Il massacro degli algerini a Parigi, 17 ottobre 1961
Riceviamo e volentieri pubblichiamo, in occasione del 65° anniversario di una delle più orribili stragi “dimenticate” commesse in Europa dal secondo dopoguerra, la seguente corrispondenza.
Invasa nel 1830 dalle truppe francesi, colonizzata in modo profondo e feroce per oltre un secolo, l’Algeria ha subìto non solo lo sfruttamento delle risorse all’interno del proprio territorio da parte della potenza coloniale e dei suoi imprenditori d’assalto, ma ha visto decine di migliaia di suoi giovani lasciare il Paese di nascita per andare ad ingrossare l’esercito di riserva dei lavoratori in Francia. Ha “goduto” in effetti la forza lavoro algerina di un trattamento “di favore” riservatole dallo Stato francese dalla fine del XIX secolo.
Per più di 120 anni gli algerini hanno anche provato ad intraprendere una serie di tentativi di rivolta armata – soprattutto ad opera degli abitanti berberi della sempre ribelle Cabilia – puntualmente e ferocemente repressi dall’esercito francese. Non per niente, oltre all’Armée presente in madrepatria, la Francia ha popolato il territorio algerino di fortilizi gestiti dalla Legione straniera, un corpo di soldati mercenari disposti a tutto e particolarmente inflessibile nella repressione, negli arresti arbitrari, negli interrogatori con torture, nella distruzione di villaggi.
Dal 1954 era poi iniziato un conflitto armato generale tra il popolo algerino e la Francia occupante, finalizzato all’indipendenza. Sempre nello stesso anno, i resistenti s’erano dotati d’un partito organizzato, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), attivo non solo sul suolo algerino, ma anche tra gli emigrati in Francia.
Il 17 ottobre 1961, infatti, l’FLN aveva chiamato i lavoratori algerini in Francia ad uno sciopero generale con manifestazione da tenersi a Parigi, per appoggiare la lotta in Algeria. L’appello dell’FLN era necessariamente veicolato in modo segreto, in quanto la Prefettura di Parigi ed il Governo centrale avevano stabilito il coprifuoco, da applicarsi unicamente ai cittadini immigrati dall’Algeria.
Gli immigrati algerini, in massima parte divenuti cittadini francesi, erano chiamati a manifestare nel centro della capitale, senza armi e con le famiglie al completo. Ciò al fine di impressionare l’amministrazione statale, confidando nella quantità enorme di presenze di nordafricani a Parigi.
Già negli anni precedenti si erano verificate manifestazioni sporadiche, scontri con la polizia e dura repressione da parte degli uomini agli ordini della Prefettura. Il 14 luglio 1953, ad esempio, si tenne una manifestazione indetta dal PCF a Parigi, per rivendicare i valori della repubblica e la decolonizzazione, in particolare dall’Algeria. La polizia sparò sui manifestanti causando almeno 7 morti, tra cui alcuni algerini.
Dopo l’ultimo presidente della IV Repubblica, René Coty, il nuovo Capo dello Stato divenne, dall’8 gennaio 1959, Charles De Gaulle che inaugurò un nuovo corso politico, dirigista ed accentratore, visto dagli storici come un autentico colpo di stato.
Con De Gaulle la repressione divenne ancora maggiore nei confronti dei residenti franco-algerini, con la polizia che deteneva vere e proprie sale di tortura nei quartieri della città di Parigi e si era distinta per sparizioni di sospetti aderenti all’FLN.
Capo della Prefettura della capitale era stato nominato, dal marzo 1958, Maurice Papon, uomo di stato ma davvero “per tutte le stagioni”. Si era infatti distinto già durante la Repubblica di Vichy (Segretario generale della Prefettura della Gironda), in modo particolare perché responsabile di rastrellamenti di ebrei e di trasferimento di questi verso la Germania.
Maurice Papon – tra l’altro divenuto deputato, poi sindaco di due cittadine ed infine ministro delle Finanze nel governo di Raymond Barre tra il 1978 ed il 1981, oltre che amico personale di Videla e di Pinochet – sarà poi accusato, con un processo che fece scalpore tra il 1997 ed il 1998, di “crimini contro l’umanità” per la deportazione di ebrei di Bordeaux negli anni ’40. Papon è condannato a 10 anni di reclusione, il 2 aprile 1998, ma ne sconterà solo tre.
Proprio Papon, nonostante questo infame passato filonazista, era divenuto l’uomo di vertice dell’ordine e della sicurezza nella capitale. La polizia parigina era abbastanza libera di arrestare, detenere, far sparire persone, uccidere con metodi extragiudiziali. Si è parlato di “malessere” della polizia metropolitana, in quanto c’erano state aggressioni su singoli agenti, di notte, in città. Ma i numeri dei morti nordafricani, durante gli “anni-Papon”, sono pesantissimi: circa 800 uccisi in varie circostanze attribuibili però alla detenzione nelle mani dei questurini o uccisi per strada.
Il 17 ottobre 1961, il contrasto tra polizia e FLN algerino è al massimo della sua recente storia. Il coprifuoco non basta a fermare la manifestazione di algerini inermi che si riversano dalle periferie verso il centro della città. Sono migliaia, uomini, donne, vecchi e bambini. I 1658 uomini mobilitati dalla Prefettura non sono assolutamente sufficienti a fermare questa marea umana, benché pacifica. Almeno 30-40.000 manifestanti appaiono per le strade parigine, diretti verso l’Etoile, i Grand Boulevards, la Prefettura, i ponti sulla Senna, il Quartiere Latino.
I poliziotti, verso sera e spesso in gruppi esigui, sono circondati dai manifestanti e, temendo il peggio, cominciano a sparare, ad aggredire, a respingere la massa. Alcuni algerini sono feriti, altri uccisi, taluni addirittura respinti di forza verso il fiume fino a cadervi dentro, spinti dagli agenti.
Al termine della giornata, mentre a centinaia i manifestanti sono trasferiti nei posti di polizia e raggruppati in aree guardate a vista, altre centinaia ricorrono alle cure di cinque differenti ospedali. A notte, si tenta un primo bilancio dei morti e dei feriti, ma molti algerini di Francia scompaiono verso i propri quartieri per non essere identificati dagli agenti. A migliaia vengono arrestati, anche intere famiglie, e portati o al Palais des Sports o allo Stade De Coubertin. Molti algerini vengono picchiati pur in detenzione.
I feriti “ufficiali” sono 260, mentre i morti sarebbero 2… Nel cortile della Prefettura vengono ammassati circa 1200 algerini e qui picchiati in modo bestiale e gratuito. Nel corso della notte, gli arresti arrivano ad oltre 11mila.
Qualche giorno dopo, giunge dalla Prefettura un conteggio diverso, con sette decessi ufficiali. Secondo le fonti algerine, solo i morti sono almeno cinquanta, ma i dispersi sono centinaia. Tra gli storici non s’è raggiunta tuttora un’unanimità sul numero dei decessi, che pare si attesti intorno almeno a 300 persone a cui bisogna aggiungere ancora – a distanza di 65 anni! – alcuni dispersi, che probabilmente sono da annoverarsi tra i manifestanti gettati dalla polizia fascista direttamente nella Senna.
Alle accuse di molti politici e giornalisti, nei giorni seguenti il 17 ottobre, lo stesso prefetto Papon risponde che “la polizia parigina ha fatto quel che andava fatto“. Che il governo presieduto da De Gaulle fosse ferocemente repressivo nei confronti dei lavoratori algerini di Francia e fosse, fino all’anno seguente, ancora inesorabilmente contrario all’indipendenza dell’Algeria, spiega solo in parte il massacro parigino. La Francia non accettava la nuova situazione internazionale, la decolonizzazione, un nuovo ordine mondiale, le economie emergenti, i movimenti popolari di quegli anni.
Ad attestare che quel che è accaduto a Parigi non è stato solo un “eccesso” poliziesco ma una prassi, c’è l’episodio accaduto solo pochissimi mesi dopo i fatti dell’ottobre e di cui la stessa polizia parigina si rendeva nuovamente protagonista, l’8 febbraio 1962, con la mattanza di 9 manifestanti, presso la stazione métro Charonne, i quali si recavano ad una dimostrazione contro la fascistissima OAS che stava reprimendo la popolazione algerina.
La violenza sproporzionata del governo di De Gaulle non è molto diversa dall’attuale violenza dei regimi repressivi che governano l’Europa di oggi. La sola risposta che il modello di società che ci governa riesce a dare, nell’epoca della grande crisi dell’accumulazione capitalistica, è quella del terrore, del controllo, della repressione. Si rende sempre più necessaria la risposta dei lavoratori e dei popoli in termini di unità, di lotta, di organizzazione per una società senza sfruttamento e disuguaglianze.
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