Gli operai ex Ilva resistono uniti e rigettano i piani padronali e governativi

Nelle ultime settimane alcuni nodi sono arrivati al pettine per l’ex ILVA.

Le promesse di risanamento  e di mantenimento dell’area a caldo si sono rivelate aria fritta.

Il governo ha tentato la carta della chiusura, ma gli operai hanno risposto facendosi sentire a modo loro.

A partire dal 12 ottobre, data d’inizio della lotta, a Genova tre giorni di sciopero e mobilitazione con blocchi, presidi ed infine l’occupazione simbolica della prefettura hanno imposto un accordo di continuazione produttiva con materiale grezzo (che, così è stato loro detto, arriverà dall’estero e che sarà lavorato “conto terzi”).

A Taranto la protesta è durata cinque giorni con blocchi della statale 106 jonica e di quella per Bari, impedendo per 4 giorni il blocco delle merci della raffineria Eni.

Questo blocco, concomitante con quelli degli autotrasportatori e degli agricoltori del meridione, ha creato problemi a molti distributori di carburante e ai supermercati per mancato afflusso di rifornimenti.

Il decreto governativo del 13 ottobre, se pare salvaguardare temporaneamente la produzione dell’area a freddo, che proseguirà per alcuni mesi con l’importazione di bramme d’acciaio, mette fuori di fatto migliaia di operai per un lungo periodo, in attesa dell’entrata di capitalisti privati.

Nel decreto “salva Ilva” si prospetta una Cig “anche a zero ore” e la possibilità di liberarsi di molti operai, senza assicura alcuna ripartenza e bonifica dello stabilimento, nemmeno con esito favorevole della sentenza della Cassazione.

Altre “delizie”: la Cig nell’indotto potrà essere autorizzata solo per le aziende che fatturano almeno il 50% in ex-Ilva; gli incentivi per l’esodo andranno non ai lavoratori, ma alle aziende che assumono, con salario che potrà essere inferiore del 20%; ammontare della copertura salariale della Cig in deroga differenziata e sfavorevole per le aziende dell’indotto; nessuna garanzia di non finire in un posto di lavoro precario.

Dal conto suo il 17 ottobre l’azienda ha dato la vera interpretazione del decreto facendo sapere di non aver ordinato altro materiale per la produzione a caldo e di aver richiesto centinaia e centinaia di esuberi anche a Novi Ligure ed a Genova.

I possibili acquirenti, tra cui la cordata italiana direttamente interessata all’acciaio che alimenta una filiera della manifattura molto ampia, e ai relativi profitti, per ora si dichiarano interessati a salvaguardare una parte degli impianti (“tutto quello che viene a valle delle bramme” ha detto il presidente di Federacciai), lasciando allo Stato la gestione della patata bollente dell’area a caldo.

A Genova il presidente di regione Bucci e la sindaca Salis, si sono inseriti nella protesta operaia nell’intento di mitigarla e di tentare la divisione dalle sorti di Taranto. L’operazione è stata rigettata dalle RSU che il 15 ottobre hanno espresso una chiara solidarietà con Taranto, affermando: “la vertenza ILVA non è di Taranto o di Genova, è la vertenza di tutta la siderurgia italiana”, e soprattutto “Una sola lotta, un solo futuro. Nessuno si salva da solo. O ci salviamo tutti o non si va da nessuna parte”.

La base sindacale e le RSU di tutta l’ex-Ilva, quindi, hanno respinto al mittente il decreto e preso impegno di mantenere la mobilitazione fino a che non saranno soddisfatte e attuate le richieste e di produzione e di riconversione degli altiforni inquinanti, da tanto tempo promesse, ma di fatto mai nemmeno progettate. Chiedono anche garanzie sulla produzione a freddo e si oppongono alla Cig a zero ore.

Ma le burocrazie sindacali hanno frenato la lotta, ad esempio portando centinaia gli operai sotto la sede della Regione Puglia e togliendo i blocchi una volta che il governo ha riconvocato i vertici sindacali ad un tavolo per il 27 ottobre.

La lotta a Genova è proseguita il giorno 19, dopo un’assemblea, con blocco per l’intera giornata, dell’aeroporto, ma poi, sotto fortissime pressioni a 360 gradi, è rientrata.

Il 20 ottobre la Cassazione ha emesso una “mezza sentenza”, di cui non si conoscono ancora le motivazioni, che non stabilisce che l’area a caldo va chiusa.

La decisione, ribaltando le sentenze di Milano, consente a Acciaierie di non spegnere e mantenere il preriscaldo l’altoforno 2, che il governo ha prorogato al 15 dicembre. Intanto gli operai sono messi in Cig e ferie forzate, lo stabilimento è semivuoto.

Cosa c’è sotto? C’è la garanzia della continuità della produzione di profitto, senza alcuna tutela per la salute degli operai e della popolazione, scaturita dal gioco di squadra tra apparati borghesi e padroni, ma che lascia insoluti tutti i problemi sul tappeto.

C’è chi ha espresso soddisfazione. Noi diciamo c’è da farsi alcuna illusione sulla funzione svolta dalla magistratura all’interno del capitalismo, così come delle istituzioni governative centrali e locali, che agiscono per spezzare e frammentare le mobilitazioni, prendendo gli operai per stanchezza, e concludendo accordi sfavorevoli agli operai con la collaborazione dei vertici sindacali. Molti casi lo dimostrano.

La reazione di tali vertici, espressa non unitariamente nella riunione del 21, chiede maggiori garanzie e tutele per i cassintegrati, richiama la necessità di riprendere la produzione, ma non si pone affatto di traverso, né invita a riprendere la lotta, nè pone con forza il tema del reimpiego all’interno dell’azienda, accettando anche la CIG a zero ore. E rinvia tutto all’incontro del 27 parlando di “inizio di un percorso”… che dura da 14 anni!

Senza la ripresa della lotta dura, come gli operai hanno dimostrato di saper portare avanti, tutti i problemi operai e sociali della vicenda, non potranno essere risolti nell’interesse dei lavoratori.

In questa complicata situazione, con potenti nemici all’interno e all’esterno delle proprie fila, se la classe operaia dell’ex Ilva saprà mantenere l’unità di azione, riprendendo la lotta e saldandola con altre vertenze e con settori dell’opposizione sociale che sta montando, siamo convinti che c’è ancora la possibilità di salvaguardare  occupazione, salario e salute. Quando la classe operaia si muove in massa e con lotte dure i rapporti di forza cambiano rapidamente a favore degli sfruttati.

Viva la lotta degli operai ex Ilva!

Da Scintilla n. 163, ottobre 2026

Enquire here

Give us a call or fill in the form below and we'll contact you. We endeavor to answer all inquiries within 24 hours on business days.
[contact-form-7 id="5208"]
Organizzazione per il partito comunista del proletariato