Ennesimo decreto a favore dei padroni
Con il suo ultimo “Decreto lavoro”, il governo prosegue sulla via degli incentivi alle imprese capitalistiche. Mantiene la tattica di stilare leggi che stabilisco pochi punti fermi, e conseguente proprio in virtù di una mancanza di norme prescrittive ampia di fatto le possibilità di manovra concesse ai padroni.
Si prosegue con la politica dei bonus, per stimolare le assunzioni, una formula già vista e sfruttata più volte che ha sempre prodotto scarsi risultati per l’occupazione, vantaggi per gli sfruttatori e depauperamento dei fondi statali e di conseguenza del welfare pubblico.
Viene istituito il cosiddetto “salario giusto” che vorrebbe sostituire il salario minimo, ma che presenta numerosi punti critici:
– Non viene indicata una cifra minima oraria legale valida per tutti, lasciando scoperte o deboli le tutele nei settori in cui mancano contratti di riferimento forti, aprendo così le porte ai contratti “pirata”, di comodo, utilizzati in diversi settori (commercio, turismo, logistica) per abbassare il valore della forza-lavoro e ridurre le tutele su malattie, infortuni, anzianità, ecc..
– Si lega il meccanismo di adeguamento retributivo al 50% dell’IPCA dopo 9 mesi dalla scadenza del contratto, sancendo così la perdita del potere d’acquisto dl salario e incrementando il ritardo strutturale dei rinnovi contrattuali.
– Si presume che i contratti firmati dalle sigle tradizionali siano conformi all’articolo 36 della Costituzione, ma la giurisprudenza (inclusa la Cassazione) ha talvolta evidenziato come i minimi di certi CCNL possano risultare insufficienti a garantire un’esistenza dignitosa a causa dell’inflazione.
– Gli incentivi elargiti ai padroni per le assunzioni spingono a contratti a tempo determinato, cioè a finchè dura l’incentivo, spostando in avanti la precarietà invece di ridurla.
– La base per la corretta determinazione del salario non viene individuata solo nella contrattazione collettiva stipulata dalle organizzazioni “maggiormente rappresentative”, ma anche nella “dimensione” e nella “natura giuridica del datore di lavoro”: un concetto che potrebbe consentire alle imprese di andare facilmente in deroga ai CCNL di categoria.
Nella legge di conversione viene dato carico al CNEL di stilare un Rapporto nazionale sulle retribuzioni strutturato non solo per settore economico, ma anche per ambiti territoriali omogenei.
Una disposizione che apre la strada alla reintroduzione delle gabbie salariali, vecchio cavallo di battaglia della Lega.
Le norme sulla cosiddetta Gig Economy non consentono un’adeguata protezione dei lavoratori.
Così come destano preoccupazione le novità sul distacco lavorativo, che di fatto viene liberalizzato, ampliando la sua possibilità anche fra aziende non dello stesso settore o che non adottano lo stesso contratto collettivo.
Quindi di fatto, un “Decreto lavoro” beffa (varato dal governo il Primo Maggio per ingannare i lavoratori e poi convertito in legge il 27 giugno) che non tutela i salariati, ma prosegue nella consolidata politica di generoso sovvenzionamento e favori alle imprese, specie ai monopoli.
Per combattere efficacemente questa politica bisogna lavorare quotidianamente per unire in un unico fronte la lotta contro l’attacco al salario, i licenziamenti e i tagli della spesa sociale, contro gli attacchi alla classe operaia e alla massa lavoratrice, contro il riarmo e la guerra, contro la limitazione dei diritti fondamentali e la riorganizzazione autoritaria dello Stato.
Questo unico fronte proletario potrà diventare una forza potente contro i piani della classe dominante. Non c’è alcuna barriera che separi queste azioni di lotta. Devono procedere insieme.
Da Scintilla n. 162, settembre 2026
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