Firmato il contratto metalmeccanici: tutti soddisfatti, tranne gli operai
Dopo 40 ore di sciopero e oltre un mese di trattative, è stato firmato il contratto dei metalmeccanici. Padroni e capi sindacali sono soddisfatti. E gli operai?
Dire che è stato un accordo al ribasso sarebbe un eufemismo.
La parte economica frustra le aspettative operaie. Non 280 euro in tre anni come era contenuto nella piattaforma sindacale (che non sarebbero nemmeno stati sufficienti per un aumento reale del salario e per compensare l’intensificazione dello sfruttamento in fabbrica), ma appena 205 euro in media in quattro anni.
Ovvero una manciata di euro (50 mensili circa ai livelli più bassi) che a malapena superano in percentuale l’indicatore inflattivo europeo di riferimento (IPCA) che non tiene conto né del carrello della spesa, né dei costi dei carburanti.
Quindi siamo molto al di sotto dell’inflazione reale. Questo significa riduzione netta del potere di acquisto del salario, significa che non si è voluto modificare il rapporto fra salari e profitti che da decenni vede scendere i primi e salire i secondi.
Della riduzione generalizzata e sensibile dell’orario di lavoro non c’è traccia: essa avverrà qua e la in via sperimentale. La settimana lavorativa si allunga (il plurisettimanale passa da 80 a 96 ore annue) e aumentano gli straordinari comandati.
Sulla parte normativa ci sono alcuni miglioramenti, specie sulla sicurezza e sull’utilizzo del personale in staff leasing, ma anche dei peggioramenti, come nel numero di giorni di lavoro da svolgere in mansioni proprie di un livello superiore per ottenerne il diritto al passaggio di livello. Il passaggio a tempo indeterminato è di fatto a 4 anni.
Nel complesso modestissime modifiche, spesso frutto di leggi già approvate, che non possono far cantare alcuna vittoria agli operai, nemmeno per la parte normativa. Infatti in molti esprimono insoddisfazione.
Nella parte terminale della trattativa no-stop di quattro giorni, dalla quale non è trapelato nulla, c’è stato del grottesco.
Poco tempo prima della firma sono apparsi in alcuni siti delle indiscrezioni sul fatto che si trattava per ottenere 235 euro, subito smentite da una nota sindacale congiunta che ripeteva che sul tavolo c’erano i 280 euro iniziali.
Il risultato è quindi peggiore delle stesse smentite e tale da porre l’accordo nella media di altri contratti firmati, se non peggio se si calcolano i montanti degli altri contratti dei metalmeccanici (Confapi e Coop).
Per mettere le mani avanti e non cadere indietro, ora le burocrazie sindacali reclamano dal governo la detassazione al 5% degli aumenti contrattuali. Troppo tardi, i giochi sembrano fatti in Parlamento. E dall’ultimo sciopero di otto ore di giugno non c‘è stata più nessuna iniziativa di lotta sul contratto, nessuna mobilitazione, nessuna tensione delle forze operaie.
Un’esperienza che serve a rinfrescare la conoscenza della tecnica con cui si tirano bidoni agli operai.
Alcune considerazioni politiche si impongono.
In primo luogo i vertici sindacali hanno rinunciato a fare del CCNL dei metalmeccanici un traino per le altre categorie di lavoratori, come succedeva in passato.
In secondo luogo, non hanno voluto ricostruire in quel settore fondamentale di classe operaia la fiducia negli scioperi e nelle mobilitazioni, al di là delle vertenze nelle singole fabbriche per esuberi e cassa integrazione.
In terzo luogo, hanno volutamente estromesso la categoria dal centro della lotta della classe operaia, smorzando immediatamente le forme di lotta più determinate per dar vita alle solite passeggiate.
I metalmeccanici sono stati lasciati nell’isolamento e ai margini della lotta politica contro la classe dei capitalisti. Ciò si riflette persino nella pressoché totale assenza di seri commenti alla vicenda contrattuale e al suo esito, anche in quelle componenti politiche e sindacali che si dicono “vicine” agli operai.
Quanto alla questione salariale “grande come una casa” (Landini) essa continuerà a ingigantirsi e non lo sarà di meno con restituzioni di “fiscal drag” e altri artifici fiscali.
Un forte aumento dei salari rimane una necessità irrinunciabile e non rinviabile per l’intera classe operaia.
La situazione non è però destinata a cambiare – ma anzi a peggiorare perché di questo passo la distruzione dei CCNL è solo rimandata – se non si mobilitano le forze di classe per dare implementazione effettiva alla politica di fronte unico proletario, all’unità di lotta a partire dalla base, senza distinzione di tessere e sigle, senza bandierine da piantare o orticelli da coltivare.
Non basta dunque votare NO nella consultazione sul contratto. Per tornare avanzare ci vuole la ripresa della mobilitazione e dell’organizzazione di classe.
All’ordine del giorno non è la costituzione di qualche nuovo sindacatino, ma la formazione di una corrente sindacale di classe che riunisca l’opposizione interna alle confederazioni e quella esterna, di comitati di lotta su vasta base, per scongelare le energie che il riformismo politico e sindacale mantiene in frigorifero, mettere alle corde la burocrazia sindacale, dare una direzione autonoma agli scioperi, favorire l’inserimento dei non organizzati nelle lotte.
Un compito che lettori e compagni che ci seguono dovrebbero assumere in prima persona, senza sterili attesismi, senza ”stare in finestra”.
Per ricostruire quanto è stato distrutto – e si continua a distruggere – non c’è che una via: rompere gli indugi e battersi nell’agone politico, nella classe e assieme agli autentici comunisti.
In quanto marxisti-leninisti siamo pronti a offrire il nostro contributo, a fare la nostra parte come sempre per il bene della classe operaia.
Da Scintilla n. 156, dicembre 2025
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