Fisco, appalti: il governo Meloni è al completo servizio dei padroni

In piena continuità con la politica del governo Draghi è in corso un riassetto fiscale finalizzato a gravare sempre più il carico della tassazione sul proletariato.

La tendenza è verso l’abolizione completa del criterio della progressività, ossia dei tributi che i cittadini sono tenuti a versare in ragione del loro reddito.

La legge-quadro del 1974 di aliquote ne prevedeva ben 32, che col tempo sono andate riducendosi.

Ora il governo si sta muovendo verso tre aliquote per rispettivi scaglioni, ma con l’intendimento di passare ad una sola, così da realizzare la flat tax (tassa piatta ad aliquota unica).

L’obiettivo immediato è evidente: sgravare delle tasse i redditi più alti.

Con il sistema delle diverse aliquote crescenti per scaglioni progressivi di reddito il cittadino a reddito elevato paga l’IRPEF in percentuale crescente a detto reddito: un sistema che in qualche modo attenua le spaventose disuguaglianze esistenti in regime capitalista.

Con la sua abolizione la percentuale sarà unica e il baricentro del carico fiscale si sposterà verso il basso, su chi fatica ad arrivare alla fine del mese, con enorme vantaggio dei borghesi, che sono anche i maggiori evasori fiscali.

A ciò si aggiungerà l’angheria della forfettizzazione delle spese sanitarie (vuol dire che esse  potranno essere detratte fino ad un certo limite) mentre le perdite azionarie di “lor signori” potranno essere detratte!

Questa maggiore ingiustizia fiscale va a sommarsi ad altre forme di sgravio e facilitazione dei profitti, dato che per alcune categorie come le rendite finanziarie (fondi di investimento, obbligazioni, plusvalenze di borsa, etc.) esiste già un’aliquota del 26%, dunque una tassazione inferiore a quella che grava sul lavoro e sulle pensioni.

Per le rendite immobiliari vale poi la cosiddetta cedolare secca, ossia una modesta aliquota del 21% sugli affitti. Senza poi contare la giungla fiscale sul lavoro autonomo, che si avvale del commercialista che sa come destreggiarsi per pagare meno tasse.

Non è finita. La “riforma” prevede la riduzione dell’Ires, ossia le tasse che pagano le imprese capitalistiche, nella vaga condizione che “gli utili siano reinvestiti in azienda”.

Un ulteriore regalo consiste poi nella programmata abolizione dell’Irap, imposta che le società hanno finora pagato per finanziarie  il fondo sanitario nazionale.

Poiché le risorse del PNRR non vanno certo su scuola, sanità e pensioni, il minor gettito conseguente alla controriforma del fisco combinato con la “autonomia regionale differenziata”  significherà il taglio di ciò che rimane dei servizi sociali.

La controriforma fiscale ha quindi un preciso carattere di classe, per il beneficio che apporta alla borghesia e, in misura minore, alla piccola borghesia ed ai ceti reddituali medio-alti.

L’azione filo-padronale del governo si sviluppa anche in altre sfere, la più eclatante delle quali è la controriforma del codice degli appalti e dei contratti con la pubblica amministrazione – specie per i lavori e le opere pubbliche – nella quale si prevede la completa liberalizzazione che farà precipitare la condizione lavorativa e i diritti a livelli ottocenteschi, con inevitabili ricadute sui salari e sulla “sicurezza sul lavoro”.

A ciò si accompagna  l’innalzamento a dismisura (5,3 milioni di euro) della soglia al di sotto della quale per le assegnazioni non si prevede alcuna gara, ma affidamenti diretti, a tutto vantaggio del funzionariato corrotto e delle grandi imprese in odore di mafia che possono mettere in campo “muscolosi” sistemi di aggiudicazione per arraffare tutto il malloppo.

Un liberismo selvaggio, prodotto della crisi del capitale che la borghesia pensa illusoriamente di risolvere appropriandosi di quote maggiori di plusvalore sotto diverse forme e rimuovendo i vincoli legislativi fino a creare un sistema di subappalto a cascata senza limiti e senza controlli, secondo lo slogan meloniano “non disturbare le imprese”.

La reazione dei vertici confederali alle manovre del governo Meloni è stata solo “rumorosa”; alle parolone è seguita l’indizione di tre blande manifestazioni interregionali di sabato, senza neanche un’ora di sciopero.

Per rispondere come si deve alle manovre governative bisogna mobilitare e organizzare le masse lavoratrici, realizzare veri scioperi generali, ma la burocrazia sindacale collaborazionista non ha alcun interesse a farlo. Inoltre la mobilitazione potrebbe sfuggire di mano sull’esempio delle grandi lotte in corso in Francia, Gran Bretagna, Germania, etc.

In quanto comunisti (marxisti-leninisti) non siamo certo contrari ad una seria mobilitazione sul fisco per far pagar ricchi e padroni, seppure non la consideriamo l’aspetto principale del rilancio della lotta di classe e abbiamo ben presente il rischio di una deviazione dagli obiettivi principali, ossia la lotta per veri aumenti salariali, per la difesa dell’occupazione contro licenziamenti e precariato, per la difesa delle pensioni e la salvaguardia dei  servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti), per la pace.

Su questi terreni di lotta di classe va sviluppata la mobilitazione affinché la classe operaia e gli altri  salariati possano riprendere fiducia sulla loro forza che va messa in campo inquadrandola in una prospettiva rivoluzionaria, nella presa di coscienza che solo con l’abbattimento del sistema capitalista e l’instaurazione del socialismo ci si potrà liberare dallo sfruttamento e dall’oppressione sempre più pesante che il capitale impone alle masse lavoratrici.

Da Scintilla n. 133 – aprile 2023

 

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