Il contributo di Lenin alla fondazione del Partito Comunista d’Italia

Il 21 gennaio 2024 ricorre il 100º anniversario della morte del compagno Lenin, colui che col suo gigantesco lavoro teorico e pratico si rese protagonista della conquista e del mantenimento del potere politico da parte del proletariato. Distruggendo la macchina statale borghese in Russia e diffondendo l’eco rivoluzionaria e l’elaborazione della critica al tradimento socialdemocratico e al centrismo massimalista, aprì la strada alla fondazione dei partiti comunisti in molti paesi del mondo.

Nella stessa data ricorre altresì il 103º anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia (PCd’I). Vogliamo perciò rendere omaggio al dirigente bolscevico rammentando il contributo che svolse a tale fine. Tale lavoro è di vitale importanza nella lotta che stiamo conducendo per la ricostruzione del partito comunista nel nostro paese,  comprendendo  le analogie tra il revisionismo di ieri e di oggi e i modi per combatterlo, smascherarlo ed annientarlo.

La fondazione del PCd’I fu legata alle vicissitudini del PSI che palesarono il suo opportunismo fallimentare, per cui occorre soffermarsi su alcune fasi salienti di questo processo per comprendere al meglio il lavoro di Lenin, in particolare al II congresso dell’Internazionale Comunista, premessa alla fondazione del PCd’I.

La linea politica del PSI rappresentava una anomalia, se comparata a quella degli altri partiti della II Internazionale. Tale linea fu propiziata soprattutto dall’espulsione, in occasione del XIII Congresso del 1912 (in cui i massimalisti guadagnarono la direzione), di una delle fazioni riformiste, quella capeggiata da Bonomi e Bissolati, sostenitrice della guerra contro l’Impero ottomano.

Epuratosi da quegli elementi sfacciatamente socialsciovinisti, allo scoppiare del conflitto del 1914, il PSI fu contrario a prenderne parte ribadendo questa volontà quando l’Italia dichiarò guerra agli Imperi Centrali, espellendo gli altri gruppi interventisti che sorsero.

La specificità è manifesta se si considera che alla Conferenza di Zimmerwald del 1915 organizzata da fazioni dissidenti dei partiti della II Internazionale, il PSI fu l’unico a parteciparvi per iniziativa della propria maggioranza. Tuttavia, questi furono i suoi unici meriti. Malgrado il non appoggio alla guerra, all’epoca tutt’altro che scontato, il PSI era lungi dall’essere un partito rivoluzionario: la parola d’ordine che propagandava, coniata da Lazzari, era “né aderire, né sabotare” (con la preponderanza della seconda asserzione)  che faceva da contraltare a quella bolscevica di Lenin “trasformare la guerra imperialista in guerra civile”.

A differenza di quanto accaduto nel partito socialdemocratico russo, con la scissione tra bolscevichi di Lenin e menscevichi, la rottura col riformismo fu limitata solo ad una delle sue correnti: questo era ancora ben saldo nel partito e si manifestava in Turati e il suo gruppo. Turati invero, in occasione della disfatta di Caporetto, si dichiarò solidale verso la propria borghesia, quindi aspro nemico delle sommosse operaie e popolari di Torino e Milano, al fine di impedire che esse avessero uno sbocco politico in quello che sarebbe dovuto invece essere il partito d’avanguardia per la rivoluzione socialista.

Nel far ciò ebbe un ascendente perfino su Lazzari, uno tra i principali dirigenti massimalisti. La lotta contro i riformisti social-patrioti e gli assertori dell’unità a tutti costi che li coprivano, rappresentava dunque per Lenin la condicio sine qua non per “fare come in Russia”.

Le contraddizioni insite nel PSI erano numerose. Se da una parte questo partito salutò formalmente il Congresso del 1919 di Mosca fondativo della III Internazionale, non trovò il modo di inviare un suo delegato e non diffuse fra i suoi iscritti e fra la classe operaia le risoluzioni e le tesi del Congresso; dall’altra, nonostante in Italia maturassero tutte le condizioni essenziali per il rovesciamento del capitalismo, il PSI si limitò a roboanti proclami rivoluzionari uniti ad una prassi centrista e a forti riserve verso la Russia sovietica, senza considerare la sua incapacità di creare un’organizzazione di tipo combattente e di raccogliere le masse contadine e piccolo-borghesi irretite dai partiti borghesi nascenti. Questi mali furono perpetuati dal trionfo della corrente massimalista di Serrati al XVI Congresso di Bologna nell’ottobre del 1919. Lenin, pur salutando la conferma dell’adesione del PSI all’Internazionale, si rammaricò per la conservazione del vecchio nome del partito. Ma la presenza dei riformisti toglieva a quell’adesione ogni significato.

Andavano però esacerbandosi le contrapposizioni nel PSI: a quel congresso si presentò la mozione astensionistica, dell’omonima corrente di Bordiga, che esigeva la non partecipazione di principio alle elezioni (una pregiudiziale che costò cara al proletariato italiano perché rinviò di un anno l’unificazione della frazione comunista). Bordiga riteneva possibile conquistare tutto il partito, cacciando solo i riformisti. Tuttavia, davanti al muro centrista, già nel novembre 1919, in un articolo della rivista ‘’Il Soviet’’ rivolto alla Terza Internazionale, cominciò a prospettare una divisione anche minoritaria nel PSI per fondare il partito comunista.

Non trascorse molto tempo prima che anche il gruppo torinese de ‘’L’Ordine Nuovo’’, di cui Gramsci era il massimo esponente, entrasse in rotta di collisione coi massimalisti. Il gruppo era espressione del proletariato combattivo di Torino che si organizzava nei consigli di fabbrica, istituti di unità della classe che avrebbero dovuto fungere da impalcatura della nuova macchina statale socialista.

Di fronte alla serrata padronale del marzo-aprile 1920 e allo sciopero generale proclamato dalla FIOM che dilagò negli stabilimenti piemontesi con le occupazioni delle fabbriche, i dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL) e del PSI agirono per isolare gli operai. La sconfitta fu politica e mise in piena luce l’incapacità dei massimalisti di passare dalle parole ai fatti.

Gramsci, recatosi come osservatore al convegno astensionista di Bordiga per proporre la creazione della frazione comunista, incontrò il rifiuto di quest’ultima per via della pregiudiziale astensionista e fu isolato dagli stessi compagni ordinovisti riscopertisi unitari coi massimalisti. Questo era dunque il clima alla vigilia del II Congresso della Terza Internazionale. Ma la situazione era destinata a cambiare.

Appena arrivata in Russia nel giugno del 1920, la delegazione socialista italiana a detto  Congresso fu subito biasimata per la non espulsione dei riformisti. Lo scontro di Lenin con Serrati toccò diversi punti, ma anche la corrente astensionista fu pesantemente bersagliata.

In ‘’L’estremismo, malattia infantile del comunismo’’, che preludeva il II Congresso, Lenin aveva scritto che: ‘’il compagno Bordiga e i suoi amici «di sinistra» dalla loro giusta critica nei confronti di Turati e soci traggono la falsa conclusione che, in genere, ogni partecipazione al parlamento sia dannosa. I «sinistri» italiani non possono addurre neanche l’ombra di un argomento serio a sostegno di tale opinione’’ .

Nel dibattito sulle ‘’Tesi sui compiti fondamentali del II Congresso dell’Internazionale Comunista’’, emersero la critica aperta di Lenin a Serrati sulla questione della epurazione dei non comunisti dal partito e il riconoscimento delle tesi de ‘’L’Ordine Nuovo’’ come sostanzialmente corrispondenti a tutti i principi fondamentali della Terza Internazionale .

Le 21 condizioni di ammissione dei partiti alla Terza Internazionale, a partire dal II Congresso, escludevano il PSI perché prescrivevano l’espulsione dei riformisti, il centralismo democratico e la ridenominazione dei partiti, condizioni osteggiate dalla maggioranza socialista italiana.

Una volta giunti al II Congresso, alle critiche preliminari fu rincarata la dose. Lenin, rivolgendosi a Serrati, disse: ‘’Noi dobbiamo dire semplicemente ai compagni italiani che all’indirizzo dell’Internazionale comunista corrisponde l’indirizzo dei militanti dell’Ordine Nuovo e non l’indirizzo della maggioranza attuale dei dirigenti del partito socialista e del loro gruppo parlamentare. […] Perciò dobbiamo dire ai compagni italiani e a tutti i partiti che hanno un’ala destra: la tendenza riformista non ha niente di comune con il comunismo. Vi preghiamo, compagni italiani, di convocare il vostro congresso e di leggervi le nostre tesi. Sono certo che gli operai italiani vorranno restare nell’Internazionale comunista’’ .

E rivolto a Bordiga: ‘’se voi, compagno Bordiga, affermate di essere marxista, si può esigere da voi un po’ più di logica. Bisogna sapere in che modo si può distruggere il parlamento. Se potete distruggerlo in tutti i paesi per via dell’insurrezione armata, benissimo. […] Ma voi avete dimenticato che ciò è impossibile senza una preparazione abbastanza lunga e che, nella maggioranza dei paesi, è ancora impossibile distruggere il parlamento di un sol colpo. Noi siamo costretti a condurre anche nel parlamento la lotta per la distruzione del parlamento. […] La storia della rivoluzione russa ha dimostrato precisamente che nessun argomento può convincere le grandi masse della classe operaia, i contadini, i piccoli impiegati, se essi non si convincono per esperienza propria” . A questa diatriba si aggiunse anche l’ostilità di Bordiga alla strategia leninista nella questione nazionale e coloniale.

La prova della correttezza delle tesi del II Congresso dell’Internazionale Comunista si ebbe il 10 settembre del 1920 quando, con l’occupazione delle fabbriche in corso, si riunirono gli ‘’stati generali’’ del proletariato italiano per deliberare sulla rivoluzione italiana: il PSI e la CGdL riformista. Di fronte al rifiuto della seconda di dirigere l’insurrezione spontanea per trasformarla in rivoluzione socialista per la presa del potere, il PSI si accodò ad essa per non assumere la responsabilità di scatenare la rivoluzione. Era questa la più flagrante prova del fatto che i ‘’centristi’’ non erano altro che ostaggi dei riformisti, con cui finiscono giocoforza per convenire in nome dell’ ‘’unità’’ incondizionata, senza principi.

Da queste esperienze la parte più avanzata della classe operaia ricevette la spinta per la rottura con i riformisti, per la separazione dai centristi  e per mettersi sulla via della propria organizzazione indipendente basata sul marxismo rivoluzionario, il leninismo.

Il gruppo dell’Ordine Nuovo si impegnò a pieno nell’opera di costruzione della frazione comunista unificata, pur non disponendo di grandi forze organizzate fuori di Torino.

Nella conferenza di Milano (15 ottobre 1920) si costituì la frazione comunista favorevole alle 21 condizioni dell’Internazionale, con una piattaforma comune, contrapposta a quella massimalista dei ‘’comunisti unitari’’ e a quella di “concentrazione socialista”, riformista.

Alla frazione aderirono, assieme ai gruppi de ‘’L’Ordine Nuovo’’ e del ‘’il Soviet’’, anche dirigenti e gruppi di varie città esponenti della posizione massimalista di sinistra.

L’obiettivo della frazione era la vittoria del successivo congresso per trasformare il PSI in conformità alle condizioni stabilite dal II Congresso dell’Internazionale Comunista, quindi cambiando il nome del partito in PCd’I (Sezione della I.C.), rielaborando il suo programma ed espellendovi i riformisti. In aggiunta, il patto d’alleanza tra il partito ripulito dai riformisti e la CGdL sarebbe stato sostituito con l’effettiva direzione delle organizzazioni economiche da parte del Partito comunista.

Al successivo convegno precongressuale svolto a Imola il 28-29 novembre 1920 dalla frazione comunista, vennero ribadite l’accettazione delle condizioni poste dall’IC e la piattaforma di Milano. L’accordo non fu facile, specie sul punto della partecipazione alle elezioni politiche allo scopo di svolgere propaganda e agitazione rivoluzionaria, ma la mozione e il programma furono approvata all’unanimità, grazie alla funzione unificatrice svolta da Gramsci, con l’appoggio entusiastico dei giovani della FGSI. Il documento approvato sarebbe stato presentato al congresso di Livorno del gennaio 1921. Si ponderò anche sull’eventualità di non ottenere la maggioranza al congresso e si decise che ciò non avrebbe precluso la creazione del partito comunista, sebbene per mezzo di una scissione su chiari fondamenti.

Fu proprio per scissione a sinistra che andò formandosi il PCd’I, anche per via dell’indebolimento delle prospettive rivoluzionarie su scala europea (la sconfitta dell’Armata Rossa nella guerra contro la Polonia, gli effetti dannosi sull’economia sovietica consequenziali alla guerra civile scatenata dai bianchi) e nazionale (offensiva borghese, squadrismo) che fecero tendere quei massimalisti irresoluti verso la conservazione dell’unità del partito per, secondo loro, meglio affrontare la reazione incombente.

Al XVII Congresso Nazionale del PSI di Livorno, i comunisti deplorarono gli ultimi vani tentativi conciliatori di alcuni propri delegati e le ultime promesse melliflue dei massimalisti di adattarsi alle condizioni dell’Internazionale con tempistiche più lunghe. Dinanzi alla vittoria dei massimalisti, i delegati comunisti, appoggiati dai delegati dell’Internazionale M. Ràkosi e C. Kabakčiev, la mattina del 21 gennaio 1921 abbandonarono il teatro Goldoni intonando L’Internazionale per recarsi al teatro San Marco e deliberare la costituzione del Partito Comunista d’Italia.

La teoria e la pratica del compagno Lenin, i suoi decisi interventi contro il riformismo e la condanna del centrismo, l’appoggio alla frazione comunista, permisero al proletariato italiano di creare per la prima volta il proprio partito di classe e rivoluzionario.

Il 25 gennaio 1921 l’IC. inviò al nuovo partito un messaggio firmato anche da Lenin: “Il vostro Partito è l’unica sezione dell’Internazionale comunista in Italia. Noi siamo profondamente persuasi che gli operai coscienti del vostro paese passeranno di giorno in giorno dalla vostra parte… L’avvenire sarà vostro e non di coloro che sotto una forma o l’altra vogliono intendersi con la borghesia essendone intermediari, i riformisti” (Die Kommunistische Internationale, n.16, marzo 1921).

Al III Congresso dell’Internazionale Comunista (giugno-luglio 1921), Lenin pronunciò un importante discorso, nel quale ribadì alcuni concetti di fondo: “Il Partito che resta unito coi riformisti e gli opportunisti quali Turati non può essere un Partito dell’Internazionale Comunista….la più grande disgrazia del Partito italiano è che non ha fatto la scissione coi riformisti e i menscevichi prima della guerra e che non li ha espulsi dal Partito….La prima condizione per essere comunista, è di rompere con gli opportunisti….O con l’Internazionale Comunista, che non esigerà mai che voi imitiate in modo servile i russi, o coi menscevichi che noi conosciamo da una ventina di anni, coi quali non saremo mai insieme in una Internazionale veramente rivoluzionaria e comunista” (La questione italiana al III Congresso dell’IC, Libreria editrice del PCdI, Roma 1921).

I meriti di Lenin non si fermano qui; egli ha anche svolto una lotta, che meriterebbe un intervento a parte, per liberare il neonato partito dal sinistrismo settario di Bordiga, per affinarlo dal punto di vista organizzativo e tattico (con la linea del fronte unico) e strategico, avviando con Gramsci la sua bolscevizzazione.

Dobbiamo fare tesoro di questi insegnamenti nella lotta che conduciamo per la creazione del partito comunista, trasporli alla realtà concreta sviluppando un giudizio leninista sulle attuali guerre imperialiste che vanno aumentando in numero e in intensità e che si legano reciprocamente.

Occorre tenere lontani dalle nostre file gli opportunisti di tutte le risme, i centristi e i massimalisti di oggi, ossia i moderni social-riformisti e i social-patrioti, così come i filo-imperialisti che appoggiano la Russia e la Cina in nome del ‘’multipolarismo’’ sabotando la lotta del proletariato e coloro che li coprono con posizioni meno nette, ma alla fine convergenti.

Occorre tenere lontani dalle nostre file i confusionisti e i sedicenti comunisti, gli assertori della ‘’via italiana al socialismo’’, fautori dell’applicazione completa della costituzione borghese e delle “riforme di struttura”.

Allo stesso tempo è necessario avvicinare nelle lotte, raggruppare e integrare in una sola organizzazione pre-partitica i sinceri comunisti, i proletari avanzati, i giovani rivoluzionari.

Compagni, non è il leninismo ad aver fallito, ma coloro che si richiamavano e si richiamano tuttora ad esso a parole ripudiandolo nei fatti.

Aderendo fermamente ai principi marxisti-leninisti, il proletariato è destinato alla vittoria; ricostruiamo il partito comunista su queste basi!

Da Scintilla n. 141, gennaio 2024

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