La lotta contro l’imperialismo tedesco oggi
Come si sono intensificate le contraddizioni inter-imperialiste, così negli ultimi anni la Germania ha accentuato il suo coinvolgimento nei conflitti in tutto il mondo: la guerra in Ucraina è particolarmente significativa a tale riguardo, poiché la Germania fornisce il maggior sostegno militare dopo gli Stati Uniti. La Germania sta anche cercando di espandere la sua influenza economica e politica. Nel contesto di questo sviluppo, sta diventando sempre più importante per le forze progressiste e antimperialiste assumere una posizione ben definita contro l’imperialismo tedesco, ma ciò richiede chiarezza nell’analisi del sistema imperialista mondiale e, soprattutto, trarne le conseguenze politiche adeguate. Qui di seguito, si delineerà lo stato dell’imperialismo tedesco e il suo ruolo nei conflitti attuali, nonché lo stato della lotta contro la guerra imperialista in Germania e la nostra posizione su di essa.
Sviluppo dell’imperialismo tedesco
Innanzitutto, sono necessarie alcune osservazioni sulla storia dell’imperialismo tedesco. Lo sviluppo dell’imperialismo tedesco dopo la seconda guerra mondiale e soprattutto negli ultimi decenni poggia su una serie di pilastri che sono particolarmente importanti per l’economia tedesca. La Germania, “campione delle esportazioni del mondo”, beneficia in particolare della manodopera a basso costo, il cui sfruttamento è stato reso ancora più agevole all’inizio del nuovo millennio dalla riforma del mercato del lavoro “Agenda 2010”. Questa riforma ha creato in Germania la più grande zona a basso salario dell’Europa, nella quale vengono sfruttati sia i lavoratori nativi che, in particolare, quelli stranieri, soprattutto provenienti da altri paesi della UE.
La UE è un altro importante pilastro dell’imperialismo tedesco, poiché i suoi monopoli beneficiano non solo della manodopera a basso costo, ma anche della prevaricazione e della depredazione a danno dei paesi economicamente più deboli nonché del mercato unico europeo, attraverso il quale vengono vendute più della metà delle esportazioni tedesche.
Altro pilastro importante dell’economia e dell’industria tedesca in particolare è stata l’energia a basso costo, in particolare il gas, in gran parte importato dalla Russia. Grazie a tutte queste condizioni, l’economia è stata in grado di crescere in modo relativamente pacifico e costante per molti decenni.
Alla luce di questi svolgimenti, dobbiamo valutare la fase in cui si trova oggi l’imperialismo tedesco.
Negli ultimi anni la situazione mondiale ha posto l’imperialismo tedesco di fronte a diverse sfide. La crisi ha colpito in modo particolarmente severo l’economia tedesca, con la crescita che inizialmente ha subito il crollo maggiore tra i paesi imperialisti avanzati. La recessione continua ancora oggi, con gli istituti di ricerca che a marzo prevedono una crescita di appena lo 0,1% per l’anno 2024. Anche la guerra in Ucraina e le sanzioni contro la Russia, che hanno interrotto le forniture di gas di cui l’industria tedesca ha beneficiato notevolmente, hanno contribuito a indebolire l’economia. E l’intensificazione delle contraddizioni inter-imperialiste, nel cui ambito si stanno sviluppando due blocchi, sta anche sfidando la Germania a definire il suo ruolo ancor più nettamente.
Tutti questi sviluppi hanno reso la Germania più debole nei riguardi dei propri concorrenti. Ha bisogno di “partner” come gli Stati Uniti, perché da sola non ha abbastanza forza. Sta quindi lottando contro concorrenti come la Francia, e talvolta in cooperazione con loro, per avere un ruolo primario in Europa.
È proprio questa lotta per affermare la propria forza che rende pericolosa la Germania. Il crescente confronto tra Stati Uniti e Cina minaccia anche il cammino dell’imperialismo tedesco verso il proprio rafforzamento. La Cina è un partner commerciale importante per il capitale tedesco. Un inasprimento del conflitto indebolirebbe ulteriormente il capitale tedesco. Per questo cerca di seguire la propria rotta in accordo con i propri interessi economici. Ciò rivela la situazione contraddittoria dell’imperialismo tedesco, che cerca costantemente di espandere la propria forza politicamente, economicamente e militarmente, mentre allo stesso tempo dipende dai “partner” e compete furiosamente con essi. Enfatizzare solo uno dei due aspetti – dipendenza o indipendenza – porta ad errate conclusioni. Ad esempio, correnti del movimento pacifista e delle forze socialdemocratiche sottolineano ripetutamente la dipendenza dagli Stati Uniti, che è diventata sempre più chiara con la guerra in Ucraina e la cancellazione del North Stream 2. Tuttavia, esagerare questi fattori creerebbe un’immagine falsa, perché l’imperialismo tedesco sta cercando di sfruttare la situazione in modo autonomo per trarne ogni vantaggio – e deve affrettarsi per evitare di riuscire sconfitto dagli sviluppi internazionali.
Il ruolo del governo
Il governo federale, formato nel 2021 da socialdemocratici, verdi e liberali, è stato di immenso aiuto per i monopoli tedeschi negli ultimi anni. Ad esempio, nel 2022, il governo ha promosso l’”Azione concertata”, una formula di unione di governo, capi sindacali e imprenditori per trovare soluzioni alle sfide economiche. Questa assise è stata convocata ripetutamente per decenni ed è uno strumento chiave della collaborazione di classe in Germania. Nella sua edizione più recente, ha portato a un accordo che ha ridotto il peso delle lotte sindacali per le aziende, negoziando pagamenti una tantum invece di aumenti salariali a lungo termine in molti cicli di contrattazione collettiva. Questi pagamenti una tantum sono stati in parte sostenuti dallo Stato.
Oltre a questo significativo sostegno, negli ultimi anni le sovvenzioni statali alle imprese hanno raggiunto nuove vette. Miliardi sono stati erogati alle aziende per compensare i mancati profitti a causa della pandemia e della crisi. Tuttavia, le sovvenzioni non hanno solo lo scopo di salvare le aziende dal fallimento, ma anche di contribuire a rendere l’economia tedesca “pronta per il futuro”. Ad esempio, la Germania sta investendo miliardi per aumentare la produzione di chip. La sola Intel è sovvenzionata con 10 miliardi di euro per creare un sito produttivo in Germania; TMSC ottiene 5 miliardi di euro per lo stesso scopo. In un discorso, il cancelliere Olaf Scholz ha descritto i semiconduttori come il “petrolio del 21° secolo”. Inoltre, sono previsti 7 miliardi di euro per l’industria siderurgica per il passaggio all’acciaio “verde” e mantenerla competitiva a livello internazionale. Alcune di queste sovvenzioni non sono sostenute dal bilancio ordinario perché qui si applica il cosiddetto “freno all’indebitamento”, una legge che ha lo scopo di impedire allo Stato di indebitarsi ulteriormente e che viene ripetutamente utilizzata per giustificare tagli in ambito sociale. Per evitare questa regolamentazione, le sovvenzioni sono assegnate come “fondi speciali” – ma prima o poi anche questi devono essere rimborsati.
Il rovescio della medaglia delle sovvenzioni sono i tagli sostanziali nel settore sociale, e solo l’entità dei tagli è oggetto di negoziato tra i partiti. Al fine di aumentare l’accettazione di questi tagli, essi sono ripetutamente giustificati dalla guerra e dalle sfide che la nazione deve affrontare. Un buon esempio di questa logica è stato lo slogan “congelarsi per la pace” lanciato dai politicanti quando i prezzi dell’energia sono saliti alle stelle dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Tuttavia, i prezzi elevati (i più alti d’Europa) sono finiti direttamente nelle tasche di società energetiche come RWE ed E.On, che hanno realizzato i profitti più alti della loro storia. Nel 2023, anche la società energetica RWE ha realizzato un utile rettificato [ossia rettificato dalle componenti di natura straordinaria, non ricorrenti. N.d.T.] di 4,5 miliardi di euro, il 39% in più rispetto all’anno precedente, E.On ha registrato una crescita del 12% con 3,2 miliardi di euro e persino Uniper, società che è stata salvata dal fallimento dallo Stato con 20 miliardi di euro nel 2022, ha realizzato un utile di 4,4 miliardi di euro.
La classe dominante sta tracciando la rotta per il futuro e non lascia inutilizzato nessun mezzo per mantenere e migliorare la posizione e la competitività dei monopoli tedeschi sul mercato mondiale. A tal fine, sta anche espandendo la sua influenza oltre i propri confini, poiché è la posizione dominante della Germania nella UE che le consente di sfruttarla per avvantaggiare le proprie ambizioni. Non solo le sovvenzioni sono in parte messe a disposizione da progetti della UE, ad esempio nella produzione di chip con il progetto da un miliardo di euro “Chips for Europe”. Esse vengono utilizzate anche al di fuori dei confini della UE per espandere l’influenza tedesca nel mondo. Ne è un esempio il progetto Global Gateway, che, insieme alla “Nuova Via della Seta” e al “Ricostruire un Mondo Migliore”, deve essere visto come uno degli attuali grandi progetti strategici imperialisti.
Dei 300 miliardi di euro attualmente previsti per il Global Gateway, 150 miliardi di euro sono stati destinati a progetti infrastrutturali in Africa. In questo contesto, ad esempio, il cosiddetto corridoio Lobito dal Congo attraverso lo Zambia fino all’Angola ha lo scopo di garantire un migliore accesso alle materie prime. Con il progetto Global Gateway, la Germania si assicura anche l’accesso all’idrogeno dalla Namibia, misure per garantire il futuro dell’industria tedesca a spese dei paesi dipendenti. Al vertice del G-20 del 2023 è stato pianificato anche un nuovo corridoio dall’India attraverso il Medio Oriente verso l’Europa con il nome di IMEC, anch’esso un controprogetto della “Nuova Via della Seta”. La UE è e rimane centrale per la realizzazione delle mire imperialistiche tedesche nel mondo.
Questa espansione dell’influenza tedesca trova la sua massima espressione negli sviluppi militari. All’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, il cancelliere ha tratto dalla tasca un “fondo speciale” di 100 miliardi per aumentare le forze armate tedesche. Questi 100 miliardi di euro aumenteranno il bilancio della difesa entro il 2026, raggiungendo così per la prima volta l’obiettivo della NATO del 2%. Questo sviluppo segna il più grande riarmo dalla seconda guerra mondiale. La guerra è stata definita dal cancelliere come un “punto di svolta” che avrebbe anche messo alla prova la capacità della Germania di combattere. I politici tedeschi, come il presidente del partito socialdemocratico al governo, Lars Klingbeil, così si esprimono: “Dopo quasi 80 anni di moderazione, la Germania ha ora un nuovo ruolo nel sistema dei rapporti internazionali. […] La Germania deve aspirare ad essere una potenza leader”. La Germania è anche coinvolta nel più recente aggravamento della situazione nel Mar Rosso a seguito dell’invio di una fregata, giudicato come la più pericolosa missione navale da decenni. Fino al dieci per cento del commercio estero tedesco transita per il Mar Rosso. Tutti questi sviluppi sono chiari segni che, sebbene l’imperialismo tedesco sia indebolito e abbia bisogno di partner, sta lottando risolutamente per affermarsi nell’ambito dell’intensificazione delle contraddizioni inter-imperialiste. Particolarmente importante per l’imperialismo tedesco oggi è la guerra in Ucraina, che vale la pena esaminare più da vicino.
Il coinvolgimento tedesco nella guerra in Ucraina
Anche se all’inizio della guerra in Ucraina si è accesa nella politica tedesca una discussione su quale dovesse essere esattamente la posizione della Germania, non si può dire che l’interferenza tedesca in Ucraina sia iniziata solo il 24 febbraio 2022. La Germania ha svolto un ruolo speciale nella lunga lotta tra le forze occidentali e russe per l’influenza in Ucraina. Il governo Merkel era già stato coinvolto durante il Maidan, sotto gli occhi di tutto il mondo, quando il ministro degli Esteri ad interim Guido Westerwelle si unì alle manifestazioni del Maidan. La Germania ha svolto un ruolo chiave nella stesura dell’Accordo di associazione UE, che ha anche legato militarmente l’Ucraina alla UE e alla NATO, e dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, è diventato rapidamente chiaro al termine di alcune negoziazioni all’interno della classe dirigente, che l’Ucraina avrebbe ricevuto un significativo sostegno militare e finanziario in questo conflitto.
Il governo ha fatto di tutto per combattere l’atteggiamento pacifista diffuso tra l’opinione pubblica. Gli appelli ai negoziati e al cessate il fuoco sono stati etichettati come sostegno a Putin e i media hanno insistito sulla questione delle consegne di armi finché ad un certo punto i sondaggi hanno mostrato che più della metà della popolazione approvava l’idea. Un esempio particolare di capziosità è stata la definizione da parte del cancelliere Scholz dei manifestanti per la pace come “angeli caduti dall’inferno”. Con questa grande campagna di propaganda, il cui tema predominante era: “L’Ucraina sta combattendo anche per la nostra libertà e democrazia!”, il governo è riuscito a unire gran parte della popolazione dietro la sua politica di guerra. Anche i circoli liberali di sinistra sono scesi in piazza nelle prime settimane o nei primi giorni, e in manifestazioni di “solidarietà” sono state richieste armi sempre più pesanti.
Dopo alcuni anni di guerra, ora possiamo vedere dove ha portato questo sostegno: l’Ucraina si trova in una posizione negoziale peggiore di quella in cui si trovava all’inizio della guerra, quando le potenze occidentali la incoraggiavano a continuare a combattere anche se l’alternativa del negoziato era possibile. Allo stesso tempo, gli investimenti tedeschi nell’Ucraina dilaniata dalla guerra sono già in fase di negoziazione nelle “conferenze sulla ricostruzione” di Berlino.
La reazione alla guerra in Ucraina tra le forze più o meno progressiste è stata ambivalente: le organizzazioni liberali di sinistra filo-governative si sono comportate nel migliore dei casi con indifferenza e, nel peggiore, si sono impegnate direttamente nella politica bellica tedesca attraverso “manifestazioni di solidarietà”. Il movimento pacifista tedesco, d’altra parte, ha espresso prontamente una posizione contro la partecipazione alla guerra, che inizialmente è rimasta relativamente isolata in generale tra la popolazione, dovuto in parte al fatto di non essere riuscita a dare le giuste motivazioni all’opposizione alla guerra. Abbiamo notato atteggiamenti simili in vari paesi, ragion per cui vale la pena entrare un po’ più nel dettaglio e spiegare la nostra politica concreta a riguardo. Nella nostra risoluzione “Tutti i monopoli e gli imperialisti sono nemici dei popoli”, scrivevamo nel novembre 2023: “[La nostra conferenza] è determinata a confutare le posizioni non scientifiche che negano il carattere imperialista della Cina e della Russia o, pur ammettendole come imperialiste, le definiscono umanitarie, solidali con i popoli, potenze pacifiche e considerano solo gli Stati Uniti e i loro alleati e la NATO come “nemici”. Coloro che mirano alla creazione di un mondo “multipolare”, sostenendo che gli USA e la NATO sono gli unici nemici dei popoli, come se oggi esso fosse “unipolare” e gli imperialisti non stessero lottando per ridividersi il mondo, diffondono l’inganno che si possa combattere contro l’imperialismo statunitense affidandosi all’imperialismo russo e cinese. Invece, non si può combattere contro un imperialista appoggiandosi a un altro!” [[1]].
Le posizioni errate si ritrovano anche nel movimento pacifista tedesco, dominato da forze borghesi-pacifiste e revisioniste. La celebrazione della Russia e della Cina arriva al punto che anche gli ambasciatori di Russia e Cina sono stati invitati alla Conferenza Rosa Luxemburg 2024, la più grande riunione, organizzata dai revisionisti, di partiti e organizzazioni di sinistra, opportunisti, ma anche rivoluzionari, e risaltava nel programma. E così, la guerra russa contro l’Ucraina non è stata condannata nel movimento pacifista, il suo carattere di classe non è stato evidenziato, ma piuttosto nascosto, con ampi gruppi che hanno adottato la giustificazione russa degli “interessi di sicurezza” e della “lotta antifascista” in Ucraina.
Fin dall’inizio della guerra, abbiamo lottato nel movimento per la pace e non solo in esso per affermare il punto di vista proletario, che è anche una condizione necessaria perché il movimento per la pace e il movimento operaio si uniscano e si rafforzino. L’attuale situazione mondiale e il dibattito ovunque in corso rendono necessario ritornare alle conclusioni penetranti che il movimento comunista mondiale ha tratto dalla transizione del capitalismo nella sua fase imperialista, che è ancora quella odierna.
Nella lotta contro i dirigenti social-sciovinisti della II Internazionale, che erano passati nel campo dell’imperialismo, Lenin elaborò la sua analisi dell’imperialismo, la quale mostrò in tutta chiarezza che il capitalismo prima o poi porta necessariamente all’imperialismo, che l’imperialismo nasce sulla base delle leggi del capitalismo e non le abolisce, ma le sviluppa su scala mondiale e attira tutti i popoli del mondo nel sistema mondiale imperialista. Questo sviluppo fondamentale doveva condurre allo svolgimento della lotta di classe da allora in poi su scala mondiale, alla contraddizione tra lavoro e capitale su scala mondiale, dando luogo alla contraddizione tra le nazioni imperialiste e alla contraddizione tra le nazioni imperialiste e quelle oppresse. Fu la Terza Internazionale a comprendere cosa ciò doveva significare per la strategia e la tattica dei comunisti nella lotta per la rivoluzione ed a riconoscere questo sviluppo in tutta la sua importanza nel campo della teoria. Lenin definì l’atteggiamento dei marxisti nelle guerre inter-imperialiste ne “I principi del socialismo e la guerra del 1914-15” nel 1915 in questo modo: “Non è compito dei socialisti aiutare il brigante più giovane e più forte (la Germania) a depredare i briganti più vecchi e più nutriti”.[[2]]
Questo principio può essere applicato agli attuali conflitti inter-imperialisti come quello in corso in Ucraina. Ancora una volta non è nostro compito oggi difendere gli interessi della Russia alla sicurezza o prendere posizione per una parte o per l’altra nei negoziati e nei compromessi che gli imperialisti hanno negoziato tra loro e a cui non hanno dato seguito più e più volte. Ma sarebbe sbagliato dedurre da questo atteggiamento che il punto di vista marxista sia di indifferenza riguardo a questi conflitti. Lenin così prosegue: “I socialisti devono servirsi della lotta tra i briganti per abbatterli tutti”. [[3]] E ancora: “La classe rivoluzionaria, nella guerra reazionaria, non può non desiderare la disfatta del proprio governo, non può non vedere il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggior facilità di abbatterlo… Al contrario, proprio una simile azione corrisponderebbe ai segreti pensieri di ogni operaio cosciente e si accorderebbe con la linea della nostra attività diretta a trasformare la guerra imperialista in guerra civile”. [[4]]
La politica della sconfitta del proprio governo e della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile da parte dei bolscevichi esprime in modo particolarmente chiaro come i marxisti debbono comprendere il nesso intimo tra la guerra imperialista e la lotta per la rivoluzione. Il punto di vista marxista-leninista coglie la connessione interna tra la contraddizione di classe e le contraddizioni inter-imperialiste in ogni ambito, non solo sottolineando che la fine della guerra imperialista diventa possibile solo con la fine del capitalismo, ma anche collegando necessariamente la lotta contro la guerra imperialista su tutti i fronti con la lotta per la rivoluzione. Il punto di vista marxista fa dipendere l’atteggiamento dei comunisti nei confronti di qualsiasi guerra dal rafforzamento della lotta di classe.
Certo, dobbiamo riconoscere che la parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile non è applicabile nelle attuali condizioni della Germania. Laddove la lotta di classe da parte del proletariato è relativamente debole, laddove l’identificazione con gli imperialisti di casa propria è forte anche nella classe operaia e la coscienza di classe è debole, è anche difficile sfruttarla e ricavare da essa la linea di condotta riguardo la guerra. Anche in Russia e in Ucraina non è presente un ampio movimento operaio che esprima gli interessi della classe operaia e si opponga (nel caso della Russia) alla guerra imperialista in casa propria o (nel caso dell’Ucraina) alla sottomissione ad ogni imperialismo e alla propria borghesia compradora. Questi movimenti sono deboli, il che rende ancora più facile per i governanti far passare i propri interessi come interessi dei “popoli”. Ma proprio perché il movimento operaio è debole e la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile contro la propria borghesia ovunque non sembra tradursi in realtà nel prossimo futuro, l’analisi marxista non solo rimane corretta, ma ci fornisce anche linee direttrici molto concrete per una corretta azione pratica.
Essa ci ammonisce a non considerare mai la lotta contro la guerra imperialista prescindendo dalla lotta di classe, a non lasciarci mai ingannare dalla ricerca del bene o del male dalla parte dell’uno o dell’altro imperialista, ma di trarre la politica corretta dal punto di vista di classe. Nel caso della Germania, ciò significa denunciare concretamente sotto ogni aspetto gli interessi dell’imperialismo tedesco, che si nutre della guerra in Ucraina e ne trae nuova linfa. Ed esistono abbastanza spunti per mostrare il carattere di classe di questa guerra sotto ogni punto di vista e per sviluppare la giusta politica su questa base. La politica di guerra è già direttamente contrapposta agli interessi della popolazione lavoratrice, quando si chiede ad essa di “congelare per la pace” o quando si impegna un “fondo speciale” di 100 miliardi di euro in armamenti mentre i servizi sociali vengono tagliati. Coloro che stanno promuovendo questa politica anti-operaia sono gli stessi che chiedono a gran voce più armi per l’Ucraina. E per la maggioranza della popolazione, questo intrinseco legame non è astratto o remoto, ma molto concreto e tangibile. Dobbiamo mettere il dito in questa piaga, collegando sempre e in ogni momento le nostre rivendicazioni riguardo questa guerra con gli attacchi contro la classe operaia.
La Germania e la guerra contro il popolo palestinese
È vero che la guerra in Medio Oriente non può essere paragonata alla guerra in Ucraina sotto l’aspetto della sua rilevanza per l’imperialismo tedesco. Tuttavia, la guerra contro il popolo palestinese e, soprattutto, il dibattito pubblico al riguardo in Germania presenta specificità nazionali che vanno esaminate e che mostrano come le relazioni tedesco-israeliane sono sempre ammantate di giustificazioni morali.
Ad esempio, la solidarietà con Israele è in Germania una pretesa “ragion di stato” e deriverebbe dal senso di colpa storico nei confronti del popolo ebraico. L’imperialismo tedesco ha un modo particolarmente perfido di usare i suoi crimini durante la seconda guerra mondiale per legittimare i suoi crimini odierni. La Germania ha più che decuplicato le sue forniture di armi a Israele dal 7 ottobre e ha sostenuto il governo israeliano nella sua brutale guerra contro il popolo palestinese in ogni modo. Tutto questo è stato accompagnato da un’ondata di manifestazioni che esprimevano solidarietà per le vittime del 7 ottobre e applaudivano la rivalsa israeliana. Lo slogan di queste campagne era “Mai più è ora!” (con un riferimento ai crimini del fascismo, che implicitamente colloca anche il 7 ottobre in questa tradizione di terrore antisemita, poiché le manifestazioni sono state una reazione a quell’avvenimento). Le manifestazioni organizzate dallo Stato sono state sostenute da istituzioni civili ed economiche e da aziende.
La rottura del legame tra l’Olocausto e il suo contesto, permette iniziative paradossali, come quella di aziende come la Bayer (diretta erede della IG Farben, che aveva costruito un proprio campo di lavoro ad Auschwitz) che oggi sono firmatarie e sostenitrici della campagna “Mai più è adesso” e la usano per farsi pubblicità, mentre le forze progressiste e antimperialiste in Germania sono state oggetto di un’enorme campagna diffamatoria dall’inizio della guerra e le manifestazioni della comunità palestinese danno luogo a dibattiti sull'”antisemitismo importato”.
Tuttavia, questo dibattito pubblico schizofrenico non è alimentato solo dalla politica statale e dai grandi media, ma ha il suo riflesso nel movimento “di sinistra”. A partire dagli anni ’90, si è sviluppata un’ampia corrente all’interno dei movimenti antifascisti che trae esattamente la stessa conclusione dalla storia tedesca e vede la solidarietà incondizionata con Israele come un dovere di ogni cittadino tedesco. Questa corrente di “anti-tedeschi”, di cui non parleremo ulteriormente, ha perso terreno all’interno della sinistra negli ultimi anni, ma la sua influenza è ancora forte e c’è un ampio sostegno ad Israele nelle alleanze progressiste e nei circoli sindacali, che si accompagna anche alla criminalizzazione e all’esclusione delle organizzazioni antimperialiste. Ad esempio, sono “di sinistra” coloro che organizzano contro-manifestazioni nelle manifestazioni pro-palestinesi o chiedono che i gruppi pro-palestinesi siano esclusi dalle alleanze e che gli vengano negati spazi. Questa situazione, unica al mondo, significa che la solidarietà con la Palestina non è affatto una cosa scontata in ampi ambiti della “sinistra” in Germania.
Abbiamo espresso il punto di vista marxista riguardo la lotta di liberazione palestinese e la sua brutale oppressione in molte occasioni, inclusa la nostra risoluzione “Solidarietà con il popolo palestinese!” nel novembre del 2023:
“Affermiamo che qualsiasi “soluzione” che non ponga fine all’occupazione del territorio palestinese, che non riconosca l’uguaglianza dei diritti nazionali dei palestinesi, in particolare il diritto di autodeterminazione fino alla formazione di uno stato indipendente, serve solo a giustificare la prosecuzione del genocidio del popolo palestinese”. [[5]]
Qui, il principio marxista del diritto di autodeterminazione nazionale è applicabile in tutta la sua estensione, tra l’altro perché l’oppressione del popolo palestinese è paragonabile per carattere a una situazione di oppressione coloniale in cui il diritto allo Stato non è ancora stato realizzato. La questione nazionale è una questione centrale in Palestina, e fino a quando l’autodeterminazione nazionale non sarà realizzata, deve essere una richiesta centrale dei comunisti creare le condizioni per essa. Ciò non è in alcun modo in contraddizione con il rafforzamento della lotta di classe in ogni paese a favore del proletariato, ma al contrario ne è l’esplicita conseguenza. Lenin scriveva nel 1916 nelle sue tesi “La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione”:
“I socialisti non soltanto debbono esigere la liberazione immediata, incondizionata, senza indennità delle colonie – e questa rivendicazione, nella sua espressione politica, non significa altro, precisamente, che il riconoscimento del diritto di autodecisione – ma debbono sostenere in questi paesi, nel modo più deciso, gli elementi più rivoluzionari dei movimenti democratici borghesi di liberazione nazionale ed aiutarli nella loro insurrezione e, se il caso si presenta, nella loro guerra rivoluzionaria, contro le potenze imperialiste che li opprimono”. [[6]]
Ciò significa anche che le nostre rivendicazioni devono rendere molto chiaro che la libertà del popolo palestinese in questo momento è una condizione preliminare per il progresso sociale, che non ci può essere pace nella regione senza questa condizione preliminare, il che significa anche sostenere il movimento di liberazione nazionale, ma sempre dando rilievo agli elementi proletari e progressisti all’interno di questi movimenti di liberazione. Nella situazione di guerra che si protrae da ottobre, la rivendicazione della fine del sostegno militare e politico di Israele e del cessate il fuoco (che in questo caso significa la fine della guerra israeliana contro Gaza) deve essere sostenuta in Germania.
Affermare queste rivendicazioni non è un fatto scontato in Germania. Ma possiamo vedere che l’enorme campagna di solidarietà con la guerra israeliana condotta dai media tedeschi non sta affatto portando la grande massa della classe operaia a sostenere realmente la guerra israeliana. I numerosi lavoratori migranti in particolare, che spesso hanno un legame particolare con la regione, oltre ad ampi strati della classe operaia, non sostengono la guerra, ma non sono nemmeno disposti a scendere in piazza contro di essa. Una delle conseguenze di ciò è che il movimento pro-palestinese rimane isolato e pesantemente succube della religione e del nazionalismo. Ciò rende ancora più importante concentrarsi sulle rivendicazioni di questi movimenti che si rivolgono direttamente allo Stato tedesco, smascherando il suo sostegno a Israele come ipocrita e dando una motivazione politica al sentimento spontaneo di solidarietà tra settori della classe operaia.
Il nemico principale è nel proprio paese!
La Germania rimane un potente paese imperialista che sta cercando di affermarsi su vari fronti. Tuttavia, il fronte centrale contro il quale sono diretti oggi gli attacchi dell’imperialismo tedesco è il fronte interno. Anche in questo caso, l’attuale governo adempie un compito preciso. È un espediente collaudato della classe dominante tedesca ricorrere a governi vestiti con mantelli progressisti ogni volta che gli attacchi contro la classe operaia sono particolarmente violenti. Ad esempio, sono stati i socialdemocratici e i Verdi ad introdurre l'”Agenda 2010″ nel 2001. E ancora oggi, la “coalizione del progresso”, come essa si definisce, riesce ancora a trascinare dietro di sé larghi strati della popolazione con la sua propaganda. Questo è possibile, tra l’altro, grazie ai socialdemocratici, i quali usano esplicitamente la loro influenza nei sindacati per diffondere la politica corporativa tra i lavoratori.
Per esempio, negli ultimi mesi si sono svolte proteste in cui i lavoratori di importanti settori industriali sono stati invitati dal sindacato a manifestare a favore di un prezzo dell’energia elettrica per l’industria sovvenzionato dallo Stato. L’obiettivo dichiarato di questo prezzo dell’energia sarebbe, secondo il ministro dell’Economia Robert Habeck, quello di mantenere la competitività dell’industria tedesca e salvaguardare la prosperità del nostro paese.
Mentre il Ministero dell’Economia propone un tetto ai prezzi dell’energia per l’industria di 6 centesimi per chilowattora, il che significa uno sgravio finanziato dallo Stato fino a 30 miliardi di euro, il più grande sindacato del mondo, IG Metall, fa un ulteriore passo avanti e chiede un tetto massimo di prezzo di 5 centesimi per chilowattora. Ma non basta. A metà gennaio 2024, Christiane Benner, la prima presidente di IG Metall, ha chiesto la creazione di un “fondo speciale” di 600 miliardi di euro per la “transizione ecologica” dell’industria tedesca. Questa somma corrisponde a più di una volta e mezzo del bilancio totale nazionale. L’aristocrazia operaia si sta dimostrando uno strumento collaudato del capitale tedesco, soprattutto in questi tempi; una tradizione che risale al 1914, quando i socialdemocratici, e con loro i dirigenti sindacali, si lasciarono usare per la prima volta nella cosiddetta “Burgfrieden”, una “tregua” tra lavoro e capitale per il periodo della guerra.
Sebbene il movimento di sciopero sia il più forte da anni e il malcontento verso il governo è molto alto nei sondaggi d’opinione, attualmente il governo rimane relativamente fermo sulla sua politica. Si può osservare un aumento della coscienza di classe, che non è solo la base delle lotte economiche, ma anche politiche, ma l’identificazione con “l’economia tedesca” e lo Stato rimane alta. Le ambizioni militari sono anche giustificate con grande successo con la versione della difesa della democrazia e della pace, come emerge dagli ultimi sondaggi, secondo cui, ad esempio, più della metà della popolazione in Germania è favorevole alla reintroduzione del servizio militare obbligatorio. Come conseguenza di tutti questi tentativi di portare la popolazione nella riserva dell’imperialismo, negli ultimi mesi abbiamo assistito a una caratteristica tendenza politica: l’ascesa del nazionalismo.
Che si tratti dell’identificazione con “l’economia tedesca”, che viene diffusa tra la classe operaia, o della versione del “nemico esterno”, che renderebbe necessario il riarmo, i politici al potere stanno cercando con tutti i mezzi di stabilire l’unità nazionale e di mettere il presunto interesse nazionale al posto di qualsiasi coscienza di classe, per quanto debole. Il crescente nazionalismo è rafforzato dalla politica dei partiti di governo, ma di conseguenza anche i partiti conservatori e di destra guadagnano slancio. Nei sondaggi attuali, il Partito conservatore e “Alternativa per la Germania” (AfD), che comprende anche elementi fascisti, sono i partiti più forti. Non si può escludere che il pendolo della politica borghese oscilli e che il capitale si appoggi in futuro ai partiti conservatori di destra piuttosto che a quelli liberali di sinistra.
Ma indipendentemente dagli sviluppi politici, l’imperialismo tedesco e l’intensificazione per conseguenza della guerra di classe dall’alto, che è costretto a condurre per imporsi a livello mondiale, faranno anche rafforzare il nazionalismo, perché questa è la forma del suo dominio interno. Nella misura in cui comprendiamo il nesso tra la politica di guerra imperialista e il suo inserimento nella lotta di classe nel nostro paese, in questa misura ci diamo anche i mezzi per la lotta contro l’imperialismo e la guerra, che diventa sempre più acuta in connessione con la lotta di classe generale. E così, in questi tempi, dobbiamo sottolineare la particolare importanza delle lotte sociali e in particolare dei movimenti di sciopero che hanno guadagnato forza negli ultimi anni. Anche se le lotte economiche non comportano necessariamente una presa di coscienza politica della società di classe in generale, sono le ferite su cui si deve versare il sale. È chiaro che l’elevazione della coscienza di classe alle rivendicazioni politiche non si ottiene da un giorno all’altro. Ma soprattutto nel momento in cui l’imperialismo tedesco è particolarmente dipendente dal “Burgfrieden”, ogni forma di lotta di classe acquista importanza perché significa una crepa nel fronte nazionale.
A prescindere dalla fase della lotta in cui ci troviamo, il marxismo ci fornisce gli strumenti per approfondire la nostra analisi e portare al suo pieno significato nella nostra pratica il nesso interno tra la contraddizione tra lavoro salariato e capitale e le contraddizioni del sistema imperialista mondiale, facendo tutto il possibile per rafforzare la posizione indipendente della classe operaia in tutti questi conflitti. In Germania, la parola d’ordine di Karl Liebknecht di oltre 100 anni fa è ancora pertinente in questo caso, e possiamo applicarla in tutti i campi: “Il nemico principale è nel nostro paese!”.
Organizzazione per la costruzione di un Partito Comunista degli Operai di Germania
Articolo pubblicato nella edizione n. 48 (maggio 2024) della rivista “Unità e Lotta”, organo della Conferenza Internazionale di Partiti e Organizzazioni Marxisti-Leninisti.
[1]https://cipoml.net/en/all-monopolies-and-the-imperialists-are-the-enemies-of-the-peoples/
[2]Lenin, Opere Complete, Volume XXI
[3]Lenin, Opere Complete, Volume XXI
[4]Lenin, Opere Complete, Volume XXI
[5]https://cipoml.net/en/solidarity-with-the-palestinian-people/
[6]Lenin, Opere Complete, Volume XXII
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