La cricca revisionista sovietica avanza a passi rapidi sulla via della restaurazione del capitalismo
Scannerizzazione dell’opuscolo diffuso dalla casa editrice «NAIM FRASHËRI» TIRANA, 1967
EDIZIONE DIGITALE A CURA DI PIATTAFORMA COMUNISTA – PER IL PARTITO COMUNISTA
DEL PROLETARIATO D’ITALIA
LA CRICCA REVISIONISTA SOVIETICA AVANZA A PASSI RAPIDI SULLA VIA DELLA RESTAURAZIONE DEL CAPITALISMO
In questi ultimi tempi il revisionismo kruscioviano, con la cosiddetta «nuova riforma economica» in via d’attuazione nell’Unione Sovietica, sta creando le condizioni necessarie per uno sviluppo più affrettato delle tendenze capitalistiche nell’economia sovietica, procedendo più rapidamente verso la restaurazione del capitalismo. La truccatura della sostanza di questa «riforma» si fa per mezzo di una demagogia sfrenata sul «benessere dei lavoratori», inveendo e imprecando contro la «volontarietà», la sottovalutazione dei dati della scienza ed il «soggettivismo» del loro predecessore e maestro, il clown Krusciov, ma nello stesso tempo procedendo più rapidamente sulle sue orme. Gli odierni revisionisti che hanno usurpato la direzione del partito e dello Stato Sovietico, in luogo della «grande chimica» e delle numerose «riorganizzazioni» del loro predecessore, hanno proclamato «salvatori» dai mali che intaccano la società sovietica la «nuova riforma» e lo stimolo materiale. Ma il capitalismo non può essere restaurato facilmente, per quanto forte ne sia il desiderio dei revisionisti moderni, se manca l’aiuto e l’appoggio del capitalismo internazionale. Ed i monopoli dei paesi capitalistici maggiormente sviluppati, che salutano ed acclamano i revisionisti sovietici ad ogni passo di questi, si dimostrano solleciti a soddisfare le loro richieste, con dollari, sterline e lire. Tutto questo grava sulle spalle del popolo sovietico. Sebbene la demagogia revisionista strombazzi i «successi» della nuova riforma, proclamando «dogmatico» ogni sovietico che s’azzardi ad esprimere la benché minima opposizione contro la nuova riforma, è inutile negare la luce del sole. I numerosi fatti quotidiani attestano lo sviluppo sempre più rapido delle tendenze capitalistiche nell’economia sovietica.
La nuova riforma economica che si sta attuando in una situazione febbrile ha proclamato quale principio direttivo nell’economia sovietica la realizzazione del profitto. Ciò necessariamente apre le porte all’azione delle leggi oggettive economiche del capitalismo, alla concorrenza, al giuoco libero dei prezzi, ecc. Inoltre, facendo dipendere lo stimolo materiale dei lavoratori dai profitti realizzati dalle imprese, la nuova riforma mira a potenziare e far crescere il nuovo ceto privilegiato, quale sostegno principale del revisionismo in genere.
Ma la nuova riforma non dà i risultati sperati, benché i revisionisti cerchino di abbellirli. Infatti, il bollettino statistico che i revisionisti hanno iniziato a pubblicare sulla realizzazione del piano dei profitti ottenuti dalle imprese industriali di 22 ministeri, indica che per il primo semestre del 1966 tale piano è stato realizzato dalle imprese di 12 ministeri soli, e per il periodo gennaio-novembre del medesimo fu realizzato dalle imprese di appena 4 ministeri. Come spiegare questa caduta in un momento quando gli autori della riforma attendevano un notevole rialzo? Nella stessa stampa sovietica di tanto in tanto s’incontrano notizie da cui è facile desumere che anche i risultati del primo semestre sono fittizi. Dato che l’ammontare del pagamento per i fondi di produzione, secondo la riforma, dipende dal loro valore, naturalmente le imprese hanno provveduto a vendere e liquidare gli stocks eccedenti, eliminandoli con un tratto di penna dai loro bilanci. Così, ad esempio, nella fabbrica di tessuti leggeri di Kupavin, nel primo semestre, calarono il valore degli attrezzamenti e dei materiali per 3.1 milioni di rubli, di cui 1.8 milioni rappresentano il valore delle materie prime e materiali vari venduti a terzi. Recentemente l’agenzia TASS informava: «Uno dei problemi cardinali della riforma è ora l’introduzione, nell’ industria pesante, dei prezzi di vendita all’ingrosso. L’indice generale di questi prezzi crescerà del 12 per cento circa. Come fu messo in risalto alla conferenza stampa, i nuovi prezzi determineranno un rialzo del rendimento delle officine e delle fabbriche. Per ora la fabbricazione di circa 20 per cento degli articoli industriali è in perdita.» Quindi, non l’aumento del buon rendimento della produzione, ma gli artefici commerciali e l’aumento dei prezzi migliorano la situazione finanziaria ed incrementano il buon rendimento nelle imprese. È ovvio che tali risultati sono fittizi. Nel complesso industriale dei tessili di Pavlo-Posadeski l’anno passato, invece di tessuti di prezzo modico hanno cominciato a produrre tessuti di lana per costumi ed altri assortimenti a prezzi elevati, incrementando i profitti a spese degli strati meno abbienti e a vantaggio del ceto privilegiato che gode di stipendi elevati. La tendenza anarchica a modificare la nomenclatura della produzione, partendo soltanto dal proposito di assicurare un profitto più elevato, ciò che è una caratteristica propria del capitalismo, è stata osservata in tutta l’industria leggera dell’Unione Sovietica. Da parte sua, ciò crea automaticamente sia l’anarchia nel rifornimento del mercato con articoli di necessità, sia lo sfruttamento irrazionale delle risorse materiali del paese. Così, la «Economiceskaia Gazeta», agli inizi di quest’anno, dopo d’aver messo in rilievo la penuria delle materie prime agricole per l’industria leggera dell’Unione Sovietica, dice che «è indispensabile che il cotone di qualità scadente venga lavorato dall’industria per sopperire a una parte del deficit di materia prima». Ma le imprese rifiutano questo cotone, perché vogliono produrre soltanto tessuti pregiati, di quegli assortimenti che procurano profitti elevati.
Da questi primi indizi emerge che la nuova riforma economica, procedendo verso la decentralizzazione della gestione, lascia libera la via all’anarchia nella produzione e al profitto massimale, in contrasto con gli interessi delle larghe masse dei lavoratori, Questa è la strada più sicura che conduce al capitalismo.
Per camuffare tutto ciò, i revisionisti moderni sovietici si sono visti costretti a far un uso smoderato dello stimolo materiale, che è la forma più raffinata e più progredita del «socialismo kruscioviano del gulasch». Ma che cosa dicono i fatti a proposito dello stimolo materiale? In base alla nuova riforma, nelle aziende sovietiche vengono creati il fondo dello stimolo materiale, il fondo per i provvedimenti sociali e culturali e per la costruzione di abitazioni e il fondo per lo sviluppo della produzione. Ma chi ha profittato di tali fondi? In 49 imprese dell’industria leggera che hanno lavorato durante il periodo di nove mesi dal gennaio al settembre dello scorso anno secondo la nuova riforma, dal fondo dello stimolo materiale furono accordati 2.104.000 rubli come ricompense agli impiegati ed al personale tecnico, e soltanto 184.000 rubli a tutti gli operai. Se si tiene presente il rapporto tra il numero del personale tecnico amministrativo e il numero degli operai, salta agli occhi che i nuovi burocrati sovietici si son presi la parte del leone, mentre gli operai hanno dovuto accontentarsi delle briciole. Si può immaginare come andranno le cose nel futuro se si considera che secondo le previsioni dei piani revisionisti questo fondo verrà accresciuto di molto. Gli operai non hanno approfittato neppure degli altri fondi creati nelle imprese per opere sociali e culturali e per la costruzione di abitazioni. È molto significativo il fatto che gli altri due fondi per le imprese di cui sopra sono stati realizzati nella misura di soli 30 e 33 per cento rispettivamente, mentre il fondo dello stimolo materiale è stato realizzato in pieno ed anche superato. Tale tendenza dei burocrati favoriti dai revisionisti, di trarre profitto quanto più possibile dal sudore e dalla fatica degli operai e dei contadini sovietici, sta assumendo proporzioni sempre più grandi. Così, nell’ officina metallurgica «A.N. Kuzmin» di Novosibirsk, in un reparto di laminazione, è stato creato un sistema di ricompense, secondo cui per ogni 1 per cento di miglioramento di qualità, l’officina ha 340 rubli di guadagno, mentre agli impiegati ed al personale tecnico spettano 1.200 rubli di ricompense. Questo è uno dei numerosi casi di defraudamento della proprietà del popolo, che si stanno diffondendo estesamente nella vita sovietica.
Questa situazione non può non indignare gli operai sovietici quando leggono nell’ultimo numero del «Kommunist» del 1966 che gli ideologi revisionisti chiedono che «si vada oltre» in tale direzione. «Andare oltre», – scrive la rivista, – significa sormontare l’egualitarismo nella valutazione del lavoro e nello stimolo materiale…» Ma in questo stesso passo la rivista revisionista è costretta ad ammettere che «l’operaio ha sentito poco i vantaggi del nuovo sistema». Ed ecco un risultato concreto di questa situazione. Dall’officina «Rossielmash, che produce macchine agricole, nel novembre scorso si sono allontanati dal lavoro 1000 operai. Che cosa li determinò ad agire in tal modo? La rivista «Kommunist» stessa deve ammettere che il motivo sta nell’«alta intensità del lavoro», nelle «cattive condizioni d’alloggio» e nello «scarso stimolo materiale». Tradotto in parole semplici ma chiare, ciò significa: «sfruttamento in forme capitalistiche per accrescere il profitto», «indifferenza verso la vita degli operai» e «retribuzione inadeguata del lavoro».
Ma i revisionisti non si lasciano impensierire da questa situazione che si sta creando nelle imprese industriali, essi hanno la preoccupazione dell’incremento e ampliamento dello stimolo materiale. I burocrati degli organi del potere statale e dei dicasteri propongono nel primo numero di quest’anno del periodico «Economiceskaia gazeta» che anche le direzioni dei distretti, delle città e delle regioni per l’industria locale, e le direzioni centrali dei dicasteri, si organizzino su piede di rendimento commerciale. Ciò implica che anche i dirigenti e gl’impiegati di tali direzioni profittino dello stimolo materiale alle spese degli operai dell’industria.
Ma di queste laute ricompense ed elevati stipendi non profittano indistintamente tutti i quadri d’ingegneri e di tecnici. Al direttore dell’impresa sono conferiti pieni poteri per agire a suo beneplacito. Ciò non può non irritare i lavoratori sovietici. L’operaio M. Suroshnikov del pastificio di Borisovsk scrive: «Nella nostra fabbrica il direttore S. K. Antonievitch ha deciso di persona l’aumento del salario di alcuni compagni, i quali né lo meritavano né compiono un lavoro che sia in rapporto diretto con la produzione. .. Vi prego di rispondermi: prima di decidere una cosa del genere, il direttore deve o no consultarsi col comitato del partito e col comitato sindacale della fabbrica?» Gli risponde la «Economiceskaia Gazeta» (Nr. 33, anno 1966, p. 30): «L’impresa la dirige il direttore… Il regolamento sulle imprese non contempla per casi di questo genere una consultazione con le organizzazioni sociali». Il direttore dell’impresa sovietica si disinteressa, dunque, completamente del parere degli altri nel collettivo. Un siffatto direttore, che abbia la potestà di stabilire a suo beneplacito i salari e le ricompense dei lavoratori, è ovvio che abbia attorno gente servile. Il direttore ha la facoltà di nominare e di licenziare chiunque voglia. Insomma, o servire il direttore come il proprio padrone, oppure restare sul lastrico. Nessuna differenza rispetto ai rapporti che intercorrono tra i lavoratori ed il direttore di una impresa capitalistica!
La resistenza che ha incontrato nel paese la nuova riforma economica non ha consentito per il momento ai revisionisti di aprire la strada anche al giuoco libero dei prezzi per trasformare l’impresa sovietica completamente in un’impresa che abbia tutte le caratteristiche di un’impresa capitalistica. Ma essi si stanno preparando anche a questo. Il Presidente del Comitato statale dei prezzi dell’Unione Sovietica V. Sitnin, il 30 settembre 1966, scriveva sul «Kommunist»: «Noi riteniamo che in avvenire bisognerà applicare più largamente la pratica della fissazione dei prezzi da parte delle imprese stesse, in base a norme di calcolo stabilite».
È precisamente la resistenza interna alla riforma revisionista, la paura di proclamare pubblicamente i veri scopi, la paura che si ha del popolo sovietico, che costringe gli ideologi revisionisti, i Liberman e consorti, ad esprimersi contro la teoria borghese della convergenza, la quale interpreta la nuova riforma economica dell’Unione Sovietica come un ravvicinamento col capitalismo, come una svolta verso il capitalismo. Liberman, nella «Literaturnaia gazeta», replica con nervosismo: «In fin dei conti, la convergenza è un ravvicinamento e noi siamo in favore dí un ravvicinamento, ma di quale ravvicinamento, su quali basi?… Noi siamo in favore di un ravvicinamento, nel corso del quale i paesi capitalistici perverranno al socialismo».
Questo è il primo «argomento» dei revisionisti sovietici per provare che essi non vanno verso il capitalismo. Ecco il secondo «argomento»: «Neppure un rublo del profitto socialista va speso nel consumo improduttivo. Da noi non ci sono classi che possano appropriarsi il profitto per interessi personali», (Ibid.: «Literaturnaia gazeta», 5 marzo 1966). Ma Liberman deve prestar fede almeno alle parole dette da lui stesso, e cioè che i capitalisti «distribuiscono e ridistribuiscono il profitto tra di loro, indipendentemente dal costume indossato: se dell’azionista, del banchiere, del direttore del gran consorzio, dell’ affarista, del commissionario, dello speculatore, ecc. ecc.». La differenza tra la paga dell’operaio e quella del direttore di una grande impresa sovietica sta aumentando in modo talmente rapido che presto sarà difficile di distinguerla da quella di un’impresa capitalistica. Ma a nessuno passa per la mente di considerare il direttore di un consorzio capitalistico un lavoratore sfruttato dal capitalismo soltanto per il fatto che egli ha uno stipendio fisso. Ciò che importa è l’entità di tale stipendio, quanto di più prende dalla società rispetto a quel che le dà effettivamente. È cosa nota che la semplice cooperazione capitalistica è nata da artigiani individuali, quando quelli più ricchi assoggettarono i poveri e li costrinsero a lavorare, come dice Marx, «sotto lo stesso tetto». Quindi il proprietario di quest’opificio di cooperazione capitalistica semplice, compiendo le funzioni di controllo e di gestione della produzione, diventò il rappresentante del ceto dei dirigenti che cominciò a sfruttare il ceto degli artigiani. Dal primo nacque la borghesia, dal secondo il proletariato. Perciò quello che oggi esiste solo come ceto privilegiato nell’Unione Sovietica, sta creando da sé tutte le condizioni necessarie, servendosi anche del potere usurpato dai revisionisti, per crescere, per arricchirsi e potenziarsi come classe sfruttatrice. In quest’amara realtà per il popolo sovietico, un certo V. Kadulin scrive nella rivista «Kommunist», con smodato spirito demagogico, che la «riforma è una scoperta nuova che deve fare la nostra scienza economica». Ma in che consiste questa scoperta nuova se proprio il profitto e lo stimolo materiale sono i soli «motori» che debbono trascinare la «riforma nuova»? Per quel che concerne il profitto, non ci vediamo nulla di nuovo: la ricerca del massimo profitto è legge cardinale dello sviluppo capitalistico, copiata ora fedelmente dai revisionisti kruscioviani. Essa è tanto «nuova» quanto il capitalismo stesso. Per quel che concerne la sopravvalutazione e I’assolutizzazione dello stimolo materiale, anche qui non c’è nulla di nuovo, della cui «scoperta» i revisionisti possano vantarsi. È soltanto una variante accuratamente camuffata della teoria borghese dello stimolo degli imprenditori, combinata con I’ «interesse» di tutti i lavoratori all’incremento del profitto capitalistico. Il «Fordismo» ed il «fraternalismo della FIAT» sono esempi classici ai quali s’ispirano i revisionisti kruscioviani.
La degenerazione dell’ organizzazione economica nell’Unione Sovietica verso il capitalismo procede a balzi così rapidi che un certo N. S. Lagutin, nel suo opuscolo «Per il benessere del popolo», pubblicato a Mosca nel 1966, scrive: «Ogni produzione sociale in genere ha come caratteristica interna uno scopo oggettivo, la soddisfazione dei bisogni degli uomini per mezzo della produzione degli articoli indispensabili di consumo.» Quindi, secondo questo demagogo, a questo scopo andrebbe soggetta anche la produzione capitalistica. Questa è una tesi che è ripetuta e appoggiata con fervore da tutti gli ideologi borghesi.
Nel campo dell’ agricoltura queste vedute ed azioni dell’economismo kruscioviano hanno condotto all’incoraggiamento ed allo sviluppo multilaterali del settore privato, il quale, nel 1965, lavorando soltanto il 3 per cento della terra, ha dato il 17 per cento della produzione agricola generale, mentre per alcuni importanti prodotti agricoli ha dato molto di più, come, per esempio, il 60 per cento della produzione della patata, il 42 per cento della frutta, della carne e del latte, il 73 per cento delle uova, ecc.
Appezzamenti privati vengono concessi non soltanto a contadini, ma anche ad impiegati nelle zone periferiche delle città, e lì essi costruiscono ville e coltivano frutta e ortaggi che poi smerciano sul mercato privato. Procedendo su questa via, si finisce col rallentare sempre più i legami con l’agricoltura collettivizzata. Un contadino della Georgia che risiede un centinaio di chilometri da Tbilis, dice che ha un appezzamento personale di mezzo ettaro. Egli poteva ottenere un appezzamento anche maggiore, ma non avrebbe potuto accudire ai lavori. Dall’appezzamento di cui dispone trae i cinque sesti delle sue entrate.
Una situazione simile ha necessariamente dato sviluppo al mercato nero. Molti fatti lo confermano. Nei mercati di prodotti agricoli a Mosca e Tbilis, ad esempio, si vedono ogni giorno molti autocarri e vetture adibite al trasporto di frutta ed ortaggi che i trafficanti acquistano dai contadini e rivendono a prezzi molto più elevati in città, prodotti questi che il settore statale non fornisce regolarmente. Di automezzi per i trafficanti ce n’è a sufficienza, proprio quando un tale S. Timofejev si lamenta nel numero 37 della «Economiceskaia gazeta» dell’anno scorso che «per difetto di automezzi noi siamo ora in grado di servire soltanto il 15-20 per cento della popolazione».
Sul mercato nero delle città sovietiche sono ora diventati «merce corrente» anche articoli di lusso, vestiari importati, che sono smerciati al doppio del prezzo praticato dal settore statale.
La grande indifferenza verso il lavoro e la proprietà collettiva, lo sviluppo della tendenza ad arricchirsi a spese delle masse, il notevole aumento del numero dei trafficanti e dei commercianti privati del mercato nero, la vita licenziosa e la degenerazione «vantaggiosa», – ecco gli effetti dell’appoggio dato all’«iniziativa privata» e allo «stimolo materiale», che la nuova direzione sovietica promuove più rapidamente del suo predecessore e maestro Krusciov. Tutte queste sono vie sicure per la restaurazione del capitalismo, per la completa liquidazione delle conquiste del popolo sovietico conseguite a costo di sangue e fatiche durante un mezzo secolo.
Questa realtà l’imperialismo internazionale l’ha compresa e la sostiene non senza motivi. Ciò è confermato dai recenti accordi conclusi dai revisionisti sovietici coi maggiori monopoli dei paesi capitalistici sviluppati. I monopoli americani, inglesi, giapponesi, francesi, italiani, ecc. si dimostrano molto solleciti ad investire i loro capitali nell’economia sovietica. Così, ad esempio, i revisionisti kruscioviani hanno cominciato a concludere molti accordi, specie per lo sfruttamento della Siberia. Trattando di ciò, lo scorso anno l’agenzia TASS informava: «…più importante… sarebbe, senza dubbio, la discussione delle possibilità della partecipazione del Giappone all’esplorazione della Siberia, particolarmente la collaborazione nell’industria del gas, del petrolio e della lavorazione del legno».
«…Il Giappone ha interesse d’importare dalla Siberia anche altre materie prime di cui ha bisogno».
«…la Siberia è un mercato vasto per lo smercio dei macchinari giapponesi».
Nella riunione comune dei comitati sovieto-nipponico e nippo-sovietico, il rappresentante sovietico Nesterov, parlando ai rappresentanti della stampa, disse con entusiasmo: «Non v’è ostacolo di sorta sulla via verso i rapporti di buona vicinanza tra i due paesi». Questa fu la risposta del rappresentante sovietico per l’aiuto ricevuto dai rappresentanti delle maggiori ditte giapponesi.
Questo stesso spirito infonde anche i rapporti dei revisionisti sovietici coi capitalisti italiani. Oramai sono di dominio pubblico i rapporti che essi hanno con la FIAT. A questo proposito, sempre l’agenzia TASS ha reso noto: «La società italiana FIAT ha concluso qui (a Mosca) la più grande operazione commerciale della sua esistenza…» È da notare che quest’operazione si eseguirà coi crediti che accorderà l’istituto statale italiano IMI alla Banca per il commercio estero dell’URSS. In tal modo lo stato capitalistico ed i più grandi imperialisti d’Italia «daranno una mano» all’edificazione del comunismo nell’URSS. In realtà, gli imperialisti italiani intendono servirsi dell’economia sovietica come d’una base per importare materie prime e per esportare i loro prodotti industriali, Questa è la solita politica dei paesi capitalistici sviluppati nei confronti degli altri paesi da cui sperano trarre grossi utili. Esprimendo il proprio disappunto per un tale trattamento forzato, il corrispondente del giornale «Izvestia» Kolosov scriveva da Milano il 4 marzo 1966: «Sembra che il volume del commercio italo-sovietico possa crescere ancor di più se gli uomini d’affari italiani rivolgessero la loro attenzione, oltre che all’importazione di materie prime dall’URSS, anche su questo punto». Con ciò egli alludeva alla vendita all’Italia di grandi macchinari sovietici per l’industria mineraria ed energetica, per i quali pare che gli uomini d’affari italiani non abbiano prestato attenzione alcuna.
Sono molto significative anche alcune dichiarazioni sui rapporti economici tra i revisionisti sovietici ed i capitalisti francesi.
Il ministro francese dell’economia e delle finanze Debré ha dichiarato: «L’Unione Sovietica e la Francia debbono cercare tutte le possibilità che hanno di aiutarsi reciprocamente per promuovere l’economia, la scienza e la tecnica.» Ed il vice presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS N. Bajbakov, dopo d’aver preso in buona parte il modo come veniva posta la questione dal ministro francese, «scoprì le possibilità» dell’Unione Sovietica, dichiarando: «La Francia potrebbe partecipare allo sviluppo di alcuni rami dell’economia dell’Unione Sovietica, per esempio all’estrazione di minerali utili e alla creazione d’imprese per la loro lavorazione». Si vede che Bajbakov ha squadernato gli scartafacci del regime zarista e precisamente lì ha «scoperto» le possibilità dei monopoli francesi, i quali nella Russia zarista tenevano il primo posto tra i monopoli stranieri nello sfruttamento dell’industria mineraria della Russia. (K.A. Petrosjan, Sovietski metod industrialisatsii. Gospolitizdat, 1951, pag. 159). Di fronte a questa sollecitudine degli odierni dirigenti sovietici ad aprire le porte del l’economia sovietica al flusso di capitali stranieri, come nota il quotidiano francese «Nation» del 20 novembre, «il numero delle imprese francesi che s’interessano allo sviluppo dei rapporti economici, tecnici e scientifici con l’Unione Sovietica, aumenta vieppiù senza sosta».
Lo stesso avviene anche con le ditte britanniche, le quali pure cercano di servirsi dell’Unione Sovietica come d’una fonte di materie prime e d’un mercato per i prodotti britannici. Questo l’ha espresso chiaramente il primo ministro Wilson in persona in un pranzo offerto a Londra dalla Camera di commercio russo-britannica, di cui sono membri 650 ditte britanniche. Wilson ha sottolineato che attualmente nel commercio tra i due paesi sono stati tolti ostacoli artificiali quale il divieto di vendita dei cosiddetti «articoli strategici». Ma egli ha espresso la speranza che venga incrementata l’esportazione nell’URSS di articoli britannici, ciò che costituirebbe una delle vie più importanti per l’ulteriore estensione dei rapporti commerciali.
Di fronte a quest’assalto delle ditte capitalistiche dei loro partner più deboli nell’economia dell’Unione Sovietica ha destato la viva preoccupazione degli Stati Uniti d’America. Il 12 ottobre 1966 il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti fece noto che il governo americano aveva deciso di togliere il divieto d’esportazione di circa 400 articoli cosiddetti «non strategici» per I’Unione Sovietica ed i paesi dell’Europa Orientale, considerando questo provvedimento un nuovo passo del governo americano mirante a creare le condizioni necessarie I’«evoluzione pacifica» di quei paesi. Infervorati dalla nuova «offerta», i revisionisti sovietici fecero per pubblicare al principio di quest’anno due pagine di annunci pubblicitari sul «New York Times», cosa per cui gli uomini d’affari americani espressero la loro soddisfazione, dato che ciò era in armonia con l’estensione del commercio tra Oriente ed Occidente proclamata da Johnson il 7 ottobre dello scorso anno.
L’assoggettamento dell’economia sovietica ai capitali stranieri è una delle vie principali che conducono alla degenerazione capitalistica dell’Unione Sovietica. La politica è l’espressione concentrata dell’economia, ha detto il grande Lenin. Ormai i revisionisti sovietici non nascondono che lo sviluppo del commercio coi paesi capitalistici è «una buona base di ravvicinamnento anche sul terreno politico». («Pravda», 1 dicembre 1966).
Questa via di tradimento ha creato nell’interno dell’Unione Sovietica una non scarsa resistenza, che ha costretto i revisionisti a procedere più lentamente. L’ha dovuto ammettere anche E. Liberman, uno dei protagonisti più ardenti della nuova riforma revisionista, il quale in un abboccamento coi suoi colleghi revisionisti moderni italiani, ha detto testualmente: «Non si tratta tanto del gruppo di persone… che stanno al fianco del partito e conducono una specie di battaglia contro la riforma», ma «non si possono fare le cose tutto d’una volta, perché la riforma fin dall’inizio ha cagionato malcontento».
Esprimendo tale situazione, l’operaio di una fabbrica di costruzione di macchine nell’Ucraina, il compagno Iv., scrive: «Io sento quella apprensione e quella mancanza di sicurezza nel lavoro, che, come mi narrava mio padre metallurgo, sentiva anche lui al tempo dello zarismo. Fino a quando sopporteremo ciò?» domanda con indignazione I’operaio sovietico al termine della lettera.
I numerosi casi d’allontanamento di operai dal lavoro, che in alcuni distretti hanno assunto la forma di sciopero e di protesta, hanno determinato i revisionisti e la loro «Pravda» ad iniziare una campagna «per il rafforzamento della disciplina nel lavoro», ciò che in verità significa un nuovo assalto dei revisionisti per vincere la resistenza che oppongono gli operai per difendere i propri interessi.
Tradendo gli interessi del popolo sovietico e del proletariato internazionale, i revisionisti sovietici non possono più fermarsi dinanzi a nessun impedimento nel loro cammino verso la degenerazione morale, politica ed economica dello Stato Sovietico, verso la restaurazione del capitalismo.
(Articolo pubblicato sul quotidiano «Zëri i popullit» dell’ 11 Marzo 1967)
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