Crisi climatica e rivoluzione sociale
Sta finendo l’estate più torrida che la storia ricordi. Sei ondate di calore con temperature sopra la media per lunghi periodi, che in alcune zone hanno raggiunto i 45 gradi, mentre nelle acque del Mediterraneo sono stati superati i 30 gradi.
Non siamo all’inizio, ma nel mezzo di una catastrofe ambientale di portata mondiale, di cui il riscaldamento climatico è una componente assieme al degrado di biodiversità, suolo, oceani, foreste; una crisi che comporta eventi estremi più frequenti ed effetti sociali devastanti. L’accelerazione di questa crisi è evidente.
Ciò è la diretta conseguenze della produzione e della circolazione capitalistica delle merci che aumentano i gas serra nell’atmosfera, del saccheggio spietato e deliberato del nostro pianeta, che hanno disorganizzato sistematicamente e quindi spezzato il ciclo naturale del ricambio fra essere umano e natura.
Il collasso ecologico è l’inevitabile risultato della legge generale dell’accumulazione capitalistica che con l’incessante corsa a valorizzare capitali sempre più grandi in tempi sempre più brevi, dunque ad espandere illimitatamente la produzione, determina il progressivo e inarrestabile deterioramento dell’ambiente naturale attraverso l’uso massiccio di combustibili fossili, la deforestazione, l’inquinamento, forme di allevamento e uso intensivo del suolo, etc.
Il fascismo negazionista e il militarismo stanno aggravando considerevolmente la crisi climatica, che è un aspetto della crisi generale del capitalismo. Al tempo stesso quanti proclamano – finora senza risultati – “mitigazioni” ed “adattamenti”, senza porsi il problema decisivo di rovesciare i rapporti sociali capitalistici dominanti all’origine del disastro in cui ormai siamo immersi, spargono illusioni sulla possibilità che nel sistema capitalista sia possibile un diverso modo di produrre e di consumare.
Il cambiamento climatico, con le ondate di calore ed eventi atmosferici estremi, non è solo un fenomeno “naturale” e non comporta solo danni biologici.
Il surriscaldamento provoca interruzioni nell’attività produttiva e nei servizi (es. il turismo), gravi problemi nell’agricoltura e nella pesca, perdita di posti di lavoro, aumento dei prezzi dei beni alimentari, diminuzione del PIL; la carenza idrica e la desertificazione aumentano la competizione imperialista per acqua, terra, energia; lo stress climatico porta a migrazioni forzate e conflitti locali, colpisce particolarmente classi e strati sociali più deboli e aggrava le disuguaglianze sociali; alluvioni e frane, siccità e incendi generano proteste di massa, instabilità e conflitti politici.
Anche sul piano sanitario le conseguenze sono profonde: in Italia a luglio 8% in più di morti nella fascia sopra gli 85 anni. In Europa 35 mila morti in eccesso legate alle ondate di calore. Molti erano lavoratori esposti a temperature insopportabili.
E dopo le ondate di calore, l’energia accumulata in questi mesi si scarica con alluvioni, bufere, grandinate, trombe d’aria, scioglimento dei ghiacci con frane disastrose.
La crisi climatica, manifestazione dei limiti storici e fisici dell’accumulazione capitalistica, è un “moltiplicatore” perché accelera le altre crisi, le rende più acute, più intense e più difficili da gestire per la classe dominante.
Ciò mette in luce l’oggettiva incapacità del capitalismo a risolvere i problemi che affliggono la società, acutizzandoli tutti. È un sistema irriformabile e fuori controllo, incompatibile con il genere umano e la natura. Chi lo difende è corresponsabile della catastrofe.
Ma con l’aggravamento della crisi generale del capitalismo tende a ridursi la distanza fra i fattori oggettivi e i fattori soggettivi della rivoluzione.
Oggettivamente le masse non ce la fanno più a vivere come prima, e le classi dominanti non possono dominare più nella vecchia maniera.
Un processo di maturazione di sollevazioni dei proletari e dei popoli, foriero di una nuova discontinuità storica, è in corso in tutto il mondo e non tarderà a manifestarsi a pieno.
La grande sfida delle forze marxiste-leniniste, rivoluzionarie, delle organizzazioni di classe, è quella di incanalare il malcontento e la protesta delle masse sfruttate e oppresse nella lotta politica per il potere, affermando la coscienza della rottura con un sistema moribondo e barbaro, per organizzare in modo razionale e pianificato il rapporto sociale con la natura e permettere alle prossime generazioni di conservare in modo consapevole il ricambio con la natura, invece di lasciarlo alla legge della concorrenza e del profitto a cui soggiacciono tutti i governi borghesi.
Alle stesse conclusioni giungeremo guardano le cose dal punto di vista storico-evoluzionistico.
Sappiamo che 900 mila anni fa una mutazione climatica sterminò quasi il 99% delle specie umane di allora.
Successivamente, circa 300 mila anni fa, apparve in Africa l’Homo sapiens che con la capacità di produrre coscientemente i propri mezzi di sussistenza, i progressi linguistici e tecnologici, l’uso del fuoco, le migrazioni per uscire dagli stretti passaggi demografici dovuti all’aridità e alla glaciazione, la vita in gruppi solidali e cooperativi, è sopravvissuto in ambienti estremi e si è adattato a nuovi ecosistemi, stabilendosi in tutte le regioni del pianeta, persino le più inospitali.
Con lo sviluppo delle forze produttive e il passaggio da un regime di produzione a un altro l’essere umano, dopo aver raggiunto grandi traguardi, sembra finito in una “trappola evolutiva” (cioè una trasformazione dei rapporti sociali di produzione e dell’ambiente in cui è sempre più difficile sopravvivere).
Questa gabbia si chiama regime capitalistico, un rapporto sociale di produzione che è in contraddizione insanabile con il carattere sociale delle forze produttive e spezza i cicli naturali, subordinandoli alla legge del profitto.
Per far uscire la società dalla trappola non servono le soluzioni puramente tecnologiche, il green deal o anacronistici e impossibili ritorni al passato. Serve l’abbattimento rivoluzionario dei rapporti di produzione esistenti, giunti al loro limite storico.
Sono le stesse capacità intrinseche e universali della specie umana, oggi sviluppate coscientemente dalla classe più rivoluzionaria della società, lo sviluppo della lotta contro le classi che frenano lo sviluppo sociale, a rendere possibile la conquista di una società collettivista, liberata dalla proprietà privata e dallo sfruttamento, rispettosa della natura, razionalmente pianificata.
Una società vantaggiosa per i lavoratori sotto ogni aspetto, che consenta all’umanità di ridurre i danni ecologici esistenti, evitare la catastrofe e conquistare un sistema sociale di produzione vivibile e diverso, salvaguardando le sue migliori e più importanti conquiste.
E’ tardi, ma non è troppo tardi. Essere umani oggi significa pensare al futuro, progettarlo, unirsi, organizzarsi e agire decisamente per conquistare il mondo nuovo in marcia verso la società senza classi, la sola che potrà salvare l’ultima specie vivente del genere Homo sapiens dalla rovina.
Da Scintilla n. 162, settembre 2026
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