Il governo Meloni programma il sostegno ai padroni

Il Documento di Economia e finanza (DEF) individua le linee guida delle leggi finanziarie, mentre le sue Note di aggiornamento ne seguono le loro attuazioni. Quello approvato dal Consiglio dei ministri l’11 aprile – di cui un passaggio importante è il “Decreto lavoro” – approfondirà lo spostamento del reddito e della ricchezza nazionali dal proletariato alla borghesia, specie verso quella monopolistica e finanziaria, processo in atto da più di 30 anni.

In questo periodo, infatti, la quota salari-stipendi sul reddito nazionale è passata dal 68 % degli anni ’70-’90 del secolo scorso al 57 % degli anni successivi al 2000.

A ciò fa il paio il divario della ricchezza detenuta dal 10 % più ricco della popolazione che è passato dal 50,5 % del 2000 al 56,1 % del 2018; mentre il 50 % più povero nello stesso periodo è passato dal 13,1 % al 7,9 %.

Di alcune misure programmate in precedenza abbiamo già scritto su Scintilla. Le ripetiamo in breve:

-Riduzione delle aliquote IRPEF da 4 a 3 a tutto vantaggio dei redditi elevati già favoriti dalle basse tassazioni di profitti e rendite finanziarie e immobiliari;

-Riduzione dell’IRES, ossia sulle tasse dei redditi delle imprese (che sono di proprietà dei “padroni!), pur mascherata dalla foglia di fico “per chi reinveste ed assume’.

A queste misure va aggiunta la quota 103 sulle pensioni (62 anni di età anagrafica e 41 di contributi) senza toccare la maledetta Legge Fornero, e qualche pannicello caldo a sostegno dei pagamenti delle bollette energetiche. più qualche spicciolo per i lavoratori con figli, giusto per propagandare che il governo ha a cuore famiglia e natalità, più infine (forse) qualcosa di aumento delle pensioni sociali.

Sul “Decreto lavoro” ci limitiamo ad osservare che con il contentino “cuneo fiscale’, per tenere a bada i sindacati collaborazionisti e impedire una seria lotta salariale, si attua un recupero di meno del 20% del potere d’acquisto perso con l’inflazione degli ultimi due anni, coperto da risorse ricavate dall’abrogazione del reddito di cittadinanza (sostituito da un assegno di 350 euro non per tutti). Una miseria, che si aggiunge al blocco dei contratti e a una nuova ondata di precarietà.

Sulla sanità nulla, eccetto la sottrazione di risorse che porterà dal 2024 il rapporto spesa sanitaria / Pil al 6,2% sotto il livello pre-pandemia. Il collasso del SSN si avvicina.

Stesso discorso sulla scuola: la spesa per l’istruzione pubblica diminuisce dal 4 % del 2020 al 3,5 % dei prossimi anni.

Passiamo ai dati sulla finanza. Passata la fase peggiore della pandemia la UE sta manovrando per ritornare ai vincoli di bilancio imponendo limiti strettissimi a nuovo deficit e piani di riduzione del rapporto debito/PIL.

Così nel DEF l’indebitamento netto si prevede con aumenti sempre più limitati, da un 4,5% del 2023 al 3,7% del 2024, al 3% del 2025 al 2,7% del 2026. L’inflazione fuori controllo, gonfiando nominalmente il PIL, ha temporaneamente migliorato il suo rapporto col PIL che da un 144% è passato a un 142% previsto per il 2023 fino ad un 140% del 2026. Ma il rialzo dei tassi d’interesse, unito ad un possibile rallentamento dell’inflazione, potrebbe nei prossimi mesi riacutizzare la situazione con le agenzie di rating, per ora sotto coperta, pronte all’attacco speculativo.

Con il previsto ritorno al rigore nei conti pubblici si ventila già il ritorno alle manovre correttive di oltre 10–15 miliardi l’anno che pagheranno operai e povera gente col taglio dei servizi e nuovi balzelli mascherati solo verbalmente dalla sbandierata detassazione.

Il DEF prevede che le tasse diminuiranno di qualcosa: la pressione fiscale è prevista in calo dal 43,3% nel 2023 al 42,7 % del 2026. Assodato che i padroni pagheranno molto di meno, il lettore tragga le conseguenze (ricordiamo la lezione di Dimitrov sulla demagogia fascista).

In questo contesto di accanimento contro la classe operaia e gli altri lavoratori sfruttati, il governo sbandiera un aumento del PIL superiore a quello degli altri paesi, quando da ormai un quarto di secolo l’Italia non cresce sopra il 2%. Nel 2023, bene che vada, si andrà di poco sopra l’1%. Una stagnazione ottenuta come? Vista la difficoltà a spendere i soldi del PNRR (da un lato l’inefficiente ed elefantiaca burocrazia italiana non si è dissolta, dall’altro il “magna-magna” si tradurrà in inefficienze e sprechi di risorse), il governo più che all’aumento della produttività del sistema-paese mira all’espansione del lavoro precario, sottopagato e in nero per far rientrare nel mercato aziende che con salari dignitosi e rispetto di contratti e regole ne sarebbero fuori.

In conclusione, al di fuori della velenosa propaganda governativa, il DEF che – dobbiamo ricordarlo – è solo uno strumento di programmazione fondato su previsioni che la crisi capitalistica rende instabili, ribadisce la difficoltà di un paese imperialista in declino dove l’operare governativo è di tipo reaganiano (togliere ai poveri per dare ai ricchi).

Le uniche spese che aumentano sono quelle militari e di sostegno ai grandi monopoli. Spesa sociale, salari, pensioni arretrano. I giovani rimarranno senza prospettive, la denatalità e l’invecchiamento della popolazione proseguiranno, il degrado urbano dilagherà. A ciò si aggiungeranno i disastri ambientali e climatici contro i quali, esaurite le risorse del PNRR, non si farà più nulla al di fuori di interventi emergenziali.

Il governo Meloni fa il suo mestiere, al servizio dei padroni. Spetta alla classe operaia riprendere il proprio cammino di lotta contro tutto il marcio sistema borghese e i suoi sostenitori, per una nuova società.

Solo con la rivoluzione proletaria la classe operaia, alla testa dei suoi alleati, potrà, grazie alla socializzazione dei mezzi di produzione, dar vita a piani di rinascita, riassetto e trasformazione sociale, facendo uscire i lavoratori, i giovani e le donne dalle condizioni in cui la crisi del capitale li ha ridotti, favorendo la crescita del benessere materiale e culturale delle masse popolari.

Un grande progetto storico, verso il quale le migliori energie presenti nella classe devono dedicarsi.

Il primo, fondamentale, compito è dare vita all’organizzazione indipendente e rivoluzionaria degli operai che dovrà infondere orientamento politico e ideologico, programma e spirito di lotta e di unità nelle masse sfruttate e oppresse. Per questo urge il contributo degli operai coscienti alla ricostruzione del Partito comunista fondato sul marxismo-leninismo e l’internazionalismo proletario.

 

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