Electrolux: la mobilitazione continua
Lunedì 5 ottobre, in concomitanza dell’incontro al Mimit tra governo, azienda, e rappresentanti dei lavoratori, in tutti gli stabilimenti si è tenuto un partecipato sciopero generale dell’intera giornata.
Più che sul modesto presidio romano, è sullo sciopero che va posta l’attenzione.
Lo sciopero è stato compatto per la parte operaia, assai meno per quella impiegatizia.
A Susegana, principale stabilimento del gruppo, per 24 ore è stato impedito, con macchine messe di traverso, il movimento delle merci; questo nonostante la minacciosa presenza della polizia.
A Porcia si è adottato lo sciopero a scacchiera che ha disarticolato la produzione della giornata.
A Forlì un deciso picchetto, con la presenza di combattivi/e compagne/i, ha impedito l’entrata di alcuni crumiri ed è stato identificato dalla Digos in una pesante azione di intimidazione. Esprimiamo ai partecipanti al picchetto la nostra piena solidarietà.
Ebbene, proprio questa massiccia e compatta adesione è rimbalzata al tavolo romano facendo si che l’azienda adottasse più miti consigli. Essa ha trasformato il piano di 1450 esuberi in un piano triennale di uscite anticipate con incentivo per 1250 addetti, specialmente del settore tecnico-impiegatizio.
Nella temperie esistente si tratta di un risultato parzialmente positivo, perché una cosa è essere buttati sul lastrico ed un’altra “accompagnati ad un altro impiego” senza il totale sconvolgimento delle prospettive di vita.
Un risultato da vigilare contro possibile disdette, dato che Electrolux non è nuova ai dietrofront.
Questo primo risultato è stato ottenuto solo grazie alla mobilitazione di classe, non con i tavoli regionali e ministeriali che funzionano da diluizione e pompieraggio dei conflitti, nell’attesa che le acque si calmino e i lavoratori si stanchino e si rassegnino.
Va rimarcato che, all’Electrolux, come le RSU degli stabilimenti denunciano, la riorganizzazione fa aumentare a dismisura i ritmi (del 7% complessivamente), arrivando ad assumere temporaneamente addetti per far fronte a picchi della domanda. Ne consegue il peggioramento delle condizioni lavorative e di vita, problemi di sicurezza e una maggior usura degli operai.
Per contrastare ciò si apre un altro fronte di lotta in cui i delegati già agiscono e agiranno, visto che, stabilimento per stabilimento, hanno calcolato il numero di esuberi direttamente connesso all’aumento dei ritmi, e ne chiedono giustamente il ritiro.
Per lo stabilimento marchigiano, sul quale è stata recentemente organizzata una manifestazione nazionale, si rivendica la sua continuità produttiva oltre la data (1 gennaio) prevista dal piano aziendale.
Come possiamo vedere, la vicenda non finisce con un “tutti a casa”. Il protagonismo di delegati ed operai combattivi non è cessato ed è esempio per altre vertenze.
Va invece denunciato con forza l’isolamento in cui questa ed altre vicende sono state lasciate dai vertici sindacali, che si oppongono con tutti i mezzi alla costituzione di un fronte unico operaio in cui rientrino le centinaia di vertenze in atto, in un momento in cui fattori oggettivi e soggettivi (aperta condiscendenza governativa ai piani padronali) concorrono ad alimentare una crisi industriale che sta falcidiando interi settori produttivi.
Un fronte non solo difensivo, ma che riporti la classe operaia nella scena politica, non in una prospettiva d’appoggio ad iniziative elettorali, ma come soggetto politico fondamentale per la trasformazione rivoluzionaria della società.
Da Scintilla n. 163, ottobre 2026
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