La condizione della scuola:  no ad austerità, politiche aziendali e repressione!

Riceviamo e pubblichiamo la seguente “Lettera aperta di uno studente dell’Istituto Tecnico Industriale Enrico Fermi (Siracusa)”. Abbiamo verificato la veridicità dei fatti narrati, la cui importanza supera l’ambito locale, essendo una testimonianza del clima repressivo e autoritario che vige in molti istituti scolastici. Condividiamo le conclusioni politiche.

A Siracusa il nostro Istituto Tecnico Industriale Enrico Fermi è stato teatro di un acuto conflitto tra studenti, molti dei quali hanno protestato per le condizioni fatiscenti della nostra scuola. Dopodiché, è stata fissata una data per uno sciopero generale dell’intero istituto a causa degli atteggiamenti arroganti e strafottenti del preside che non si occupa neppure di mettere la scuola nelle condizioni minime imposte dalla legge, dato che vi sono aule dalla struttura danneggiata e calcinacci che cadono, giungendo alla taccagneria di non accendere neppure i termosifoni, apparentemente rotti ma in realtà perfettamente funzionanti.

Al termine della ricreazione, inizio della IV ora, gli studenti si sono recati in massa nel cortile per pretendere il rispetto dei loro diritti per i problemi sopra menzionati, oltre che per alcuni problemi che non rientrano negli obblighi del preside, ma che mettono in luce le condizioni della nostra scuola. I rappresentanti di istituto hanno accompagnato la massa infervorata di centinaia di studenti e la maggioranza dei professori ha incoraggiato la protesta dicendo che andava continuata a tutti i costi.

Dopo una decina di minuti sono arrivati altri professori che, dall’alto del proprio negazionismo, hanno ordinato di rinunciare alla protesta, ma noi studenti, compresi i rappresentanti di istituto, abbiamo continuato. Il personale ATA ha poi chiuso con lucchetti le varie porte che portano all’esterno, tranne quella per il campo da calcio, con chiare intenzioni, perlomeno a giudicare dalla dinamica: oltre a rientrare, bisognava subirsi l’ira del resto della folla (professori e personale ATA avevano formato un corridoio umano all’interno del corteo lungo il quale venivano scortati gli studenti che non volevano più protestare: nessuno, neppure i professori presenti, cioè quelli contrari alla protesta, hanno scoraggiato gli insulti rivolti a chi tornava indietro).

Arrivano le prime intimidazioni. Chiunque non si presenta all’interno dell’istituto e della rispettiva classe entro 20/30min sarebbe stato segnato come assente e si sarebbe provveduto a infliggere pene severe (alludendo alla sospensione).

A circa 5 minuti allo scadere del tempo, ancora nulla pareva essersi mosso: tutti sono decisi e coesi nella propria opposizione verso il loro contenimento in una struttura fredda e malconcia, con costante rischio di crolli e senza gli equipaggiamenti igienici basilari. Si presentano il preside e la dirigente del Gruppo Sostegno Alunni-Famiglie che minacciano di chiamare i carabinieri, intimando gli studenti a tornare sui propri passi; la massa degli studenti non si spaventa, solo qualcuno qua e là.

I rappresentanti di istituto tentano di negoziare col preside che si dimostra autoritario e ostile a ogni dialogo, proibendo esplicitamente la comunicazione fra personale ATA e studenti durante questa protesta, inneggiando alla necessità di imporre il potere dello Stato contro un insussistente “reato di occupazione”. La protesta è autogestita in modo democratico soprattutto dopo quel momento, visto che ogni proposta di rientrare a séguito dell’ennesima provocazione è stata messa a voto dei manifestanti.

Dopo altri 5/10min inizia a girare la voce dell’arrivo della polizia, e i primi iniziano a rientrare: ne seguirà un effetto gregge dovuto al chiaro sopruso verso la protesta studentesca. Avvenuto il rientro di metà degli studenti, il preside si reca in mezzo alla folla e avvisa tutti di denunce e segnalazioni in questura, pretendendo dati anagrafici per lo svolgimento di ciò. La maggioranza degli studenti non fornisce alcun dato e quasi tutti fuggono all’interno della struttura. I pochi che non ci sono riusciti ricevono fortissime urla da parte del dirigente scolastico, che pubblicherà in séguito una circolare per giustificare le proprie azioni.

Dopo il termine della protesta (a metà dell’ora successiva), i rappresentanti di istituto, richiamati in presidenza, sono stati protagonisti di un alterco faccia a faccia col preside che ha chiamato due agenti della DIGOS. Durante il “confronto”, il preside ha anche minacciato di denuncia i rappresentanti che hanno fatto presente, tra i vari, i problemi dei termosifoni, invitandoli a controllare se funzionassero. Magicamente erano stati accesi proprio in quel momento! Questo gioco a “nascondino” che serve solo a salvare la faccia, implica una violenza psicologica grave, il “gaslighting”: una tecnica di manipolazione mentale per far dubitare chi la subisce delle proprie percezioni sensoriali. Va inoltre sottolineato che i termosifoni funzionano perfettamente nonostante siano sempre spenti: ai lettori le facili conclusioni sul motivo.

Dopo circa una decina di minuti di spiegazioni e tentativi di comunicare i propri dissensi da parte dei giovani, il preside interrompe bruscamente ogni dialogo, iniziando ad esprimere discorsi di carattere paternalista e reazionario, sull’importanza del subire per crescere, facendo l’uomo vissuto e millantando come lui non avesse tutti questi agi e pretese, che si spaccava la schiena nei campi di carruba, ecc.

È stato tragicomico constatare che addirittura la DIGOS ha espresso sostegno per l’iniziativa, dando per giunta dei consigli ai rappresentanti di istituto per evitare di incorrere in problemi legali. Il “bandecchismo” del preside è stato talmente palese/evidente/autoevidente da perdere il sostegno persino delle forze della reazione che non hanno potuto fare altro che ricordare i diritti che (per ora) concederebbe il nostro Stato.

Tutti i presidi degli altri istituti hanno concesso agli studenti il diritto di sciopero come quelli descritti contro la gestione della provincia di Siracusa, che è un emblematico esempio di estremo Sud dimenticato pure da Dio e dalle istituzioni. Tutti gli altri studenti navigano nella stessa barca e nelle stesse acque, ma l’unico che ha cercato di impedire questa modalità di protesta è stato il preside del nostro istituto che dapprima ha negato le condizioni oggettive che l’hanno causata e poi ha affermato che esse siano decenti per chi ci lavora e studia. Insomma, le condizioni decenti ci sono, checché ne dicano gli studenti viziati, e se non ci sono pazienza: io ho lavorato e mi sono fatto un mazzo tanto così e dovete farvi mettere anche voi i piedi in testa. Una bella lezione di rassegnazione e rinuncia a migliorare le cose.

Candidato col PD e il centro-“sinistra” come sindaco della città, si è dimostrato talmente dispotico da fare concorrenza ai suoi colleghi di “centro”-destra, giusto per ricordare la siderale distanza di interessi della classe dirigente del centro-“sinistra” da quelli che rivendichiamo noi “sudditi”, e la loro straordinaria similitudine con chi dicono di voler combattere.

Dopo circa un paio di giorni arriva la giustificazione del preside sull’uso del pugno di ferro attraverso una circolare avente per oggetto: “Chiarimenti su eventi giorno 13-14 01 2026 ed adempimenti dei docenti” (link: https://www.fermisiracusa.edu.it/circolare/1820/ ). Il preside rivendica il proprio «diritto-dovere di avere convinto gli studenti a rientrare a fare lezioni entro l’ora successiva» e «di avere dovuto chiamare le forze dell’ordine per ripristinare la legalità»; ringrazia «i rappresentanti di Istituto e tutti gli studenti che hanno ripensato e riflettuto sui loro comportamenti». Boria allo stato puro, benché ammetta che non si fosse «configurato il reato anche parziale di interruzione di servizio pubblico» e che le forze dell’ordine sono arrivate «non trovando nessuno in flagranza di reato».

Tra le cose più gravi leggiamo che «L’articolo 40 della ns splendida Costituzione prevede il “Diritto allo sciopero” ma esso è limitato ai lavoratori e NON AGLI STUDENTI» (maiuscolo suo), riconoscendo solo il diritto di manifestare (fuori dalla scuola); «pertanto l’eventuale assenza dello studente deve rientrare nel novero delle assenze ingiustificate e nessun docente può giustificare l’assenza di uno studente qualificata in tal modo».

L’arroganza non conosce limiti: il solo evocare il reato di occupazione, o meglio di interruzione di pubblico servizio, mette in luce un atteggiamento puramente repressivo di fronte a una legittima protesta collettiva. In realtà non c’è stata alcuna interruzione: lo sciopero era nel cortile e non ha interrotto le lezioni, non direttamente perlomeno (quindi senza alcuna responsabilità imputabile allo sciopero e a chi vi ha partecipato) visto che sono stati una minoranza di professori a lasciare la lezione per ordinare agli alunni di rientrare. Abbiamo avuto conferma da un professore di diritto che il fatto non sussiste (perché il servizio non è stato interrotto, come il preside stesso ha ammesso con una pirotecnica giravolta nella circolare), oltre ad avere conferma su alcuni sospetti che avevamo da tempo, come ad es. la situazione economica della Provincia in dissesto economico e altri dati interni alle dinamiche scolastiche. In più il preside non ha resi noti nella circolare i motivi degli scioperi, per far apparire gli studenti come degli scalmanati senza ragioni.

È per giunta scandaloso parlare di “riparazioni entro la nuova settimana” quando persino un nostro compagno di classe, rispettatissimo e con conoscenze nel settore della termoidraulica, ha fatto presente l’impossibilità dello svolgimento di una tale operazione mastodontica; naturalmente ciò è confermato ai giorni d’oggi, dato che la situazione risulta immutata.

Parlando di professori, vanno elogiati coloro, la maggior parte, che hanno sostenuto lo sciopero incoraggiandoci ad andare avanti contro il negazionismo dei loro superiori e di una frazione dei loro colleghi: protestare contro disagi e favoritismi, tra questi ultimi basti menzionare le pochissime aule in cui c’è riscaldamento con aria condizionata, mentre le altre muoiono di freddo.

Per il 16 gennaio, pochi giorni dopo, è stato indetto un secondo sciopero, stavolta programmato in anticipo e fuori dalla scuola, la cui partecipazione degli studenti poteva essere decisamente maggiore visto il problema che riguarda tutti, oltre che nelle aule anche nella vita di tutti i giorni. Su un istituto che conta un migliaio di studenti è stato deludente vedere la partecipazione di poco più di un centinaio in un’occasione che aveva anche attirato l’attenzione della cronaca locale, a giudicare dalla presenza di giornalisti. Evidentemente il clima repressivo instaurato ha creato ostacoli, rafforzati dalla generale poltroneria che funge da inerzia per lo sviluppo di una forma di coscienza di classe e conseguente prassi in ambienti simili.

Tuttavia il primo sciopero, indetto dai rappresentanti di istituto ma comunque spontaneo, per aver attirato una tale folla nel campo da calcio, è stato una significativa dimostrazione di come la gioventù proletaria possa ribellarsi e scioperare contro una classe oppressiva che è disposta a privarla senza alcuna remora di ogni dignità e persino a mettere la sicurezza degli studenti a rischio per la difesa dei suoi interessi e privilegi.

Va anche osservato che alcuni studenti hanno visto l’occasione come una semplice ribellione, nel senso fine a sé stesso del termine, per andare contro al superiore per puro istinto di trasgressione e non per rivendicare diritti legittimi. Lo hanno dimostrato non presentandosi allo sciopero vedendolo come una scusa per saltare un giorno la scuola. Va comunque menzionato il ruolo (secondario) della frequenza quasi assente dei mezzi pubblici che non assicurano affatto i trasporti sul territorio in modo decente (ciò si ricollega alla decadenza della provincia, ma anche del meridione in generale). Ma visto che quasi tutti riescono normalmente ad arrivare a scuola e visto che lo sciopero era programmato per gli stessi orari, questo disservizio quotidiano ha avuto un peso marginale nel contenimento del numero dei manifestanti. Purtroppo i crumiri e gli opportunisti ci sono sempre.

Ciò deve farci riflettere e ricordarci la lucidissima analisi di Antonio Gramsci, morto negli anni ’30, ma più attuale che mai, sull’egemonia culturale della borghesia. Questa bolla egemonica soffoca, nonostante ogni ragione per lamentarsi e ribellarsi, spesso i più oppressi. Le acute parole di Gramsci non risuonano come dovrebbero tra gli sfruttati e gli oppressi che dovrebbero farle proprie per far scoppiare quella bolla. Questa è uno dei principali problemi di oggi che portano anche a giustificare, sia nelle scuole, sia nei luoghi di lavoro e nel territorio, una classe dirigente sempre più oscurantista, i presidi pseudo-democratici che mostrano un’arroganza e atteggiamenti “muscolari” non così diversi dai loro colleghi dichiaratamente di destra di cui Stefano Bandecchi è un modello, e un governo zeppo di fascisti.

Fra i compiti delle avanguardie studentesche e del movimento comunista vi deve essere anche la sensibilizzazione e la diffusione della consapevolezza su questo fenomeno, ricordando ai ragazzi, come lo hanno fatto molti insegnanti, di continuare la lotta che è fatta di proteste, scioperi, boicottaggi, resistenza, rivendicazioni (anche parziali) e unione delle forze in nome di interessi comuni, contro chi vuole negarli, contro tutti coloro che erigono davanti a questo cammino una lunga barricata di pruni e di spine. Ma le fiamme della lotta di classe hanno rovesciato e distrutto non solo simili barricate, ma persino le più robuste fortezze erette dalla borghesia.

Mi rivolgo pertanto a tutti i miei compagni di scuola e di altre scuole, oltre che ai compagni comunisti: DOBBIAMO continuare a LOTTARE senza MAI FERMARCI, né davanti a chi vuole farci credere che l’ingiustizia sia giusta, ripetendolo come un mantra per farla diventare la normalità, neppure di fronte alle intimidazioni e alle minacce fasciste e negazioniste di chi ha ogni interesse a dividerci col solo scopo di indebolire l’avanguardia proletaria-studentesca per impedirne un’eventuale radicalizzazione e presa di coscienza: non vogliono che otteniamo quello per cui manifestiamo! Perciò non dobbiamo piegare la testa e darla vinta!

LOTTARE e ORGANIZZARCI, consci che:

Marx ed Engels, i grandi dirigenti del proletariato, hanno rilevato e sottolineato che la rivoluzione non è una marcia trionfale in linea retta. Nel proprio cammino a zig-zag che sale gradino per gradino, essa conseguirà vittorie, ma subirà anche disfatte. La storia dello sviluppo della società umana indica che la sostituzione di un sistema sociale con un altro sistema superiore non si compie nel giro di un giorno, ma abbraccia un intero periodo storico. Neppure le rivoluzioni borghesi, che hanno sostituito il sistema feudale di sfruttamento con quello capitalista, in varie circostanze e in molti Paesi non hanno potuto evitare la controrivoluzione. Di ciò esempio è la Francia dove la rivoluzione borghese, sebbene sia stata la rivoluzione più profonda e più radicale del tempo, non è riuscita ad instaurare e consolidare immediatamente l’ordine capitalista [nota: la loro controrivoluzione è stata la Restaurazione]. La borghesia e le masse lavoratrici, dopo la prima vittoria del 1789, hanno dovuto far ricorso di nuovo e più di una volta alla rivoluzione per rovesciare la monarchia feudale dei Borboni ed il regime feudale in generale, nonché per instaurare definitivamente il sistema borghese.

L’epoca delle rivoluzioni proletarie è appena cominciata. L’avvento del socialismo rappresenta una necessità storica che deriva dallo sviluppo oggettivo della società. Ciò è inevitabile. Le contro rivoluzioni avvenute finora, come pure gli ostacoli che sorgono, possono prolungare un po’ l’esistenza del vecchio sistema sfruttatore, ma non hanno la forza di impedire la marcia della società umana verso il suo futuro socialista.” (Enver Hoxha).

Lettera firmata

 

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