Contaminazione da PFAS: i veleni del capitalismo
I PFAS comprendono oltre 4000 sostanze perfloroalchiliche o polifloroalchiliche largamente usate nell’industria, specialmente nella realizzazione di superfici, carte ed imballaggi idro e oleorepellenti, o come additivi in alcuni tipi di cemento a presa rapida ed altri usi. Sono altamente mobili e non biodegradabili, quindi, non solo con sversamenti diretti, ma anche con contatti e con la normale combustione delle sostanze che li contengono finiscono nelle acque e nell’atmosfera.
Respirando e bevendo acqua da esse inquinata si accumulano nel corpo umano nel sangue, negli organi, nei tessuti, e da li non vanno via, perché il tempo di dimezzamento (emivita) è di ben 8 anni.
I PFAS finiscono in tutta la catena alimentare, vegetali compresi. La loro presenza altera la funzionalità di organi del corpo umano (tiroide, apparato riproduttivo maschile, reni, fegato ed altro), ne abbassa le difese immunitarie, si trasmette ai nascituri nel grembo materno, è correlata all’aumento di tumori.
In particolare il composto denominato PFOA è cancerogeno mentre il PFOS, il TFA e il PFHxS sono sospetti tali, e come tali già messi al bando da alcuni paesi, ma non dall’Italia (convenzione di Stoccolma).
Esistono in Italia due zone rosse connesse ad importanti sversamenti industriali continuativi per lungo tempo: la zona di Spinetta Marengo (Al) dove è presente la Solvay-Syensqo e la zona di Arzignano (Vi), che comprende numerosi comuni delle provincie di Verona, Vicenza e Padova, per un totale di 350.000 persone.
In questo secondo caso l’azienda è la Miteni di Trissino di cui, grazie al lavoro duro ed encomiabile di comitati costituitisi (tra cui le “Mamme no Pfas”), undici manager sono stati portati in tribunale e, di recente, condannati.
Un’esperienza di mobilitazione e lotta che insegna che “si può”, seppur non adeguatamente sostenuta da chi ancora non ne ha colto l’importanza e la portata anticapitalista.
Esiste poi il problema recentissimo delle risorgive a valle della recente autostrada pedemontana veneta (collega Vicenza con Treviso) contaminate da materiali di risulta contenenti PFAS utilizzati per la sua costruzione e posti in discarica. Risorgive che alimentano gli acquedotti di Padova e Vicenza. Non solo. Dalle stesse comprese in tale bacino scaturiscono notissime acque minerali. Sono già inquinate? Lo saranno prossimamente? Anche il torinese, il genovese, l’aretino, la Sardegna hanno problemi analoghi.
L’inquinamento da PFAS è tuttavia ben più vasto.
Greenpeace un anno fa ha fatto la mappatura delle acque potabili di tutta l’Italia e ne ha riportato i risultati. Nel 79% dei 260 campioni prelevati sono state rintracciate 58 diverse molecole. Il cancerogeno PFOA è stato rilevato nel 47% dei campioni, il sospetto cancerogeno TFA nel 40%, il PFOS nel 22%. Nel Centro-Nord e Sardegna si sono avute le maggiori criticità. Sorprendentemente il dato più alto è di Arezzo. Al di fuori delle zone rosse presentano criticità Milano, Torino, Novara, Bussoleno (materiali di risulta delle gallerie della Val di Susa), Ferrara, Comacchio, Reggio Emilia, Massa, Prato, Perugia, Olbia, Sassari, Cagliari.
Un discorso particolare va fatto sulle quantità. I limiti di legge che saranno recepiti nel 2026 dall’Italia, ossia 100 ng/L (nanogrammi per litro) per la somma dei PFAS e 20 ng/L per la somma dei 4 PFAS più pericolosi non garantiscono un bel nulla. Non a caso altri paesi hanno limiti nazionali molto più bassi. Più enti internazionali e lo stesso Istituto superiore di sanità hanno giudicato tali limiti troppo elevati.
Ma non è questo il punto principale. Essendoci nel corpo umano la contaminazione per accumulo un’esposizione bassa per molto tempo ha le stesse conseguenze di una alta per un tempo breve. Come per le fibre di amianto non esiste perciò una soglia: o sei esposto o non lo sei. Riteniamo perciò che la battaglia contro i PFAS non debba avere come obiettivo l’abbassamento dei limiti ma la proibizione di questi composti ed il risanamento ambientale. Costi quel che costi. Il costo è stato valutato a livello europeo in 70 miliardi l’anno. Essendo un danno provocato dal capitalismo bisogna esigere che siano i padroni e il loro Stato a farsene carico.
Proprio quanto non si sta facendo e non si vuole fare. Disinquinare costa molto, ma si può. I PFAS si distruggono ad alte temperature superiori ai 1000 gradi. La tecnica che viene usata nelle acque potabili della zona rossa comporta il filtraggio dell’acqua con i carboni attivi, che ne assicurano la cattura. L’operazione si completa togliendoli periodicamente e processandoli ad alta temperatura. Con costi molto alti che vengono scaricati in bolletta. Cittadini utenti perciò “cornuti e mazziati”. Una cosa inaccettabile che va denunciata e combattuta.
Esistono i presupposti per impostare un movimento di lotta su scala nazionale, rafforzando, coordinando e sviluppando la già esistente rete di numerosi comitati sorti attorno alle zone rosse che stanno cercando di ottenere dei risultati concreti, quali la mappatura del rischio e l’adozione di provvedimenti (Spinetta Marengo), o l’imposizione del risanamento e l’ottenimento di analisi mediche, superando la tenace resistenza delle istituzioni che sanno di essere nel torto e di dover sborsare fondi molto consistenti. E che perciò fanno muro, ritardando a più non posso di dare risposte sull’inquinamento e sulla richiesta di analisi mediche per le contaminazioni individuali.
La battaglia sui PFAS deve diventare una battaglia ampia, come è stato con l’amianto, e così come possono essere quelle contro altri inquinanti, per la difesa dei territori sottoposti a rischio idrogeologico, in difesa della sanità pubblica e dei diritti sociali in genere.
Essa può e deve diventare un tassello di una vasta opposizione sociale sull’ambiente, sui diritti, sulle pensioni, sulla nocività nei posti di lavoro, contro i ritmi di produzione e le prestazione pretese, in cambio di miseri salari, che ti fanno ammalare. Non a caso l’attesa di vita in buona salute sta da tempo diminuendo.
Una battaglia campale contro il capitale e i suoi governi, non in grado di dare a nessuno dei problemi che interessano le masse lavoratrici risposte organiche.
Una battaglia anche ideologica per far aumentare la coscienza anticapitalista fino al punto di capire che il capitalismo va abbattuto con la rivoluzione, per l’instaurazione della società socialista.
Da “Scintilla” n. 157, febbraio 2026
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