La lotta alla remigrazione, importante aspetto della lotta contro l’imperialismo e la reazione

Il fenomeno migratorio e le sue cause

L’aggravamento della crisi generale del sistema capitalistico internazionale, con l’inasprimento della lotta fra gruppi monopolistici e potenze imperialiste per le fonti di materie prime e i territori altrui, ha provocato la destabilizzazione economica e sociale di vaste aree del pianeta.

Interi paesi e regioni poveri, sono stati completamente devastati dai conflitti, dalle guerre civili, dalle aggressioni, dai saccheggi di milioni di ettari di terra e risorse minerali, da parte delle multinazionali e dei governi dei paesi più ricchi da esse controllati, dai ricatti perpetrati da organismi predatori quali il FMI e la Banca Mondiale, dalle continue politiche di rapina compiute dal capitale finanziario globale, dalla sistematica distruzione ambientale, con tragiche conseguenze, ormai sotto gli occhi di tutti.

La miseria e la fame, la disoccupazione di massa, le guerre di rapina e i regimi reazionari sono le cause che hanno indotto milioni di persone a cercare fortuna emigrando.

Le contraddizioni del sistema capitalista-imperialista hanno provocato l’esodo esponenziale di milioni di migranti dai paesi più poveri e più deboli. L’imperialismo da un lato spinge i proletari, i semi-proletari e i contadini poveri, a emigrare; dall’altro, li attira nelle metropoli più ricche e nelle “zone economiche speciali” come forza-lavoro a basso costo, in condizioni umilianti, impiegandoli principalmente in mansioni rifiutate dai lavoratori autoctoni, che sono spinti dalla propaganda reazionaria a entrare in concorrenza con i lavoratori immigrati.

L’immigrazione di massa ha avuto, così, un aumento continuo, concretizzatosi in un’impennata del numero dei migranti internazionali che, dai circa 150 milioni circa di inizio millennio, hanno superato i 300 milioni nel 2024.

I paesi di destinazione, naturalmente, risultavano essere, per lo più, appartenenti all’OCSE, concentrati, in particolar modo, in America Settentrionale, nell’UE e nei paesi Efta, in Asia Orientale e in Oceania. La Russia, l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo sono altre mete importanti di destinazione.

 

Lenin sulla migrazione degli operai

Il fenomeno migratorio provocato dalle continue aggressioni dell’imperialismo mondiale è stato ampiamente analizzato dal pensiero marxista rivoluzionario.

In uno scritto dell’ottobre del 1913 dal titolo “Il capitalismo e l’immigrazione operaia”, Lenin evidenzia che “il capitalismo ha creato un tipo particolare di migrazione di popoli. I paesi che si sviluppano industrialmente in fretta, introducendo più macchine e soppiantando i paesi arretrati nel mercato mondiale, elevano il salario al di sopra della media e attirano gli operai salariati di quei paesi.

Centinaia di migliaia di operai si spostano in questo modo per centinaia e migliaia di verste. Il capitalismo avanzato li assorbe violentemente nel suo vortice, li strappa dalle località sperdute, li fa partecipare al movimento storico mondiale, li mette faccia a faccia con la possente, unita classe internazionale degli industriali.

Non c’è dubbio che solo l’estrema povertà costringe gli uomini ad abbandonare la patria e che i capitalisti sfruttano nella maniera più disonesta gli operai immigrati.“

Lenin evidenzia la base economica dell’immigrazione, costituita dallo sviluppo ineguale del capitalismo, segnalando che è il capitalismo più avanzato a strappare milioni di operai dai paesi più arretrati. Citando le statistiche sull’immigrazione negli Stati Uniti e in Germania, Lenin mostra che lo sviluppo dei movimenti migratori dei proletari non cessa di crescere, ma che la sua struttura muta dal 1880 al 1890. Mentre nel periodo precedente l’emigrazione europea proveniva principalmente dai “vecchi paesi civilizzati” (Inghilterra e Germania), dove il capitalismo si era sviluppato più velocemente, ora sono i paesi “arretrati” (a cominciare dall’Europa Orientale) che forniscono all’America e ad altri paesi capitalisti avanzati lavoratori sempre meno qualificati.

In questo modo, continua Lenin, “i paesi più arretrati del vecchio mondo, che più di tutti hanno conservato vestigia della servitù feudale in tutto il modo di vita, vengono, per così dire, sottoposti forzatamente ad una scuola di civiltà”.

Passando dal piano economico a quello più strettamente politico, Lenin nota che se i lavoratori russi sono da questo punto di vista più arretrati, sono invece più avanti nella lotta contro i tentativi della borghesia di divisione razzista tra i lavoratori.

In questo senso, ne “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo” (1916), analizzando le contraddizioni insite nell’ultimo stadio di sviluppo del capitalismo caratterizzato da “parassitismo e putrefazione”, Lenin evidenzia le conseguenze politiche, caratterizzate dalla “tendenza dell’imperialismo a dividere i lavoratori, a rafforzare tra loro l’opportunismo, a  provocare la disarticolazione momentanea del movimento operaio”.

L’attualità dell’analisi di Lenin mostra quanto l’immigrazione, e le condizioni di vita dei lavoratori immigrati, debbano essere considerate nel quadro della teoria dell’imperialismo, al di fuori della quale le attuali forme di questo fenomeno risulterebbero astratte e non comprensibili.

 

Migrazione ed estrema destra in Europa

Nell’odierno scenario, caratterizzato da migrazioni sempre più massicce di milioni di proletari dalle aree più povere e più devastate del pianeta, i paesi imperialisti, di fronte alle cicliche crisi economiche del capitalismo e allo sviluppo della tendenza alla guerra per una nuova spartizione del mondo, sono stati caratterizzati da un sempre più crescente aumento di formazioni e partiti nazionalisti, neo-fascisti e xenofobi.

Il sentimento d’odio nei confronti del “migrante”, alimentato dalle vergognose campagne di disinformazione della stampa borghese, nell’intento di dividere il proletariato mettendo i lavoratori in competizione tra di loro, si è rapidamente tramutato, negli ultimi decenni, in un processo socio-politico noto con il termine di “remigrazione”.

Questo processo, sviluppatosi inizialmente in Europa occidentale, in particolar modo in Francia e in Germania, prevede l’espulsione, attraverso la deportazione forzata, di masse di immigrati, di prima, seconda o terza generazione, nei loro paesi “nativi”. Si tratta di una risposta violenta del capitalismo globale di fronte alle disuguaglianze sistemiche e alle piaghe da esso stesso generate.

Il concetto di “remigrazione”, nella sua versione contemporanea, appare negli anni ’90 nella Francia imperialista, all’interno degli ambienti di estrema destra che lo hanno diffuso anche nelle banlieu dove coabitavano da decenni lavoratori autoctoni e immigrati, per lo più di seconda generazione, discendenti dai migranti provenienti dalle colonie francesi.

La contrapposizione tra proletari, creata ad arte dalla borghesia francese, aveva portato a scontri violenti tra lavoratori sfociati nelle rivolte delle banlieue del 2005. In questo contesto, il crescente odio nei confronti dei migranti, sostenuto da furiose campagne di stampa e dall’aumento di movimenti xenofobi, si era rapidamente incanalato nel partito di estrema destra Front National, che, nel 2018, assumerà il nome di Rassemblement National. Esso aveva trovato sostegno nella teoria della “Grande Sostituzione”, portata avanti dallo scrittore Renaud Camus, un esponente del suprematismo bianco, consistente nella presunta “mutazione” della Francia, a seguito della sua “colonizzazione” da parte dei migranti islamici provenienti dal Medio Oriente e dall’Africa.

L’ascesa del neofascismo ìn Francia, si è ulteriormente concretizzato, negli ultimi anni, con la nascita del partito politico Reconquete, che ha ottenuto un seggio al Parlamento Europeo.

Negli ultimi anni, la politica dei governi francesi, sull’onda della crescente xenofobia e dell’aumento dei consensi elettorali dell’estrema destra, si è caratterizzata per una stretta ai flussi migratori, introducendo, da un lato, i cosiddetti “aiuti al ritorno volontario”, che prevedono incentivi economici per chi decide di lasciare il paese, e adottando, dall’altro, misure sempre più restrittive. Ad esempio, per il ricongiungimento familiare sono necessari 24 mesi di residenza, contro i 18 precedenti alla riforma del dicembre 2023.

Se, da una parte, la Francia imperialista rimane una delle destinazioni preferite dai migranti africani in fuga dalla disperazione, dall’altra assistiamo, giorno dopo giorno, alla programmata demolizione del modello “assimilazionista” francese, che si fondava sull’uguaglianza formale di tutti i cittadini, autoctoni e immigrati, di fronte alla legge.

In Germania, le tendenze favorevoli al rimpatrio dei migranti sono principalmente raccolte in due gruppi di estrema destra: il partito AfD (Alternative fur Deutschland) di Alice Weidel e Tino Chrupalla e il Movimento Identitario Tedesco (IBD), gemello dell’omonimo gruppo austriaco di Martin Sellner. Entrambi sono caratterizzati dall’entusiastica approvazione delle politiche di espulsione di massa di richiedenti asilo e cittadini “non assimilati”.

Attraverso lo slogan “solo la remigrazione può salvare la Germania”, AfD (che alle ultime elezioni ha ottenuto il 20,8%), da tempo porta avanti una propaganda politica aggressiva, rivolta in vaste aree del paese, da Potsdam, dove, nel 2024, avvenne un incontro con IBD e altri gruppi neonazisti sul tema dei migranti, a Karlsruhe, dove, nel gennaio del 2025, aveva fatto recapitare, nelle cassette delle poste degli immigrati, volantini raffiguranti “biglietti di espulsione”.

Sullo stesso piano può essere inserita anche la campagna xenofoba, con la parola d’ordine “remigrazione degli stranieri non invitati”, lanciata in Austria dal Fpo di Herbert Kickl il quale, in forza del 29,2% ottenuto alle ultime elezioni parlamentari, rischia di diventare, nel prossimo futuro, cancelliere austriaco. Non è un caso che la manifestazione “internazionale” dell’estrema destra sul tema della remigrazione e dello “stop all’islamizzazione”, si sia tenuta, la scorsa estate, a Vienna.

 

Trump e la caccia agli immigrati

Negli ultimi decenni a politica migratoria negli USA, di fronte all’arrivo in massa di migliaia di immigrati provenienti dal Messico e da altri paesi dell’America Latina (nonché dall’Asia, dal Medio Oriente e dall’Africa occidentale), si è caratterizzata con la costruzione di un muro (“il muro della vergogna”), posto lungo la frontiera con lo stato messicano, iniziato con l’Amministrazione di George H. W. Bush nel 1990 e portato avanti dalle successive presidenze (Clinton, George W. Bush, Obama e Trump).

Oggi con la seconda presidenza di Trump, l’imperialismo statunitense riveste indubbiamente il ruolo di guida e punta di lancia nel perseguire politiche sempre più reazionarie, aggressive e guerrafondaie.

Con parole cariche di retorica sciovinista e improntate al nazionalismo più becero, Trump ha delineato la cosiddetta “strategia americana”. Ovvero un insieme di disposizioni e di indirizzi caratterizzati, da un lato, dall’interventismo — diretto o indiretto — in tutte le questioni internazionali dove vi siano importanti interessi in gioco, mascherando tali aggressioni, ingerenze e operazioni sotto la veste dell’emergenza umanitaria, del pericolo nucleare o della lotta al narcotraffico; dall’altro dalla lotta alle cosiddette “migrazioni di massa” che, come espressamente dichiarato da Trump, rappresentano uno degli ostacoli da estirpare per garantire la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini americani.

Promossa sotto il falso pretesto della “sicurezza interna”, la remigrazione è così diventata una pietra angolare delle politiche promosse da Donald Trump nel suo secondo mandato, iniziando a prendere forma concreta nel corso del 2025.

Non si limita alla deportazione di immigrati “irregolari”, ma mira a una deportazione su larga scala, coinvolgendo anche soggetti con status legale, rifugiati, persone con status protetto, oppure considerate “non assimilate”.

Parallelamente alla remigrazione, l’amministrazione Trump ha sospeso le domande di immigrazione da vari paesi definiti “ad alto rischio”.

La deportazione di massa degli immigrati è divenuta così un programma di dimensioni gigantesche. Trump ha infatti promesso di espellere dagli USA milioni di persone (alcune stime citano tra i 10 e i 20 milioni).

La amministrazione Trump, nel perseguire tali scopi, ha ulteriormente rafforzato le Agenzie Federali di controllo, quali la famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), diventata la milizia armata di carattere razzista e fascista sguinzagliata in ogni angolo del paese ad attuare le politiche repressive e di discriminazione impartite dal governo federale, effettuando migliaia di arresti ogni giorno.

Per quanto già ampiamente operante durante la presidenza Biden, l’ICE, con la seconda amministrazione Trump, ha visto enormemente accresciuti i propri poteri e le proprie modalità di intervento che si sono manifestate in diversi stati federali, dall’Oregon al Minnesota, dove la violenta attività di controllo ha raggiunto livelli di ferocia mostrati nell’omicidio di alcuni cittadini statunitensi: Keith Porter a Los Angeles nel dicembre  2025, Renée Nicole Good e Alex Jeffrey Prett a Minneapolis nel gennaio del 2026, uccisi in modo del tutto ingiustificato da agenti ICE.

Allo stesso tempo si è avuto un drastico aumento dei centri di detenzione per i migranti (da Alligator Alcatraz a Guantanamo), separando le famiglie degli immigrati espulsi. La strategia è volta a creare un clima di paura tale da spingere gli immigrati a “deportarsi da soli”.

Il potere esecutivo statunitense si pone degli obiettivi politici con la sua terroristica caccia ai migranti: vuole deviare sui migranti la responsabilità del peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, dell’impoverimento e della precarietà di larghi strati della classe operaia. Si tratta di una manovra che punta a distrarre le masse lavoratrici dai reali problemi e salvaguardare gli interessi dell’oligarchia finanziaria che domina il declinante imperialismo USA. Trump persegue questi obiettivi in modo diretto, aggressivo, incurante della vita delle popolazioni, delle sorti di milioni di migranti, di rifugiati e di proletari, violando il diritto internazionale, i diritti umani e la stessa Costituzione statunitense.

La resistenza di massa che si è sviluppata nelle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul) e in altre città degli Stati Uniti per l’espulsione dell’ICE, per la solidarietà e la protezione dei migranti, contro la violenza e la deportazione degli immigranti e delle minoranze nazionali, contro il collaborazionismo delle autorità locali, ha rappresentato un importante momento di lotta per fermare l’infame politica razzista dell’amministrazione Trump. Sulla base di questa esperienza il movimento operaio e popolare potrà marciare verso fasi successive e più elevate di lotta contro l’oppressione capitalista e fascista.

 

La politica migratoria in Italia

Il “modello Trump” ha incoraggiato le organizzazioni neofasciste e scioviniste presenti in Europa, e particolarmente in Italia, che hanno cominciato a importare lo stesso approccio, che si inserisce nel solco delle politiche migratorie seguite da tempo dalla borghesia.

Negli ultimi decenni l’Italia imperialista, allo scopo di gestire le contraddizioni determinate dalle migrazioni di massa, sulla falsariga degli altri Stati imperialisti e capitalisti membri della ”UE fortezza”, ha infatti adottato politiche di contenimento, respingimento e discriminazione dei richiedenti asilo, per es. attraverso la strategia della “esternalizzazione” delle frontiere. Ciò significa spostare il controllo dei confini e dei flussi migratori al di fuori del proprio territorio, delegandolo a paesi dipendenti.

Si sono quindi realizzati meccanismi di progressiva delocalizzazione dei controlli, della sorveglianza, della detenzione, che vengono affidati alle polizie e alle milizie di regimi africani (come Libia, Tunisia, Niger) che hanno il compito di impedire ai migranti, tra cui molte donne e bambini, di arrivare in Italia, trattenendoli in una rete di campi di concentramento e smistamento sempre più ampia, non di rado gestiti da trafficanti di esseri umani.

L’Italia imperialista ha giocato un ruolo molto nel processo di esternalizzazione delle frontiere, con il sostanziale consenso delle istituzioni europee e degli stati imperialisti che le compongono.

Con l’avvento del governo Meloni, la politica migratoria ha assunto connotazioni ancora più reazionarie, alimentata da una sfrenata, quanto demagogica propaganda sulla “invasione”.

I migranti diventano sempre più i capri espiatori di tutte le piaghe sociali che lo stesso governo, con le sue politiche di austerità e di guerra, aggrava.

Ogni giorno questi capri espiatori sono sbattuti in prima pagina, sono accusati di ogni malefatta, di importare criminalità, droga, prostituzione, malattie….sono raffigurati come un gravissimo pericolo, da rimuovere con ogni mezzo.

Le rigide misure adottate dal governo Meloni in materia di immigrazione includono: il blocco navale con l’utilizzo della Marina militare per bloccare le imbarcazioni che attraversano il Mediterraneo (risultato: 600 migranti morti nei primi mesi dell’anno); il divieto di ingresso nelle acque territoriali; il contrasto alle ONG, accusate di favorire l’immigrazione illegale; le espulsioni rapide e i rimpatri forzati; gli accordi internazionali con Tunisia, Libia e i centri di detenzione extra UE (in Albania); la pianificazione degli ingressi legati alla necessità di reperire forza lavoro in determinati settori (braccianti, badanti, etc.).

 

Il disegno fascista sulla remigrazione in Italia

Negli ultimi mesi il dibattito politico sulla immigrazione e la remigrazione si è ulteriormente inasprito, caratterizzandosi per la “discesa in campo” del generale Roberto Vannacci, appartenente alla destra populista e xenofoba di matrice fascista militare.

Vannacci, inizialmente affiliato alla Lega di Matteo Salvini, di cui era diventato vicesegretario, e successivamente fuoriuscito dalla stessa per fondare “Futuro Nazionale”, partito politico di stampo sciovinista estremo che, nel Parlamento di Strasburgo, è nello stesso gruppo di AfD.

In una realtà come quella italiana, già dominata da un governo di destra, filosionista e subalterno ai diktat degli USA e della UE, l’arrivo di Vannacci nell’agone politico rappresenta l’ulteriore “grimaldello” utilizzato dalla borghesia imperialista per accelerare l’introduzione di nuove misure repressive indirizzate nei confronti dei movimenti di massa, dei lavoratori migranti e del proletariato autoctono.

La disputa politica su questo tema in Italia ha visto un’ulteriore momento di accelerazione e polarizzazione in seguito alla proposta di legge di iniziativa popolare, presentata agli inizi del 2026, e denominata “Remigrazione e Riconquista”.

Tale proposta, nata da un comitato promotore costituito dai neofascisti di Casapound e da altre tre formazioni nazionalistiche e di estrema destra (Rete dei Patrioti,VFS e Brescia ai Bresciani), consta di 24 articoli che mirano, secondo le intenzioni dei promotori, a contrastare l’immigrazione irregolare e lo sfruttamento dei lavoratori stranieri.

Il carattere fascista, xenofobo e razzista di tali norme, che si traducono in atti aggressivi, disumani e al di fuori di ogni legittimità costituzionale e internazionale, non ha in realtà come obiettivo né la sicurezza, né, tantomeno, la lotta allo sfruttamento dei lavoratori immigrati, per la quale bisognerebbe colpire le aziende che realizzano elevati profitti con la forza-lavoro a basso costo dei proletari immigrati.

Il testo presentato contiene norme che vanno a colpire famiglie di proletari, con disposizioni sempre più severe in materia di ricongiungimento familiare, con sistemi di controllo sempre più restrittivi sulla vita dei migranti, con procedure più stringenti di allontanamento e di espulsione, con la maggiore istituzionalizzazione dei Centri di Permanenza Temporanea per il Rimpatrio, veri e propri lager dove il “soggiorno” dei migranti diventa prolungata detenzione a cielo aperto.

Il vero obiettivo dei “sovranisti” sostenitori del programma nazionale di remigrazione – spalleggiati dalla destra USA (come emerge dalla Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump) –  è quello di sostituire lo scontro di classe con lo scontro etnico, chiamando all’alleanza fra lavoratori e padroni italiani contro tutti  immigrati, per creare una forza lavoro ancora più marginalizzata e ricattata, da poter sfruttare più intensamente (in Italia gli  immigrati sono costituiscono circa il 10,5% della forza-lavoro, pari a circa 4 milioni di lavoratori).

Questo obiettivo politico, perseguito dalle frazioni più aggressive e scioviniste della borghesia industriale, agraria e finanziaria, cerca oggi di trovare un consenso di massa negli strati intermedi schiacciati e impoveriti dalle crisi capitalistiche e dalle politiche monopoliste, che riversano sugli immigrati, anziché sul regime sociale dominante, il loro rancore.

La proposta di legge ha raccolto le firme necessarie alla sua presentazione alla Corte di Cassazione (organo giudiziario di ultima istanza). La sua eventuale approvazione dipenderà non solo dall’appoggio che riuscirà a ottenere all’interno del blocco borghese, ma anche, e soprattutto, dalla mobilitazione delle masse proletarie e popolari chiamate a battersi contro questa ulteriore misura autoritaria e razzista.

 

La questione dei migranti è centrale nello sviluppo della lotta di classe

Di fronte a questo pericoloso scenario che si va configurando nei paesi imperialisti, occorre affermare a gran voce che quello che viene presentato come un mero tentativo di regolarizzazione dei flussi migratori, che con un termine “accattivante” è stato definito “remigrazione”, in realtà è un progetto di deportazione forzata di massa che avviene su base etnica, culturale e sociale. Questo progetto deve essere combattuto con tutte le armi a disposizione dei proletari e degli altri lavoratori di tutti i paesi.

Un progetto che è volto a dividere i lavoratori, a metterli sotto ricatto e aumentare lo sfruttamento della forza lavoro, sia quella immigrata, sia quella autoctona.

La questione della difesa delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati è una delle questioni più rilevanti del nostro tempo, da inserire pienamente all’interno delle politiche di fronte unico proletario e di fronte unito antifascista e antimperialista.

Se padroni e governi ricorrono a ogni mezzo per mettere i proletari autoctoni contro quelli immigrati, per creare barriere di incomprensione e odio tra loro, il nostro compito è mettere in primo piano la coincidenza degli interessi fondamentali tra i lavoratori autoctoni e immigrati, difendere le sezioni più deboli, ricattate e povere del proletariato.

Nostro dovere è cooperare alla lotta e all’unità dei migranti, aiutare la loro integrazione con le organizzazioni di lotta dei lavoratori autoctoni, la partecipazione alla lotta di classe degli sfruttati contro gli sfruttatori, esigendo una politica di accoglienza dignitosa e rispettosa dei migranti e dei loro diritti, regolarizzazione e parità salariale e di diritti, l’abolizione delle leggi e delle misure razziste contro i migranti, dei centri di espulsione e alla detenzione “amministrativa” e altre rivendicazioni parziali.

Occorre avviare campagne di massa indirizzate a contrastare l’approvazione di disegni di legge razzisti e discriminatori (come in Italia), a condannare decisamente tutte le forme di repressione attuate negli Stati imperialisti, a cominciare dagli USA di Trump, ad organizzare reti di appoggio per i lavoratori immigrati.

Le manifestazioni avvenute in Toscana contro le provocazioni del “comitato remigrazione”, al grido “nessuno spazio ai fascisti” e “possiamo fermarli” sono state un importante esempio di lotta, in cui un ruolo cruciale è stato svolto dagli operai immigrati. Ad essere espulsi alle nostre città devono essere i fascisti e le milizie private fasciste e razziste, non i lavoratori provenienti da altri paesi!

Occorre sviluppare la denuncia e la condanna del sistema capitalistico e imperialistico che provoca la devastazione di interi paesi favorendo l’emigrazione di massa e la fuga dalla miseria di milioni di “dannati della terra”, che vengono, poi, sfruttati a sangue, repressi e deportati in vergognosi centri di detenzione.

La mobilitazione contro le politiche anti-migranti deve avvenire su scala di massa, come dimostrano le grandi lotte che si sono sviluppate negli stessi Stati Uniti, unendo la lotta alla remigrazione a quella contro i pericoli di guerra e il fascismo in ascesa in diversi paesi, comprendendo entrambe nella più generale lotta per una nuova società senza sfruttamento, senza razzismo e guerre di rapina.

Sul piano ideologico è nostro compito lottare contro lo sciovinismo, educando gli operai e le masse lavoratrici sfruttate e oppresse nello spirito dell’internazionalismo proletario, della solidarietà internazionale dei lavoratori e dei popoli.

Marzo 2026

Organizzazione per il partito comunista del proletariato

 

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