La distruzione della sanità pubblica
Ogni proletario che abbia avuto a che fare di recente con il sistema sanitario nazionale ha percepito l’impressione di un netto peggioramento del servizio offerto, già da anni a questa parte, al di là degli avvenimenti relativi al periodo iniziale Covid, dove sono saltate migliaia di visite e prestazioni.
Non si tratta di sole impressioni, ma di un fatto reale, che investe l’aspetto quantitativo e quello qualitativo del SSN; un fatto le cui premesse da tempo erano state denunciate da sindacati e associazioni di categoria di medici ospedalieri, territoriali ed infermieri.
Ormai le liste d’attesa per visite, esami, interventi non urgenti, sono di mesi e mesi, se non di anni, al punto che anche la diagnosi e la cura per es. di un tumore possono attendere, quando non saltano del tutto e il malcapitato paziente, alla disperata, dopo essersi attaccato per giorni al telefono, è costretto a provare in altri ospedali e strutture. Altrimenti rinuncia, con esiti facilmente prevedibili.
Sensibili sono anche le differenze (che si accentueranno con l’autonomia differenziata) tra regione e regione, persino tra provincie della stessa regione: c’è sempre un posto dove il servizio è peggiore.
Chi ha possibilità economica si rivolge, suo malgrado, alla sanità privata o alle visite ospedaliere in regime privatistico (intramoenia), dove il tempo di attesa si riduce di dieci volte, se non si azzera. Di fatto dei 2.700 euro pro-capite di spesa sanitaria annua media, ormai 700 vanno alla sanità privata e il paziente li tira fuori di tasca propria, se può.
La sanità accentua quindi il suo carattere di classe fino al limite estremo: chi non ha soldi o “conoscenze” rinuncia a prevenzione, diagnosi e cura. La sanità pubblica tende a ridursi sempre più alle sole urgenze in pronti soccorsi intasati, oppure a quegli interventi particolari o costosi che al privato non convengono o che non sa fare.
Non che il fenomeno dei tagli alla sanità sia solo italiano, ma gli altri paesi capitalistici avanzati stanno sensibilmente meglio, in quantità e qualità dei servizi erogati. Vediamo alcuni dati di confronto.
– Posti letto per 1000 abitanti. Dal 2000 al 2017 in Italia si riducono da 4, 8 a 3,2 – in tutto più di 80.000 – contro una media UE ed OCSE che si mantiene stabile su 5 mentre in Germania nello stesso periodo la riduzione è da 9 ad 8 ed in Francia da 8 a 6.
– Spese sanitarie. In Italia la spesa sanitaria rappresenta l’8,8 % del PIL al di sotto della media UE del 9,8, mentre in Germania, Francia e Svezia si supera l’11%.
– Spesa pro capite. In Italia circa 2800 Euro, più o meno come la Spagna, a fronte di Germania, Austria, Francia, Olanda, Gran Bretagna dove si aggira sui 5000 Euro.
– Aspettativa di vita a 65 anni. In Italia è di 9,3 anni, contro i 10 della media UE. In Svezia è di 15, in Spagna e Germania 12.
I “cahier de doléances” non si fermano qui. Dal 2010 al 2020 hanno chiuso 100 ospedali e 113 pronti soccorsi. In quelli rimasti, in particolari situazioni, il tempo di attesa può durare giorni interi, in barella. Nello stesso periodo i medici si sono ridotti di 4300 unità, di cui 700 guardie mediche. L’età media è sui 50 anni. Per gli infermieri l’ammanco è di 65.000 unità, praticamente uno su dieci. La paga per il loro lavoro pericoloso e stressante va dai 1400 ai 1700 euro. Per tamponare la situazione in Calabria si sono assunti medici cubani. Altre regioni studiano di farlo.
E ancora, stendendo un velo pietoso sul terribile 2020, nel 2019 rispetto il 2010 sono state tagliate decine di milioni di prestazioni annue. Nello stesso periodo gli esami di laboratorio si sono ridotti del 9%; i ricoveri ospedalieri di un milione, pari al 66%; quelli in day-hospital sono calati di 400.000.
Nel 2020 le cose sono andate così male che tanti, a fronte di immagini a tutto spiano di mala gestione della pandemia, hanno scelto di non curarsi anche patologie gravi a fronte del concretissimo rischio di infettarsi di Covid nelle strutture di accesso e di passare per questa via, senza ancora un vaccino disponibile, a “miglior vita”.
I glorificatori borghesi, quelli per cui va sempre tutto bene, raccontano che tutto ciò non è altro che l’attuazione di misure di ‘efficienza e razionalizzazione’, che porrebbero la sanità italiana tra le prime al mondo, dove si “spreca meno”.
Come si fa a parlare di lotta agli sprechi mentre si tagliano da un lato posti letto ed ospedali pubblici e dall’altro si costruiscono faraonici e costosi nosocomi solo per favorire ditte costruttrici e i baroni della sanità? Mentre si spendono cifre enormi per farmaci che potrebbero essere sostituiti da “generici” con gli stessi principi attivi? Mentre i pazienti fanno centinaia di km per accedere alle strutture perché quelle preesistenti sono state chiuse? Mentre un quinto della spesa sanitaria secondo l’OCSE è mal gestito? E che dire dei papponi delle cooperative che sfruttano a sangue lavoratori?
Come è noto i governi borghesi non fanno nulla per razionalizzare e pianificare il servizio pubblico, poichè lo subordinano alle leggi del profitto. Tagliano solo le spese sanitarie a favore di quelle militari (negli ultimi dieci anni sono stati tagliati ben 37 mld di euro e il PNRR ne prevede solo 19,7 senza miglioramenti effettivi per i servizi territoriali, ma con ampio ricorso a “esperti e consulenti esterni” strapagati).
L’agonia della sanità pubblica è un processo iniziato quasi trenta anni fa per favorire le esternalizzazioni dei servizi a cooperative di famelici sfruttatori e le la sanità privata verso la quale lo Stato stipula costose convenzioni così che i padroni delle strutture lucrano due volte: una volta attingendo dalle casse pubbliche, una seconda volta dalle tasche dei pazienti che per avere accessi veloci pagano da due a tre volte tanto.
Un’agonia che si avvia verso il collasso, già sfiorato durante la fase acuta della pandemia.
Questo mentre “lor signori” dispongono di auto di lusso con autista, personale di servizio, medici ed infermieri privati disponibili per tutte le 24 ore e certamente sanno come evitare le code e soggiornare in camere di lusso, ben assistiti e venerati.
E’ necessario che la classe operaia ed i lavoratori tutti vadano oltre la presa di coscienza, ma comincino ad organizzarsi per fermare la privatizzazione galoppante e per un rilancio della sanità pubblica. In diverse località sono nati coordinamenti e comitati per rivendicare il diritto alla salute fuori dalle logiche del profitto ed opporre resistenza collettiva alla distruzione della sanità pubblica.
E’ necessario rafforzare questi organismi, estenderli a più territori, trovare forme di coordinamento, ricercare la collaborazione di medici ed operatori sanitari democratici, che pure ci sono e denunciano.
Un movimento per la salute che si colleghi a quello più generale per il salario e il lavoro, contro la guerra, contro gli sfratti, per i diritti sociali, che sia incentrato sugli interessi del proletariato. In altre parole, che sia parte integrante della lotta di classe.
La deriva sanitaria non è il prodotto di questo o quel governo, di questo o e governatore, di questo o quel funzionario.
E’ il prodotto di una società marcia fondata sullo sfruttamento dei salariati e che persegue l’abbruttimento e l’ignoranza dell’ essere umano, per annullare la protesta e il conflitto.
Solo abbattendo la borghesia e passando al socialismo e al comunismo il servizio sanitario verrà migliorato in senso quantitativo e qualitativo per assicurare la salute all’intera popolazione. Esso sarà gratuito ed omogeneo per tutti i lavoratori e le loro famiglie. La sanità sarà imperniata sulla prevenzione, a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole, ecc., con apposite campagne di massa.
Da Scintilla, 131 (febbraio 2023)
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