Il piano d’assalto di padroni e governo

La crisi dell’industria italiana è un fatto innegabile. La produzione manifatturiera è scesa di circa il 7% dal 2019 a oggi. L’indice della produzione si è ridotto per il 4° anno consecutivo. La produttività è bassa a causa degli insufficienti investimenti in strumenti di produzione, tecnologia avanzata, etc.

Ciò avviene in un contesto di declino e stagnazione strutturale (negli ultimi 25 anni la media di crescita del PIL è stata dello 0,4%  e non ha mai superato il 2%).

Le tensioni geopolitiche, i costi dei rifornimenti  energetici, l’instabilità delle catene di rifornimento, l’aumento dei tassi per i prestiti, gli squilibri globali, le vulnerabilità finanziarie, l’incertezza globale e la crisi dell’ordine mondiale sorto dopo il 1945, aggravano la posizione dei capitalisti.

A ciò si aggiungono la frenata di alcuni mercati chiave (Germania), i dazi statunitensi e la pressione cinese, che hanno determinato un calo dell’export.

L’ultradecennale  politica di compressione dei salari, portata avanti con l’appoggio dei governi di ogni colore e il collaborazionismo dei vertici sindacali, ha ridotto il valore della forza-lavoro e determinato la diminuzione del potere d’acquisto degli operai, quindi della capacità di consumo delle masse.

In questa situazione i padroni fanno come al solito i “piangina”, ricattano con i licenziamenti e chiamano alla “responsabilità nazionale” governo, partiti e sindacati.

Per reggere la concorrenza devono rimanere agganciati alla UE, rilanciare produttività, ovvero la produzione di plusvalore, scopo immediato e motivo determinante della produzione capitalistica.

Il loro obiettivo è il 2% di crescita annuo. Un sogno, che nemmeno col PNRR hanno potuto raggiungere.

Per inseguirlo Confindustria ha esposto il suo programma, che in buona parte coincide con quello della UE dei monopoli.

– Mercato unico  dell’energia, con l’UE unico acquirente e reti di connessione,   sospensione dell’Ets e dei prezzi certificati di emissione del CO2.

– Mercato unico dei capitali e del risparmio.

– Debito comune europeo (1200 mld annui per finanziare investimenti strategici).

– Applicazione dell’IA in tutte le filiere per aumentare lo sfruttamento, a scapito dell’occupazione.

– Crescita dimensionale delle imprese: ossia favorire la creazione di nuovi monopoli tramite il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale.

– Contratti di sviluppo e innovazione. Sono strumenti gestiti da Invitalia e Mimit per sostenere investimenti strategici di grandi dimensioni: 20 milioni a fondo perduto, particolarmente accessibili alle grandi imprese.

– Mini reattori nucleari da installare nel territorio e dentro le grandi imprese, sulle navi mercantili e militari.

– Filiera dell’aerospazio da monopolizzare da parte delle grandi imprese,

– Meno regole e burocrazia, per velocizzare la rotazione del capitale.

Voracità senza limiti

Altre richieste padronali sono le seguenti.

La trasformazione della Legge 231 per deresponsabilizzare i padroni (specie delle piccole aziende) per reati commessi a vantaggio dell’azienda: dalla corruzione alla mancata sicurezza sul lavoro, dai disastri ambientali al caporalato, dal riciclaggio ai reati tributari.

Una “Zona economica speciale” unica per agevolazioni, semplificazioni e velocizzazioni (autorizzazioni uniche).

Meno tasse e iperammortamento, altre agevolazioni e incentivi fiscali, specie per fusioni e acquisizioni.

Ma non  basta.  Vogliono impadronirsi di gran parte dei 20 miliardi di una riforma fiscale in programma, con l’affidamento dei servizi pubblici ai privati.

Mirano a mettere le mani sui risparmi dei lavoratori e dei pensionati, ai fondi pensione e alle casse previdenziali.

Dopo aver intascato un  miliardo con il Decreto Primo Maggio, si dichiarano d’accodo sul “Piano casa” del governo per cercare di trattenere i giovani in Italia con le promesse, favorendo i grandi costruttori.

Si prefiggono di continuare il ”dialogo” con i sindacati sui contratti pirata (concorrenza sleale), ma sui salari ù falcidiati dall’inflazione non concedono nulla. I profitti miliardari e i privilegi inauditi non si toccano.

Neoliberismo e capitalismo monopolistico di Stato

Il programma dei padroni combina misure tipiche del capitalismo monopolistico di Stato e del neoliberismo.

Prevede un grande trasferimento di ricchezza e risorse pubbliche nelle mani dei monopoli industriali, favorendo la loro competizione sul piano internazionale.

L’intervento statale è fondamentale per spingere avanti questo processo. Lo Stato finanzia infrastrutture e reti, supportando i capitalisti privati a tutti i livelli (fiscale, legislativo, etc.). Favorisce la formazione di nuovi monopoli.

L’economia di guerra, che macina profitti in questa fase, vede lo Stato borghese, con il Ministero della difesa alla testa,  come attore fondamentale in campo strategico, del bilancio e degli investimenti, della gestione fiscale, dell’export, a livello operativo, etc.

L’apparato statale diventa così sempre più apertamente uno strumento economico, politico e ideologico dei monopoli più forti e aggressivi.

Risultato di questo fenomeno: sempre meno “stato sociale” e sempre più “stato militare” autoritario, guerrafondaio e repressivo, sempre più fascistizzazione.

Chi paga?

Le conseguenze sulla classe operaia sono prevedibili: licenziamenti, intensificazione dello sfruttamento con vecchi e nuovi metodi, aumento dei ritmi, dei morti e degli infortuni sul lavoro, ricatti, intimidazioni, repressione.

Quelle sulle grandi masse: ulteriore riduzione della spesa pubblica sociale, sanitaria, pensionistica, che fanno aumentare le disuguaglianze sociali.

Sulla natura: piena libertà di saccheggiarla e devastarla.

Su questi temi gli industriali hanno mostrato un allineamento col governo. Non si tratta solo di aver trovato il “nemico comune” nell’UE burocratica, ma di convergenze strategiche.

Il governo Meloni ha fin dall’inizio spianato la strada all’offensiva padronale contro i lavoratori.

Ne sono prova i decreti-sicurezza, l’attacco continuo al diritto di sciopero (v. la direttiva anti-sciopero della Commissione di garanzia che estende alla logistica la 146), il riarmo per favorire le industrie belliche. E ora si propone per una nuova fase di attacco, mettedosi al completo servizio dei padroni.

L’asse governo-padroni

Con l’inasprimento delle difficoltà dell’economia italiana l’asse esecutivo-capitalisti si è consolidato su questioni chiave, come gli investimenti a lungo termine e il ruolo dello Stato come partner strategico delle imprese.

Ciò in sintonia con le manovre del governo per ottenere la deroga sul Patto di stabilità UE, usando come leva di pressione la mancata attivazione di SAFE (prestito agevolato da 150 mld. per le spese militari).

La premier ha decantato la flessibilità ottenuta dalla UE, pari a 13 miliardi in tre anni per investimenti nell’energia (ossia per il nucleare), all’interno della deroga di 1,5 punti percentuali del PIL annuo per la politica di guerra.

Questi fondi assieme alla rimodulazione del PNRR per 2 miliardi, la revisione dei Fondi per la coesione e il Piano casa saranno cavalli da battaglia in campagna elettorale.

Sono miliardi che andranno nei conti dei grandi capitalisti, dei palazzinari, dei mercanti di armi, non certo nelle tasche delle masse lavoratrici. Ma non è tutto.

Con la conversione in legge del DL Lavoro si legittima il sottosalario e si concedono altri fondi ai padroni.

Si preparano il sesto decreto “sicurezza” diretto contro i migranti e una manovra di bilancio antipopolare coperta dal fumo demagogico, sciovinista e razzista.

A Montecitorio intanto si va verso il voto su una legge-truffa elettorale con un meccanismo premiale che favorisce la premier e spiana il terreno ad altre controriforme politiche ed economiche. Il parallelo storico è con la legge fascista Acerbo, l’obiettivo il Quirinale.

Ciò procede parallelamente all’attacco ai diritti sociali e al tentativo di cancellare l’antifascismo, mentre si normalizzano il fascismo e la fascistizzazione che avanza nell’alveo della marcia democrazia borghese.

Clima politico e risposta operaia e popolare

Il clima politico è pesante, reazionario a 360 gradi. I bersagli centrali dell’attacco restano la classe operaia e le masse lavoratrici, native e immigrate, mentre si procede con la melina del tavoli ministeriali utili a frenare, indebolire e isolare le vertenze dei 120 mila operai che rischiano il posto di lavoro (senza contare i tavoli regionali e l’indotto).

Per respingere l’assalto padronale, reazionario e fascista, è essenziale il fronte unico nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, imperniato sulla difesa intransigente degli interessi economici e politici della classe, sulla lotta per il salario, l’occupazione, la salute, strettamente legate alla lotta per la difesa delle libertà conquistate a prezzo del sangue, della pace, e inserite nel contesto della più generale lotta per farla finita con un sistema che nega tutto questo, sfruttando e opprimendo sempre più.

I lavoratori sfruttati non sono responsabili della crisi e dei debiti di capitalisti e politicanti, e non devono pagarne le conseguenze.

Sono i padroni, i ricchi, i parassiti, i guerrafondai che devono pagare!  Via il governo della miseria e della guerra! Fuori dalla NATO e dalla UE!  Via le basi USA! Ritiro delle truppe inviate all’estero!

Il proletariato può contare solo su sé stesso, riprendendo fiducia nella propria forza, capacità di azione e lotta, di organizzazione del proprio movimento generale.

Sperare in aiuti che cadano dal cielo o da fuori, restare passivi, lasciarsi ingannare da chi predica l’attesa, la rinuncia all’azione (salvo poi gettare sugli operai le proprie responsabilità e la propria inazione), avrebbe conseguenze disastrose per la classe sfruttata.

L’unità è necessaria agli operai, ma nessuno darà loro l’unità, che si deve conquistare nella lotta. Oggi va fatta progredire con il lavoro e l’organizzazione degli operai avanzati e combattivi.

Il baricentro dello scontro di classe e i compiti da risolvere

Nessuna illusione può essere riposta nella fittizia opposizione liberal-riformista e socialdemocratica che è il più sicuro sostegno di un governo di infimo livello.

Questa opposizione è completamente imbevuta di “spirito nazionale ed europeo”, mentre si sposta su posizioni più retrive, sostenendo gli interessi del grande capitale.

Dopo il referendum sulla giustizia e le accuse di “fallimento totale” rivolte al governo questa falsa opposizione non ha fatto nulla per approfondire la sua crisi, ma hanno sostenuto Meloni nei  momenti critici.

Con l’argomento che il governo era ormai fallito, si è messa sull’attesa, ha fermato e diviso le lotte.

Abbiamo di fronte a noi un periodo di reazione ancora più dura e più nera, di riarmo e guerra, di fascistizzazione.

Dobbiamo prepararci ad affrontarlo con gli strumenti ideologici, politici e organizzativi adeguati.

Le classi sociali esistono obiettivamente e contano più che mai. Sono più distanziate e divise rispetto a ieri.

Il conflitto di classe, motore della storia, rimane intenso, il suo baricentro non è in Parlamento, ma nelle fabbriche e nelle piazze, nei territori, nella società; la polarizzazione avviene nelle condizioni materiali di vita, non nei teatrini istituzionali.

È su questo terreno di lotta che si sconfiggono i piani reazionari, con l’unità che si realizza nelle battaglie quotidiane, non con il divisionismo e l’autoreferenzialismo, totalmente dispersivi e inconcludenti!

Di conseguenza i compiti che ha di fronte a sé il proletariato non possono essere risolti con i partiti della sinistra borghese e le loro appendici che chiamano alla rassegnazione, all’attesismo elettorale, ad adattarsi alle leggi reazionarie, alla politica guerrafondaia e liberticida.

Da ciò deriva la crescente importanza che rivestono due fattori, fra loro legati:

– la necessità della formazione di un ampio fronte popolare, indipendente dai partiti borghesi e piccolo borghesi, non subordinato a logiche elettoraliste, con alla sua testa la classe operaia unita nella sua azione, per far retrocedere padroni e governo;

– l’indispensabilità di un partito rivoluzionario del proletariato, di tipo leninista, capace di unificare, mobilitare e dirigere il proletariato e i suoi alleati nella lotta per la conquista del potere politico, così da assicurare, con la collettivizzazione socialista dei mezzi di produzione, un futuro di lavoro, di pace e dignità alle masse lavoratrici.

Da Scintilla n. 161, luglio 2026

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