La legge schiavista sull’immigrazione
Il Senato ha approvato il cosiddetto decreto Cutro sull’immigrazione. Il testo è stato trasmesso all’esame della Camera, che lo ha approvato il 4 maggio.
I clamori della maggioranza governativa nelle aule parlamentari, tutta questa tracotanza nei riguardi delle nazionalità straniere hanno il lezzo della disgustosa atmosfera dei vecchi mercanti di schiavi: arroganza e barbarie da trafficanti al culmine della “civiltà” borghese.
La pretesa dura battaglia dell’”opposizione” nella discussione parlamentare, battaglia fatta di emendamenti presentati in concorrenza a quelli della maggioranza governativa, senza una contemporanea organizzazione fuori dalle aule parlamentari di una denuncia pubblica di massa, ha rivelato tutta la sua natura ambigua di simulazione di un’opposizione e si è rivelata l’ennesima occasione per presentarsi alla borghesia come più ferrata nell’arte di ingannare i lavoratori.
La nomina del nuovo commissario per l’emergenza dei migranti, che ha più che altro tutta la figura di un esecutore di opere di ampliamento dei cosiddetti centri di rimpatrio e della costruzione in tutta fretta di nuovi centri distribuiti su tutto il territorio nazionale (offrendo ampi benefici alle imprese edili che vi provvederanno), prefigura l’obiettivo del governo di rafforzare le misure arbitrarie e repressive contro le persone costrette alla migrazione e all’esilio.
Quattro regioni Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia non hanno accettato il commissariamento da parte del governo. I sindaci di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze hanno stilato un documento in cui fanno appello al governo a rivedere le misure varate.
I politicanti riformisti e i filantropi borghesi che insieme agli “spiriti religiosi” cercano una facile pubblicità appellandosi al preteso senso di giustizia della borghesia nel trattamento individuale degli immigrati, sviano l’attenzione dall’unica lotta efficace contro la xenofobia: cioè dalla lotta di classe contro la borghesia. La lotta per l’uguaglianza di diritti degli immigrati è infatti una parte della lotta di classe proletaria.
L’articolo 7 del decreto governativo divenuto legge esprime una politica xenofoba che non può dichiararsi tale, il cui unico risultato certo sarà quello di creare più irregolari e più lavoro in nero.
La protezione speciale riconosce il radicamento sociale, dato da una serie di indicatori oggettivi quali la durata e l’esistenza di un lavoro o la presenza di legami familiari e sociali duraturi.
Una forma di protezione simile è presente in 18 paesi dell’Unione europea su 27, tra i quali figurano la Francia e la Germania, non esistendo al riguardo una normativa europea comune.
La statistica ufficiale europea riporta anche che nel 2022 in Italia sono stati complessivamente 10.865 i cittadini stranieri che hanno ottenuto la protezione speciale, 20.925 in Spagna e 30.020 in Germania.
Questo articolo 7 del decreto Cutro non sopprime l’istituto della protezione umanitaria formalmente, ma di fatto si prefigge lo scopo di restringere il riconoscimento del diritto d’asilo e di fatto vuole limitare e controllare l’immigrazione sia legale che illegale. L’eliminazione della possibilità della conversione della protezione umanitaria in permesso di soggiorno per ragioni di lavoro, come anche la limitazione della possibilità della sua concessione per motivi di salute o per gravi calamità naturali nel proprio paese, dimostrano di per sé gli intenti che muovono le forze reazionarie e fasciste.
Gli intrighi sotterranei per celare la natura di ennesima legge reazionaria anti-immigrati del decreto governativo sono serviti a tacitare la coscienza dei clericali, la quale si acquieta a buon mercato. Il richiamo del rispetto dei trattati internazionali nei respingimenti e nelle espulsioni è un modo di richiamare l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, cui sostanzialmente si è riferita la legislazione ipocritamente umanitaria del precedente governo riguardo la cosiddetta protezione speciale.
Ad iniziare dalla delibera del Consiglio dei ministri, l’11 aprile scorso, nella quale il governo ha dichiarato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale sull’immigrazione, della durata di sei mesi e sostenuta da un primo finanziamento di cinque milioni di euro previsti dal Fondo per le emergenze nazionali, il demagogismo dell’estrema destra non fa che innalzare i suoi toni.
L’idea dell’onesto migrante che con il suo lavoro nei campi o nel facchinaggio ha diritto a mantenersi è la raffigurazione più bieca della schiavitù capitalistica in cui versa la manodopera multinazionale nel paese a dispetto di tutta la legislazione spacciata “a sua difesa”.
La propaganda sull’ondata di immigrazione illegale o sulla “sostituzione etnica”, così come quella sulla sostituzione del lavoro degli immigrati con il lavoro femminile, la moneta falsa coniata dal governo per conquistare i cervelli più impregnati di pregiudizi, non riescono a nascondere gli intenti veri della reazione borghese del nostro paese.
Costringere la forza-lavoro immigrata ad una sempre più grave condizione di schiavitù con il ricatto permanente dell’espulsione è all’origine di questo infame decreto governativo.
Le leggi sull’immigrazione si succedono nel nostro paese ad ogni cambio di governo.
Se per un verso queste leggi sono un esempio dell’agire demagogico dei politicanti di mestiere al servizio dei capitalisti, per un altro verso esse sono un segno della crisi profonda che pervade il sistema capitalista.
Il grande capitale ha affidato al demagogismo governativo il compito di frastornare l’opinione pubblica e di sviarne l’attenzione dalla incapacità dell’intero meccanismo del sistema capitalistico di uscire dalla sua crisi generale.
La crisi rivela ancor più la natura brigantesca del capitalismo, distruttore della ricchezza, mentre anche i più elementari bisogni delle masse della popolazione restano insoddisfatti.
L’anarchia e la confusione del modo di produzione capitalistico si rivelano con particolare chiarezza, poiché nessun altro fine hanno i cosiddetti programmi speciali dell’Unione europea e i programmi nazionali che da questi ultimi derivano e si alimentano per un presunto rilancio dell’economia, se non quello della difesa dei propri monopoli nella lotta sfrenata internazionale per il massimo profitto.
La crescente unità dei vari elementi della classe lavoratrice provoca costanti tentativi da parte del grande capitale per introdurre sempre nuove divisioni e sospetti nella massa dei lavoratori, in particolare per mettere la popolazione nativa contro gli immigrati e i lavoratori nativi contro i colleghi immigrati e viceversa, in modo da perpetuare divisioni della classe lavoratrice, che contribuiscono a mantenere in piedi il dominio del capitale su tutta la società.
Alle manifestazioni che riuniscono i migranti e i rifugiati non deve mancare il sostegno della parte avanzata e combattiva della classe operaia.
Continuare a denunciare tutte le misure che saranno prese contro i rifugiati e a difendere l’accoglienza, la dignità e i diritti di tutti coloro che fuggono la guerra, le persecuzioni, la povertà o i danni climatici, (tutte conseguenze del dominio imperialista) è la prova dell’autentica solidarietà internazionale con i lavoratori nativi.
Tuttavia, la lotta per l’uguaglianza dei diritti degli immigrati non può che assumere la forma di una lotta comune da parte dei lavoratori nativi e immigrati.
I rivoluzionari nativi e immigrati devono unirsi e combattere una lotta implacabile contro tutti i tentativi del grande capitale di introdurre divisioni artificiose, quindi fare di tutto per rafforzare i legami di solidarietà della classe operaia su una base duratura, sostenendo la parola d’ordine della costruzione del fronte comune della lotta di classe rivoluzionaria contro il capitale, per un nuovo e superiore ordinamento sociale.
Da Scintilla n. 134, maggio 2023
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