I palestinesi nelle prigioni israeliane
Riceviamo e volentieri pubblichiamo il seguente contributo. Libertà per i prigionieri palestinesi ostaggi dello stato sionista, razzista e colonialista! Cessazione di ogni accordo di collaborazione a associazione fra Italia e Israele! Rigettare l’equiparazione di antisionismo e antisemitismo, così come ogni pretesa di trattare da pari oppressori e oppressi!
Sovraffollamento, fame, deprivazioni, torture per i prigionieri palestinesi nelle “democratiche” carceri israeliane
Secondo le notizie, riportate regolarmente dal quotidiano israeliano Haaretz, le condizioni dei prigionieri di sicurezza palestinesi nelle carceri dell’entità statale ebraica sono in via di peggioramento continuo. Tale peggioramento è iniziato oltre due anni fa, dopo il 7 ottobre 2023, quando i prelevamenti di persone sospette e le retate dell’IDF nei territori occupati hanno praticamente fatto raddoppiare il numero dei detenuti.
L’Ufficio del Difensore pubblico israeliano (PDO), che fa parte del ministero della Giustizia, ha pubblicato a fine novembre 2025 un rapporto redatto a seguito di visite effettuate nelle prigioni militari di Ramon, Megiddo, Ayalon, Shatta, Eshel e Ketziot nel 2023-2024. Secondo tale rapporto, i detenuti erano arrivati a 23.000, in carceri che avrebbero potuto al massimo ospitarne 14.500. I “prigionieri di sicurezza” dispongono di circa tre metri quadrati a testa, per cui molti di essi non hanno neanche lo spazio per un letto, una branda, un materasso.
Scrive il rapporto del Difensore pubblico che il regime alimentare è fortemente peggiorato, avendo come conseguenza immediata una “grave fame, manifestata in una forte perdita di peso e sintomi fisici concomitanti, tra cui estrema debolezza fisica e perfino svenimenti“. Ed inoltre, i prigionieri “sono tenuti in celle buie, senza illuminazione, in condizioni igieniche difficili, con un caldo soffocante e senza ventilazione. Le loro celle sono prive di qualsiasi equipaggiamento o effetto personale (a parte il Corano) e fanno fatica a mantenere la pulizia e l’igiene a causa della limitata disponibilità di prodotti di base come carta igienica, sapone e asciugamani“.
Nel rapporto si parla anche di malattie che si diffondono, come la scabbia. I detenuti incontrati dall’Ufficio del Difensore pubblico hanno anche denunciato maltrattamenti, violenze e percosse gratuite (anche durante i trasferimenti o le udienze in tribunale) da parte del personale carcerario.
A questo rapporto del PDO israeliano fanno eco le notizie che provengono dai canali di comunicazione della resistenza palestinese all’occupazione (Resistance News Network, che utilizza il canale Telegram), i quali giornalmente pubblicano informazioni dirette da parte delle famiglie e delle organizzazioni dei prigionieri nelle carceri sioniste.
Giungono così notizie di retate o prelevamenti individuali nei territori occupati, compiute dall’esercito israeliano o dallo Shin Bet. Alcuni prigionieri sono sottoposti a continue e brutali aggressioni, nonostante siano in detenzione amministrativa – non comunicata alle famiglie – ma alcuni di loro hanno trattamenti ancora più bestiali, perché riconosciuti come leader della popolazione palestinese.
E’ il caso di Abdullah Al-Barghouti, comandante dell’ala militare di Hamas, che ha perso circa 35 chilogrammi di peso a causa delle restrizioni nelle razioni di cibo. In più soffre di foruncoli su tutto il corpo per essere stato deliberatamente rinchiuso in una cella infestata dalla scabbia. Scrive la RNN che “Al-Barghouti soffre di sanguinamento, ferite, fratture e tendini strappati alla mano, che i prigionieri non riescono a curare se non con pezzi di stoffa strappati e materiali per la pulizia primitivi. Le guardie carcerarie assaltano la cella di Al-Barghouti giorno e notte con cani, dicendogli che “gli mancava picchiarlo” prima di iniziare a picchiarlo, versargli dell’acqua addosso e folgorarlo“.
Ma, tra gli altri, è anche il caso del detenuto Segretario Generale del FPLP, Ahmed Sa’adat, che “continua ad affrontare maltrattamenti gravi e in aumento. Dopo aver subito ripetuti attacchi, perquisizioni umilianti, continue perquisizioni nelle celle, una significativa perdita di peso e gravi peggioramenti della salute durante il confinamento isolato di “Megiddo”, è stato recentemente trasferito nella prigione “Janut”, dove è stato brutalmente picchiato all’arrivo. Gli abusi di Sa’adat sono di lunga data: è stato ripetutamente aggredito durante i trasferimenti carcerari – incluso il soffocamento sotto un cappuccio per ore – gli sono state negate cure mediche e più volte sono stati esposti a condizioni gravi che hanno causato ricorrenti infezioni da scabbia. Detenuto dal 2006 dopo essere stato catturato dalla prigione di Areeha, sta scontando una pena di 30 anni, e l’occupazione continua a isolarlo e prenderlo di mira nel tentativo di spezzare il suo morale e minare il suo simbolismo nazionale nonostante la sua età avanzata e il peggioramento della salute“.
Alcuni prigionieri politici sono sottoposti a torture, ad una continua negligenza medica, a politiche punitive deliberate. Spesso i corpi di detenuti morti in cella, a causa di torture e maltrattamenti, non vengono restituiti alle famiglie e costituiscono l’orribile e disumana “merce di scambio” che abbiamo conosciuto negli ultimi due anni.
Oltre alle prigioni situate in pieno deserto del Neghev, praticamente impossibili da raggiungere per le famiglie dei detenuti, alcune carceri sono invece realizzate in aree abitate, come quella di Ramla (Distretto centrale di Israele), dove esiste un braccio sotterraneo, chiamato Rakevet, in cui non solo i prigionieri sono senza luce del giorno, ma vengono sottoposti ad un regime particolarmente aggressivo e di deprivazione di tutte le garanzie riconosciute dalle leggi internazionali.
Ci sono, detenuti a Rakevet, importanti leader politici e resistenti palestinesi, tra cui – solo per fare un esempio – il 75enne Mohammad Abu Tair che ha trascorso ben 44 anni della sua vita nelle carceri israeliane, la maggior parte dei quali in detenzione “amministrativa” arbitraria. Abu Tair è un ex deputato del Parlamento palestinese e, insieme ad altri ex membri, è stato mandato proprio nella sezione sotterranea e punitiva del carcere di Ramla.
Secondo le notizie riportate dal sito RNN che si occupa delle carceri riservate ai palestinesi, “il numero di detenuti amministrativi detenuti senza “accuse” o processo ha raggiunto i 3.368 detenuti a novembre 2025, inclusi alcuni ex membri del parlamento. Il numero di ex deputati detenuti nelle prigioni di occupazione ha raggiunto i nove“.
Altro carcere di “massima sicurezza”, di cui parlano i gruppi palestinesi che lottano per i diritti dei detenuti, è quello di Gilboa, situato nel nord di Israele, non lontano dal confine con la Cisgiordania e costruito nel 2004, in cui tra gli altri è rinchiuso Marwan Barghouti, esponente ai massimi livelli di Fatah. E’ lì che questo importante leader politico ha ricevuto l’indegna visita poco tempo fa da parte del ministro dell’ultradestra sionista Ben Gvir.
Il figlio di Marwan Barghouti, Qassam, ha rivelato al sito RNN la straziante testimonianza di un prigioniero recentemente rilasciato. L’ex detenuto ha affermato che “Barghouti, ora 66enne, è stato sottoposto a torture sistematiche nelle prigioni di occupazione “israeliane” con gravi abusi, tra cui denti rotti, costole, una parte dell’orecchio tagliata e dita rotte in tappe, per divertimento“.
Anche la SAFA Press Agency parla spesso di quanto avviene in Gilboa Prison, punto focale di molti degli abusi perpetrati nei confronti di detenuti palestinesi. Lì “i prigionieri riferiscono di essere stati picchiati, incatenati, umiliati e sottoposti a scosse elettriche, a volte dopo che le guardie li hanno deliberatamente immersi in acqua per massimizzare il dolore. I testimoni descrivono guardie che ridono mentre i detenuti crollano, sanguinano o perdono conoscenza. Oltre alle aggressioni fisiche, i detenuti affrontano privazioni calcolate: razioni di cibo scarse che causano una grave perdita di peso, carenze di materiali per la pulizia e mesi senza utensili adeguati.
I sostenitori dei diritti affermano che queste condizioni non sono episodi isolati, ma parte di una politica radicata volta a schiacciare il morale dei prigionieri, in violazione del diritto internazionale. Nonostante le condizioni peggiorate e la mancanza di controllo internazionale, i prigionieri continuano a resistere a quella che vedono come la campagna di Israele per privarli della dignità. I vari gruppi di legali chiedono un intervento urgente da parte degli organismi per i diritti umani, avvertendo che il silenzio della comunità globale incoraggia un sistema di oppressione che va ben oltre i muri carcerari, in una guerra più ampia che i palestinesi definiscono genocidio” scriveva l’Agenzia SAFA lo scorso 25 agosto.
Nuove testimonianze raccolte dal Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR) presentano racconti strazianti di violenza sessuale e altre forme di tortura inflitte ai palestinesi sotto detenzione dalle autorità israeliane. Il rapporto documenta casi di stupro, nudità forzata, registrazioni di abusi e altri trattamenti degradanti, che si dice siano avvenuti in più strutture di detenzione.
Un detenuto, un uomo di 41 anni, ha descritto 22 mesi di detenzione durante i quali è stato legato, bendato e molestato sessualmente mentre parallelamente avvenivano minacce contro sua moglie. Un’altra donna, una madre di 42 anni arrestata a un posto di blocco, ha descritto stupri e abusi ripetuti per diversi giorni. Il PCHR sostiene che questi modelli non indicano incidenti isolati ma una politica strutturata di tortura, parte di quella che descrive come una campagna genocida contro la popolazione palestinese.
Inoltre, rapporti dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHCHR) dello scorso anno indicavano che i detenuti sono stati soggetti a detenzioni in isolamento prolungato, privazione di cibo e sonno, nudità forzata e violenza sessuale o di genere. Questi risultati evidenziano gravi preoccupazioni riguardo al rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.
Il 19 novembre è iniziato in Inghilterra il processo ai primi 6 prigionieri dei “Filton 24”. Gli attivisti sono accusati di aver causato danni per milioni di sterline al produttore sionista di armi Elbit Systems, in agosto 2024, a Filton (Gloucestershire). Nello stesso tempo è stato indetto uno sciopero collettivo della fame avviato dai sei prigionieri per la Palestina detenuti nelle prigioni imperialiste britanniche a cominciare dal 2 novembre. Le 5 richieste dello sciopero sono: 1) Porre fine a ogni censura; 2) Rilascio immediato su cauzione; 3) Diritto a un processo equo; 4) Contro la proscrizione della Palestine Action; 5) Chiusura dei siti Elbit sul suolo britannico.
Dopo l’episodio che ha portato all’arresto dei primi sei attivisti che s’erano introdotti nella fabbrica Elbit, altri 18 loro compagni sono stati portati in prigione per la presunta relazione con l’azione. Nell’udienza del processo gli accusati si sono dichiarati non colpevoli, mentre le nuove udienze si terranno ad aprile e giugno 2026. Il governo Starmer, socialdemocratico di nome e reazionario nei fatti, sta trasformando questo processo in un esempio ed un monito per gli attivisti che manifestano a favore della Palestina.
I “Filton 24” sono stati sottoposti a condizioni di terrore psicologico in prigione. Alcuni hanno riferito di restrizioni alle telefonate e alle visite, di isolamento e persino del sequestro del velo. Nel frattempo, l’attivista dei Filton 24, Sean Middlebrough, si è dato alla fuga durante il rilascio temporaneo su cauzione. Nessuno dei Filton 24 è un terrorista, e non c’è alcun crimine nell’opporre resistenza al genocidio. La brutale repressione e il trattamento dei Filton 24 mostrano chi sono i veri terroristi. Sono numerose le manifestazioni nel Regno Unito per la Palestina e per il rilascio dei detenuti di Filton.
Ma anche in Italia la repressione contro i palestinesi e chi li sostiene ha raggiunto livelli incredibili. Non ci sono infatti solo le infami proposte di legge (da Gasparri a Del Rio, ma non sono gli unici proponenti) che tentano di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, perché già parecchi palestinesi residenti in Italia o richiedenti asilo sono finiti, dietro esplicita richiesta da parte del governo israeliano, sotto inchiesta o addirittura in prigione.
Per esempio, sta entrando nella sua fase decisiva, con l’udienza del 19 dicembre presso la Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, il processo contro tre compagni palestinesi, Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Dogmosh, per i quali la Procura ha chiesto pene pari rispettivamente a 12, 9 e 7 anni di reclusione. Ci saranno le arringhe difensive, quella del PM e le repliche delle parti. Sono accusati di terrorismo per aver, secondo accuse formulate dalle autorità israeliane, finanziato la Brigata Tulkarem, attiva nella resistenza palestinese nei territori occupati.
C’è un forte movimento in piedi, in Basilicata (Anan è detenuto a Melfi) ma anche in altre città, per cui si attende partecipazione di massa per la data dell’udienza. Il processo è chiaramente di natura politica, vista in particolare l’attiva partecipazione di Anan alla Seconda Intifada e la richiesta dello Stato sionista di perseguirlo anche all’estero. Lo Stato italiano, invece di accogliere la tesi secondo cui è lecito resistere alla potenza occupante e colonialista (riconosciuta tra l’altro a livello internazionale anche dall’ONU), fa evidente sfoggio di subordinazione rispetto alla volontà punitiva di Israele nei confronti degli esuli palestinesi, ammettendo la conseguente complicità nel genocidio. Non bisogna diminuire l’attenzione su quanto accade in Medio Oriente, partendo proprio dalla convinzione che la lotta per la difesa e l’emancipazione della popolazione palestinese comincia anche dalla controinformazione su quanto accade in quelle lontane carceri ed in quelle nostre.
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