La condizione delle masse femminili e la necessità della loro unione di lotta

Lo scorso 8 marzo ha visto a livello internazionale una crescente partecipazione delle donne alle numerose manifestazioni organizzate nei diversi paesi. Ciò riflette sia la maggiore inclusione delle donne nelle file del proletariato, sia un loro maggiore coinvolgimento nella lotta rivendicativa e rivoluzionaria.

È inimmaginabile un movimento rivoluzionario di massa senza la partecipazione delle donne proletarie e degli strati popolari. Non è possibile trascinare le masse sfruttate e oppresse nella lotta politica per il potere, se non vi si trascinano le donne.

Ma risulta impossibile la partecipazione delle donne a questo movimento senza una loro organizzazione collettiva che la permette.

Nel nostro paese non abbiamo ancora un vasto movimento femminile di carattere proletario. Ma ad ogni costo bisognerà arrivare a formarlo.

Senza le donne oppresse e sfruttate, occorre ripeterlo, non si può pensare ad un vero movimento di massa del proletariato e tanto meno è possibile la rivoluzione socialista e l’edificazione della nuova società.

Ma qual è oggi la condizione femminile?

Il quadro d’insieme che ci viene fornito dalle statistiche ufficiali – per quanto incomplete e falsate siano  – indica come le donne nel nostro paese siano ancora fortemente penalizzate nei livelli occupazionali, negli inquadramenti e nei differenziali salariali nel confronto con gli uomini.

Consideriamo i tassi di occupazione, disoccupazione e inattività rilevati per genere nel terzo trimestre del 2021 (ultimo dato disponibile) in Italia:

-in 13 anni il tasso di occupazione femminile è cresciuto in Italia soltanto di +2,6 punti percentuali (dal 47,3% al 49,9%) e la distanza dal tasso maschile è ancora di oltre 18 punti;

-il tasso di disoccupazione femminile italiano cresce di +2,5 punti (dal 7,9% al 10,4%), mantenendo sostanzialmente inalterato il divario con il tasso di disoccupazione maschile;

– il tasso di inattività femminile, pur diminuendo di -4,5 punti tra il 2008 e il 2021 (da 48,7% a 44,2%), supera quello maschile di +18,5 punti.

Gli ultimi dati annuali pubblicati dall’INPS relativi al settore privato in Italia, escluso il settore agricolo e i lavoratori domestici, forniscono il quadro seguente:

-nel 2020 il numero di dipendenti complessivi è di circa 15,6 milioni (di cui il 42,3% donne) mentre il salario medio lordo annuo totale si attesta a circa 20,7 mila euro, con un differenziale di genere che penalizza le donne nella misura del -31,7%. Infine, la diminuzione percentuale del salario medio lordo annuale nel 2020 (anno di lockdown), rispetto al 2019, è maggiore per le donne (-6,7%) che per gli uomini (-5,6%).

Analizzando i salari per orario di lavoro, tipologia contrattuale e qualifica si  osserva come il salario medio lordo annuale percepito dalle donne è in tutti i casi inferiore a quello degli uomini.

Il part-time nel settore privato interessa maggiormente le donne (63,2%) che gli uomini (36,8%) ma, comunque, con salari medi lordi inferiori ai 10 mila euro annui. Inoltre, osservando la distribuzione di tutti gli occupati nel 2020, si rileva come una donna occupata su cinque (19,6%) abbia un part-time involontario contro il 6,4% degli uomini.

Osservando la distribuzione delle donne occupate dipendenti nei differenti settori si nota come dal 2008 al 2021, in Italia si registra un aumento dal 17,1% al 23,8% della quota di occupate nel settore delle attività commerciali e dei servizi.

Collaboratrici domestiche, donne delle pulizie, commesse, assistenti ai disabili, etc., formano la grande schiera delle lavoratrici povere e cumulano contratti precari, lavoro part-time scelto per costrizione, lavoro ingrato, mal pagato, gravosità non riconosciute.

Al primo posto nelle moderne forme di corvée, le donne sono la maggioranza in mestieri indispensabili alla società, le professioni che hanno a che fare con la cura e l’assistenza delle persone.

Già oggi sono pesantemente penalizzate dal sistema pensionistico: a salari bassi corrispondono pensioni ancora più basse:  un divario legato alla loro attività lavorativa discontinua e al lavoro part-time.

Molte hanno un’attività lavorativa breve, occupazioni instabili, con interruzioni di lavoro più o meno lunghe, spesso legate alla crescita dei figli.

Per chi può, la “soluzione” è lavorare fino allo sfinimento per raggiungere i requisiti pensionistici ed evitare la penalizzazione.

Occorre prestare particolare attenzione alle lavoratrici irregolari e intraprendere ogni iniziativa per la loro regolarizzazione.  Tutte hanno lavorato in nero, a volte per molti anni, di solito nei servizi privati, personali e sociali o nelle pulizie. Un lavoro gravoso che genera numerose disabilità.

Tutti questi anni di lavoro non vengono riconosciuti per la pensione perché privi di assicurazione sociale. Diverrà impossibile raggiungere i requisiti di accesso al pensionamento; se riescono a lavorare fino a quel punto, la pensione sarà comunque miserabile.

Non occorrono altre parole per spiegare alle donne lavoratrici la profonda ingiustizia e la violenza del sistema capitalista che le opprime e le sfrutta.

La questione politica che si pone e che andrà risolta anche nel nostro paese è quella di dare una forma organizzativa propria delle donne lavoratrici che esprima il rifiuto di tale sistema, che abbia una sua piattaforma rivendicativa basata sugli interessi e le aspirazioni delle masse lavoratrici femminili.

Ciò che può permettere di trasformare il malcontento in sciopero e lotta aperta di massa, è l’unione di lotta delle donne in un’organizzazione per la piena uguaglianza delle donne, il progresso e l’emancipazione della classe lavoratrice.

Un’organizzazione collettiva presente nei luoghi di lavoro e nei quartieri popolari, che smascheri il democraticismo borghese e si collochi nel campo degli sfruttati contro gli sfruttatori, con una sua visione del ruolo delle donne lavoratrici nella lotta rivoluzionaria, per l’abolizione del giogo del capitale e la trasformazione sociale.

Un’organizzazione specifica per il lavoro tra le masse femminili, in grado di raggiungere non soltanto le proletarie che lavorano in fabbrica ma anche le lavoratrici occupate nei mestieri femminilizzati.

Alla sua realizzazione occorrono stretti legami con la protesta sociale, con i sindacati aventi base di massa, con i movimenti sindacali e politici, con le organizzazioni femminili di ogni specie che si mobilitano contro la violenza nei luoghi di lavoro e in ambito familiare, contro i rapporti di dominazione e le discriminazioni cui sono sottoposte le donne lavoratrici e degli strati popolari, contro la privazione di diritti come quelli lavorativi e di aborto, contro il fascismo, il razzismo e la guerra imperialista, per conquistare la fiducia nella propria forza e poterla dimostrare con i numeri e le idee, nelle manifestazioni di strada di grandi masse popolari.

Questo tipo di associazione delle donne sarà una scuola di emancipazione che permetterà di conquistare al comunismo e alla sua organizzazione politica le figlie più coscienti del proletariato.

Da Scintilla n. 133 – aprile 2023

 

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