Il punto di vista del proletariato sull’autonomia differenziata
La maggioranza che sostiene il governo di estrema destra ha approvato in prima lettura al Senato il Disegno di legge Calderoli sull’autonomia regionale differenziata, che ora passa all’”esame” della Camera, in realtà una mera ratifica della volontà politica dell’esecutivo.
Questo Disegno di legge, che riprende le impostazioni dei precedenti governi, mira a ridefinire i rapporti fra la borghesia industriale e finanziaria del nord e quella del sud, a vantaggio del gruppo storicamente egemone.
Non la “spaccatura del paese”, ma l’accentuazione della funzione di dominio di quella borghesia settentrionale che Gramsci raffigurava come una piovra che si arricchisce a spese del Sud, il cui incremento economico-industriale è in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale.
Il cuore dell’autonomia differenziata, con la quale si approfondiscono storici mali sociali, sta nel meccanismo di spostamento di miliardi di plusvalore, raccolto sotto forma di tributi versati dai lavoratori (Irpef), che le regioni più ricche potranno trattenere sotto la forma del “residuo fiscale”.
A ciò si aggiunge il fatto che, non essendo neanche più formalmente “uguali” i territori del nostro paese, le Regioni potranno legiferare ed essere politicamente autonome su materie fondamentali come la salute, il lavoro, la scuola, lo sviluppo economico, la mobilità, i trasporti, l’energia.
Le Regioni che avranno più fondi andranno avanti, mentre le altre regioni, soprattutto quelle del Meridione rimarranno sempre più indietro, abbandonate al loro destino.
Non vi è alcuna garanzia per i cosiddetti “livelli essenziali delle prestazioni” su cui si è incentrato il dibattito parlamentare.
Quali saranno le conseguenze per la classe operaia e le masse popolari?
L’applicazione del Ddl Calderoli porterà alla rottura dell’unitarietà dei diritti dei lavoratori, aprirà la strada ad un salario regionale o a contratti territoriali differenziati, sancendo la fine dei CCNL.
In pratica le nuove gabbie salariali, per sfruttare e immiserire ancor più il proletariato a livello economico, mentre a livello politico si punta a rinchiuderlo in ambiti sempre più angusti per aumentarne la divisione, il senso di impotenza e rassegnazione.
Anche a livello di salario indiretto, cioè di servizi, si accentueranno le disuguaglianze.
Con l’autonomia differenziata, vi saranno pesanti ricadute sul sistema delle tutele universali e sui livelli dei servizi sociali, sanitari e educativi di cui fruiscono la classe operaia e le masse popolari.
Se oggi vi sono insufficienti e fatiscenti strutture sanitarie e sociali, servizi per l’infanzia e per le donne, trasporti pubblici al collasso, con l’autonomia differenziata il risultato sarà che si accrescerà il dislivello delle prestazioni e peggiorerà la loro qualità, specie nel Meridione.
In particolare verrà messa in discussione l’unità del sistema di istruzione e formazione, passando alla regionalizzazione dei programmi con la trasformazione delle scuole in agenzie di consenso ideologico e preparazione di forza lavoro alla mercé dei padroni.
Tutto ciò causerà una maggiore divisione della classe, con il conseguente indebolimento dei rapporti di forza e lo smantellamento delle residue conquiste unitarie del movimento operaio.
Ciò inciderà pesantemente sulle condizioni di vita e di lavoro di operai, lavoratori, pensionati, studenti appartenenti alla classe proletaria e agli strati sociali popolari. Assieme alle disuguaglianze e ai divari sociali si estenderà la povertà di massa. Verranno istituiti nuovi tributi regionali e locali che peseranno sulle masse popolari.
Con il regionalismo asimmetrico si accentuerà il dominio dei monopoli e si accentuerà la tendenza alla creazione di entità territoriali presidiate da cricche corporative e organizzazioni criminali. L’autonomia differenziata favorisce l’accumulazione di potenza finanziaria nelle mani della borghesia imperialista, la quale controllando i settori industriali fondamentali pone anche le basi per lo sviluppo di un’industria bellica nell’ambito della NATO e della UE.
Anche il Vaticano vede in questo progetto un’occasione per accrescere il suo potere temporale, rafforzando l’apparato sanitario e scolastico privato nel quale fare “opera misericordiosa” e formare ideologicamente i figli del popolo.
Il regionalismo differenziato è parte integrante del processo di trasformazione reazionaria dello Stato e della società borghese, che va direttamente contro gli interessi della classe operaia e delle masse popolari.
Attorno a questo processo si svilupperanno il mercanteggio e le contraddizioni fra i partiti borghesi e piccolo-borghesi, specialmente fra la Lega che mira ad una “secessione morbida” e Fratelli d’Italia che punta al presidenzialismo autoritario per centralizzare i poteri dello Stato borghese.
I liberal-riformisti non potranno che incidere limitatamente sulla questione dei “livelli essenziali delle prestazioni”, che in regime capitalista non potranno mai essere assicurati e vengono sempre più ridotti dai tagli alle spese sociali.
In quanto comunisti interveniamo sulla questione dal punto di vista e dalle prospettive di classe, chiamando gli operai e le masse popolari a intervenire su tutti i problemi che li riguardano.
Respingiamo l’autonomia regionale differenziata e il presidenzialismo in quanto progetti volti a dividere la classe e ostacolare lo sviluppo del suo movimento indipendente e rivoluzionario.
Per battere questi progetti politici il terreno su cui oggi occorre agire non sta nel prospettare il referendum, come fanno i liberal-riformisti e i pentastellati per distogliere e masse dalla lotta.
L’aspetto fondamentale è lo sviluppo della mobilitazione di classe e di massa per indebolire e far cadere il governo Meloni, unendo dal basso tutte le forze del movimento operaio e popolare, delle reti associative di carattere proletario e popolare, delle forze sociali antifasciste e realmente democratiche, per combattere nei posti di lavoro e nelle piazze i piani reazionari.
Mentre denunciamo l’autonomia differenziata e il presidenzialismo come politiche antioperaie della borghesia, mentre chiamiamo alla difesa intransigente degli interessi, delle libertà e dei diritti conquistati a duro prezzo dalle masse lavoratrici, affermiamo che il problema di fondo che questa controriforma solleva è quello della direzione politica della società attuata dalla classe operaia.
La classe operaia è l’unica forza capace di risolvere i problemi della società italiana, di risolvere lo squilibrio esistente fra Nord e Sud indirizzando la lotta di tutti gli sfruttati e gli oppressi verso l’abbattimento del capitalismo e alla costruzione di un nuovo ordinamento della società umana.
Ciò di cui hanno bisogno gli operai e gli altri lavoratori è uno Stato che assicuri la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio, sostituita dalla loro proprietà sociale; una Costituzione che non si limiti a proclamare l’eguaglianza dei diritti formali dei cittadini, ma la assicuri anche per via legislativa con determinati mezzi materiali.
Di queste esigenze storiche e attualissime, di questa “via maestra”, ci sforziamo di rendere consapevoli le realtà attive e pensanti della classe proletaria, per renderle forze organizzate e dirigenti del processo rivoluzionario che porterà alla conquista del potere.
Da Scintilla n. 142, febbraio 2024
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