibile, per un comunista, che ci si dimentichi che «la vita sociale è essenzialmente pratica».

Le lodi a Lenin, Marx, ecc., lo studio forsennato di sole vicende che non riguardano l’attualità, portano all’alienazione dalla lotta di classe e non alla partecipazione nella stessa.

Non ha senso riempirsi la bocca di citazioni e supportare in un modo o nell’altro il culto delle personalità.

Come scriveva Stalin: “La teoria dell’ “eroe” e della “massa” non è una teoria bolscevica, ma una teoria dei socialisti-rivoluzionari”.

Nella maggior parte dei casi questa “militanza” digitale ha la sua massima espressione sui social in pagine di “meme” (piccoli contenuti ripresi e modificati) che trattano sempre gli stessi personaggi e argomenti del secolo scorso in maniera superficiale, senza connessione con il mondo reale, con le circostanze nelle quali bisogna applicare i principi comunisti.

Spesso le uniche interazioni “politiche” che hanno questi “influencer comunisti” che si limitano all’astratta proclamazione del marxismo e del leninismo per autocompiacimento, sono dibattiti (esclusivamente su internet) con altrettanti intellettuali da caffè (abitualmente di altre colorazioni) che non portano a nulla, se non a spreco di tempo e di energie.

Una volta sparita questa esteriore “fase comunista” il singolo giovane spesso ritorna a fare l’indifferente cambiando estetica e immagine sul profilo, o peggio ancora a lustrare le scarpe della borghesia.

Risulta ovvio che con questa “militanza digitale” in cui non vi è studio della situazione concreta nè esperienza pratica, in cui non c’è lavoro collettivo e non si impara dagli errori, in cui gli algoritmi tengono i giovani incollati alle piattaforme, gli unici a trarne vantaggio sono i capitalisti e i loro corrotti politicanti.

Tenere al guinzaglio moltissimi giovani che rimangono in casa, senza svolgere alcun tipo di prassi rivoluzionaria illuminata dalla teoria rivoluzionaria, può solo favorire l’egemonia della classe borghese.

Questo perché da un lato non vengono smosse le fondamenta del potere borghese e dall’altro perché si mostra il marxismo-leninismo come qualcosa del passato, invece che come guida per l’azione nel presente.

Ovviamente per esser comunista non basta definirsi tale, bisogna far seguire gli atti alle parole, dedicarsi concretamente alla causa del proletariato, decidere di organizzarsi,  unirsi e lottare per sviluppare la sua coscienza rivoluzionaria.

Il militante comunista non agisce come singolo individuo, né come semplice propagandista digitale senza impegno concreto, che segua quella legge del “minimo sforzo” che inevitabilmente finisce per ostacolare la mobilitazione reale.

Ogni attività del militante deve essere consapevolmente collegata agli obiettivi strategici e tattici della rivoluzione proletaria e diretta dall’organizzazione comunista, domani dal Partito.

In quanto adesione alla causa del proletariato e dei popoli oppressi, la militanza è una responsabilità storica. Richiede di studiare, lavorare tra le masse, affrontare difficoltà materiali e politiche, resistere alla repressione e mantenere una condotta coerente anche in condizioni avverse.

Compiti che di certo non possono essere svolti dalla comodità della poltrona, con qualche clic.

Perciò rilanciamo il motto di ogni sincero proletario rivoluzionario: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di trasformarlo” (K. Marx).

Da Scintilla n.159, aprile 2026

 

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