Electrolux: “Noi non molleremo mai!”
Sin dall’inizio abbiamo seguito e sostenuto la vertenza Electrolux, lungi dall’essere conclusa.
La mobilitazione operaia, con scioperi a scadenza ravvicinata in tutti gli stabilimenti, favorita anche dall’esistenza e dall’azione di delegati combattivi e coordinati, non in linea con le direttive dei vertici delle maggiori confederazioni sindacali, sembrava, durante l’estate, aver fatto prendere alla vertenza la via del tavolo ministeriale di concertazione.
L’azienda ha finto per poche settimane di ritirare il piano esuberi e la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi per tornare alla carica a fine agosto.
La contabilità dei tagli è un bollettino di guerra.
Gli esuberi sono 1.450, a cui si devono aggiungere 135 contratti in scadenza che non saranno rinnovati (altri 91 sono già scaduti senza rinnovo).
Nel sito di Forlì gli esuberi sono 297; su Solaro ne pendono 217; centinaia di tagli anche a Susegana e Porcia, mentre si sposta la produzione in Cina e Thailandia.
A fronte di ciò la lotta operaia non si è fermata, ma indurita, perchè gli operai non accettano licenziamenti e chiusure.
Nello stabilimento di Susegana si sono susseguiti gli scioperi, con gli operai che hanno raggiunto la statale. A Porcia il 7 settembre un’assemblea con un’ora e mezza di sciopero e un corteo che ha attraversato lo stabilimento.
Il 15 settembre si è svolto lo sciopero nazionale di 8 ore in tutti i siti del gruppo contro il piano della multinazionale con manifestazione a Cerreto d’Esi, dove si prevede la chiusura dello stabilimento, con oltre mille partecipanti al grido “Noi non molleremo mai!”.
Ma veniamo al “paradosso” di Electrolux.
A fine agosto molti si erano stupiti di un fatto apparentemente strano: l’assunzione a tempo determinato e i rinnovi contrattuali di operai in alcuni stabilimenti, tra cui quelli di Porcia e Forlì, tra i più falcidiati dagli esuberi, per far fronte al picco di produzione solito in quel periodo.
Inoltre, è stato calcolato che a Susegana gli esuberi operai sono funzionali al funzionamento di un solo turno con un forte aumento dei ritmi (da un 20 a un 40% in più).
A questo si deve aggiungere che l’azienda, in Italia, anche prima dell’annuncio del piano esuberi, continuava a fare profitti.
Non c’è nulla da stupirsi, compagni. Nessun paradosso, nessun bluff, ma il normale funzionamento delle leggi del capitalismo contemporaneo, le quali fanno sì che il capitale monopolistico non si accontenta di ottenere un “normale”, medio profitto, ma cerca di ottenere il massimo profitto nel minor tempo possibile.
Tanto più che l’avvento dei monopoli internazionali non abolisce affatto la concorrenza con monopoli rivali e tanto più per il fatto che i profitti, distribuiti come dividendi, servono a sostenere, al pari dei piani esuberi, i corsi azionari, che in ultima analisi determinano l’“efficienza” dell’investimento e delle prestazioni manageriali.
Una logica spietata e cinica che vediamo applicata in molte fabbriche.
Per offrire un esempio eclatante, in Stellantis, dove si fa larghissimo uso della cassa integrazione, si continuano a chiudere linee, mentre in quelle rimanenti i ritmi spezzano la schiena.
Come è noto, il capitale si avvale di due metodi per l’aumento del plusvalore, alla base dell’origine del profitto: il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo.
Con lo sviluppo delle forze produttive del lavoro, l’introduzione dell’automazione, delle catene e delle isole di montaggio, con l’uso di macchinari sempre più efficienti (robot) ed ultimamente anche “intelligenti”, con l’aumento dei ritmi e dei carichi di lavoro, per un lungo periodo il capitale ha prevalentemente usato quest’ultimo metodo per aumentare lo sfruttamento della forza lavoro, quindi il plusvalore estratto dell’operaio, riducendo il tempo di lavoro necessario a compensare il valore della sua forza-lavoro.
Periodicamente il rinnovo del capitale fisso porta a questo metodo per aumentare la produzione.
Ma rinnovare macchinari e metodologie lavorative, nonché acquisire nuove tecnologie costa sempre di più.
Ed ecco che i padroni, più spesso di quanto si creda – gli operai lo sanno bene – ricorrono anche al metodo del plusvalore assoluto.
Tradizionalmente ciò avviene mediante l’allungamento dell’orario di lavoro, e con vari mezzi tra cui l’impiego dello straordinario, dei sabati lavorativi.
Gli operai pure sanno che entrambe le tecniche di aumento dello sfruttamento, che li logorano precocemente, si accompagnano ai licenziamenti perché in ultima analisi a determinare la quantità della produzione è il mercato: quando si accumula un surplus di merci invendute, i capitalisti riducono la produzione e partono le lettere (o le email) di benservito.
Nel regno del capitale l’estorsione massiva del plusvalore e l’ottenimento di enormi profitti non garantiscono per niente l’occupazione operaia. L’esistenza dell’operaio è sempre in bilico.
Quando meno te lo aspetti ti capita un trasferimento (vedi in questi giorni i lavoratori della Valentino di Valdagno), oppure le delocalizzazioni e l’esubero, col rischio concreto di finire sul lastrico.
Per mettere fine definitivamente a questa precaria esistenza esiste un solo modo: l’abolizione della schiavitù salariata per mezzo della rivoluzione socialista in cui i mezzi di produzione sono socializzati e cessano di contrapporsi all’operaio come capitale.
La storia ha dimostrato che è possibile realizzare ciò e oggi come non mai questo passaggio per la liberazione definitiva non è eludibile, ma attuale, necessario e urgente.
Questo affermiamo mentre continuiamo a sostenere la mobilitazione degli operai e delle operaie Electrolux contro licenziamenti e chiusure.
Da Scintilla n. 162, settembre 2026
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