Disoccupazione e impoverimento dei proletari.  Quali obiettivi? Quali forme di organizzazione?

Com’è noto, nei paesi capitalistici  la disoccupazione e la sottoccupazione sono ineliminabili.

Esse sono connesse alla formazione di un esercito industriale di riserva che permette di rafforzare lo sfruttamento degli operai.

Tenendo conto che il rinnovo del capitale fisso è di solito accompagnato da un aumento della produttività, per mantenere il numero di occupati industriali occorre una crescita di almeno 2 punti percentuali annui in media.

Nel nostro paese la produzione industriale è in declino. Nel 2023, ‘24 e ‘25 la decrescita è stata del 2,6%, del 2,6% e dell’1%  rispettivamente.

E’ ovvio che la disoccupazione industriale sia in aumento, mentre anche la qualità del lavoro si sta abbassando (lavoro precario, appalti e subappalti – i cui occupati sono i primi a finire sul lastrico in momenti di crisi).

In Italia esistono inoltre fattori storici e territoriali (Mezzogiorno) che mantengono la disoccupazione generale ben più elevata che altrove.

Ebbene, per anni il governo Meloni ha sbandierato un aumento occupazionale. Niente di più falso.

Sappiamo che gli istituti di statistica non sono mai neutrali rispetto ai desiderata governativi. Falsano la realtà facendo figurare come occupati anche chi lavora come stagionale o solo per brevi periodi. In altre parole, il numero assoluto di occupati nulla dice sulla reale quantità e qualità dell’occupazione, ma nasconde una marea di lavoro precario.

Nel capitalismo avanzato l’espulsione di manodopera dall’industria in una certa misura è stata assorbita dai servizi. In Italia fino a ieri ha tirato il settore delle costruzioni che ha beneficiato dei fondi del PNRR. Adesso tirano settori di servizi come il commercio, l’IA o le applicazioni Internet alla produzione (robotica avanzata) e alla nuova merceologia (Internet of things, cloud).

Il turismo, che offre salari bassi, non può costituire una forza economica e una prospettiva occupazionale per un paese di 60 milioni di abitanti.

Numerosi lavoratori decidono di mettersi in proprio aprendo una partita IVA, figurando come autonomi.

Ma non necessariamente questo passo segna migliori condizioni di esistenza, rispetto al lavoro dipendente.

In questo contesto, gli indici Istat destagionalizzati di febbraio mostrano un calo assoluto degli occupati.

In questo dato è compreso il calo dei lavoratori dipendenti ed un aumento degli autonomi che rispettivamente, in cifra assoluta, sono 24.149.000 e 5.287.000.

L’Istat segnala anche un aumento del 2,1% del tasso di inattività, che in cifra assoluta è del 33,9%.

Interessante risulta lo scorporo in classi di età. L’unica classe di età data in aumento è costituita dagli “over 50”, che sono costretti a rimanere al lavoro per il peggioramento del sistema pensionistico o per gli incentivi che arrotondano il magro salario.

In un anno, gli occupati tra i 35 ed i 49 anni sono calati dello 0,9%, mentre gli inattivi sono aumentati del 5,9%. Nello stesso periodo fra i 15 ed i 34 anni le cifre precedenti registrano un calo del 3,1 % e un aumento del  4,8%.

Le previsioni, in seguito agli sviluppi della guerra contro l’Iran, peggiorano il quadro.

Il Centro studi di Confindustria ha pubblicato una benevola previsione di aumento occupazionale dello 0,1% nel ‘26 e nel ‘27 nel caso di una guerra di 4 mesi, e di una diminuzione rispettivamente dello 0,5% e dello 0,1% in caso di conflitto più lungo.

Cifre che, per l’esperienza che abbiamo, indicano una prospettiva occupazionale nera.

Le denunce che arrivano dalle assemblee operaie assumono toni drammatici che le statistiche non rivelano. La cassa integrazione è l’anticamera del licenziamento. Che vuol dire, bene che vada, e solo in alcune aree, ricollocamento in condizioni lavorative peggiori.

Ormai il lavoro povero crea povertà comparabili con quelle della sottoccupazione, dell’economia informale, della disoccupazione.

Uno degli strumenti di contrasto della tendenza in atto  deve essere la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 30 ore settimanali, ovviamente non barattato da riduzioni di salario che anzi va aumentato in modo anch’esso generalizzato.

La situazione va affrontata facendo vivere la lotta per forti aumenti salariali assieme alle rivendicazioni di reddito per cassintegrati e disoccupati.

Occorre uno strumento generale che integri il reddito di chi finisce in esubero con i profitti padronali e che uniformi cassa integrazione e contratti di solidarietà, estendendone i periodi di validità.

Occorre garantire la continuità reddituale anche fuori dal posto di lavoro, che si colleghi alle storiche rivendicazioni del movimento dei disoccupati, le potenzi e le riqualifichi.

Occorre potenziare ed estendere ai molti territori di nuova povertà le lotte dei disoccupati le cui esperienze e tradizioni, soprattutto a Napoli ed in altre città del Sud, sono vaste. Ed occorre collegare, con l’obiettivo di arrivare a una unificazione, le lotte rivendicative dei disoccupati con la lotta per il salario degli occupati.

Occupati e disoccupati devono convergere nella formazione del fronte unico operaio, superando e battendo le barriere ideologiche, politiche e sindacali che la borghesia e i suoi agenti hanno escogitato per mantenere divisi i differenti settori di proletariato.

Di grande importanza è la formazione di comitati di sciopero per la difesa degli interessi comuni, economici e politici, della classe proletaria, di consigli e  commissioni di delegati di fabbrica e di distretto industriale e/o territoriale per superare il frazionamento delle lotte e costruire una loro direzione unitaria.

Come comunisti dobbiamo considerare con maggiore attenzione queste necessità ed agire affinché occupati, sottoccupati, precari e disoccupati convergano in un unico fronte di lotta che abbia come prospettiva strategica l’abbattimento di un modo di produzione barbaro, mediante la rivoluzione socialista.

Da Scintilla n.159, aprile 2026

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