La Cina è una potenza “mediatrice”?
In questi ultimi mesi, si è assistito ad un’intensificazione delle iniziative diplomatiche internazionali da parte dei leader cinesi.
Tre recenti avvenimenti hanno evidenziato l’intreccio tra la guerra inter-imperialista in Ucraina ed il crescente confronto diretto tra l’imperialismo statunitense e l’imperialismo cinese.
Agli inizi di marzo, la diplomazia cinese ha riportato un suo successo patrocinando l’incontro a Pechino dei leader iraniano e saudita, che hanno raggiunto un accordo per il ripristino delle relazioni diplomatiche tra i due paesi, interrotte dal 2016. Ciò dimostra, in particolare, il peso economico e diplomatico della Cina nei confronti dei regimi di questi due paesi, come il rafforzamento dell’influenza cinese in Medio Oriente, e sottolinea il relativo isolamento degli Stati Uniti. Questo successo si basa sulla politica cinese della cosiddetta “non interferenza negli affari interni”, che ovviamente incontra il gradimento da parte di questi regimi reazionari. La retorica cinese della lotta al mondo unipolare e alla supremazia degli Stati Uniti vuole profittare del malumore per i danni che la politica estera statunitense sta causando all’industria petrolifera locale. C’è da aggiungere che nelle ultime settimane, la Cina si è fatta avanti per facilitare la ripresa dei negoziati di pace israelo-palestinesi.
La Cina predica un’alleanza senza condizioni fra governi reazionari che hanno divergenze con l’imperialismo statunitense o sono scettici sulle politiche statunitensi di contenimento della Cina. Ma il suo slogan: “insieme possiamo sfidare l’egemonia occidentale”, lasciando da parte “ogni polemica ideologica”, senza alcuna “imposizione del modello cinese”, non è rivolto contro l’imperialismo in generale, di cui la Cina stessa è parte integrante, ma solo contro l’imperialismo statunitense, suo rivale nella lotta per l’egemonia mondiale.
Da parte sua, il presidente statunitense riuniva il primo ministro australiano ed il primo ministro inglese per annunciare, in una cerimonia presso la base navale statunitense a San Diego, un rafforzamento dei legami economici, politici e militari sotto l’AUKUS. L’AUKUS consentirà il pattugliamento di sottomarini a propulsione nucleare nella regione dell’Indo-Pacifico. Washington ha lasciato intendere che la partnership trilaterale è il primo passo che gli alleati degli Stati Uniti stanno compiendo per l’aggruppamento in un fronte comune occidentale contro la Cina. Il patto ha tutta la natura di una nuova alleanza per contrastare la Cina e mira a rafforzare la presenza militare degli Stati Uniti e dei loro alleati nel cosiddetto Indo-Pacifico.
Il terzo avvenimento è la visita di tre giorni di Xi Jinping a Mosca alla fine di marzo. Il 24 febbraio, ad un anno esatto dall’inizio dell’invasione russa, la Cina aveva pubblicato il documento in 12 punti sulla soluzione politica di quella che la dirigenza del paese definisce come la “crisi ucraina”. Questa visita grandemente pubblicizzata va osservata per i suoi messaggi politici all’indirizzo del campo occidentale. Essa riafferma il sostegno politico ed economico dell’imperialismo cinese all’imperialismo russo in difficoltà. La Cina è la potenza dominante in questa alleanza, e Putin lo ha riconosciuto.
Xi Jinping sostiene Putin, ma non sacrificherà gli interessi dell’imperialismo cinese, che vuole evitare di essere bersaglio di sanzioni da parte delle potenze occidentali, specialmente da parte degli Stati Uniti, consegnando apertamente armamenti alla Russia.
Pochi giorni dopo, Macron, accompagnato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si è recato a Pechino dal 5 al 7 di aprile. La visita è giunta dopo quella dei mesi scorsi da parte del cancelliere tedesco Scholz e del primo ministro spagnolo Sánchez. La decisione di recarsi insieme in Cina, dà a Macron, che era accompagnato dalla rappresentanza di tutta l’economia francese, il modo di presentare la sua visita a nome dell’Europa, non solo della Francia. La presenza della presidente della Commissione europea vorrebbe essere la dimostrazione che la Cina non può ritagliare accordi collaterali con Parigi e Berlino e aggirare l’Unione europea. Per certa pubblicistica, per un altro verso, la presidente della Commissione è la guardiana della fedeltà dell’Europa alla NATO e agli Stati Uniti.
I circoli dirigenti dell’Unione europea non nascondono ormai le proprie ambizioni a trasformarsi in qualcosa di più di un terzo polo nell’ordine mondiale. La guerra ucraina ha risvegliato la bramosia di dominio continentale degli imperialismi francese e tedesco, i quali, cooperando e rivaleggiando, ambiscono a conquistare la supremazia.
È del 26 aprile il primo colloquio telefonico fra Xi Jinping e Zelensky. Il presidente cinese avrebbe riaffermato la formulazione di rito sulla guerra in Ucraina secondo cui “il rispetto per la sovranità e l’integrità territoriale è il fondamento dei rapporti tra Cina e Ucraina”. Le prime conseguenze di questo colloquio “di più di un’ora” sono la nomina del nuovo ambasciatore ucraino in Cina e l’invio del rappresentante speciale del governo cinese per gli affari eurasiatici in Ucraina, con l’incarico di avviare consultazioni con tutti i paesi interessati per favorire una soluzione politica del conflitto.
Il piano in dodici punti per la soluzione politica della “crisi ucraina” che quest’ultimo reca con sé, è stato respinto dai leader occidentali, dal momento che non contempla il ritiro delle truppe russe da tutto il territorio ucraino. Ciò nonostante, le ultime iniziative cinesi sono state “apprezzate” dalla diplomazia statunitense ed europea. Ed è un fatto che la leadership cinese sta emergendo come parte interessata alle discussioni ed ai negoziati sulla guerra che si combatte in Europa.
Da ultimo, i capifila dell’imperialismo riuniti ad Hiroshima hanno riconosciuto il ruolo della Cina nella conservazione dell’ordine esistente, chiamando la Cina di Xi Jinping ad unirsi ad essi in quest’opera, pretendendo da essa, d’altra parte, il riconoscimento delle sfere d’influenza attuali.
La Cina sta anche dispiegando la sua diplomazia in America Latina, da sempre considerato il “cortile” degli Stati Uniti. Il presidente brasiliano Lula è stato ricevuto con tutti gli onori a Pechino, poiché condivide con Xi Jinping la necessità di stabilire un nuovo ordine mondiale che non sia dominato dall’imperialismo statunitense.
La Cina vuole apparire come il difensore della sovranità economica e politica latinoamericana sfruttando la grave crisi economica e finanziaria che affligge questi paesi, indebitati con gli organismi finanziari imperialisti quali il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca mondiale (BM) e istituzioni finanziarie private.
Essa sfrutta la dipendenza dalle esportazioni dei paesi. La Cina è intervenuta nella crisi delle riserve valutarie dell’Argentina, che ha subito gravi perdite nella produzione agricola per effetto del cambiamento climatico, con una riduzione degli introiti valutari ricavati dall’esportazione di particolari derrate.
Il sistema dell’accordo di swap in valuta tra due banche centrali per lo scambio delle rispettive valute, una creatura del capitale finanziario per moderare le crisi valutarie dei grandi stati capitalisti, è stato adottato dalla Cina e sta guadagnando slancio presso paesi già fortemente indebitati. Esso consente alle banche nazionali di contare sulla disponibilità di valuta cinese da fornire agli importatori dalla Cina.
Dietro i recenti accordi, trapelano la volontà della Cina di aumentare la quota della propria valuta nel mercato mondiale in linea con il processo della sua espansione nel mercato mondiale, ma anche la necessità per la Cina di ridurre la propria dipendenza dalla valuta statunitense in un contesto di accresciuta tensione tra i due grandi rivali imperialisti.
La difesa della valuta statunitense – attraverso i rialzi dei tassi d’interesse della Federal Reserve – contribuisce chiaramente ad accelerare l’adozione di un’alternativa.
D’altro canto, nei negoziati presso il FMI e la BM per la cosiddetta ristrutturazione del debito dei paesi ad alto rischio di insolvenza, i rappresentanti della Cina cominciano ad essere invitati abitualmente dai 21 paesi del Club di Parigi. Tra gli uni e gli altri i disaccordi non vertono sul sistema di giugulazione finanziaria dei paesi, ma sulla maniera di impedire incendi più vasti a danno dei creditori, ponendone le spese sempre sulle spalle dei popoli.
Nelle relazioni tra i partecipanti a questi negoziati si afferma il principio della “forza” di ciascuna potenza, avviluppando i paesi in una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica.
Come si vede, i leader cinesi sono impegnati in un’intensa attività contemporaneamente sul piano diplomatico e su quello delle relazioni economiche e commerciali, le quali si sono sviluppate negli anni recenti attraverso le “vie della seta” che toccano tutti i continenti, passando per l’Africa e l’Asia.
Dietro la Belt and Road Initiative (BRI), con il sostegno dello stato, si muovono i monopoli della Cina con il disegno di penetrare stabilmente nelle economie degli stati di questi continenti.
Anche nel nostro paese hanno iniziato a trapelare le pressioni esercitate dall’oligarchia imperialista statunitense sul governo che è chiamato a sbrogliare la matassa dei rapporti dell’Italia con le “strade cinesi”. Firmato il 23 marzo 2019, il memorandum sulla BRI, della durata di cinque anni, verrà a scadenza nel 2024. L’adesione italiana ha fatto parte di un certo simbolismo politico inoffensivo più che di un mutamento del quadro delle relazioni internazionali del nostro paese, soprattutto con la potenza degli Stati Uniti. La ricerca di un compromesso per compiacere la diplomazia statunitense, non offrire vantaggi alla Francia e alla Germania nei loro rapporti politici e commerciali con la Cina e non precludere ai capitalisti italiani la via del commercio “non rischioso” con la Cina, sarà un dilemma per il governo in carica.
Da Scintilla n. 135, giugno 2023
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