Guerra in Ucraina: si inaspriscono i contrasti fra i briganti occidentali

In Ucraina con l’arrivo dell’inverno le operazioni belliche sul terreno subiranno un rallentamento, ma non gli attacchi aerei e con missili.

Di sicuro aumenteranno le sofferenze del popolo ucraino stretto fra l’invasione dell’imperialismo russo e il pugno di ferro del regime fascistoide di Kiev, alle prese col freddo, la mancanza di energia elettrica, le privazioni, la fame, la migrazione di massa.

Dopo quasi dieci mesi di guerra, di aumento delle spese militari, di crescenti pericoli di allargamento ed escalation del conflitto militare fino al rischio di una terza guerra mondiale, aspre discussioni politiche si sono accese a seguito dell’esplosione di un missile ucraino all’interno dei territorio polacco.

Queste discussioni hanno messo in luce le crescenti frizioni e divisioni fra le potenze del blocco NATO, che cominciano a sentire il peso della guerra, dei suoi costi esorbitanti, senza che siano in vista negoziati di pace.

In particolare è aumentata la distanza fra i paesi orientali e baltici della NATO e quelli occidentali, i maggiori della UE: i primi non hanno perso occasione per esprimere la loro posizione ferocemente antirussa e la loro “fedeltà” al padrone di Washington, facendo appello all’art. 5 del trattato atlantico (la c.d. “difesa collettiva”); i secondi si sono dimostrati esitanti e prudenti di fronte al pericolo di un maggiore coinvolgimento nella guerra, fanno fatica a seguire la linea oltranzista di Zelensky ed evitano di gettare altra benzina sul fuoco per non arrivare allo scontro diretto con la Russia.

In Italia, nonostante le posizioni guerrafondaie dei vari Meloni, Letta e Calenda, settori di borghesia alle prese con recessione, inflazione, crisi energetica, debito pubblico alle stelle, impoverimento degli arsenali militari e contraccolpi delle sanzioni, si rendono conto che seguire le orme del tragicomico burattino Zelensky è controproducente per i loro interessi.

L’appoggio all’Ucraina ha i suoi limiti, superarli vorrebbe dire fronteggiare una più decisa e ampia opposizione alla guerra nelle piazze.

La vicenda del missile ucraino esploso in Polonia ha anche evidenziato il contrasto fra le dichiarazioni di Zelensky, secondo cui non vi erano dubbi sul fatto che il missile era russo, e quelle di Stoltenberg, secondo cui il missile non era russo e non c’erano prove di un deliberato attacco di Putin ai paesi NATO.

Ciò comprova quello che dalla scorsa estate si era capito: la necessità di Zio Sam di disciplinare il vassallo ucraino che richiede sempre più armi e fondi e rifiuta i negoziati.

Sia chiaro: l’imperialismo statunitense non è diventato improvvisamente pacifista, ma persegue i suoi obiettivi.

Se l’interesse del regime di Zelensky, che è in difficoltà, è quello di provocare gravi incidenti e allargare la guerra per far intervenire la NATO e non finire distrutto, gli USA devono invece ammorbidire la posizione dell’ex-comico e dei suoi generali corrotti, spingendoli a rilasciare dichiarazioni di apertura ai negoziati per rassicurare i principali alleati europei che non vogliono  una escalation, ma una soluzione del conflitto.

Alleati a cui Biden chiede però di proseguire il loro appoggio all’Ucraina incrementando l’invio di armi e fondi e  adottando altre misure punitive contro la Russia (come il price cap, di cui beneficerà solo Washington).

Il piano dell’imperialismo USA, che è consapevole del fatto che l’Ucraina non sarà in grado di riprendere i territori occupati dalla Russia (v. le dichiarazioni del generale Milley), è quello di mantenere uno stato di allarme permanente in Europa, continuando a utilizzare l’Ucraina come carne da cannone in una guerra di logoramento della Russia (e con essa della Germania), intanto che potenzia il dispositivo militare nell’Indo-Pacifico per contrastare  il rivale strategico, la Cina imperialista.

A oriente si profila una sfida ben più complessa e costosa di quella consistente nel mettere un pupazzo al potere in Ucraina e ampliare la NATO per incitare la borghesia russa alla guerra, isolarla e indebolirla (Putin ha già fallito nel disegno originale di assoggettare in breve tempo Kiev e rischia di impantanarsi in una guerra prolungata).

Ovviamente l’aiuto militare a Zelensky non cesserà, anche perché la maggioranza dei neo-eletti repubblicani al Congresso non ha obiezioni di principio al riguardo.

Ma lo sforzo dovrà essere maggiormente ripartito con gli “alleati”, mentre gli USA si dedicheranno a sfruttare nuove opportunità per il loro complesso militar-industriale, per vendere a caro prezzo il gas liquefatto, bloccare il corridoio terrestre europeo della Via della Seta cinese, etc., finchè non decideranno di spingere l’Ucraina ai negoziati di pace, o di negoziare direttamente con il Cremlino.

Da parte loro i trafficoni revisionisti cinesi vorrebbero arrivare a un’intesa con gli USA per spartirsi il pianeta (“il mondo è abbastanza grande perché i due Paesi possano svilupparsi e prosperare insieme”, ha dichiarato Xi Jinping al G-20 di Bali).

Ma la lotta fra i due giganti imperialisti non potrà sfociare in un condominio, poiché gli Stati Uniti non rinunceranno mai volontariamente alla loro egemonia mondiale e la Cina non potrà sopportare a lungo di essere schiacciata dal dollaro ed essere circondata da una cintura di paesi alleati degli USA.

La realtà dimostra che mentre i pericoli di guerra aumentano, lasciare in mano ai briganti imperialisti e reazionari la bandiera della pace è un errore imperdonabile.

Dimostra altresì che far parte dei vassalli degli USA e della NATO, come lo sono i governi della borghesia italiana dal secondo dopoguerra in poi, vuol dire  portare il nostro paese alla rovina.

L’Italia è per gli USA una base aeronavale e logistica di primo piano dentro uno scenario di tensioni sempre più grave.

Il governo Meloni continua a trascinare l’Italia nella guerra, vuole mostrarsi agli occhi di Biden ancora più  servile dei precedenti governi, aumentando la spesa militare, inviando altre truppe e armi all’estero, etc.

Tutto ciò trasforma il nostro paese, le nostre città, in un fattore di guerra e in obiettivi militari nel caso di un coinvolgimento diretto della NATO nel conflitto in corso.

La lotta per la pace passa per la mobilitazione diretta della classe operaia e delle masse popolari, che hanno cominciato a far sentire la loro voce negli ultimi mesi.

E’ ora di alzare questa voce per uscire dalla guerra dei briganti imperialisti, per scongiurare una nuova guerra mondiale, per rompere le catene che strangolano le masse lavoratrici, per trasformare la lotta per la pace e per il pane in lotta per il socialismo.

Stop alla guerra! No all’invio di armi, truppe e fondi per la sua prosecuzione! Fuori dalla NATO, via le basi USA!

Il nemico principale dei lavoratori è dentro casa!

Via Meloni e i fautori di guerra dal potere!

Da Scintilla n. 129 – dicembre 2022

 

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