Cresce la tensione fra USA e Cina su Taiwan
La provocatoria visita a Taiwan compiuta dalla portavoce della Camera dei rappresentanti USA, Nancy Pelosi, assieme a sei membri del Congresso, ha suscitato la decisa reazione della Cina, che ha risposto immediatamente con una serie di operazioni e misure militari, commerciali e diplomatiche.
La provocazione di Pelosi è evidentemente da mettere in relazione alla guerra in Ucraina, per il fatto di essere al contempo una provocazione contro l’ “alleato naturale” della Russia e contro un rivale per il momento sul campo economico sempre più aggressivo.
In realtà, la Cina non ha ancora sviluppato i rapporti di forza per poter invadere e controllare l’isola senza scontrarsi direttamente con gli USA (Biden ha più volte dichiarato che gli USA interverrebbero immediatamente in caso di attacco cinese a Taiwan). Anche lo scopo della più grande esercitazione militare cinese attorno e fin dentro le acque territoriali di Taiwan, avvenuta in coincidenza con la provocazione yankee, non era quello di preparare l’occupazione dell’isola. L’esercitazione durata 72 ore è apparsa piuttosto come una manovra volta ad esercitare una maggiore pressione sul regime taiwanese e una simulazione di un suo possibile isolamento militare e commerciale.
Taiwan è uno stretto alleato dell’imperialismo USA che si trova in una regione che oggi è il punto focale delle contraddizioni fra le due maggiori potenze imperialiste, gli Stati Uniti e la Cina. La regione è quella che si estende fra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Cinese Orientale, dove si vanno concentrano gli arsenali militari navali e aerei dei due contendenti.
In questo scacchiere Taiwan, un’isola di 36 mila km quadrati con circa 24 milioni di abitanti, posta a 180 km dalle coste della Cina continentale, governata dal PDP liberista e filo-statunitense, rappresenta una pedina centrale e strategica. Dal punto di vista politico, Taiwan impedisce la riunificazione pacifica della Cina, obiettivo strategico dei revisionisti di Pechino che sono alle prese con le forze separatiste interne e in alcune regioni, oltre che con seri problemi economici e sociali.
Con la calcolata provocazione di Pelosi, gli sceriffi di Washington hanno riaperto la questione di Taiwan del suo ricongiungimento alla Cina, riconoscendola di fatto come una nazione indipendente e sovrana (alla faccia della dichiarazioni Onu su “una sola Cina” rappresentata da Pechino).
E’ evidente che su questo punto cruciale Xi Jinping e la sua cricca, che finora si sono limitati a roboanti dichiarazioni, non potranno cedere.
Dal punto di vista strategico, Taiwan è un impedimento al controllo cinese dei mari, un ostacolo posto alle ambizioni di Pechino e alla sua proiezione nell’Oceano Pacifico. Taiwan è un elemento fondamentale della cintura di “contenimento strategico” della Cina creata dagli USA e dai loro alleati (Giappone, Corea del Sud, Filippine, Indonesia, Malesia, Vietnam, Thailandia, Australia…), che comprende numerose basi militari.
Dal punto di vista militare, Taiwan non ha certo la potenza militare della Cina, ma possiede delle forze armate moderne e con capacità di azione poiché prepara da decenni lo scontro con Pechino. Ciò è dimostrato dal suo alto numero di riservisti, che raggiunge il numero di un milione e mezzo. Inoltre, Taiwan è fortemente riarmata dagli USA con caccia F16, missili, sistemi di difesa aerea e altro armamento sofisticato.
Dal punto di vista economico, va ricordato che Taiwan è la 22° potenza mondiale ed è la più grande produttrice mondiale di semiconduttori (la maggior parte viene acquistata dagli USA). Nello stretto di Formosa transita il 40% del commercio mondiale. Il blocco dell’isola creerebbe enormi problemi alle catene di approvvigionamento delle aziende capitalistiche di molti paesi.
Dopo la visita della Pelosi, la tensione rimane altissima nello stretto di Taiwan e nella regione circostante, dove si succedono i preparativi di guerra fra le due maggiori potenze imperialiste, USA e Cina, e avanza il riarmo in tutti i paesi, Giappone in testa.
Gli Usa hanno stanziato un pacchetto di forniture militari da 1,1 mld di dollari per Taiwan. Lo scontro che si profila avrebbe conseguenze catastrofiche e non potrebbe rimanere a livello locale o regionale, dato il ruolo e la posizione di Taiwan, della Cina e degli USA nel sistema capitalista-imperialista. Esso vedrebbe, anche alla luce della nuova dottrina della NATO, il coinvolgimento dell’imperialismo italiano.
La domanda da porsi non è se si aprirà questo nuovo fronte di guerra, ma quando si aprirà. Come insegnano Marx, Engels, Lenin e Stalin, le leggi del capitalismo giunto nel suo ultimo stadio generano inevitabilmente la contesa per una nuova spartizione del mondo. Contesa che una volta esauriti i mezzi economici, commerciali, politici e diplomatici prosegue con la forza militare.
Il solo modo per impedire ciò è sviluppare la lotta per la pace, sollevare la classe operaia e le masse popolari trasformando questa lotta in battaglia per il socialismo, al fine di rovesciare il barbaro sistema vigente.
Da Scintilla n. 127 – ottobre 2022
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