Contraddizioni fra briganti e azione di massa

La guerra con l’Iran ha messo alla prova non solo il Medio Oriente, ma anche gli stessi Stati Uniti.

Trump crea ostacoli per una soluzione negoziale dal conflitto, ma è in un ginepraio dal quale non può uscire vincitore.

È anche in seria difficoltà in casa: gli scontri interni alla sua amministrazione, con settori delle forze armate e nello stesso partito repubblicano si acuiscono.  Il tycoon subisce forti critiche, sia sul piano politico che dai media.

Con il moltiplicarsi  dei fronti di  guerra, l’aumento dei costi e dei rischi, la scarsa “solidità” del “fronte interno” diventerà più evidente.

Il costo economico della guerra degli Stati Uniti in Iran ha toccato i 29 miliardi di dollari a metà maggio.

Una somma difficilmente sostenibile in un contesto di abnorme dilatazione del debito (ha superato i 39 trilioni). Il rilancio dell’export non basta a colmare il buco e i prezzi del petrolio fuori controllo si ritorcono sull’economia, che vede segnali di rallentamento.

La guerra contro l’Iran è iniziata come un’aggressione militare; ma politicamente, ha un altro significato: è lo specchio delle fratture istituzionali e politiche interne agli Stati Uniti, mai così divisi e frammentati sulla conduzione della politica estera e interna.

Allo stesso tempo questa guerra ha approfondito i contrasti fra gli USA e i suoi alleati della NATO, un patto militare bellicista, di provocazione e di terrore diretto dagli USA, che fu imposto nel 1949 all’Italia dalla coalizione democristiana-socialdemocratica e repubblicana.

Osserviamo un processo di erosione e sfaldamento dentro il blocco NATO, così come nel Quad.  Durante la seconda presidenza Trump si sono aperte delle crepe evidenti dentro il sistema di “alleanze ineguali” da cui gli USA si vanno sganciando.

Sono emerse nelle tensioni sui dazi, sull’aumento delle spese militari al 5%, sulla gestione della guerra in Ucraina, nelle dispute sulla Groenlandia, nell’aggressione all’Iran e nella crisi dello Stretto di Hormuz.

Gli USA non sono riusciti a impegnare militarmente al loro fianco gli alleati europei, che con l’eccezione dell Spagna continuano però a fornire le basi che rendono possibile le operazioni militari.

Ciò ha portato alle critiche di Trump che ha minacciato dapprima di rompere le relazioni commerciali con il governo spagnolo e imporre un embargo al Paese iberico.

Successivamente le critiche di scarso supporto nella guerra all’Iran sono state estese all’Italia e ad altri alleati, minacciando il ritiro parziale delle truppe USA presenti in vari paesi europei.

Queste spaccature, che incrinano il sistema egemonico che gli USA hanno costruito dal secondo dopoguerra, sono determinate dall’arrogante e unilaterale “politica di potenza” della Casa Bianca, contraria agli interessi degli alleati europei della NATO (che Trump ricatta apertamente e definisce ”codardi” e “inutili”); dai conflitti interni alle compagini governative dei diversi paesi; dall’opposizione alla guerra di vasti settori della classe operaia e delle masse lavoratrici.

Specie in Europa, la guerra in Ucraina, così come quella in Medio Oriente, con i loro crescenti pericoli, ha risvegliato il senso della grave minaccia che pende sulla testa dei popoli. Un dissidio sempre più acuto si va manifestando fra i governi dei paesi NATO, tra i partiti che sostengono questa alleanza guerrafondaia e la massa della popolazione.

Non a caso gli ultimi sondaggi in Europa sottolineano un pessimo bilancio sull’amministrazione Trump.

La popolazione è all’11% favorevole e 86% sfavorevole nel Regno Unito, 13%-80% in Francia, 8%-87% in Germania, 7%-86% in Italia, 11%-85% in Spagna e 4%-94% in Danimarca. Questi dati sottolineano come la classe lavoratrice sia stufa della politica egemonica imperialista statunitense che mentre invoca la “pace”  devasta scuole e ospedali con le sue aggressioni brigantesche.

Nel nostro paese numerosi fatti indicano ciò, fra cui i sondaggi che dimostrano la generale opposizione alla guerra e alla NATO fra l’opinione pubblica, la riuscita di numerose manifestazioni di protesta al riarmo e alla guerra (fra cui quelle svolte nei porti e negli aeroporti), il numero sempre più elevato di personalità che manifestano una posizione critica o ostile alla politica di asservimento agli USA.

Anche nell’UE, stretta fra due fronti di guerra, stanno emergendo profonde divisioni, che rendono difficile la formazione di un blocco unito bellicista. Gli USA da parte loro si pongono come obiettivo la frammentazione dell’UE, puntando sui partiti “sovranisti”.

Il sentimento europeista è in crisi profonda fra le masse che non trovano nessun interesse a seguire le politiche militariste che vengono imposte dai circoli dominanti di Bruxelles.

La posizione di Meloni, Schlein, Conte, al netto delle zuffette politiche, è quella di cercare di tenere unito il blocco occidentale.

Ma i briganti imperialisti stanno entrando in una disputa di vaste dimensioni con contrasti interni che si approfondiranno e uno scarso supporto di massa.

In questa situazione di accresciuto pericolo di un conflitto mondiale, le parole d’ordine sul disarmo, la messa al bando dell’arma atomica, la cessazione delle guerre in corso, della uscita dalla NATO e da ogni altra alleanza bellicista, devono risuonare con ancora più forza.

Lo sviluppo di un vasto movimento per la difesa della pace, imperniato su comitati nei luoghi di lavoro, negli organismi di massa e a livello locale, capace di raccogliere queste parole d’ordine e tradurle in termini di lotta è la condizione per gettare le basi di un mutamento radicale della politica del nostro paese e assicurare una garanzia di pace e fratellanza fra i lavoratori e i popoli.

I comunisti, grazie al proprio orientamento ideologico e politico, possono e debbono contribuire allo sviluppo di questo movimento, portando al suo interno lo spirito di iniziativa e la combattività che un movimento del genere deve avere per rendere efficiente la propria azione.

Riunioni, azioni di propaganda e di agitazione, manifesti e volantini, con slogan efficaci, serviranno a persuadere e a mobilitare, servendoci della lotta fra briganti nella prospettiva di abbatterli e aprire la via al socialismo.

Da Scintilla n.160, maggio-giugno 2026

 

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