Ex-ILVA: NO ai licenziamenti!

L’11 settembre la Corte d’Appello di Milano ha decretato la chiusura dell’area “a caldo” dell’ex-Ilva di Taranto, con la motivazione del “bilanciamento dei contrapposti interessi” fra tutela della salute e ragioni aziendali.

Rimane perciò confermata la tempistica di chiusura entro il 28  ottobre, delle attività dell’area “a caldo”.

La sentenza, un episodio della lotta interna alla borghesia sull’industria siderurgica, non dice che gli operai devono essere licenziati, ma non è difficile prevedere che arriverà una valanga di CIG, esuberi e licenziamenti.

La chiusura mette in luce il fallimento dei gruppi dirigenti dello Stato borghese i quali da 14 anni a questa parte, coprendosi le spalle con una ventina di decreti “salva-azienda”, non hanno voluto dar vita a un piano di investimenti per assicurare la continuità del ciclo produttivo in uno dei più grandi complessi siderurgici europei, garantire l’occupazione, ridurre l’inquinamento e bonificare l’ambiente.

In tal modo hanno trasformato una crisi settoriale in una crisi industriale più vasta, oltre che di legittimità del sistema che difendono.

Ma ci sono responsabilità anche della parte sindacale, che non ha voluto mettere in campo una mobilitazione adeguata dopo lo sciopero dello scorso novembre.

Quello che si è tenuto dopo la prima sentenza è rimasto uno sciopero isolato, malgrado i lavoratori avessero dato segnali di volontà di lotta. Cosa molto grave, senza attenuanti climatiche.

L’unica cosa che i vertici sindacali sono riusciti a fare è una patetica supplica a Mattarella, salvo risvegliarsi alla vigilia delle scadenze, ma senza agire. Neanche uno sciopero di facciata. La tiritera di “tavoli ed incontri” ormai sa di pompieraggio.

Siamo di fronte a una chiusura definitiva? Di certo, visto il disinteresse della gestione commissariale di Acciaierie d’Italia, e soprattutto la manfrina di chiacchiere del governo Meloni, le conseguenze saranno gravi.

La cokeria, gli altiforni 1, 2 e 4, l’acciaieria 2 e gli impianti collegati saranno chiusi, con pesanti ricadute anche a valle dell’area a caldo, negli stabilimenti del nord, e nell’indotto.

Le ipotesi di acquisizione di privati delle due aree a questo punto rimangono solo sulla carta e nello scenario prorompono CIG, esuberi e licenziamenti.

Se passasse la valanga di esuberi che si verranno a creare (con l’indotto e gli attuali cassintegrati circa 17.000), bene che vada si salverebbe solo un pezzo di area a freddo (laminatoi) per 1600 addetti, che ora funziona parzialmente e a intermittenza. Necessita però di rifornimento delle bramme di acciaio e di energia.

All’arrivo della sentenza definitiva le aziende dell’indotto hanno fatto subito ripartire 2500 licenziamenti (per ora sospesi). Ne seguiranno molti altri, interni ed esterni.

Un numero tale da rendere concreta la prospettiva, tra un anno o due, di licenziamenti di massa.

Una macelleria sociale che va immediatamente scongiurata, mettendo in atto la mobilitazione e la lotta più larga e dura possibile, fino all’occupazione della fabbrica.

Basta chiacchiere, incontri, tavoli a perdere!

La situazione va affrontata  all’altezza della posta in gioco. Non certo per scongiurare la  “bomba sociale”. Questo è un problema di Meloni, Urso e vertici sindacali, non degli operai!

Per gli operai ciò che conta è la salvaguardia dell’occupazione, del salario e del futuro per tutti.

C’è ancora il tempo per  combattere la rassegnazione, attivizzare tutti gli operai alla lotta, unirli compattandoli e impedire la loro divisione e all’interno del polo tarantino e tra di diversi siti produttivi.

Non è la prima volta che “lor signori” provano a chiudere. La classe operaia dell’ex-Ilva ha già dato nel recente passato di adeguate risposte, con esempi di grandi e decise lotte che hanno ridotto le controparti padronali e governative a più miti consigli.

Ora, sotto la mannaia del licenziamenti, è esplosa la protesa degli operai dell’indotto che sono scesi in sciopero unitario, con blocchi stradali. Rabbia e disperazione vanno trasformate in una lotta dura e ben organizzata per impedire i licenziamenti.

Ma la questione dell’ex Ilva, non si limita a Taranto, a Cornigliano, ecc. È una questione che investe l’intera classe operaia e perciò la risposta non può che essere generale e solidale!

C’è da risanare? C’è da riconvertire? Ebbene lo si faccia, tassando profitti, rendite e grandi patrimoni, utilizzando i fondi del Ponte di Messina e del riarmo!

Una spinta importante alla mobilitazione deve arrivare dalla costituzione immediata da parte di operai (attivi ed inattivi) e delegati combattivi di comitati di lotta e di sciopero, organi di fronte unico dal basso, indipendentemente dalle tessere di appartenenza e dall’iscrizione o meno ai sindacati. Senza preclusioni e settarismi di sorta, da proporre anche ai disoccupati, compresi quelli di lungo corso, con intenti unificanti.

Ed è pure importante aprirsi al territorio, chiamando alla solidarietà attiva i cittadini che comprendono che produrre senza inquinare si può e si deve, che lavoro e salute devono andare di pari passo.

La posta in gioco è alta. Il disastro ex-Ilva è un disastro di “lor signori”. E a costoro spetta procacciarsi risorse, trovare rimedi urgenti per fronteggiare la crisi, senza scaricarla sulle spalle di chi ha già pagato fin troppo.

NO ai licenziamenti! Nessun posto di lavoro deve essere perso, in fabbrica e nell’indotto! Garanzia dell’occupazione, del salario e del futuro per tutti gli operai!

Riduzione generalizzata dell’orario di lavoro.

CIG a salario pieno a spese dei padroni e dello Stato.

Investimenti immediati per la tutela della salute operaia e popolare, con gli operai ex Ilva impiegati nella bonifica.

No alla divisione tra operai delle diverse aree e reparti e tra siti produttivi.

Unità di lotta della classe operaia!

Non sono in grado di soddisfare le esigenze operaie? Allora occorre organizzarsi e lottare per cacciarli dal potere così da attuare un radicale rivolgimento economico,  confiscando e socializzando i mezzi di produzione, con una direzione operaia dell’industria!

Avanti compagni operai nella mobilitazione, nella lotta e nell’organizzazione di classe!

Da Scintilla n. 162, settembre 2026

 

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