La crisi del cinema e le condizioni dei lavoratori dell’industria cinematografica
Corrispondenza da Roma
L’industria cinematografica è in crisi profonda. Si tratta di un aspetto della crisi dell’intero settore industriale in Italia, che ha però le sue peculiarità intrecciandosi con il declino culturale e artistico del paese.
Un declino accelerato dalle politiche del governo Meloni il quale, a fronte delle richieste da parte degli artisti e dei lavoratori del cinema di maggiori finanziamenti pubblici, ha paralizzato la gestione della Tax credit favorendo le grandi produzioni selezionate da “esperti del governo” (leggi censura a monte e manipolazione ideologica) e aumentato le spese militari, tagliando quelle sociali, sanitarie, educative, culturali…
La polemica fra il ministro Giuli e le voci critiche come Elio Germano e Geppi Cucciari, la lettera-appello firmata da decine e decine di personaggi di spicco del cinema italiano sono apparse sulle pagine di tutti i principali media.
Ma c’è un aspetto che viene spesso occultato: le condizioni in cui operano circa 60 mila lavoratori salariati dell’industria cinematografica, su cui viene scaricata la crisi del settore.
La mancanza di lavoro e l’offerta di lavorare alle condizioni stabilite dalle produzioni sta determinando super-sfruttamento e impoverimento crescente.
Non vi sono sufficienti ammortizzatori sociali e si estende il fenomeno della perdita di anni contributivi ai fini pensionistici. Per molti la Naspi è finita.
I lavori vengono offerti a prezzi da mercato del pesce e con orari estenuanti. Nel 2024 in molti non hanno raggiunto neanche il minimo di giorni per i fini pensionistici e sono senza sostegno al reddito per l’anno corrente.
Quel poco di lavoro che c’è viene usato come arma di ricatto. O così, o stai a casa. Il tutto cerchiobottato dalla vecchia retorica secondo cui ”fai il lavoro che ami, mica stai in miniera”.
Ciò si accompagna alla mancanza di crescita professionale per chi inizia questo lavoro. Il bacino più grande di formazione, oltre quella accademica, rimane il cinema indipendente che ora è praticamente fermo.
E alla chiusura totale del governo nei confronti dei portavoce dei lavoratori, che vengono tacciati di essere menzogneri e non degni di ascolto.
Il Ccnl è scaduto da 5 anni. Al tavolo delle trattative con la parte datoriale la proposta unitaria di un orario medio di 48 ore settimanali, comprensive di straordinari e della sesta giornata, non è stata considerata praticabile né sostenibile.
È stata inoltre ribadita la tesi che sia possibile prevedere una settimana lavorativa di 66 ore, quando la normativa prevede come limiti inderogabili un orario settimanale di 40 ore di lavoro ordinarie e 8 di straordinario e le 11 ore di riposo giornaliero.
Bisogna farla finita con il continuo “adattamento” delle norme di legge alle esigenze dei produttori cinematografici che pretendono di fissare l’orario di lavoro a 13 ore giornaliere.
Così come non si può prescindere dagli obblighi previsti a tutela della salute e sicurezza dei lavoratrici e lavoratori.
E’ ora che i lavoratori del cinema facciano fronte comune su una sola piattaforma di lotta, superando la frammentazione associativa e unendosi con i lavoratori degli altri settori industriali in crisi in una sola mobilitazione generale per il lavoro, aumenti di salario e riduzione dell’orario di lavoro!
Una lotta che va ricompresa in quella più generale per un cinema e una cultura nuovi, non più soggetti alla logica del profitto e asserviti alle classi dominanti, ma fautori di un diverso e superiore ordinamento sociale, intellettuale e morale.
Maggio 2025
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