Il cambiamento climatico, una realtà. Il Capitale ne è responsabile!

Da “Rupture”, n. 4 (febbraio 2025), rivista del Partito Comunista degli Operai di Francia

Oggi, il riscaldamento globale, in gran parte legato all’attività umana, è una realtà scientificamente accertata che provoca sconvolgimenti climatici che si manifestano in un aumento di eventi meteorologici estremi. In Francia, Spagna, Europa centrale, così come in Asia, le inondazioni si susseguono; gli Stati Uniti, l’Asia ripetutamente, o, più recentemente, l’isola di Mayotte [Isola situata nel Canale del Mozambico, dipartimento d’Oltremare della Francia. N.d.T.], sono colpiti da uragani e tifoni di estrema intensità; le allerte di ondate di calore interessano tutti i continenti, dalle Americhe all’Asia, all’Australia, all’Antartide, all’Africa meridionale e all’Amazzonia. Anche paesi come la Lapponia e l’Arabia Saudita sono in allarme. Il servizio sui cambiamenti climatici (C3S) dell’osservatorio europeo Copernicus segnalava recentemente: “È infatti certo che il 2024 sarà l’anno più caldo mai registrato e supererà il livello preindustriale di oltre 1,5°C (1)”.

Per gli scienziati, dunque, è formalmente provato, e lo è da diversi anni, che il riscaldamento globale è un fenomeno posteriore al “livello preindustriale”. Questo periodo “successivo” coincide con l’avvento della rivoluzione industriale alla fine del XVIII secolo e all’inizio del XIX secolo e prosegue fino ad oggi. Non è altro che il periodo dello sviluppo del modo di produzione capitalistico, che ha visto la sua nascita in Inghilterra sulla base dell’industria tessile e della comparsa della macchina a vapore. Il fenomeno del riscaldamento globale è quindi essenzialmente legato all’espansione e alla crescita del sistema capitalistico-imperialista.

Nel numero del 9 marzo 2023 del Journal du CNRS, Hélène Guillemot, storica della scienza, membro del CNRS e dell’EHSS, ripercorre il cammino dell’approccio scientifico che ha portato alla comprensione di questo fenomeno nuovo a livello della società, dalla fine del XIX secolo, ciò che è dal punto di vista fisico e cosa significa:  “Sin dal diciannovesimo secolo, scienziati come Joseph Fourier in Francia o John Tyndall nel Regno Unito hanno gettato le basi per una comprensione dell’effetto serra atmosferico. Successivamente, nel 1886, Savante Arrhenius è il primo a stabilire un collegamento tra le nostre emissioni di anidride carbonica (CO2) e la possibilità di un riscaldamento (2): ne dà anche una stima quantitativa.

In realtà, egli aveva una visione piuttosto positiva di questa possibile conseguenza dell’attività umana in quanto, a suo avviso, un aumento della temperatura avrebbe potuto migliorare i raccolti… Nel 1938, l’ingegnere inglese Guy Callendar ritenne di aver individuato gli inizi del riscaldamento globale, che in parte attribuì alle emissioni industriali di CO2… Le domande su un possibile legame tra le emissioni umane di CO2 e il riscaldamento globale risalgono a molto tempo fa.

Grazie alle nuove tecniche isotopiche (3), oggi capiamo che, contrariamente a quanto sostenevano gli oppositori di Arrhenius, l’oceano non è sufficiente ad assorbire le nostre emissioni di anidride carbonica e che il surplus nell’atmosfera ha effettivamente il potere di accentuare l’effetto serra. Nel 1958, il giovane chimico e oceanografo americano Charles Keeling, finanziato con i fondi dell’Anno Geofisico Internazionale, installò un rivelatore in cima al vulcano Mauna Loa, nelle Hawaii, per misurare la concentrazione atmosferica di CO2. Da quell’anno, la curva di Keeling (4) mostra il continuo aumento di questo gas serra nell’atmosfera.

Infine, il dopoguerra, con l’invenzione dei primi computer negli Stati Uniti, vede lo sviluppo dei primi modelli matematici meteorologici e climatici. Così, negli anni ’60, l’ipotesi di un riscaldamento climatico dovuto alle attività umane comincia ad essere sostenuta. Nel 1965, il rapporto “Restoring the Quality of Our Environment” commissionato dalla Casa Bianca, dedica un’appendice alla possibilità di un riscaldamento.

Cita già delle soluzioni di geoingegneria per contrastarlo, ma non prende in considerazione la possibilità di ridurre le emissioni. L’anno 1979 è spesso citato come una data cruciale. Quell’anno si svolge a Ginevra la prima conferenza sul clima, che istituisce il Programma mondiale di ricerca sul clima. Ed è anche l’anno della pubblicazione del “Rapporto Charney” commissionato dall’American Academy of Sciences, in cui gli autori sintetizzano i risultati dei cinque modelli matematici allora esistenti e concludono: “se l’anidride carbonica continua ad aumentare, il gruppo di studio non ha motivo di dubitare che ne risulterà un cambiamento climatico”.

Il rapporto fornisce per la prima volta una stima dell’aumento di temperatura per un raddoppio della concentrazione di CO2 nell’atmosfera: 3°C con un margine d’errore di ±1,5°C, un valore molto vicino all’intervallo oggi accettato.Ma solo negli anni ’80 abbiamo avuto prove concrete [del riscaldamento globale. N.d.R.], che provenivano dai climi del passato. Le carote di ghiaccio prelevate da grandi trivellazioni ai poli mostrano una chiara correlazione tra la temperatura media della Terra e il livello di anidride carbonica misurato nelle bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio per centinaia di migliaia di anni. Negli anni ’90, il riscaldamento globale è diventato osservabile e gli studi hanno permesso di attribuirne la causa alle emissioni umane.»

Queste “emissioni umane” provengono dalla combustione di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas. Sono in gran parte consumati nei processi produttivi capitalistici. Hanno finito per ammassarsi nei diversi ecosistemi naturali, caricando l’atmosfera di più o meno CO2 a seconda dello sviluppo dell’apparato produttivo, dei mezzi di circolazione e della produzione e consumo di energia elettrica (5). Le principali compagnie petrolifere occidentali – ExxonMobil, BP, Shell, Total, Elf e ora TotalEnergies – come le altre sapevano e hanno sempre saputo delle conseguenze delle loro attività industriali sul clima. A suon di miliardi di dollari, tutti questi colossi petroliferi americani, britannici, anglo-olandesi, francesi e altri hanno diffuso e mantenuto in circolazione una quantità di false notizie e finanziato gli scettici del clima per minimizzare, o anche semplicemente negare, la loro responsabilità nel cambiamento climatico.

Nell’ottobre 2020, sulla rivista scientifica Global Environmental Change, due storici e un sociologo hanno dimostrato che Total era ben consapevole dell’impatto “potenzialmente catastrofico” della sua produzione sul riscaldamento globale fin dal… 1971! (6) E dal 1988 al 1993, Total ed Elf, insieme a Exxon e all’International Petroleum Industry Environmental Protection Association (Ipieca), hanno fatto di tutto per ritardare qualsiasi azione che potesse essere interpretata come un tentativo di ridurre i gas serra. A metà degli anni Duemila, sebbene Total abbia finalmente riconosciuto la “serietà” degli studi sul riscaldamento globale, l’azienda ha difeso l’idea di una divisione dei ruoli tra il mondo scientifico e quello economico.

Spetta alla scienza descrivere il cambiamento climatico e alle imprese risolverlo! Questo non solo permette alla Total di presentarsi alla società come “una compagnia petrolifera socialmente responsabile”, ma anche di considerare l’inquinamento come un nuovo mercato particolarmente redditizio, essendo, in un certo senso, “d’interesse comune e della salute pubblica”. Poco dopo, un giornalista riportò sul quotidiano Les Echos una discussione avuta con un alto dirigente di una compagnia petrolifera, il quale ammetteva che la sua azienda “stava acquistando brevetti riguardanti le energie rinnovabili, non per svilupparle ma per seppellirle, in modo che nulla disturbasse lo sgocciolio del solo petrolio” (7).

Questo è un esempio lampante della natura marcescente di questi monopoli pronti a tutto pur di difendere i loro profitti, proprio come Lenin aveva già sottolineato nel 1916 (8) a proposito della corsa ai brevetti intrapresa dai monopoli per consolidare il loro dominio. Più di recente, il gigante dell’acciaio ArcelorMittal ha sospeso gli investimenti che si era impegnato ad avviare per la decarbonizzazione della produzione di acciaio nel suo stabilimento di Dunkerque. Mentre questo impianto e quello di Fos-sur-Mer sono responsabili da soli del 16% delle emissioni industriali di CO2 in Francia, ArcelorMittal invoca la “concorrenza dell’acciaio cinese”!

Tra l’altro, dal 2013, il gruppo ha già intascato 392 milioni di euro di “aiuti” dello Stato francese e dalla Commissione europea, per non parlare dei miliardi di euro legati alla speculazione sui crediti di emissione di carbonio (9). Nelle mani dei monopoli, anche la questione della limitazione delle emissioni di CO2 nell’atmosfera sta diventando una fonte di profitto (nuovo mercato, banca dei crediti di carbonio, ecc.) ma anche un oggetto di contrattazione con gli Stati e quindi con le popolazioni per poter beneficiare di sempre maggiori “aiuti” per garantire la trasformazione dell’apparato produttivo… con il limite della capacità di affrontare la concorrenza.

Ma, alla fine, è sempre la concorrenza a decidere!

Marx nei Grundrisse (scritti tra l’ottobre 1857 ed il marzo 1858) scrive:

«Se da un lato la produzione basata sul capitale crea l’industria universale, – ossia lavoro eccedente, lavoro che crea un sistema di sfruttamento generale delle qualità naturali e umane, un sistema dell’utilità generale il cui portatore appare essere tanto la scienza quanto l’insieme di tutte le qualità fisiche e spirituali, mentre nulla di più elevato in sé, di giustificato per sé stesso appare al di fuori di questo circolo della produzione e dello scambio sociali … rispetto al quale tutti i livelli precedenti appaiono soltanto come sviluppi locali dell’umanità e come idolatria della natura. La natura diviene qui per la prima volta puro oggetto per l’uomo, puro oggetto dell’utilità; cessa di essere riconosciuta come potenza per sé; e la stessa conoscenza teoretica delle sue leggi autonome appare soltanto come un’astuzia per assoggettarla ai bisogni umani, sia come oggetto del consumo sia come mezzo della produzione.»

Ridotta a “cosa utile” sulla base allo sfruttamento del lavoro salariato, la natura, dinanzi al capitale, non è altro che materia prima o materia ausiliaria che deve costantemente alimentare il ciclo generale del capitale produttivo. Le conseguenze di questo sfruttamento ad oltranza dell’uomo e della natura in vista del massimo profitto, in termini di distruzione del suolo, impoverimento dei terreni, danni ambientali, inquinamento, disastri… fino a pochi anni fa erano raramente imputati al sistema.

La società tendeva a conviverci, adducendo spesso il destino, le considerazioni tecniche… L’entità dello sconvolgimento climatico – scientificamente osservato e ora scientificamente provato – sta cambiando le cose. Anche se, per quanto riguarda il modo di porre rimedio alla situazione, si applicano ancora le leggi del sistema capitalistico (non potrebbe essere altrimenti, sulla base della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio). La domanda è stata posta ed è il sistema il principale colpevole.

NOTE:

  1. Le Monde, 9 dicembre 2024.
  2. Scoprì che l’aumento della percentuale di anidride carbonica nell’aria tratteneva una maggiore quantità di calore dai raggi solari, con conseguente aumento della temperatura dell’aria.
  3. Ciò consente agli scienziati, sulla base dell’analisi di atomi specifici, di comprendere i diversi elementi del ciclo idraulico, dal momento che l’acqua che proviene da luoghi diversi ha un’impronta isotopica diversa.
  4. Questo grafico mostra le variazioni della concentrazione di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera terrestre dal 1958.
  5. Le Monde, 9 dicembre 2024.
  6. Le Monde, 20 ottobre 2021.
  7. Les Echos, 4 novembre 2022.
  8. L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, Lenin, Opere complete, vol. XXII, pag. 205-206, in riferimento all’industria del tabacco.
  9. Il mercato del carbonio è un sistema di limitazione e scambio di emissioni (cap-and-trade in inglese) in cui i soggetti passivi devono misurare e verificare le proprie emissioni e poi restituire altrettante quote di emissione alle autorità di regolamentazione. La quantità di quote immesse sul mercato ogni anno è determinata in relazione agli obiettivi di riduzione delle emissioni. Le quote possono essere messe sul mercato tramite asta o assegnate gratuitamente. I partecipanti al mercato possono acquistare le quote all’asta e venderle tra di loro (tramite una borsa o in libera contrattazione). Il prezzo delle quote di emissione viene quindi fissato sul mercato per bilanciare l’offerta (il numero di quote sul mercato, principalmente legato all’obiettivo climatico) e la domanda (corrispondente alle emissioni dei soggetti passivi).Sito web del Ministero dei Territori, dell’Ecologia e dell’Edilizia abitativa, 10 ottobre 2023.
  10. K. Marx, Grundrisse, “Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica”, Opere Complete, Editori Riuniti, Volume XXIX, pag. 341-342.

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