I dazi, le loro conseguenze e la risposta di classe
A breve entrerà in vigore l’accordo sui dazi fra USA e UE.
“L’accordo porterà stabilità” ha affermato Ursula von der Leyen, la presidente della commissione UE, dopo essersi inchinata al presidente USA Donald Trump senza neanche uno straccio di trattativa.
“L’accordo è positivo e sostenibile”, ha fatto vergognosamente eco la vassalla sovranista italiana che per mesi si era accreditata come “pontiera”.
L’”intesa commerciale” fra Stati Uniti e Unione europea, una vera e propria imposizione degli USA, prevede dazi al 15% su una vasta gamma di beni industriali e agroalimentari.
Su acciaio e alluminio i dazi restano al 50%. Nessun impegno sulla tassazione sui profitti dei monopoli statunitensi (come deciso al G7), ma obbligo dell’UE a investire 600 miliardi di dollari negli USA e ad acquistare 750 miliardi di dollari di prodotti energetici. Nessun ristoro per i settori colpiti. Una resa senza condizioni, alla faccia dei signori dell’”Europa siamo noi”.
Dazi = meno occupazione e più miseria
L’entrata in vigore dei dazi avrà molteplici conseguenze, fra cui l’ulteriore rallentamento dell’economia capitalistica nell’UE e in Italia.
L’accordo USA-UE mette a rischio centinaia di migliaia di posti di lavoro, produrrà licenziamenti e c.i.g. in settori come la meccanica, la moda, l’artigianato, l’agricoltura, etc.
Provocherà inoltre un pesante rialzo dei prezzi e stangate sulle bollette, con altra diminuzione del potere d’acquisto dei salari che sono già a livello da fame per milioni di proletari.
In realtà, l’aumento dei prezzi sarà notevolmente superore al 15%, considerando, oltre ai dazi, il deprezzamento del dollaro sull’euro (-13% negli ultimi mesi) per favore l’export USA.
Questo significa che la povertà si estenderà a livello di massa in misura ancora maggiore, assieme alle diseguaglianze sociali.
Chi pagherà il prezzo delle ricadute del nuovo sistema tariffario (calcolato dai padroni italiani in oltre 20 miliardi di euro) è presto detto: la classe operaia e le masse popolari, assieme ai popoli dei paesi dipendenti dall’imperialismo, asserviti e saccheggiati.
Ecco su chi viene esternalizzata la crisi dell’enorme debito degli USA.
Protezionismo, corsa al riarmo, sciovinismo
Le scelte di Trump non sono una “aberrazione”, ma la logica conseguenza di un sistema in cui il capitale monopolistico finanziario subordina l’apparato statale utilizzandolo per assicurarsi il massimo profitto, saccheggiando e impoverendo le masse lavoratrici.
Trump applica il protezionismo economico come arma per esercitare pressioni e ricatti sul rispetto della politica statunitense, volta a mantenere a ogni costo la supremazia mondiale di una superpotenza imperialista in declino storico.
Nel caso europeo, questa pressione si accompagna all’aumento della spesa militare al 5% del PIL, all’acquisto di armi, gas e petrolio dagli USA a prezzi esorbitanti e a misure contro le importazioni di merci cinesi (in questo caso i dazi hanno raggiunto il 145%, con relative contromisure).
L’introduzione dei dazi apre un nuovo capitolo della guerra commerciale. Il rafforzamento della lotta per i mercati esteri e le misure prese per impedire ai concorrenti l’accesso a quelli interni, determinano maggiore instabilità e debolezza dell’economia e della finanza capitalistica, interruzioni delle catene di rifornimento, crisi di sopravvivenza di alcune branche industriali “perdenti”. A livello politico, i dazi alimentano lo sciovinismo.
Si creano così anche le basi per l’escalation delle tensioni fra potenze imperialiste e capitaliste, rafforzando la tendenza a porre all’ordine del giorno la guerra per una nuova spartizione del mondo, delle sfere d’influenza, dei mercati, etc.
Stiamo entrando in un periodo di conflitti più aspri tra imperialisti e di aggressione aperta alla classe operaia e ai popoli.
Fermiamoli con la lotta, uniamoci e organizziamoci!
La classe dominante passerà presto all’offensiva per scaricare il peso dei dazi e della crisi sulle spalle dei lavoratori salariati, con attacchi alle condizioni di lavoro e di vita, ai contratti, ai salari, altre controriforme dell’età pensionabile, tagli ai servizi pubblici, inasprimento dei carichi fiscali.
Queste misure non potranno essere fermate con il “sovranismo”, alle cui sirene i proletari non dovranno prestare ascolto per non fare da carne da cannone, ma solo con la mobilitazione e la lotta della classe operaia in Italia e nel mondo per far pagare il costo dei dazi e della crisi ai capitalisti, ai ricchi, ai parassiti della società.
La via da seguire non è quella dei tavoli di concertazione, ma il rilancio della mobilitazione di massa, per la difesa dell’occupazione e forti aumenti salariali, contro la prossima legge finanziaria lacrime e sangue, nella prospettiva dell’abolizione del sistema che genera sfruttamento, miseria e guerra.
Assieme all’unità di azione del proletariato per la difesa intransigente dei propri interessi economici e politici, è necessario sviluppare un ampio movimento di lotta contro la politica di guerra, per difendere i diritti e le libertà democratiche, per lottare contro le forze della reazione, dello sciovinismo e del fascismo.
In questo scenario, ogni sciopero, ogni manifestazione deve diventare un momento per aprire crepe nel fronte nemico e aumentare la fiducia nelle proprie forze.
Prepariamoci a un autunno di grandi lotte con l’obiettivo di sconfiggere il governo Meloni nelle piazze nelle fabbriche, esigendo l’uscita dalla NATO e dall’UE, la chiusura delle basi USA.
Il compito non è quello di riformare i dazi e il sistema che li ha prodotti. È di lavorare con spirito internazionalista per il distacco rivoluzionario dal sistema capitalista-imperialista e l’instaurazione del socialismo.
Perciò dobbiamo persistere nella lotta per il partito comunista quale necessità storica e forza dirigente, sviluppando il processo di unità dei comunisti e dei proletari avanzati, con chiarezza ideologica e fermezza di posizioni politiche.
Luglio 2025
Organizzazione per il partito comunista del proletariato
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