Cop 30: monopolisti, governi borghesi e lobbisti contro i lavoratori, i popoli e la natura
Riceviamo e pubblichiamo il seguente contributo
La XXX Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, svoltasi in Brasile, a Belém, è parsa piuttosto un incontro di lobbisti.
A Bélem non erano presenti solo i rappresentanti governativi di 193 paesi. Sono stati contati nel numero di 1.602 i lobbisti dell’industria dei combustibili fossili presenti a Bélem, come emerge dalle indagini condotte da diverse associazioni ambientaliste.
Essi hanno partecipato come “osservatori” in qualità di rappresentanti di associazioni commerciali ed economiche oppure sono stati accreditati direttamente dalle delegazioni governative.
Nella lista figuravano in 17 i lobbisti italiani, in rappresentanza di Enel, Acea, Eni, Confindustria, Edison. Insieme ad essi vi era il direttore generale della Fondazione Venezia Capitale Mondiale della Sostenibilità/Venice Sustainability Foundation, della quale Eni, Enel e Snam sono tra i soci fondatori.
Gli emissari di Eni e Snam, ancora una volta, erano presenti nel contingente di esponenti delle organizzazioni di lobbying per promuovere soluzioni quali i biocarburanti o la cattura e lo stoccaggio di anidride carbonica, che ottengono fondi dai programmi di sovvenzione a carico del bilancio comune europeo.
La presenza di lobbisti a una conferenza di questo tipo non è affatto sorprendente, poiché le misure per la protezione del clima toccano gli interessi commerciali delle aziende industriali di tutto il mondo e, in particolare, quelli dell’industria dei combustibili fossili.
E poiché questo interesse commerciale ha a suo fondamento la generazione di profitti il più possibile elevati e in costante crescita, esso entra in contrasto con le misure volte a regolamentare il consumo di risorse e le emissioni di CO².
È proprio questa contraddizione insanabile nel modo di produzione capitalistico che impedisce una protezione coerente del clima e dell’ambiente.
Ma sarebbe un errore addossare a questa presenza l’unica causa dell’impasse e del discredito di questi appuntamenti negoziali delle Nazioni Unite sul contrasto al riscaldamento globale.
I più sperimentati lobbisti degli interessi economici delle rispettive imprese nazionali rimangono comunque i governi dei paesi partecipanti.
Proprio nell’attuale condizione di crescente concorrenza internazionale, i governi fanno a gara per assicurare al rispettivo capitale nazionale le migliori condizioni per produrre profitto, attraverso sovvenzionamenti statali ancora più consistenti e leggi sull’ambiente il più possibile permissive, al fine di ottenere un vantaggio sui concorrenti rivali.
Ciascun governo trova la sua formula per conquistare l’approvazione pubblica della politica governativa.
Il ministro degli esteri, Antonio Tajani, ha indicato in Francesco d’Assisi, con il suo buon esempio, il direttore di coscienza dei governi nella loro azione per il clima.
A parte la professione del francescanesimo, il ministro ha tenuto a far sapere che il governo italiano nella riunione dei ministri dell’ambiente dell’Unione europea non avrebbe rischiato di danneggiare gli interessi del sistema economico, industriale europeo.
I media presentano costantemente la protezione dell’ambiente come una minaccia per l’economia. In questa evoluzione si inserisce anche l’approvazione da parte del parlamento europeo, avvenuta alcuni giorni addietro, di un’attenuazione della legislazione europea che impone alle aziende di riferire sull’impatto ambientale e sociale delle proprie attività e di quelle dei propri fornitori, e le difficoltà della UE di concordare obiettivi climatici comuni per il 2035 e il 2040 in vista della COP 30.
L’assenza dell’amministrazione statunitense non è stata una sorpresa: sotto Trump, l’amministrazione statunitense ha avviato a gennaio la procedura per uscire dall’Accordo di Parigi sul clima, che prevede di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, e non ha inviato funzionari di alto livello alla conferenza, etichettando il cambiamento climatico come “la più grande truffa” del mondo.
Con la Cina sempre più attiva nella lotta per assicurarsi mercati e zone d’influenza, la protezione dell’ambiente è per il capitale statunitense solo un ostacolo che non è disposto ad accettare.
Ma anche per le altre economie capitaliste, inclusa quella italiana, in fase di stagnazione, la protezione del clima e gli obiettivi climatici rappresentano spesso un ostacolo alla concorrenza, e per questo motivo i capitalisti sono disposti a metterli da parte.
Allo stesso tempo, il capitale è sempre più incapace di sfuggire alla morsa della contraddizione tra la corsa al massimo profitto immediato a scapito dell’ambiente e la necessità di mantenere le proprie condizioni di produzione, ovvero di avere un ambiente in cui sia ancora possibile il suo modo di produzione.
D’altro canto i processi di trasformazione verso un’industria a basse emissioni, che comportano un rinnovamento dei mezzi di produzione, offrono anche nuove opportunità di profitto, soprattutto se i monopoli demandano l’anticipazione del capitale necessario alla creazione del nuovo apparato materiale di produzione allo Stato (ovverossia in gran parte alla generalità dei lavoratori attraverso le imposte dirette e indirette).
Tuttavia, ciò che non viene messo in debito conto è il fatto che l’ambiente condiziona sensibilmente non solo la vita, la salute degli uomini, l’armonico sviluppo socio-economico di ogni paese, ma, oltre a ciò, che esso condiziona l’esistenza stessa dell’uomo.
Ogni stima si basa esclusivamente sul profitto e su come garantirlo a breve e lungo termine. Così, gli obiettivi climatici vengono rapidamente ridimensionati quando i profitti e la concorrenza sono in pericolo, e allo stesso tempo i costi della protezione del clima e della transizione verde vengono addebitati alle popolazioni.
Ma far accettare questa politica alle popolazioni incontra sempre più difficoltà: la COP 30 di Belém è stata accompagnata da grandi proteste.
Decine di migliaia di persone hanno manifestato durante la “Marcia per il clima” contro la distruzione del clima e le misure del tutto insufficienti in discussione nella conferenza, chiedendo la protezione della foresta pluviale e l’abbandono di petrolio, gas e carbone.
Hanno fatto scalpore sui media gli attivisti indigeni che hanno bloccato pacificamente l’entrata principale dell’evento dopo che qualche giorno prima decine di attivisti avevano fatto irruzione nelle sale della conferenza per protestare contro la continua distruzione dell’Amazzonia.
Contemporaneamente alla COP30 si è svolto anche il “Vertice dei popoli”, organizzato da centinaia di organizzazioni e associazioni del movimento per la giustizia climatica.
Questa giusta protesta deve estendersi fino ad assumere proporzioni di massa, perché alla fine saranno i lavoratori e i popoli di tutto il mondo a pagare il prezzo della distruzione del pianeta.
Ma sono anche essi ad avere il potere di superare il sistema capitalista e costruire una società nella quale non vige la legge del profitto capitalistico e lo sfruttamento dell’uomo, nella quale la salvaguardia dell’ambiente si svilupperà come un’attività di ricerca scientifica ed operativa ad indirizzo pianificato, con carattere di unitarietà, integrata ed estesa a tutti i rami dell’economia.
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