La disoccupazione giovanile mostra il contraddittorio funzionamento del capitalismo

La disoccupazione giovanile è in aumento a livello mondiale. Il rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro “Tendenze mondiali dell’occupazione giovanile 2026: Ritorno al futuro” mostra che il tasso globale di disoccupazione giovanile è salito al 12,4% nel 2025, cioè pari a 67 milioni di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni.

Tra le cause evidenziate dal rapporto figurano anche la stagnazione della crescita economica. Ciò è dovuto alle contraddizioni intrinseche del sistema capitalista che mostra a tutti i segni della sua decadenza, nonché alle numerose guerre di brigantaggio che distruggono la vita di tanti giovani proletari.

Allo stesso tempo, la quota dei giovani NEET (Not in Education, Employment, or Training e cioè coloro che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione) è aumentata, raggiungendo il 20% e interessando oltre 257 milioni di giovani nel mondo.

Da notare che alcuni degli aumenti più marcati della disoccupazione giovanile sono stati registrati dai paesi con reddito più elevato.

Veniamo al caso italiano: nonostante il tasso di occupazione della popolazione fra 15 e 64 anni sia salito al 62,5%, esso rimane tra i più bassi in tutta l’UE.

Secondo i dati Istat di luglio 2026, i 15-24enni perdono 22mila posti di lavoro e vedono il loro tasso di disoccupazione salire al 18,9%. Il tasso di occupazione giovanile scende al 17,1%, mentre il tasso di inattività sale al 78,9%.

Uno dei maggiori problemi rimane l’invecchiamento demografico e la bassa natalità: nel 2025 in Italia gli over 65 rappresentavano il 24,7% della popolazione, contro il 63,4% dei 15-64enni. Questo significa che per ogni 100 persone di 55-64 anni occupate vi erano appena 29 giovani 15-24enni occupati, in calo dai circa 34 del 2019. Ciò è anche dovuto alla crescita dell’occupazione degli ultimi anni che ha riguardato principalmente gli over 50, mentre è diminuita la presenza dei giovani.

Per quanto riguarda i NEET, secondo un’analisi comparativa di Eurispes costruita su 16 indicatori armonizzati Eurostat nel periodo 2016-2023, l’Italia ne registra il 22% (15-29 anni), quasi tre volte la media del Nord Europa (8,7%).

Le medie nazionali nascondono l’enorme divario tra nord-sud, segno che “la questione meridionale” si è acuita. Nel 2024, tra i 20-34enni non più inseriti in percorsi di istruzione o formazione, il tasso di occupazione raggiungeva l’81,4% al Nord e il 74,9% al Centro, ma scendeva al 54,0% nel Mezzogiorno. Il divario tra Nord e Mezzogiorno era quindi di 27,4 punti percentuali e non scompare con l’aumento del livello di istruzione. Tra i giovani laureati, il tasso di occupazione era dell’88,7% al Nord e del 70,7% al Sud, con una distanza ancora pari a 18 punti percentuali.

In questo contesto non meravigliavano i dati sulla “fuga di cervelli” cioè i giovani che preferiscono cercare un lavoro all’estero. I dati dell’OIL parlano di 367 mila italiani tra 25 e 34 anni emigrati tra il 2014 e il 2023. Tra questi, quasi 146 mila, il 39,7%, erano laureati.

I rientri dei giovani laureati sono stati poco più di 49 mila durante lo stesso periodo, determinando una perdita netta di circa 97 mila giovani qualificati.

Secondo l’analisi di Eurispes, il tasso di occupazione dei neolaureati in Italia è di oltre venti punti sotto i paesi dell’Est Europa (58,9% contro 80,4%). L’occupazione dei neolaureati tocca il 58,9%, contro l’80% dei paesi comparati. Il reddito mediano reale si contrae con indice 97 contro 132 dei paesi emergenti dell’Est.

Un ultimo, ma non meno importante, dato da trattare è la disparità che riguarda le giovani donne. Tra i 20-34enni non più in istruzione o formazione, il 77,4% degli uomini è occupato contro il 61,9% delle donne: dunque in Italia il divario occupazionale è di ben 15,5 punti percentuali.

I suddetti dati mostrano il contradditorio funzionamento del capitalismo che genera esclusione, precarietà e spreco di forze produttive.

Milioni di giovani sono condannati alla disoccupazione di lungo periodo, a condizioni di lavoro pessime, lavorando in nero, con salari da fame e orari al limite della schiavitù. Si instilla nella mente dei giovani, già dalle scuole, che per avere una vita dignitosa serve “fare la gavetta” accettando qualche spicciolo con tanto di soprusi dei padroni i quali assicurano che tutta l’esperienza frutterà più tardi. Ma l’unica cosa che frutta è il loro profitto!

La disoccupazione, lo sfruttamento intensivo, il lavoro precario (in Italia il part-time involontario è al 62,9%, percentuale più alta dell’intero campione europeo) e i ricatti occupazionali, aumentano l’instabilità economica e rendono impossibile una vita lavorativa stabile e dignitosa per le nuove generazioni.

Allo stesso tempo ingigantiscono l’esercito industriale di riserva che regola il mercato della forza-lavoro a vantaggio del capitale.

È ora di ribellarsi contro questa situazione, di scioperare e scendere in piazza esigendo lavoro dignitoso e sicuro, praticando non lo spontaneismo piccolo borghese, ma la lotta per il partito della rivoluzione socialista: unica soluzione ai problemi dei lavoratori e dei giovani.

Da Scintilla n. 163, ottobre 2026

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