La lotta dell’Albania socialista contro il revisionismo e a difesa dell’internazionalismo proletario nel campo della politica estera
PRESENTAZIONE
Pubblichiamo questo interessante saggio storico sui rapporti fra l’Albania socialista, l’URSS e la Cina, frutto dello studio e della collaborazione di un gruppo di giovani compagni della nostra Organizzazione.
Le riflessioni e le valutazioni in esso contenute sono basate su un’ampia rete di fonti storiche primarie e secondarie, pertinenti al tema trattato e valutate criticamente. Esse sono facilmente verificabili da parte dei lettori, grazie al poderoso apparato di note di corredo al testo.
A distanza di decenni degli avvenimenti e delle relazioni descritte nel saggio appare con ancora più chiarezza la fedeltà ai principi comunisti seguita dal Partito e dallo Stato albanese nel periodo del socialismo proletario.
Le inquietudini, dapprima; le osservazioni, e la critica degli atteggiamenti e delle azioni antimarxiste-leniniste, successivamente; infine la denuncia pubblica e la lotta al revisionismo delle direzioni sovietiche e cinese, sono state il percorso seguito dal compagno Enver Hoxha e dal Partito del Lavoro d’Albania, che nelle varie fasi della rivoluzione e dell’edificazione del socialismo hanno sempre lottato come reparto del movimento operaio e comunista internazionale.
Ci auguriamo che la lettura del saggio possa servire ai proletari rivoluzionari per apprendere dalle esperienze del passato, approfondire la critica del revisionismo in tutte le sue forme e abbracciare il marxismo-leninismo al fine di applicarlo praticamente nella situazione concreta, con tutta la sua vivente forza ispiratrice e rivoluzionaria.
Luglio 2026
Organizzazione per il partito comunista del proletariato
INTRODUZIONE
La storiografia internazionale tende ad ignorare, sottovalutare o mistificare le relazioni internazionali della Repubblica Popolare Socialista d’Albania (RPSA, tale denominazione fu assunta nel 1976).
L’ignoranza sull’argomento porta alla diffusione di molte menzogne propugnate dagli anticomunisti, nonché dalle correnti revisioniste ostili al marxismo-leninismo.
Nel presente documento ci concentreremo sulle relazioni della RPSA con la Jugoslavia, con l’Unione Sovietica e soprattutto con la Cina, dimostrando con l’aiuto di un vasto apparato di fonti storiche testuali, anche di carattere borghese, che l’Albania socialista difese i principi del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario, venendo ferocemente sabotata e attaccata per tale motivo.
LE RELAZIONI CON LA JUGOSLAVIA (1943-1948)
Durante la Lotta di Liberazione Nazionale il Partito Comunista Albanese (PCA) e il Partito Comunista Jugoslavo (PCJ) collaborarono per combattere i nazifascisti in tutte le terre occupate. Come esempio dell’internazionalismo del PCA possiamo annoverare l’invio di quadri nel Kosovo per organizzarvi il partito e condurre la lotta contro gli occupanti nazifascisti, nonché la liberazione, avvenuta nell’autunno del 1941 sotto esplicita proposta di Enver Hoxha, di Miladin Popović[1] da un campo di concentramento fascista a Peqin. Egli rimase in Albania per mantenere il collegamento fra i due partiti. Popović appoggiò tutte le risoluzioni del PCA salvo poi lasciare l’Albania nel settembre del 1944, sotto ordini del PCJ, per poi essere ucciso nel marzo del 1945, a Prishtina, in un attentato ordito dai servizi segreti jugoslavi.[2]
Per far luce sulle mire espansionistiche della cricca di Tito, ripercorriamo velocemente le relazioni tra i due Paesi.
Dopo la fine della guerra i due paesi firmarono un trattato di amicizia e di cooperazione che fu rapidamente seguito da una serie di accordi tecnici ed economici con l’intento di porre le basi dell’integrazione dell’economia albanese e quella Jugoslava.[3] I patti prevedevano la coordinazione dei piani economici di entrambi gli Stati, la standardizzazione dei sistemi monetari, la creazione di un sistema tariffario comune e di un’unione doganale. I suddetti patti però favorivano Il governo jugoslavo il quale considerava chiaramente gli investimenti in Albania come investimenti nel futuro della stessa Jugoslavia.[4] Furono create società miste albanesi-jugoslave per l’estrazione mineraria, la costruzione di ferrovie, la produzione di petrolio ed elettricità e il commercio internazionale. In apparenza le società sembravano costituite su di un piano d’uguaglianza ma in realtà «operavano unicamente con i fondi di base dello Stato albanese, e tuttavia la parte jugoslava si appropriava della metà dei benefici.»[5] Gli albanesi cercavano fondi di investimento per sviluppare l’industria nazionale e l’agricoltura su basi socialiste, mentre gli jugoslavi volevano che gli albanesi si concentrassero sull’estrazione di materie prime. Nel 1947 i dirigenti jugoslavi organizzarono un’offensiva totale contro i comunisti albanesi anti-jugoslavi, compresi Hoxha e Nako Spiru, utilizzando degli agenti raggruppati attorno al gruppo di Koçi Xoxe, uno dei fedelissimi di Tito.[6] Il Comitato Centrale del Partito Comunista di Jugoslavia inviò una lettera al CC del PCA dove accusò Hoxha di seguire politiche “antijugoslave” e di mettere il popolo albanese contro la Jugoslavia.[7] Il PCJ cercò anche di ostacolare la conclusione di un accordo con l’URSS per un credito all’Albania.[8]
Pur di inglobare l’Albania nell’orbita jugoslava la direzione del PCJ arrivò a chiedere a di poter avere una base militare con truppe jugoslave per un intervento nel caso in cui ci fosse stata una provocazione nazionalista greca.[9] Provvidenzialmente Hoxha informò Stalin attraverso l’ambasciata sovietica dei suddetti piani.[10] Stalin convocò un incontro nel febbraio dello stesso anno con la delegazione titina nel quale criticò i piani di inviare truppe dell’esercito e dell’aviazione jugoslava in Albania a sostegno dei ribelli comunisti greci, dichiarando che Mosca non era stata consultata in merito.[11]
Nonostante ciò, la fazione pro-jugoslava all’interno del PCA creò non pochi problemi ai comunisti albanesi:
«Lì Xoxe (con l’appoggio di Belgrado) lanciò un’offensiva intensificata per rovesciare Hoxha e portare la direzione albanese totalmente sotto il suo controllo (e quello jugoslavo). All’ottavo plenum albanese del febbraio-marzo 1948 Hoxha fu costretto a fare autocritica per il presunto sostegno a Spiru (anche se non perse la sua posizione di segretario generale).[12]
«Sotto gli ordini di Tito, Xoxe accelerò la sua azione per rovesciare Hoxha e portare il partito albanese una volta per tutte sotto il controllo jugoslavo. Così il Comitato centrale del Partito comunista jugoslavo inviò un emissario, Savo Slatić, in Albania per assistere Xoxe nella convocazione di una riunione del Comitato centrale volta a rovesciare definitivamente i suoi avversari. L’ottavo plenum si riunì il 26 febbraio 1948 e i suoi lavori dimostrano quanto la fazione di Xoxe fosse quasi riuscita a garantire una presenza jugoslava a lungo termine in Albania».[13]
Nell’aprile del 1948, Xoxe e i suoi collaboratori albanesi proposero ufficialmente di fare appello a Belgrado per annettere l’Albania quale settima repubblica jugoslava.[14] A séguito delle gravi deviazioni manifestate dalla cricca titina sull’arena internazionale, nel luglio del 1948 vennero annullati tutti gli accordi albano-jugoslavi[15] e la stessa Jugoslavia veniva espulsa dal Cominform. Ciò fu di grande aiuto per i comunisti all’interno del Partito per liquidare gli elementi filo-jugoslavi.[16]
Il pericolo titoista all’interno del Partito fu scongiurato, ma le mire revisioniste e scioviniste dei dirigenti della Jugoslavia continuarono negli anni successivi. Consigliamo ai compagni che vogliono approfondire, per via della complessità storica e politica, la lettura del libro di Enver Hoxha “I Titisti”.[17]
IL RAPPORTO CON L’URSS E L’AVVICINAMENTO ALLA CINA (1948-1960)
Dopo aver sconfitto la fazione jugoslava all’interno del Partito, il Partiti del Lavoro d’Albania (PLA) [18] si rivolse all’URSS che i comunisti albanesi fin dalla Rivoluzione Socialista d’Ottobre consideravano il naturale difensore dei popoli oppressi e il faro del socialismo mondiale; iniziarono le prime relazioni bi-laterali:
«Il periodo di prevalente influenza economica sovietica in Albania iniziò nel settembre 1948, quando fu concluso il primo accordo economico congiunto, integrato durante la visita di Hoxha a Mosca nel 1949. Nel febbraio 1951 fu esteso fino al 1955. Dopo la creazione del COMECON nel febbraio 1949, anche gli altri satelliti iniziarono a sostenere l’Albania. Nel 1949 circa il 38% delle entrate statali albanesi proveniva da crediti e sovvenzioni dei Paesi del blocco sovietico, e iniziò un programma intensificato di sviluppo economico, in particolare nel settore industriale e minerario, sotto la direzione sovietica. Nel periodo 1951-1955 il valore della produzione industriale è aumentato di quasi tre volte; l’impennata è stata particolarmente rapida nei settori dell’estrazione e dei materiali da costruzione».[19]
Dopo la morte di Stalin e la presa del potere da parte della cricca revisionista di Kruscev, si ridusse il flusso di importazioni in Albania dall’URSS e dai paesi del COMECON che di conseguenza si tradusse in un drastico taglio nell’investimento per macchinari e attrezzature.[20] Vista la situazione l’Albania firmò «un piccolo accordo di prestito a lungo termine tra Pechino e Tirana, firmato alla fine del 1954».[21] Le tensioni tra la Repubblica Popolare Albanese (RPA) e l’URSS aumentarono con la visita di Kruscev a Belgrado nel maggio 1955 e il successivo riavvicinamento sovietico-jugoslavo. I dirigenti albanesi, sentendosi apertamente traditi dai sovietici, si opposero alla visita di Kruscev in Jugoslavia. Il PCUS fece molte pressioni sull’Albania che dovette concedere parzialmente aperture alla nuova politica estera sovietica.[22] Importante è però notare che Hoxha rifiutò le richieste Jugoslave di «rivedere la sua valutazione negativa sulla natura delle relazioni tra Albania e Jugoslavia prima della rottura del 1948 e riabilitare Xoxe».[23]
Dopo il violento attacco ai principi del marxismo-leninismo, avvenuto nel XX Congresso del PCUS (1956) ed il “Rapporto segreto” di Kruscev contro la linea seguita dal PCUS sotto la direzione di Stalin, le tensioni tra i due Paesi si acuirono
Significativa fu la reazione immediata di Hoxha al “Rapporto segreto”:
«Domenica 26 febbraio 1956 MOSCA,
Per tutta la notte ho letto il rapporto segreto di N. Kruscev che ci ha consegnato come ha fatto con tutte le altre delegazioni straniere. Ho capito la posizione di Kruscev e degli altri suoi compagni contro Stalin e i suoi atti gloriosi durante la riunione del congresso in cui il nome di Stalin non è stato menzionato nemmeno una volta per qualcosa di buono, ma non avrei mai pensato allora che potessero arrivare a questo punto. Mi vengono i brividi al pensiero di quanto si rallegreranno la borghesia e i reazionari quando avranno questo rapporto tra le mani, perché sono certo che daranno il via a una campagna di menzogne e chissà quanto durerà. Tito dovrebbe essere molto contento dopo aver letto questo rapporto, dato che sono sicuro che l’abbia letto. Che danno incalcolabile per l’Unione Sovietica e il campo socialista! Che imbarazzante responsabilità di fronte alla storia! Non posso mettere nulla sulla carta. È troppo poco per dire: “Sono scioccato!”»[24]
La reazione di Hoxha era genuina e sincera ed è Nexhmije Hoxha, compagna d’amore e di lotta di Enver, a confermarci l’impressione di Enver Hoxha di fronte alla svolta kruscioviana:
«Enver cominciò a preoccuparsi dell’impatto che questo famigerato rapporto avrebbe avuto sul discredito non solo di Stalin, ma anche dell’Unione Sovietica, come primo Paese del sistema comunista. Come sarebbe stato utilizzato questo “arsenale propagandistico” che Kruscev e i suoi amici avevano offerto agli imperialisti e alla borghesia internazionale per indebolire e attaccare i regimi dei Paesi comunisti e la democrazia popolare, nonché l’intero movimento comunista e operaio nel mondo. Enver si è soffermato in particolare sui problemi che sarebbero stati sollevati all’interno del nostro partito. Egli sottolineò, per quanto ricordo, che “con questo rapporto si approfondisce ancora di più il divario politico e ideologico tra il nostro Partito e i revisionisti kruscioviani”. Questo influenzerà anche l’economia […] Non possiamo limitarci a leggere questo rapporto al nostro popolo. Abbiamo tenuto alto il nome di Stalin come comandante dell’Armata Rossa che ha represso l’orda di Hitler che ha colpito anche il nostro Paese. Stalin è stato colui che ha “fermato” Tito e i suoi piani di conquista per l’Albania, salvando il nostro Paese dagli obiettivi sciovinisti e schiavizzanti della Jugoslavia».[25]
Hoxha informò il Partito del contenuto del “Rapporto segreto” chiedendo di mantenere la massima riservatezza su di esso.[26] Successivamente nell’aprile del 1956 si tenne la conferenza del Partito nella città di Tirana nella quale elementi ostili e anti-partito, sulla scia del XX Congresso del PCUS, «[tentarono] di offuscare le conquiste politiche ed economiche assicurate sotto la guida del Partito, [parlando] dell’esistenza del “culto della persona”, di “trasgressione alle norme leniniste”, di “comportamento troppo severo nei confronti dei kulak e degli altri nemici di classe”, di “esitazioni e lungaggini nel migliorare i rapporti con la Jugoslavia”. Essi consideravano tutto ciò “conseguenza delle concezioni e della pratica erronea di G. Stalin” e prospettavano la necessità di abbandonare questa linea, di prendere provvedimenti a carico dei responsabili di un tale stato di cose!»[27] Dopo lo smascheramento di tali elementi, gli stessi vennero purgati dal Partito immediatamente in modo tale che il III Congresso si potesse svolgere senza componenti ostili al socialismo.[28]
Di parere opposto erano i cinesi, Mao in particolare[29], che non solo apprezzarono il XX Congresso e diffusero il famigerato “Rapporto” ma criticarono i sovietici per non essere stati consultati![30] Ciò conferma quanto il dirigente albanese scrive nelle proprie memorie riguardo l’incontro con Mao, in cui quest’ultimo sottolineava continuamente i presunti errori di Stalin.[31]
Pertanto, l’Albania «fu l’unico Paese della zona d’influenza sovietica in cui il processo di destalinizzazione avviato da Chruščëv non lasciò alcuna traccia visibile, se si esclude qualche rara azione puramente simbolica».[32] Possiamo sapere il motivo per cui il PLA non ha immediatamente[33] attaccato la direzione sovietica grazie all’introduzione del secondo volume delle opere scelte di Hoxha:
«Il PLA non si è opposto pubblicamente alle tesi revisioniste del XX Congresso del PCUS fin dall’inizio per due motivi. In primo luogo, perché in quel momento un dibattito pubblico sarebbe stato di grande vantaggio per i nemici del comunismo, che avevano lanciato un attacco frenetico contro il marxismo-leninismo, il campo socialista e soprattutto contro l’Unione Sovietica, in quanto primo e più potente Stato socialista. In secondo luogo, perché il PLA non era ancora definitivamente convinto che N. Krusciov e il suo gruppo avessero tradito il marxismo-leninismo e sperava che la direzione sovietica si sarebbe resa conto e avrebbe corretto i propri errori. Pertanto, all’epoca, il PLA difendeva l’Unione Sovietica e il PCUS, considerandola una lotta per la difesa del socialismo, del marxismo-leninismo, dell’unità del campo socialista e del movimento comunista e operaio internazionale. Ciononostante, il PLA mantenne atteggiamenti sostanzialmente diversi dalle posizioni sovietiche per quanto riguarda gli acuti problemi internazionali»[34]
Nonostante le pressioni sovietiche, il PLA fu risoluto a seguire il corso marxista-leninista che aveva adottato e iniziò a mobilitarsi contro il revisionismo moderno denunciando la controrivoluzione ungherese e i fatti di Poznan[35] nonché il revisionismo titoista.[36]
L’URSS, notando la resistenza albanese e l’avvicinamento alla Cina[37], decise inizialmente di concedere alcune benevolenze:
«All’inizio del 1957 Mosca cancellò 422 milioni di rubli di credito e concesse a Tirana un nuovo credito di 31 milioni di rubli per rendere possibile la fine del razionamento alimentare. Più tardi, nel 1957, Mosca concesse all’Albania un nuovo prestito di 160 milioni di rubli e i satelliti dell’Europa orientale seguirono l’esempio. Nel 1958-1959 i capitali si stavano riversando in Albania da tutto il blocco così rapidamente che a volte non potevano essere assorbiti».[38]
Questo non fece arretrare di un millimetro le posizioni e l’attività rivoluzionaria del PLA che nel 1958 pubblicò «una serie di articoli che criticavano severamente le concezioni dei revisionisti, esponevano le deformazioni degli insegnamenti fondamentali del marxismo-leninismo di cui costoro erano responsabili, difendevano il partito della classe operaia e la sua funzione dirigente, la dittatura del proletariato e la via rivoluzionaria di passaggio al socialismo».[39]
Ma i vili tentativi di soggiogare il piccolo Paese balcanico non si fermarono:
«Alla fine di maggio del 1959, Kruscev visitò l’Albania per due settimane, per dimostrare quanto considerasse importante il piccolo Stato balcanico e per cercare di rendere il Paese più dipendente dall’Unione Sovietica. La direzione albanese riteneva che il motivo principale della visita di Kruscev fosse che gli americani stavano costruendo basi missilistiche in Grecia e in Turchia e che lui volesse fare lo stesso in Albania. Durante la sua visita, Kruscev fece pressione sugli albanesi non solo per migliorare le loro relazioni con la Jugoslavia, ma anche per concentrare la loro economia sulla coltivazione di agrumi piuttosto che sull’industrializzazione e sull’espansione dell’industria petrolifera».[40]
Secondo uno storico della guerra fredda:
«I problemi dell’Albania non sembrano essere stati una priorità nell’agenda di Kruscev, che raramente si è occupato personalmente dell’assistenza sovietica all’Albania. Eppure, il suo governo divenne ancora più insistente di Stalin nell’indirizzare l’assistenza sovietica all’industria leggera e all’agricoltura albanese, per la quale Mosca era disposta a fornire “anche più di quanto voi [Albania] abbiate chiesto”. Questa politica era anche in linea con la maggiore enfasi posta sull’industria leggera all’interno del processo di destalinizzazione generale, che ora sembrava essersi concentrato sulla produzione di più beni di consumo. […] In Albania, Kruscev, con la formula “lo vedremo”, respinse la maggior parte delle richieste economiche dell’Albania riguardanti gli investimenti nell’industria. Soprattutto, Kruscev ha criticato l’idea di perseguire un modello economico autarchico, ovvero che “l’Albania non dovrebbe puntare a produrre tutto”. Kruscev ha anche sottolineato l’importanza di considerare i mercati commerciali internazionali quando si decidono gli investimenti economici».[41]
In quel contesto Hoxha concluse che «In altre parole, egli voleva che l’Albania si convertisse in una colonia con un’agricoltura frutticola, al servizio dell’Unione Sovietica revisionista, come sono al servizio degli Stati Uniti d’America, le colonie di piantagioni di banane e di frutta nell’America Latina».[42]
Per questo motivo:
«La visita di Kruscev fu offuscata da un’atmosfera di sfiducia, che culminò in una partenza affrettata due giorni prima del previsto. Disgustato dall’atteggiamento paternalistico di Kruscev, Hoxha iniziò a mostrare interesse comune con i cinesi, mentre la sua sfida a Mosca diventava più pronunciata. Nell’autunno del 1959 si manifestò l’aperta ostilità della Cina alla politica estera di Mosca».[43]
Conseguentemente, il giornale Zëri i Popullit rese pubblico che il Partito era apertamente a favore delle posizioni cinesi contro l’URSS.[44]
Nel marzo del 1960 ci furono i primi sabotaggi sovietici: questi informarono gli albanesi di un’alterazione di un accordo del 1952 in base al quale i russi pagavano il 60% del costo delle tasse scolastiche e del mantenimento degli studenti albanesi che studiavano in URSS. I sovietici volevano lasciare le spese agli studenti e la replica albanese non tardò ad arrivare. Nonostante questa provocazione, il PLA non si inginocchiò, ma prese posizioni più esplicite.[45] La minaccia sovietica fu poi ritirata alla vigilia della Conferenza di Bucarest[46] il 6 giugno dello stesso anno, nel tentativo di non spingere ulteriormente l’Albania nell’orbita cinese.[47] Sfortunatamente per il PCUS «il PLA si era pienamente convinto che la direzione sovietica con a capo Krusciov era revisionista, traditrice, che i suoi punti di vista e i suoi atteggiamenti errati non costituivano deviazioni irrilevanti ma un allontanamento dal marxismo-leninismo».[48]
La Conferenza di Bucarest fu usata da Kruscev «per discutere immediatamente i dissensi sorti tra il PCUS e il PCC in base ad un documento pieno di accuse calunniose contro quest’ultimo, che fu distribuito ai partecipanti solo alcune ore prima della riunione».[49]
La delegazione albanese, guidata dal compagno Hysni Kapo, informò immediatamente il PLA degli attacchi calunniosi contro il PCC e «in nome del Partito e in base alle dettagliate direttive che gli venivano inviate ogni giorno e spesso anche due volte al giorno, attaccò Krusciov e gli altri denunciando i loro fini antimarxisti e i loro metodi da cospiratori, sostenne il Partito Comunista Cinese e si oppose alla continuazione di una simile riunione».[50]
Dopo l’affronto a Bucarest, il boicottaggio sovietico aumentò. Tra le tante azioni, il Cremlino: cancellò tutte le sovvenzioni e i crediti alla RPA, interruppe tutti gli scambi commerciali, espulse gli albanesi che studiavano in Unione Sovietica, ritirò i propri consiglieri ed escluse di fatto l’Albania dalla partecipazione all’Organizzazione del Patto di Varsavia e alle deliberazioni del COMECON.
Gli Stati dell’Europa orientale seguirono l’esempio, con l’eccezione che il commercio non fu interrotto.[51] I sovietici usarono anche la fazione pro-sovietica, capeggiata da Liri Belishova e Koço Tashko, prontamente espulsi dal Partito, per creare scissioni all’interno del PLA.[52]
Gli attacchi dei revisionisti proseguirono negli anni Sessanta del ’900:
«La direzione sovietica estese i propri attacchi anche al campo economico e culturale. Senza tener conto delle convenzioni concluse fra i governi della Repubblica Popolare d’Albania e dell’Unione Sovietica, essa diradò, e in alcuni casi sospese del tutto l’invio di merci e di attrezzature industriali in Albania. Essa respinse anche la richiesta fattale di inviare un certo quantitativo di cereali necessario ad assicurare il pane che scarseggiava a causa dell’eccezionale siccità del 1960. Ritenendo che la fame avrebbe costretto il popolo albanese a sollevarsi contro il Partito, il gruppo di Krusciov impiegò tale situazione come un mezzo di pressione per obbligarlo a sottomettersi».[53]
Malgrado i sabotaggi sovietici, al III Congresso nazionale del Partito Comunista Nord Vietnamita, tenuto ad Hanoi nel settembre del 1960, «Il delegato albanese al congresso, il ministro della Difesa generale Beqir Balluku[54], riflettendo l’intensificarsi della disputa sino-sovietica e il tentativo sovietico di rovesciare Hoxha, assunse una posizione ideologica antisovietica e filocinese molto più forte di quella assunta da Kapo all’incontro di Bucarest».[55]
Lo scontro aperto tra il PLA ed il PCUS si ebbe alla Conferenza degli 81 partiti Comunisti e Operai tenutasi nel novembre del 1960 a Mosca. Qui la delegazione albanese, guidata da Enver Hoxha, «rigettò i punti di vista controrivoluzionari circa un preteso mutamento della natura del capitalismo e dell’imperialismo nelle nuove condizioni, punti di vista sostenuti da Krusciov e gli altri revisionisti, al fine di giustificare la collaborazione con gli imperialisti americani».[56]
Oltre alla critica delle tesi del XX Congresso del PCUS e alle ingerenze in Albania, un altro punto centrale dello storico discorso tenuto da Enver Hoxha il 16 novembre 1960 fu la difesa al compagno Stalin dalle accuse dei kruscioviani:
«Si possono ammettere degli atti diversivi da parte di un partito contro un altro partito per spezzare l’unità di quest’ultimo, rovesciare la sua direzione e quella dello Stato? Mai! I dirigenti sovietici hanno accusato il compagno Stalin di essere, a loro dire, intervenuto presso altri partiti per imporre a questi i punti di vista del Partito bolscevico. Noi possiamo testimoniare che mai il compagno Stalin ha agito così con noi, che egli si è comportato in ogni occasione verso il popolo albanese e verso il Partito del Lavoro d’Albania come un grande marxista, come un eminente internazionalista, come un compagno, un fratello e un amico sincero del popolo albanese».[57]
Il coraggioso atteggiamento marxista-leninista di principio tenuto dalla delegazione albanese determinò feroci attacchi da parte dei revisionisti sovietici e di altri paesi. Di conseguenza, l’Albania cominciò a sviluppare un rapporto preferenziale con la Cina, ritenendola un Paese socialista con cui sviluppare proficue relazioni multilaterali, nonostante esistessero alcuni dissensi con la direzione del PCC:
«A Tirana, Hoxha avvertì che l’Unione Sovietica avrebbe potuto rafforzare la propria politica assertiva nei confronti dell’Albania, ma a Mosca i dirigenti cinesi avevano assicurato che “per quanto riguarda le questioni economiche, non preoccupatevi, vi assisteremo incondizionatamente”».[58]
Nonostante questo, i cinesi diedero i primi segni di tentennamento:
«La posizione del Partito Comunista Cinese alle riunioni di Bucarest e Mosca del 1960 fu caratterizzata da codardia e marcate esitazioni; non rispose all’attacco kruscioviano con lo stesso tono, ma condusse una lotta passiva; negò le accuse, ma non contrattaccò. In questa riunione la delegazione cinese applicò la tattica del “ritiro delle accuse”. Questa tattica fu particolarmente evidente nelle sessioni della commissione dei 26 partiti incaricata di redigere e modificare la dichiarazione congiunta. Nonostante la lotta tra le due linee opposte nelle file del movimento comunista e operaio fosse diventata inevitabile, il delegato cinese insistette: “Non dobbiamo dare inizio alla polemica” (dal verbale della riunione della delegazione del PLA con la delegazione cinese, Mosca, 1 ottobre 1960, PCA), “lasciamo che siano loro a fare il primo passo e noi risponderemo”. Analizzando attentamente queste posizioni, il compagno Enver Hoxha giunse alla conclusione che “i cinesi non sono intenzionati a portare la questione fino in fondo” e propose come compito immediato quello di condurre una lotta persistente contro le tesi revisioniste. La posizione dei cinesi era nell’interesse dei revisionisti kruscioviani perché, dopo la prima battuta d’arresto inaspettata a Bucarest, volevano guadagnare tempo, riprendersi e consolidare le loro posizioni. Ma la posizione militante del PLA rovinò i loro piani. Alla riunione di Mosca il revisionismo moderno subì un colpo devastante. Ciononostante, la delegazione cinese mostrò atteggiamenti opportunistici nei confronti delle valutazioni errate che rimasero nella Dichiarazione, come la valutazione del XX Congresso del PCUS, riguardo alla quale i cinesi “sostenevano” che “se non accettiamo questo, saremo noi i primi ad apparire come i responsabili della scissione” (Hysni Kapo, Opere Scelte, vol. 2, p. 645, ed. Alb.), o verso le tesi pacifiste sul sistema coloniale, sulle quali i cinesi consigliarono di “non parlare affatto”, con il pretesto che “non dovremmo metterci in opposizione ad alcuni partiti dei Paesi appena liberati”. (Dal verbale della riunione della delegazione del PLA con la delegazione cinese, Mosca, 1 ottobre 1960, PCA)».[59]
«Allo stesso tempo, i leader cinesi suggerirono all’Albania di rimanere pragmatica e di cercare di mantenere buone relazioni con i sovietici, almeno formalmente ‒ Hoxha avrebbe poi ignorato questo suggerimento. L’ultimo giorno del 1960, Hoxha decise, in una riunione del Politburo, di rendere pubblici in Albania i disaccordi albanesi-sovietici e di discuterne in tutti i comitati locali del partito».[60]
Dopo il ritorno da Mosca, gli albanesi furono invitati un’altra volta nel dicembre dello stesso anno. In realtà l’invito era la risposta alle richieste albanesi di chiudere gli accordi commerciali che erano stati lasciati a ulteriori negoziati. Ma Hoxha capì che l’Unione Sovietica voleva in realtà aprire dei colloqui a Mosca su questioni riguardanti le divergenze sovietico-albanesi. Nella loro lettera, i sovietici non fecero mistero della loro intenzione quando affermarono che «le questioni economiche sono direttamente collegate alla normalizzazione delle relazioni, che nelle condizioni attuali dovrebbero essere discusse al più alto livello delle parti e dei governi».[61] Per questa ragione l’invito fu respinto. I sovietici risposero con il ritiro degli specialisti del settore petrolifero nel gennaio del 1961 con tanto di sabotaggi delle strutture prima della partenza.[62]
Al IV Congresso del PLA, tenuto nel febbraio del 1961, i toni nei confronti dell’URSS furono più conciliatori. Questo per via del messaggio portato da Li Xiannian, a capo della delegazione cinese, direttamente da Mosca che voleva un “Congresso di amicizia” tra l’Albania e l’Unione Sovietica.[63]
Nel Congresso, il ruolo dell’URSS nella storia del movimento comunista fu evidenziato e celebrato ma, nonostante le parole apparentemente amichevoli, fu messa in guardia la lotta contro il revisionismo[64]:
«I dirigenti albanesi non fecero alcuna concessione ideologica all’Unione Sovietica durante il Congresso; e, secondo un rapporto successivo del principale delegato sovietico al Congresso, Petr Pospelov: “Durante l’ultimo congresso del Partito del Lavoro d’Albania abbiamo riscontrato una serie di evidenti casi di attacchi diretti antisovietici da parte di importanti funzionari albanesi, casi di atteggiamento umiliante e ostile nei confronti dei nostri specialisti, geologi e marinai sovietici.”»[65]
Come ribadì Hoxha dalla tribuna del Congresso:
«Nel lavoro ideologico del Partito, lo studio dei classici del marxismo-leninismo e della storia del nostro Partito, la lotta per smascherare l’imperialismo, la conoscenza e lo studio della tattica e della strategia del movimento comunista internazionale, la lotta contro il revisionismo moderno e, in particolare, contro il revisionismo jugoslavo, hanno occupato un posto importante».[66]
Il motivo delle “belle parole” nei confronti dell’Unione Sovietica viene spiegato nell’introduzione al 20º volume delle opere complete di Enver Hoxha:
«Il IV Congresso del PLA fu un altro potente colpo contro le concezioni antimarxiste, l’attività e gli obiettivi ostili dei revisionisti moderni. I capi revisionisti sovietici e i loro seguaci speravano che il IV Congresso del PLA non avrebbe approvato l’operato della delegazione del PLA all’Incontro di Mosca del novembre 1960, sognavano che la direzione venisse isolata dalle masse del Partito e che gli eventi si volgessero a loro favore. Con questi intenti sabotatori e complottisti, erano giunti al IV Congresso del PLA le delegazioni del PCC del PCUS e di alcuni altri partiti. Ma accadde esattamente il contrario. Il IV Congresso del PLA, approvando all’unanimità il rapporto storico tenuto dal compagno Enver Hoxha, nonché l’attività della delegazione del PLA all’Incontro di Mosca degli 81 Partiti comunisti e operai, dimostrò l’unità d’acciaio del Partito del Lavoro d’Albania, la sua maturità, il coraggio e l’eroismo marxista-leninista, il suo spirito combattivo. Esso espresse la ferma e inflessibile determinazione a procedere sempre lungo la giusta via marxista-leninista del Partito. Nel suo IV Congresso, il PLA si mostrò misurato e non portò alla luce pubblica l’attività revisionista dei dirigenti revisionisti sovietici e dei loro seguaci. Ma diede la risposta che meritavano alle azioni antimarxiste e complottiste degli inviati della direzione revisionista sovietica e dei loro servi. I delegati del Congresso, mantenendo la calma, misero con le spalle al muro i provocatori e si unirono pienamente non solo al rapporto del Comitato Centrale, ma anche alle discussioni dei dirigenti del Partito e degli altri delegati del Congresso, che avevano tutti lo stesso spirito di unità ideologica e organizzativa marxista-leninista, proprio come il rapporto».[67]
Dopo il rifiuto di Hoxha di incontrare i sovietici nel dicembre dell’anno precedente, i kruscioviani mandarono una delegazione al IV Congresso del PLA. Possiamo riassumere la vicenda con il seguente passaggio:
«A Tirana, Hoxha ricevette Piotr Pospelov, Yuri Andropov e l’ambasciatore sovietico a Tirana Josif Shikin al termine del congresso, il 20 febbraio 1961. Purtroppo questo incontro fu inutile come tutti gli incontri tra i dirigenti albanesi e sovietici dal confronto di Bucarest dell’anno precedente. In questa occasione, i sovietici ricordarono a Hoxha il ruolo di Krusciov come loro dirigente e che per migliorare le relazioni con l’Unione Sovietica Hoxha avrebbe dovuto migliorare le sue relazioni con Krusciov. Hoxha, invece, ha dichiarato che “l’Albania voleva andare avanti con la questione […] risolvere queste relazioni in un processo graduale e lungo […] solo attraverso una via marxista, non altre vie”. Significativamente, Hoxha ha detto che è con gli attuali dirigenti che l’Albania potrebbe migliorare le relazioni, nominando per primo Krusciov, spingendo Andropov a menzionare per la prima volta che anche l’Unione Sovietica “vuole che questa amicizia sia con il compagno Hoxha, il compagno Shehu […]”. In questo modo, i dirigenti sovietici, per necessità, stavano appoggiando la direzione di Hoxha. All’insistenza sovietica sulla visita di Hoxha a Mosca per ridiscutere le questioni economiche, per le quali esistevano già degli accordi, Hoxha rifiutò sostenendo che se le condizioni dell’accordo fossero state violate, l’Unione Sovietica ne sarebbe stata responsabile. L’incontro si risolse quindi in un’altra situazione di stallo, il mezzo appoggio sovietico arrivò troppo tardi, e senza sufficiente sincerità, per Hoxha».[68]
Nella discussione con la delegazione sovietica Hoxha avrà modo di dire questo:
«È un dato di fatto che attualmente abbiamo dei disaccordi con la direzione dell’Unione Sovietica. Questo è chiaro. Quando si è presentata l’occasione, vi abbiamo espresso le nostre critiche con franchezza, proprio come ci insegna il nostro Partito, proprio come ci ha insegnato Lenin. Tuttavia il fatto è che queste critiche sono state viste in modo distorto da parte vostra, le avete prese male. […] Ma queste divergenze che esistono tra i nostri partiti devono essere risolte? Noi pensiamo che vadano assolutamente risolte, ma solo in modo marxista-leninista. Per noi non c’è altro modo. Questo è nell’interesse del nostro Partito e del nostro popolo, così come nell’interesse del Partito Comunista e dei popoli dell’Unione Sovietica e dell’intero movimento comunista internazionale. […] Le istruzioni che il Comitato Centrale del nostro Partito ci ha dato sono che dobbiamo marciare avanti, sulla strada marxista-leninista. Per noi non c’è altra strada. Voi potete avere la vostra opinione, ma anche noi abbiamo la nostra. La nostra opinione è che le divergenze sorte tra i nostri due partiti non possono essere risolte in un giorno. Sarebbe illusorio pensare che possano essere risolte in un giorno. Pertanto, dobbiamo mettere in atto la nostra volontà comune e risolvere i disaccordi gradualmente, nel modo corretto marxista-leninista, in completa uguaglianza. Questo è il modo in cui devono essere superati».[69]
Ma Pospelov, nel suo discorso al XXII Congresso del PCUS dell’ottobre del 1961, affermerà quanto segue:
«Abbiamo chiesto ai compagni albanesi di adottare le misure necessarie per ripristinare lo spirito di amicizia e cooperazione, nel rispetto dei principi del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario. […] dopo questo episodio, hanno intensificato ulteriormente le loro attività dietro le quinte, anti-leniniste e ostili all’Unione Sovietica, continuando nel frattempo a proclamare pubblicamente la loro presunta amicizia con il mondo sovietico e il PCUS».[70]
Se i rapporti con l’URSS stavano deteriorandosi, al contrario in quello stesso periodo si stavano intensificando quelli con la Cina.[71] Mosca da parte sua, in una nota consegnata il 25 aprile 1961, informò Tirana che gli specialisti sovietici sarebbero stati ritirati a causa dell’“atteggiamento ostile” e delle “pressioni” esercitate dall’Albania nei loro confronti e che le relazioni albanesi-sovietiche “d’ora in poi” sarebbero state “su una nuova base”.[72] Allo stesso tempo, come uno schiaffo all’Albania, fu firmato un accordo commerciale a lungo termine tra l’Unione Sovietica e la Jugoslavia che prevedeva il raddoppio del commercio sovietico-jugoslavo entro il 1965 rispetto al livello del 1960.[73] Nel giugno del 1961, la tensione raggiunse un punto culminante: dopo una serie di provocazioni, gli albanesi costrinsero i sovietici a lasciare la base navale di Vlora per impedire quello che stava per diventare un vero e proprio piano di conquista dell’Albania.[74]
Nel XXII Congresso del PCUS (ottobre 1961) il PLA ed Enver Hoxha vennero attaccati pubblicamente da Krusciov con le peggiori infamie.[75] Il PLA dovette rispondere a tutte le calunnie sparse dal revisionismo sovietico che per ritorsione ruppe le relazioni diplomatiche con il partito albanese.
«Nel suo rapporto al Congresso, egli [Krusciov] giunse al punto di tacciare la direzione del PLA di “agente dell’imperialismo”, “venduta per 30 denari” e di incitare i comunisti albanesi e il popolo albanese alla controrivoluzione! La direzione revisionista sovietica mirava a sollevare contro il PLA la totalità dei delegati al Congresso e tutti i rappresentanti dei partiti comunisti e operai del mondo. […] Intanto Zhou Enlai, che cappeggiava la delegazione cinese al Congresso sovietico, criticò sì l’attacco aperto contro il PLA, ma solo per quello che riguardava il metodo seguito da Krusciov, metodo che sbandierava al nemico i dissensi tra i partiti, e non disse nemmeno una parola in difesa degli atteggiamenti corretti e della giusta linea del PLA. Egli chiese che la polemica fosse cessata proprio nel momento in cui il gruppo revisionista di Krusciov aveva brutalmente attaccato il PLA, che difendeva con risolutezza il marxismo-leninismo. La cessazione della polemica in quelle circostanze andava solo a vantaggio del revisionismo moderno. L’atteggiamento di Zhou Enlai dimostrava che la direzione cinese tentennava, che non era per la lotta risoluta contro il revisionismo kruscioviano. […] Nel suo discorso del 7 novembre 1961 il compagno Enver Hoxha aveva espresso molto chiaramente i sentimenti del popolo albanese e la sua decisione di procedere sulla via del socialismo senza spaventarsi delle difficoltà e degli ostacoli. “[…] Il popolo albanese e il suo Partito del Lavoro, egli rilevava, vivranno anche di sola erba se sarà necessario, ma non si venderanno mai per ‘trenta denari’; essi preferiscono morire in piedi e nell’onore che vivere nella vergogna e in ginocchio”»[76]
Occorre precisare che quanto detto dal PLA su Zhou Enlai non era infondato e già in questo frangente possiamo notare le differenze di atteggiamento tra i due Partiti:
«Inoltre, quando l’ambasciatore sovietico a Pechino, Chervonenko, disse a Liu Shaoqi che l’Unione Sovietica avrebbe voluto invitare l’Albania a partecipare al ventiduesimo congresso del PCUS previsto per l’ottobre 1961, Hoxha rifiutò l’invito ‒ nonostante i dirigenti cinesi avessero accolto con favore questa iniziativa. Durante il congresso del PCUS, Zhou Enlai discusse con Kruscev il problema dell’Albania e difese il suo alleato dagli attacchi che Kruscev aveva fatto nel suo discorso. Per Zhou, “a prescindere dai molti errori albanesi […]” era stato ingiusto interrompere l’assistenza all’Albania. Per quanto sincero potesse essere il tentativo di allentare la tensione tra Tirana e Mosca, le accuse di Zhou Enlai a Kruscev sugli “errori” albanesi suonarono sgradevoli quando giunsero alle orecchie di Hoxha. Quando l’ambasciatore cinese a Tirana, Lo Shigao, informò Hoxha degli incontri di Zhou Enlai a Mosca, Hoxha reagì negando qualsiasi “errore” nei confronti dell’Unione Sovietica. L’ambasciatore cinese si ritirò, affermando che il documento era stato tradotto male».[77]
«Al 22° Congresso del PCUS, Krusciov attaccò pubblicamente e con grande ferocia il Partito del Lavoro d’Albania. Anche la posizione opportunista della leadership cinese emerse apertamente e pubblicamente. Zhou Enlai, capo della delegazione cinese, non rispose all’attacco con un altro attacco, ma si limitò a una critica, descrivendo come scorretta solo la manifestazione pubblica delle contraddizioni tra i due partiti, e dal podio di quel congresso chiese di porre fine alle polemiche! La tendenza a mettere a tacere le cose, i “consigli” e gli appelli a porre fine alle polemiche aperte costituiscono la caratteristica principale delle posizioni cinesi in questa fase. Stava diventando chiaro che la leadership cinese non era favorevole a una lotta risoluta e di principio contro i revisionisti kruscioviani. Lo giustificava con il suo presunto obiettivo di “evitare una rottura dell’unità” e di non permettere a Krusciov di passare agli imperialisti e “capitolare davanti a loro, perché sono coinvolti i popoli sovietici”! In risposta alla posizione opportunista cinese, il PLA lanciò lo slogan rivoluzionario: “La polemica non deve cessare in alcun modo. Fuoco fino alla fine contro i revisionisti sovietici!”».[78]
Avendo ripercorso brevemente la storia delle relazioni tra l’Albania socialista e l’URSS revisionista possiamo chiosare con queste parole di Enver Hoxha:
«La vera causa [della rottura delle relazioni diplomatiche] va ricercata nelle posizioni revisioniste di Kruscev e nei suoi sforzi antimarxisti di imporle agli altri partiti con ogni mezzo […] allo scopo di mettere a tacere il nostro Partito, di sottometterlo e di dare una lezione a chiunque osasse opporsi a lui, Kruscev ha esteso i disaccordi ideologici al campo delle relazioni statali e ha cominciato a comportarsi con la RPA come con un Paese nemico […] egli mira a intimidire e a sottomettere il PLA, a spostarlo dalle sue posizioni rivoluzionarie marxiste-leniniste, a scuotere la fiducia del nostro popolo nel PLA e nella sua direzione, a turbare i sentimenti di amicizia del popolo albanese nei confronti dell’Unione Sovietica […] Ma Kruscev sta tentando invano. Non raggiungerà mai questi obiettivi. Il popolo albanese è legato al proprio Partito come la carne alle ossa, perché dall’esperienza della vita stessa si è convinto della saggia direzione del PLA, della sua linea corretta, della sua sconfinata lealtà alla causa del popolo e del socialismo, della sua politica di sincera amicizia con l’Unione Sovietica. Sotto la guida del PLA, il popolo albanese ha ottenuto vittorie storiche nel corso di questi 20 anni: ha liberato il Paese dagli invasori fascisti e ha instaurato il potere statale del popolo, ha ricostruito il Paese devastato dalla guerra, ha liquidato la secolare arretratezza e ha ottenuto grandi successi nella costruzione della società socialista […] Il nostro Partito sta combattendo per una grande causa, per la verità del marxismo-leninismo […] Su questa strada, marciando spalla a spalla con i partiti marxisti-leninisti fratelli e con i popoli fraterni dei Paesi socialisti, nonché con tutte le forze rivoluzionarie del mondo, il nostro Partito e il nostro popolo otterranno una vittoria completa sui nemici imperialisti e revisionisti. Il marxismo-leninismo non può essere sconfitto! Il socialismo e il comunismo trionferanno!»[79]
IL PERIODO DELL’“ETERNA AMICIZIA SINO-ALBANESE” (1961-1969)
L’avvicinamento alla Cina, nonostante fosse una ventata d’aria fresca, data la situazione che si era creata con l’URSS, non partì nel migliore dei modi. Prima di procedere nell’esame storico è importante tenere conto del rilevante aiuto internazionale che l’Albania offrì alla Cina, non solo nella polemica sino-sovietica:
«Il Partito del Lavoro d’Albania ha compiuto molteplici sforzi per difendere fermamente e apertamente la Cina sull’arena internazionale, sebbene su parecchie questioni le sue concezioni di principio fossero diverse da quelle cinesi. Tale fu la lotta diplomatica, lunga e tenace, che l’Albania socialista condusse per il ripristino dei diritti legittimi della Repubblica Popolare di Cina alle Nazioni Unite, che le erano negati dall’imperialismo americano e dai suoi alleati».[80]
«Il 6 luglio 1963 Hysni Kapo, uno dei segretari del Comitato centrale del PLA, durante un incontro avuto con l’allora ambasciatore cinese a Tirana Luo Shigao “a distanza di pochi mesi dalla conclusione del conflitto sino-indiano, esternò l’appoggio completo dell’Albania a questo conflitto”.[81] Contemporaneamente, si concretizzò l’azione diplomatica albanese in favore alla Cina sul campo internazionale. L’Albania, che era membra dell’ONU dal 1955, si fece carico, durante la seduta dell’autunno del 1963, di “appoggiare la Cina per quanto riguardava il conflitto sino-indiano e la situazione di Taiwan”. Non solo, l’Albania si fece carico di un importante compito nei confronti del suo alleato, “quello di rendere la Cina un membro a tutti gli effetti all’interno dell’ONU. Per questo motivo, il viceministro albanese degli Affari Esteri Vasil Nathanaili scrisse il 23 settembre 1963 all’ambasciatore albanese nell’ONU” chiedendo che venisse emesso un protocollo per sponsorizzare la Cina all’interno dell’organizzazione. “La seduta per la Cina in seno all’ONU, iniziata dall’Albania, durò sei giorni, dal 16 ottobre al 22 ottobre. Il 21 ottobre ebbe luogo la votazione riguardo la risoluzione albanese il cui esito vide 42 Stati favorevoli, 57 contrari e 12 astenuti”».[82]
Il processo del sostegno politico e diplomatico internazionale dell’Albania alla Cina fu prolungato e ampio:
«Dopo la rottura sino-sovietica e sovietico-albanese, tuttavia, l’Albania si è attivata per utilizzare le Nazioni Unite come palcoscenico da cui far sentire la propria voce sulle relazioni internazionali e sulla divisione del mondo in sfere di influenza tra superpotenze. Come ha osservato uno studioso, durante la Guerra Fredda le Nazioni Unite erano “l’arena più appariscente e più pubblicizzata”. La voce dell’Albania in questa arena è diventata ancora più forte dopo il 1961, quando si è consolidata l’alleanza con la Cina. Rappresentare la Cina aveva anche molti vantaggi per l’Albania. Oltre all’assistenza cinese ricevuta per il suo ruolo l’Albania ha acquisito una certa notorietà sulla scena internazionale di cui non godeva da almeno quattro secoli. Inoltre, l’Albania ha cercato di posizionarsi come portabandiera della lotta di liberazione delle nazioni in tutti i continenti, sostenendo con forza il processo di decolonizzazione. Questo processo ha contribuito enormemente ad aumentare, anno dopo anno, il sostegno alla Cina in seno alle Nazioni Unite. I nuovi Stati divennero così numerosi che, a un certo punto, l’ambasciatore albanese notò come l’ONU si fosse trasformata in una “mostra mondiale”. Questo attivismo dell’Albania tornò utile alla Cina, che utilizzò la rete che l’Albania aveva costruito all’interno dell’ONU, e non solo, per promuovere le proprie politiche e, alla fine, anche per entrare a far parte delle Nazioni Unite. […] La rete diplomatica albanese divenne quasi l’unico canale per trasmettere la voce della Cina nelle organizzazioni internazionali. […] Sebbene la Cina non si sia affidata esclusivamente all’Albania per promuovere i propri interessi nei forum in cui non era rappresentata, l’Albania è rimasta il promotore più attivo della Cina fino ai primi anni Settanta. La prima volta che l’Albania presentò una risoluzione in favore della Cina alle Nazioni Unite fu nell’ottobre 1963, insieme a molti Stati africani e asiatici».[83]
Alcuni storici borghesi, già nel secolo scorso, notarono delle differenze tra i due Partiti:
«Nelle fasi formative dell’alleanza, si presumeva che vi fosse un alto grado di congruenza ideologica tra Tirana e Pechino. Questa percezione è stata rafforzata dai pronunciamenti pubblici albanesi e cinesi che hanno sottolineato la presunta esistenza di un’identità di punti di vista e di vedute tra loro. Sebbene vi fosse effettivamente un consenso di base su questioni importanti, un’indagine più approfondita delle posizioni ideologiche albanesi e cinesi rivela che, almeno fino alla metà degli anni Sessanta, vi erano state alcune notevoli differenze tra Tirana e Pechino».[84]
Durante il periodo 1961-1963, la RPC era apparentemente ancora interessata a raggiungere un compromesso con l’Unione Sovietica e ad evitare una rottura completa. Attenendosi alla tattica di un “fronte unito” insieme all’URSS contro l’imperialismo statunitense[85], Pechino era riluttante ad avviare polemiche pubbliche.[86]:
«Dopo che la leadership cinese fallì nel proprio tentativo aperto di fermare le polemiche, le sue richieste di riconciliazione con i kruscioviani divennero molto insistenti, specialmente durante il 1963. Sebbene il momento richiedesse di trovare i metodi più efficaci per combattere con fermezza il revisionismo, Mao Zedong e compagni sprofondarono sempre più nel pantano dell’opportunismo. Le loro posizioni assunsero un carattere eclettico accentuato e si espressero in slogan apertamente conciliatori e demagogici. Dietro slogan come “dobbiamo prendere l’iniziativa”, “tenere alta la bandiera dell’unità”, ecc., la leadership cinese, alle spalle del PLA e senza consultarlo, arrivò al punto di proporre ai capi del Cremlino un incontro “per appianare le divergenze”! Giocando con la filosofia maoista, come “Così abbiamo due mani da usare con i compagni che sbagliano: una per portare avanti la lotta e l’altra per cercare l’unità.”[87], la leadership cinese si spinse ancora più lontano sulla propria strada opportunista. Lanciò lo slogan della creazione di “un fronte antimperialista che includesse i revisionisti”. Questa era la direzione verso cui si stava dirigendo il PC cinese».[88]
Il PCC chiese a Tirana di mettere a tacere le sue polemiche con Mosca. Il PLA rispose a tono:
«Il Comitato Centrale del nostro Partito, nella sua lettera, sottolinea di essere pienamente convinto che anche gli altri partiti fratelli comprenderanno correttamente la situazione, compresi quei partiti che ancora non hanno le idee chiare. “Parlando del percorso che deve essere seguito come passo per preparare il terreno alla risoluzione delle divergenze esistenti all’interno del campo socialista e alla normalizzazione delle relazioni albano-sovietiche non si tratta di soddisfare il nostro ‘orgoglio nazionale’, ma di ristabilire e difendere i principi leninisti delle relazioni tra i partiti fratelli e tra i Paesi socialisti. La mancata condanna dei metodi e delle azioni antimarxiste di N. Kruscev, che si sono manifestate nel modo più aperto e brutale nel suo atteggiamento verso il Partito del Lavoro d’Albania e la Repubblica Popolare d’Albania, non solo non offre alcuna garanzia che queste non si ripeteranno in futuro contro qualsiasi altro partito fratello o Paese socialista, ma al contrario lo incoraggia a proseguire ulteriormente sulla sua pericolosa strada, causando danni ancora maggiori alla nostra unità. Questo è, in linea generale, il contenuto della lettera che il Comitato Centrale del Partito del Lavoro d’Albania ha inviato nel mese di aprile di quest’anno al Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, in cui si esprime chiaramente la posizione del nostro Partito riguardo alla questione dell’unità”».[89]
Tuttavia, su suggerimento della Cina, nella primavera del 1962, gli albanesi cessarono temporaneamente di nominare Kruscev, senza però affievolire la lotta al revisionismo:
«Tenendo conto delle espressioni di desiderio da parte di alcune parti che si trovano in posizioni marxiste-leniniste corrette, il nostro Partito ha accettato che in un primo periodo si interrompessero le critiche e gli attacchi pubblici sulla stampa e alla radio contro N. Kruscev. Anche senza menzionare temporaneamente il nome di questo revisionista, le posizioni del nostro Partito sono oggi così forti che questo non ci causa alcun danno. Questa sarà anche una prova per vedere se N. Kruscev riconoscerà i propri gravi errori nei confronti del movimento comunista internazionale e del Partito e del nostro Paese. Ma noi, compagni, siamo convinti che N. Kruscev non ammetterà i propri errori, non farà autocritica, non tornerà sulla retta via e non abbandonerà la propria linea revisionista. Tuttavia, tanto peggio sarà per lui, perché sarà smascherato ancora di più agli occhi dei comunisti di tutto il mondo come nemico dell’unità, come divisore del campo socialista e del movimento comunista internazionale, mentre il nostro Partito rafforzerà ulteriormente le proprie posizioni nel movimento comunista e operaio internazionale, che vedrà chiaramente chi è per l’unità marxista-leninista autentica e chi mina questa unità».[90]
Nella loro lettera del 7 aprile 1962 alla direzione sovietica, i capi cinesi dichiararono:
«Speriamo sinceramente che i compagni sovietici e i compagni albanesi compiano entrambi passi positivi per eliminare le proprie divergenze e ripristinare le normali relazioni tra i due Partiti e i due Paesi. A questo proposito, sembra necessario che i compagni sovietici prendano l’iniziativa».[91]
Il PCC stava cercando di attenuare sempre più la lotta ideologica contro i revisionisti sovietici accogliendo le proposte[92] avanzate dai partiti indonesiano, vietnamita e neozelandese per “appianare i dissensi e rafforzare l’unità del campo socialista”. La posizione del PLA fu inflessibile:
«Accettiamo uno scambio di delegazioni con il Partito Comunista Cinese, ma non muteremo minimamente la nostra posizione riguardo la riunione che si propone debba aver luogo con i revisionisti sovietici. La via che ci vogliono far imboccare i compagni cinesi è sbagliata, è una via tentennante, opportunista e di cedimenti nei confronti del gruppo traditore di Krusciov, il quale si trova in una situazione grave e ricorre a intrighi per salvarsi dalla disfatta. I compagni cinesi gli tendono la mano per tirarlo fuori dal pantano, gli danno la possibilità di rafforzare le sue posizioni e di attaccare di nuovo».[93]
Nel giugno del 1962, su richiesta cinese, la delegazione albanese, guidata da Hysni Kapo, incontrò i dirigenti cinesi, con i quali si svolsero diversi incontri per discutere principalmente di questioni ideologiche e più nello specifico delle relazioni sovietico-albanesi. Deng Xiaoping, riprendendo il consiglio di Chervonenko del marzo 1962[94], cercò di convincere l’Albania ad affievolire le tensioni con l’URSS anche in vista della proposta dei sovietici di partecipare alla riunione dei Partiti Comunisti a Mosca nello stesso mese. Deng, non riuscendo a convincere la delegazione albanese, cambiò posizione e rafforzò invece la frattura con l’Unione Sovietica, affermando che Mosca aveva commesso errori di “sciovinismo da grande Stato” sia con la Cina che con l’Albania.[95] Deng cercò di accreditare la Cina come sostenitrice dell’Albania contro i sovietici, e difese anche Stalin dagli attacchi sovietici.[96] Inoltre, «affermò che l’Unione Sovietica “persegue la tattica di convincere la Cina […] a emarginare l’Albania” per poi normalizzare le relazioni sino-sovietiche.»[97]
Deng continuò ad insistere per partecipare alla riunione dei partiti comunisti mondiali, dove la Cina, a suo dire, avrebbe dovuto esprimere le proprie opinioni su questioni che le erano state impedite in passato affermando che Pechino stava pagando un certo prezzo per mantenere il proprio sostegno all’Albania. Peng Zhen rafforzò le argomentazioni di Deng affermando che un incontro dopo la Conferenza di Mosca sarebbe stato l’occasione per parlare ai partiti comunisti dei Paesi capitalisti, «dove la Cina non ha una rappresentanza diplomatica».[98]
Kapo difese la linea albanese rispondendo che il PLA era già diventato un punto di riferimento per i Partiti Comunisti occidentali. Il PLA intendeva continuare lo scontro contro il revisionismo moderno cercando anche di coinvolgere i gruppi rivoluzionari all’interno dei Partiti Comunisti.[99] Hoxha incaricò Kapo di chiarire che l’Albania considerava questa una questione di principio primaria per il movimento comunista internazionale, perché «se avessimo preso in considerazione il potenziale economico e politico di Kruscev [Unione Sovietica] […] allora non avremmo dovuto aprire alcuna disputa con lui per due secoli a venire […] ma la nostra posizione deve essere all’avanguardia, non dietro le linee».[100] Hoxha informò anche Kapo che presto avrebbe aperto la nuova sessione del parlamento con un attacco al revisionismo sovietico ‒ un passo che andava contro il suggerimento di Deng di essere moderati nella polemica verso i sovietici. Infine, nonostante l’ostinazione dimostrata dalla delegazione albanese nei confronti di Deng Xiaoping, Zhou Enlai cercò di convincere l’Albania a partecipare al proposto incontro dei partiti comunisti, ma senza successo.[101]
I “primi” tentennamenti cinesi furono prontamente notati dal segretario del PLA:
«Tutti gli sforzi dei compagni cinesi ora tendono essenzialmente a convincerci di rinunciare alle condizioni che abbiamo posto per la riunione, di farci partecipare a quella che prepareranno, naturalmente, sovietici e cinesi. I motivi su cui poggia questa loro insistenza sono infondati, mancano di forza e hanno un marcato spirito opportunistico. I compagni cinesi appaiono esitanti, hanno paura della lotta contro i revisionisti, sopravvalutano le forze del nemico e sottovalutano le nostre e quelle del comunismo internazionale. Cercano di giungere a qualche compromesso. Il nostro atteggiamento risoluto li ostacola, perciò si trovano in imbarazzo. […] In questa situazione, la Cina segue una via centrista, esita. Noi non ci sposteremo di un pelo dalle nostre giuste posizioni di principio. I compagni avevano e hanno una chiara visione della situazione; ho inviato loro anche alcuni radiogrammi in merito. Vedremo come agiranno i cinesi. Se non mutano posizione in questa importante questione tattica, allora non riusciremo ad intenderci. Essi debbono pensarci su».[102]
Nel luglio 1962 Hoxha avrebbe criticato l’atteggiamento della direzione del PCC nelle seguenti riflessioni:
«Il compagno Hysni ci ha riferito dei colloqui avuti a Pechino. I compagni cinesi hanno ricevuto molto bene i nostri e si sono espressi calorosamente nei riguardi del nostro Partito e del nostro popolo. La cosa principale che scaturisce dai colloqui è che, sulle questioni di principio riguardanti i problemi politici e ideologici, la direzione cinese ha gli stessi punti di vista del nostro Partito. A proposito del revisionismo moderno, del gruppo titino, del gruppo di Krusciov e dei loro zelanti seguaci, sono state espresse opinioni e valutazioni identiche alle nostre. La grande pericolosità di questi gruppi revisionisti e del revisionismo moderno in generale è valutata allo stesso modo. L’assoluta necessità di lottare contro di essi è stata rilevata con forza sia da parte nostra che da parte loro. Questo è molto importante. Tuttavia nelle tattiche della lotta contro i revisionisti, a detta dei cinesi, esistono, delle sfumature. Nella linea cinese si riscontrano rilevanti tendenze, all’ammorbidimento, alla paura e alla passività. I compagni cinesi spiegano questo in poche parole con il fatto che il gruppo di Krusciov è economicamente e militarmente forte e poggia sul prestigio dell’Unione Sovietica e del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. […] Perciò, secondo i cinesi, dovremmo accettare un’unità anche formale, inalberare questa bandiera e creare il fronte antimperialista anche con i revisionisti. Sulla questione della conferenza, i compagni cinesi erano indecisi e piuttosto propensi a parteciparvi. Hanno cercato di convincerci, dicendo che dovevamo recarvici anche noi per lottare ecc. ecc. In una parola, nelle nostre tattiche ci sono delle differenze, ma noi non ci muoveremo dalle posizioni che abbiamo e che, nelle circostanze nostre e in quelle internazionali, sono giuste e rivoluzionarie. Questo lo riconoscono anche i compagni cinesi, i quali non hanno mosso alcuna critica alle nostre posizioni. Sarà quindi il tempo a dimostrare chi ha ragione, ma quel che conta è che sulle questioni principali siamo d’accordo. Il nemico cerca di isolarci dalla Cina. Dobbiamo evitare questa trappola, dobbiamo mostrarci ponderati ed attenti nei nostri rapporti con il Partito Comunista Cinese, rafforzare i nostri legami e la nostra collaborazione con esso, poiché il Partito Comunista Cinese si mantiene su giuste posizioni di principio, è nostro amico, ci sostiene e ci aiuta. L’importanza del Partito Comunista Cinese per il comunismo internazionale è colossale. Noi dobbiamo tener presente nel nostro lavoro queste considerazioni particolarmente importanti e lo faremo senza violare alcun principio e senza fare concessioni. Io ritengo che i compagni cinesi rifletteranno più profondamente sulle nostre posizioni. Anche noi dobbiamo studiare con attenzione i dati e le considerazioni del Partito Comunista Cinese. È ancora presto per poter considerare esaurita la questione. Ritorneremo spesso su questi problemi di capitale importanza».[103]
I dirigenti cinesi sapevano delle divergenze con l’Albania e che il PLA non avrebbe nascosto le sue opinioni:
«Parlando del revisionismo moderno, [Li Xiannian] ha detto che fra il Partito del Lavoro d’Albania e il Partito Comunista Cinese esistono delle contraddizioni (senza però specificarle), ma che essi sono d’accordo per quel che riguarda la linea generale. […] Quanto alle contraddizioni, sarebbe più giusto che dicesse che abbiamo divergenze con loro in materia di tattica, e questo essi lo sanno, non glielo abbiamo nascosto. Noi non possiamo seguire ciecamente il Partito Comunista Cinese nelle sue azioni, nelle forme e ai ritmi con cui sono condotte».[104]
All’inizio di luglio del 1963, Hysni Kapo incontrò a Tirana l’ambasciatore cinese Lo Shigao e chiese un impegno di sostegno congiunto per tutti i comunisti nel mondo che si sarebbero uniti alla lotta sino-albanese contro l’imperialismo e contro il revisionismo moderno. Ovviamente il momento scelto dimostrava la volontà dell’Albania di mettere alla prova le intenzioni dei leader cinesi. I dirigenti albanesi erano a conoscenza dei colloqui bilaterali tra il PCC ed il PCUS, iniziati a Mosca lo stesso giorno in cui Hysni Kapo incontrò a Tirana l’ambasciatore cinese. Gli albanesi «hanno avuto ragione a dubitare della convinzione cinese nei confronti dell’Unione Sovietica, poiché la risposta cinese all’iniziativa albanese è arrivata l’ultimo giorno dei colloqui bilaterali a Mosca».[105] Il fallimento dei colloqui sino-sovietici[106] del luglio 1963 e la firma del Trattato per la messa al bando parziale degli esperimenti nucleari nel luglio 1963 tra Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna, portarono a un deterioramento delle relazioni tra Pechino e Mosca. Sia Pechino che Tirana denunciarono aspramente Mosca, accusando l’Unione Sovietica di aver stretto un’alleanza con gli Stati Uniti per preservare il monopolio nucleare della superpotenza.[107] Dopodiché la Cina iniziò a pubblicare diversi testi dove si denunciava la restaurazione del capitalismo in URSS, di fatto intensificando le tensioni tra i due Paesi. L’Albania accolse gli articoli cinesi pubblicandone diversi, usciti dal settembre 1963 fino al luglio del 1964.[108]
È importante però precisare che le critiche mosse dai cinesi sembravano essere fatte puramente per motivi formali, senza essere basate su posizioni marxiste-leniniste e soprattutto senza la collaborazione dell’alleato albanese.
Lasciamo al lettore l’intero estratto delle considerazioni di Enver Hoxha al riguardo, a dimostrazione della sua attenta analisi e fedeltà al marxismo-leninismo:
«I cinesi, con brevi articoli, continuano a render noti, al loro popolo e al loro partito, gli insulti e gli attacchi che a varie riprese i revisionisti moderni hanno rivolto alla direzione cinese. Pongono anche in risalto gli elogi che il capitalismo mondiale tributa a Krusciov e alla sua linea di tradimento. Questo è affar loro. Però, d’altra parte, essi non mettono al corrente il popolo cinese delle posizioni del Partito del Lavoro d’Albania che difende il marxismo-leninismo, che denuncia la linea di tradimento di Krusciov e soci e difende la Cina e il suo Partito Comunista. I compagni cinesi non hanno una visione corretta della questione. Insistono nella loro vecchia tattica, nell’atteggiamento che hanno assunto al 22° Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Questa tattica non sta più in piedi, è anacronistica e nociva per il movimento comunista. Il fatto che i compagni cinesi non pubblichino sulla loro stampa gli articoli di “Zëri i Popullit” sta a dimostrare che hanno paura. Così essi si mostrano titubanti in questa questione, il che non è giusto, è contrario ai principi. I compagni cinesi non procedono al passo con gli avvenimenti e con i tempi. Se pensano di non pubblicare i nostri articoli per non dare credibilità alla calunnia di Krusciov secondo cui gli albanesi sarebbero strumenti della Cina, questo è assurdo, poiché nulla impedisce ai revisionisti kruscioviani di servirsi di questo modo d’agire dei cinesi a loro vantaggio, cercando di screditarci e soprattutto di presentare la nostra giusta posizione come isolata. In questo senso la Cina li aiuta con gli atteggiamenti che assume. Se la Cina non pubblica i nostri articoli, ritenendo di mettere in una posizione difficile gli altri partiti fratelli, come quelli di Corea, d’Indonesia e del Vietnam, che non hanno ancora assunto pubblicamente un atteggiamento in difesa della Cina, anche questo non è giusto tatticamente. Secondo la tattica cinese noi dobbiamo fare dei passi indietro, allinearci alle posizioni dei coreani, dei vietnamiti e, ancor peggio, degli indonesiani. No! Questo, non lo faremo mai! Sono loro che debbono andare avanti, e così anche la Cina. Bisogna difendere il marxismo, e difenderlo energicamente, dai traditori e dai rinnegati. Tutti questi compagni conoscono Krusciov; fra loro dicono che ha tradito, che si sta legando agli americani, che si adopera a far degenerare il socialismo, che ci sta attaccando apertamente e, d’altra parte, rimandano la lotta, aspettano. Che cosa aspettano? Questo è un mistero. In questo consiste l’interrogativo per il futuro. O lotta contro i revisionisti, o capitolazione! Noi andremo avanti lottando. La linea seguita da Krusciov collima con la politica degli imperialisti americani ed è in suo favore. Il Trattato sulla “non proliferazione delle armi nucleari”, recentemente firmato a Mosca, è un trattato concepito e dettato dagli americani e accettato senza alcun emendamento da Krusciov. Gli imperialisti americani vogliono avere il monopolio di queste armi nucleari. Krusciov ha assicurato loro questo monopolio. Gli americani parlano di “pace” e questo fa anche il lacchè della borghesia, Krusciov, ma nel frattempo gli americani si preparano alla guerra, aumentano le scorte di bombe atomiche per sé e per i loro amici, mentre Krusciov disarma i propri amici e, con il suo pacifismo, disarma, anche i popoli. Ciò significa venire in aiuto agli americani. Una parte si arma, gli americani, l’altra disarma, gli amici di Krusciov, e tutt’e due insieme attaccano, la Cina, l’Albania, le accusano di essere guerrafondaie ecc. È chiaro anche per i ciechi, e a maggior ragione per i marxisti, in quale direzione si muovono e a cosa rivolgono i loro sforzi i revisionisti moderni, con alla testa i traditori Krusciov-Tito-Ulbricht-Gomullka-Novotny-Zhivkov ecc».[109]
Successivamente, nel settembre del 1963, la situazione ebbe degli sviluppi positivi. Hoxha notò infatti che:
«La Cina ha iniziato la pubblicazione di una serie di articoli in risposta alla lettera aperta del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Il primo articolo che abbiamo letto oggi, sul tema “sulle divergenze”, era eccellente. Ora i cinesi hanno aperto il fuoco. Questa è una grande vittoria per il marxismo-leninismo. La denuncia dei traditori non si poteva più rimandare. Il vaso era colmo e aveva traboccato già da tempo. Entriamo ora in una fase nuova, più avanzata, della lotta contro il revisionismo moderno, nella fase dell’organizzazione generale della lotta dei comunisti in tutto il mondo».[110]
In questo clima venne inviato Zhou Enlai nella sua prima visita nel piccolo Paese balcanico ai primi di gennaio del 1964.[111] Prima della partenza venne firmata la “Dichiarazione comune sino-albanese” nella quale si stabiliva che «I partiti e i popoli fratelli cinese e albanese continueranno a portare alta la bandiera rivoluzionaria del marxismo-leninismo, la bandiera dell’unità basata sull’internazionalismo proletario e la bandiera dell’unità anti-imperialista della difesa della pace mondiale. Di comune accordo con i popoli degli altri Paesi del campo socialista e con tutti i popoli rivoluzionari del mondo, essi continueranno la loro lotta fino in fondo per la pace mondiale, la liberazione nazionale, la democrazia popolare e il socialismo».[112]
Nella stessa visita Zhou volle precisare:
«In questa grande assemblea, desidero impegnarmi ancora una volta a nome del Partito Comunista Cinese, del governo cinese e dell’intero popolo cinese: qualunque cosa possa accadere nel mondo, qualunque tempesta pericolosa possa sorgere sul cammino rivoluzionario lungo il quale stiamo marciando insieme, saremo per sempre fermamente al fianco della fraterna Albania e le daremo un sostegno incondizionato e incrollabile nelle sue giuste lotte».[113]
Durante la visita di Zhou Enlai, Hoxha pronunciò un lungo discorso preparato per attaccare l’imperialismo statunitense, tutti i regimi revisionisti dell’Europa orientale, l’Unione Sovietica revisionista e la sua direzione traditrice. Su quest’ultimo tema, Hoxha nelle conversazioni private con il suo ospite considerò le esitazioni cinesi come un segno di debolezza e difese la posizione albanese, affermando che l’attacco contro l’Unione Sovietica «è sempre stata per il bene del campo socialista e del movimento comunista internazionale».[114] Inoltre, per Hoxha «è imperativo rafforzare e organizzare ulteriormente la lotta dei comunisti in tutto il mondo».[115]
Zhou Enlai riconobbe l’importante ruolo dell’Albania come «sostenitore della bandiera del marxismo in Europa contro l’imperialismo e il revisionismo, dando un grande contributo al campo socialista […] reso ancora più grande dalle piccole dimensioni del vostro Paese».[116]
Zhou appoggiò pienamente Hoxha e tenne anche un lungo discorso per attaccare Kruscev e l’Unione Sovietica. Zhou poi esortò e appoggiò la volontà dell’Albania di essere attiva nei contatti con i Paesi arabi e africani e con i gruppi comunisti.
Nel proprio quinto incontro con Zhou Enlai, Hoxha si concentrò sulla spiegazione che «il centro del revisionismo è in Europa, di conseguenza la lotta contro di esso è più difficile».[117] il nostro partito ha una certa autorità sui comunisti europei, il ruolo della Cina è e rimane decisivo nell’assistere gli europei rivoluzionari».[118] Hoxha chiese quindi «un maggiore coordinamento […] come noi abbiamo ambasciate in Francia, Italia e altrove dove voi non le avete, voi invece ne avete in Unione Sovietica dove noi non le abbiamo».[119] Nel giugno 1964 la direzione albanese istituì il primo fondo monetario (denominato fondo di solidarietà) per assistere i partiti marxisti e rivoluzionari, sarebbe rimasto in vita fino al 1990.[120] Hoxha nominò due dei propri più fedeli compagni, Hysni Kapo e il capo del Dipartimento di collegamento internazionale del PLA, Pirro Bita, per gestire questo programma.[121]
Mesi più tardi Mao sollevò il problema della rettifica del confine sino-sovietico, accusando aspramente i sovietici di aver acquisito ingiustamente i territori cinesi di confine.[122] Nella lettera del CC del PLA al CC del PCC del 10 settembre 1964, si sottolineò l’errore di presentare richieste territoriali mentre si sviluppava la lotta ideologica contro il revisionismo sovietico.
Gli albanesi chiesero di concentrarsi sulla sconfitta delle cricche che avevano usurpato il potere in URSS:
«Noi riteniamo che sollevare attualmente le questioni territoriali con l’Unione Sovietica recherebbe un grave pregiudizio alla nostra lotta. Se lo facessimo, forniremo al nemico una potente arma per combatterci e ciò paralizzerebbe la nostra marcia in avanti. Le masse del popolo sovietico, sotto la pressione della propaganda revisionista di Krusciov, sotto l’influenza delle calunnie e delle invenzioni di Krusciov e per molte altre ragioni ancora, non comprenderanno perché la Cina Popolare presenta adesso delle rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Unione Sovietica, non lo accetteranno, e la propaganda sovietica sta lavorando per metterle contro di voi. Noi reputiamo che neppure i veri comunisti sovietici lo comprenderanno e lo accetteranno. Ciò costituirà una enorme perdita per la nostra lotta. […] Noi riteniamo di non dover riaprire vecchie ferite, se ve ne sono, di non doverci mettere in lotta e in polemiche per il fatto che l’Unione Sovietica ha sottratto o no dei territori agli altri, ma di doverci battere, concentrando la nostra lotta unicamente contro la grande piaga dell’imperialismo e del revisionismo moderno, contro il grande tradimento dei perfidi gruppi di Krusciov, Tito e di tutti i loro fedeli».[123]
Di seguito abbiamo le riflessioni di Enver a seguito della risposta dei dirigenti cinesi:
«Alle parole dei compagni della nostra delegazione di Partito e di Governo, “abbiamo fiducia che risponderete alla nostra lettera circa le frontiere dell’Unione Sovietica”, il compagno Mao ha risposto: “Il futuro dimostrerà se ciò è errato o meno. Noi non risponderemo, perché se dovessimo rispondervi respingeremo la vostra tesi, come voi avete respinto la nostra, e si verrebbe quindi a creare una polemica. Dunque aspettiamo, forse dopo molti anni vi risponderemo, ma non ora”. Questa risposta non è giusta, indica un atteggiamento contrario ai principi, scorretto, sprezzante e niente affatto amichevole verso il Comitato Centrale del Partito del Lavoro d’Albania. Nel medesimo tempo questa risposta indica che al compagno Mao non piacciono le critiche amichevoli, e da ciò noi dobbiamo trarre alcune conclusioni: i compagni cinesi non solo riconfermano che il compagno Mao ha detto ciò che hanno dichiarato i socialisti giapponesi, ma mantengono nei nostri confronti, riguardo questi problemi, le loro precedenti posizioni considerandole giuste. D’altro canto, il fatto è che i loro atteggiamenti su questi problemi non sono tanto decisi così come desiderano farli apparire di fronte alle nostre osservazioni. Gli ambasciatori cinesi in diversi paesi d’Europa hanno ricevuto istruzioni su come comportarsi in merito a questo problema».[124]
Gli attacchi cinesi verso i sovietici[125] sono così riassunti da Hoxha:
«L’atteggiamento dei romeni è chiaro, ma interessante è il comportamento di Zhou Enlai nel corso del suo colloquio con l’ambasciatore romeno, un colloquio su una strada interamente errata e da posizioni nazionalistiche nei confronti dell’Unione Sovietica. Zhou Enlai pone ai romeni la questione delle rivendicazioni territoriali verso l’Unione Sovietica. Accusa l’Unione Sovietica (Lenin e Stalin, dato, che, secondo Zhou Enlai, tali “rapine” risalgono alla loro epoca) di aver annesso territori cinesi, giapponesi, polacchi, tedeschi, cecoslovacchi, romeni, finlandesi, ecc. D’altro canto, Zhou Enlai ha detto ai romeni che farebbero bene a rivendicare i territori sottratti loro dall’Unione Sovietica. Queste non sono posizioni marxiste-leniniste, ma nazionalsciovinistiche. A prescindere dal fatto che errori possono essere stati commessi, sollevare tali questioni ora che abbiamo di fronte innanzi tutto la lotta ideologica contro il revisionismo moderno, significa non combattere Krusciov, ma aiutarlo nella sua via sciovinistica. Che bella linea hanno questi cinesi! Da una parte difendono Stalin e, dall’altra lo definiscono rapinatore. Essi dimenticano che sollevare in questo momento rivendicazioni territoriali (sia pure in base a motivi del tutto fondati, com’è la questione del Kossovo per noi), significa creare una situazione di conflitto armato. Noi siamo contro il punto di vista del traditore Krusciov sulla questione dei confini, ma anche il modo in cui la pone Zhou Enlai è interamente errato. Noi non possiamo essere d’accordo con questi punti di vista dei compagni cinesi, perché sono antimarxisti».[126]
Il 14 ottobre 1964, dopo la caduta di Kruscev, la leadership cinese riteneva che la minaccia del revisionismo kruscioviano fosse stata debellata e che ciò avesse fornito una buona opportunità per ricucire le divergenze con i sovietici[127] perciò «sùbito dopo la rimozione di Kruscev, Zhou Enlai prese l’iniziativa, senza consultare Tirana, di promuovere un avvicinamento tra Tirana e Mosca. Zhou chiese all’ambasciatore sovietico a Pechino di fare pressione sul proprio governo affinché invitasse una delegazione albanese a Mosca, per le celebrazioni del 47° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre».[128] Zhou invitò personalmente Enver, il quale, andò su tutte le furie non appena venne informato delle mosse dei cinesi e non per nulla «in una riunione con i propri compagni più stretti, dichiarò la necessità di riconsiderare tutte le relazioni con la Cina, perché per lui la Cina stava prendendo una strada da rinnegati».[129] Il Politburo albanese preparò addirittura «un piano segreto per affrontare la possibilità di essere completamente isolata senza alcuna assistenza da parte di nessun altro Paese [la Cina], ma solo un normale commercio».[130]
La proposta del CC del PCC era la seguente:
«Il 29 ottobre 1964, Zhu En-ai, a nome del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare di Cina, alla presenza degli ambasciatori del Vietnam, di Corea, di Romania e di Cuba, chiese all’ambasciatore albanese a Pechino di trasmettere al Comitato Centrale del Partito del Lavoro d’Albania la proposta cinese che invitava i nostri Partiti ad inviare le loro delegazioni a Mosca per appoggiare la nuova direzione dell’Unione Sovietica con alla testa Brezniev e per unirsi ad essa “nella lotta contro il nemico comune, l’imperialismo”. Egli aggiunse che a tal fine aveva suggerito alla parte sovietica di invitare anche l’Albania a partecipare ai festeggiamenti del 7 novembre. In quell’incontro Chu En-Lai, giustificando il punto di vista della direzione cinese, disse: “In Unione Sovietica sono avvenuti dei cambiamenti. La loro influenza e la loro importanza non si limitano soltanto all’Unione Sovietica, ma si estendono anche ai partiti e ai Paesi socialisti, a tutto il movimento comunista internazionale, e persino ai nostri nemici comuni e ai loro agenti. In breve, questa è una buona cosa, un cambiamento si è verificato. […] Questo è il motivo per cui abbiamo inviato un telegramma di felicitazioni alla nuova direzione del Partito e del Governo dell’Unione Sovietica, esprimendoci nel senso che noi appoggiamo tale cambiamento e ne prendiamo atto con soddisfazione. […] Ora, a Pechino, dal 16 ottobre abbiamo proclamato l’armistizio sulla nostra stampa. […] Agiamo in questo modo al fine di unirci sulle basi del marxismo-leninismo contro il nemico comune, benché molti grandi problemi possano, per il momento, restare insoluti”.»[131]
Di seguito le considerazioni critiche di Hoxha al riguardo:
«Ieri il compagno Nesti Nase ci ha comunicato quello che Zhou Enlai, a nome del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, ha dichiarato a un gruppo di ambasciatori all’indirizzo dei comitati centrali dei rispettivi partiti. […] I punti di vista di Zhou Enlai espressi a nome del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese sul rovesciamento di Krusciov, sugli uomini che lo hanno soppiantato, sui loro disegni e la loro politica futura, sull’unità del movimento comunista mondiale, sull’unità del campo socialista e sui metodi e la linea che dobbiamo attuare nella lotta contro l’imperialismo e il revisionismo moderno, sono, secondo me, in tutte queste direttrici-chiave della nuova situazione venutasi a creare, molto confusi, tentennanti, concilianti e opportunisti da cima a fondo (per non usare per il momento termini più duri). Questi punti di vista indicano una capitolazione di fronte al revisionismo moderno. Noi non possiamo in nessun modo conciliarci con queste vedute di Zhou Enlai, poiché sono da cima a fondo revisioniste, sono antimarxiste, capitolazioniste, poiché ci conducono sulla via del tradimento del marxismo-leninismo. I compagni cinesi, esprimendo simili punti di vista, sbagliano di grosso e recano e recheranno danni enormi al comunismo. […] Per farla breve, per loro la caduta di Krusciov è tutto. A parer loro, l’essenziale è stato raggiunto ed ora la sistemazione di tutti i problemi è soltanto una questione di tempo. Noi, dicono i compagni cinesi, dobbiamo tendere la mano ai “compagni sovietici”, ai compagni di Krusciov, dimenticare il passato, quel che è stato è stato, dobbiamo comprendere i “compagni sovietici”. Dunque, sempre secondo loro, dobbiamo andar in aiuto a questi bei compagni sovietici. Morto Krusciov, il krusciovismo è morto. Non è più nessuno a riconoscere gli errori commessi, a fare l’autocritica, del resto “i cari compagni sovietici”, dopo la caduta di Krusciov, hanno fatto l’autocritica che dovevano fare. Ora, continuano a dire i compagni cinesi per bocca di Chou En-lai e ciò di fronte a tutti gli ambasciatori, non ci resta nient’altro da fare, ed al più presto, perché il tempo stringe, che chiudere le valigie e partire per Mosca, per abbracciarci il giorno della festa della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. […] Non pago di questo, Zhou Enlai si è alzato e di fronte agli altri ambasciatori ha detto al nostro ambasciatore: “Io so che non avete rapporti diplomatici con loro, poiché sono stati i sovietici a romperli, ma ora non vi è più nessuno a fare la sua autocritica, dato che Krusciov è stato destituito; e quindi Mehmet Shehu faccia presto le sue valigie e si rechi a Mosca per la festa”. E poi ha aggiunto che “subito dopo di voi, avrò un incontro con Chervonenko e gli dirò che il Soviet Supremo inviti alla festa i 12 Paesi socialisti”! Che bassezza!! Non ha dimenticato neppure di dire agli ambasciatori, e ciò sicuramente all’indirizzo del romeno (e, da quel che mi hanno detto, sembra che si siano intesi in precedenza con i romeni) che, “se qualcuno di voi ha qualche proposta particolare da fare, la faccia direttamente ai sovietici”. In altre parole, “potete proporre che anche gli jugoslavi siano invitati alla festa, noi non abbiamo nulla in contrario, anzi in fondo in fondo ci fa piacere”. Che tradimento!!»[132]
In un articolo, poi rivelatosi scritto da Enver Hoxha, pubblicato su “Zëri i Popullit” del 1° novembre 1964 si legge:
«Il Partito del Lavoro d’Albania, come tutti i marxisti-leninisti e i veri rivoluzionari, continuerà con fermezza la propria giusta lotta fino all’annientamento finale del revisionismo moderno. Senza cadere nelle trappole delle illusioni, negli inganni della demagogia e dei bluff, per quanto ben camuffati siano, i comunisti rivoluzionari, dopo la vittoria ottenuta contro il capo del revisionismo moderno N. Kruscev, stringeranno ancora di più i ranghi, rafforzeranno il grande fronte antirevisionista, alzeranno ancora più in alto la bandiera del marxismo-leninismo, acuiranno la vigilanza rivoluzionaria contro il nemico dei popoli, l’imperialismo, intensificheranno la lotta contro il revisionismo kruscioviano, che costituisce il pericolo principale nel movimento comunista e operaio dei nostri giorni».[133]
Tirana quindi rifiuta la tesi di Pechino e sostiene che con la caduta di Kruscev la linea, la politica, le radici socio-economiche del revisionismo non sono state liquidate, come risulta dalla Lettera del CC del PLA al CC del del PCC del 5 novembre 1964:
«Questo avvenimento, benché importante e destinato senza dubbio ad avere serie conseguenze, non ha tuttavia, almeno sino ad oggi, portato il revisionismo alla completa disfatta, non ha ancora segnato la vittoria definitiva del marxismo-leninismo sul revisionismo, ma ha solo accelerato la decomposizione del revisionismo, lo ha avvicinato ancor più alla tomba, mentre i successori di Krusciov si sforzano di salvare il revisionismo da questa tomba attuando la politica del krusciovismo senza Krusciov».[134]
In seguito, tra la metà degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, la Cina capì che Breznev non era migliore di Kruscev, se non peggiore. Allo stesso tempo, però, «i ripetuti tentativi della Cina di portare l’Albania a colloqui con i sovietici hanno eroso la percezione di Hoxha di una posizione cinese rigida e irremovibile nei confronti dell’Unione Sovietica revisionista».[135]
Dopo il fallimento della visita di Zhou e l’assenza di cambio della linea politica sovietica, i cinesi ripresero la polemica con l’URSS pubblicando estratti dell’articolo albanese del 1° novembre su Peking Review[136] insieme a tante altre risposte internazionali sulla caduta di Kruscev. Sulla rivista teoretica di Hongqi i cinesi pubblicarono un articolo intitolato “Perché Kruscev è caduto?” dove essenzialmente venivano riproposte le stesse argomentazioni della lettera albanese.[137] Successivamente ci fu un riavvicinamento ideologico tra i due Paesi dove «gli scambi di delegazioni di partito e di governo sono stati molto frequenti. Nel novembre 1964, il vicepremier Li Xiannian guidò una delegazione del partito e del governo cinese a Tirana per partecipare alle celebrazioni in occasione del XX anniversario della liberazione dell’Albania dal fascismo».[138] L’amicizia è stata ulteriormente rafforzata con la seconda visita di Zhou Enlai, nel marzo 1965 dove il premier cinese sottolineò gli interessi e gli obiettivi comuni che legano Albania e Cina.[139]
In vista di una possibile rottura con la Cina, l’URSS fece un tentativo per allontanare il PLA dall’orbita cinese, ragion per cui «Il 5 gennaio 1966, l’Albania fu invitata, insieme agli altri firmatari del Patto di Varsavia e ai “Paesi socialisti dell’Asia”, a partecipare a una conferenza che aveva lo scopo di trovare una formula che permettesse di coordinare gli aiuti ai Vietcong e al Vietnam del Nord. Tirana rifiutò di partecipare a questo incontro se l’Unione Sovietica e i partiti comunisti dell’Est non avessero “riconosciuto pubblicamente l’ingiustizia” che avevano perpetrato nei confronti dell’Albania. A febbraio dello stesso anno, gli albanesi rifiutarono anche l’offerta sovietica di riprendere le relazioni commerciali».[140] Inoltre durante tutti gli anni sessanta l’Albania continuò la lotta contro il revisionismo moderno supportando le forze marxiste-leniniste presenti in Europa, come ad esempio Jacques Grippa del Partito Comunista Marxista-Leninista del Belgio, e offrì rifugio a Kazimierz Mijal[141] fondatore Partito Comunista di Polonia (marxista-leninista).[142]
Nell’aprile-maggio del 1966 fu inviata una delegazione albanese in Cina guidata da Mehmet Shehu e Vito Kapo. La delegazione fu accolta nel modo più spettacolare possibile per un ospite estero.[143] Al termine della visita, fu firmata una dichiarazione congiunta che ribadì ancora una volta la stretta alleanza tra i due Stati. La dichiarazione «era fortemente critica nei confronti degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia ed esprimeva il proprio sostegno ai movimenti di liberazione nazionale. Il documento ritraeva la RPA e la RPC come difensori della purezza del marxismo-leninismo e alfieri della lotta contro “l’imperialismo” e il “revisionismo”. Ancora una volta, la Cina si è impegnata a stare risolutamente al fianco dell’Albania e a fornirle tutto il sostegno e l’assistenza possibili».[144]
Durante gli anni della cosiddetta “Rivoluzione culturale” in Cina gli albanesi dedicarono forti critiche alla linea cinese e presero precauzioni per non commettere gli stessi errori dei revisionisti cinesi.[145] Per approfondire le critiche albanesi alla “Grande Rivoluzione Culturale Proletaria” Cinese ed esplorare l’ulteriore lotta di classe del proletariato albanese durante il socialismo rimandiamo al saggio “La rivoluzionarizzazione ulteriore nell’Albania socialista” pubblicato a dicembre 2024 sul nostro sito.[146]
Per fluidità nell’analisi, possiamo brevemente riassumere così:
«Indipendentemente dalle contraddizioni sorte fra noi, il Partito del Lavoro d’Albania, tenendo conto delle difficili situazioni che attraversava la Cina e desiderando sinceramente aiutare il Partito Comunista e il popolo cinesi a superarle, continuò a sostenere la Cina con determinazione soprattutto nelle questioni politiche e ideologiche su cui i nostri punti di vista concordavano. […] Esso appoggiò la linea generale della Rivoluzione Culturale per la liquidazione degli elementi capitalisti e revisionisti che si erano impadroniti delle posizioni chiave nel partito e nel potere, benché non fosse d’accordo su parecchie questioni di principio che erano alla base di tale rivoluzione e sui metodi che vi furono impiegati. Sostenendo la Rivoluzione Culturale, il nostro Partito sperava che essa avrebbe trovato la via della vera lotta rivoluzionaria, guidata dalla classe operaia e dalla sua avanguardia, il Partito Comunista. […] Il Partito del Lavoro d’Albania appoggiò la strategia generale della Rivoluzione Culturale. Ma ci teniamo a sottolineare che il nostro Partito appoggiò la strategia di tale rivoluzione e non ogni sua tattica. Esso difese risolutamente la causa del socialismo in Cina, difese il popolo cinese fratello, il Partito Comunista Cinese e la rivoluzione e non sostenne affatto la lotta frazionistica dei gruppi antimarxisti, di qualsiasi genere fossero, che si scontravano e si combattevano, persino con le armi, in modo palese o dissimulato, per riprendere il potere. Nei più dei casi la Rivoluzione Culturale, sia nel suo spirito che nella sua azione, si sviluppò come una lotta non conforme ai principi, non guidata da un vero partito della classe operaia che combattesse per l’instaurazione della dittatura del proletariato. Tali scontri fra i vari gruppi frazionisti si conclusero così in Cina con l’instaurazione di un potere dominato da elementi borghesi e revisionisti.»[147]
Nello stesso periodo i due Paesi ebbero una coincidenza di posizioni al livello internazionale e venne fatto appello a un “fronte unito” con tutte le forze avverse all’imperialismo statunitense, senza però includere l’URSS la quale continuò ad essere criticata.[148] Mentre Hoxha insisteva sulla creazione di un blocco marxista-leninista[149] la Cina non si mostrava interessata a questa proposta. «Tirana adottò anche una posizione intransigente nei confronti dei partiti comunisti che mantenevano una posizione neutrale nel conflitto sino-sovietico. Un articolo della rivista di partito albanese Rruga e Partisë, nel marzo 1967, esortava alla formazione di un “fronte monolitico” contro il revisionismo sovietico e respingeva la posizione “errata” dei partiti neutralisti.[150] I cinesi, tuttavia, non erano disposti a spingersi fino agli albanesi, rischiando di alienarsi partiti “neutrali” come quelli della Corea del Nord, del Giappone, di Cuba e della Romania».[151]
Per tutti gli anni ’60, le relazioni esterne della RPA sono state fortemente concentrate verso la RPC. Le richieste albanesi di assistenza economica, tecnica e militare sono state soddisfatte dai cinesi. Il commercio con la RPC rappresentava quasi i due terzi del commercio estero totale dell’Albania. I contatti con Paesi diversi dalla Cina sono stati mantenuti al minimo e la penetrazione di soggetti esterni è stata evitata attraverso il rifiuto di aiuti e consulenti stranieri nonché degli investimenti esteri.[152]
Il 24 marzo 1968, durante la cosiddetta “Primavera di Praga”, Enver Hoxha pubblicò un articolo, sul Zëri i Popullit, sulla situazione in Cecoslovacchia e di come essa era analoga a quanto successo in altri Paesi revisionisti, ovvero che «la controrivoluzione in seno alla controrivoluzione ha trionfato pienamente».[153]
Per rafforzare le proprie capacità di difesa, l’Albania chiese alla Cina un maggiore sostegno alla sicurezza. Ma i cinesi, consapevoli della propria debolezza militare e della grande distanza tra i due Paesi, non erano disposti ad assumere un impegno militare a lungo termine.[154] Nel settembre-ottobre del 1968 il PLA rifiutò l’idea di Zhou Enlai di un piano di difesa congiunto tra Albania, Romania e Jugoslavia[155]:
«Balluku ha riferito che Zhou Enlai si è opposto ai piani dell’Albania di armare pesantemente il Paese. Zhou sosteneva che, a causa delle dimensioni dell’Albania, in caso di guerra il Paese “sarebbe stato spazzato via al primo attacco”. Più tardi, in un altro incontro, Zhou disse al ministro albanese che “con la Jugoslavia, nella situazione attuale [occupazione sovietica della Cecoslovacchia] si potrebbe stabilire un’alleanza militare. I rumeni, i cecoslovacchi e gli jugoslavi sono ora nostri alleati indiretti”. Questa conversazione inizialmente non fu riferita a tutti i membri del Politburo a Tirana, ma solo a Hoxha. Alla fine decise di condividerla con gli altri, pur ricordando loro la sua segretezza. Hoxha percepì come oltraggioso l’invito di Chou a un riavvicinamento con Belgrado. Zhou aveva infatti calpestato il tallone d’Achille di Hoxha. Balluku, nella sua pronta risposta a Zhou Enlai, considerò la Jugoslavia “il più grande nemico del nostro Paese”. Zhou passò poi rapidamente ad altre questioni nel tentativo di diminuire il danno, ma poi, quando Balluku stava discutendo la strategia di difesa dell’Albania, menzionando la minaccia greca[156], Zhou provocò nuovamente Balluku chiedendo: “Ma non pensi che l’Unione Sovietica vi difenderebbe da un attacco greco?”».[157]
I cinesi riuscirono però nel tempo a “lavorarsi” Balluku fino a convincerlo sull’opportunità di una alleanza militare con Jugoslavia e Romania. Questi agì, tramò e tradì al punto di tentare in combutta con altri, tra cui Kellezi, di rovesciare nel 1974 con un golpe la dirigenza albanese.
Hoxha giunse alla conclusione che Zhou Enlai era “un revisionista e, nonostante la propria partecipazione attiva alla Rivoluzione culturale, in realtà è contrario a questa rivoluzione”.[158]
Nel suo diario scrive che:
«La linea traditrice revisionista di Liu Shaoqi viene mantenuta viva da Zhou Enlai, che non ha ripulito il suo cervello e il suo cuore. Dico che non si è ripulito perché Zhou Enlai è un uomo intelligente, il suo atteggiamento non può essere il riflesso di un giudizio superficiale e non ben meditato. Se anche gli altri compagni cinesi hanno approvato questa sua posizione, hanno commesso un grave errore».[159]
Nel settembre il Partito albanese decise di abbandonare il Patto di Varsavia affermando che «la Repubblica Popolare d’Albania rafforza le proprie posizioni e scongiura un possibile pericolo di aggressione di cui siamo consapevoli da tempo nella nostra lotta contro i revisionisti sovietici, pericolo che è stato pienamente confermato nel caso della Cecoslovacchia».[160]
L’Albania era stata di fatto espulsa dal Patto di Varsavia nel 1961, in quanto il ministro della Difesa non era stato invitato alle riunioni dei Paesi membri, né da allora l’Albania era stata invitata a partecipare ad alcuna azione militare in comune nonché non aveva partecipato a nessuna delle sue riunioni.[161] Era il momento giusto per rompere i legami giuridici che ancora tenevano l’Albania in un’“alleanza” che era diventata una scuderia ostile controllata dai revisionisti sovietici.[162] Durante la crisi cecoslovacca «il PLA espresse ad esso la solidarietà e il più fermo sostegno internazionalista del popolo albanese, ricordandogli che “l’unica via di salvezza e per riconquistare la libertà […] è la lotta senza compromessi e fino in fondo contro gli occupanti stranieri, i revisionisti sovietici, tedeschi, polacchi, ungheresi e bulgari, la lotta contro l’imperialismo americano e il revanscismo tedesco, la lotta contro tutti i revisionisti e i reazionari del Paese”. Nel contempo, esso fece appello a tutti i comunisti e ai rivoluzionari del mondo di condannare la barbara aggressione e di solidarizzare con la giusta causa del popolo cecoslovacco».[163]
Rispondendo ai bulgari, i quali implicitamente insinuavano una vicinanza tra gli albanesi (definiti pseudorivoluzionari) e gli jugoslavi, il PLA scrisse:
«I revisionisti sovietici e la stampa capitalista sprecano il loro tempo quando insinuano che le posizioni del Partito del Lavoro Albanese e del Partito Comunista Cinese riguardo agli eventi in Cecoslovacchia sono simili a quelle dei titoisti e degli imperialisti. Questa non è altro che propaganda stantia rivolta a persone ingenue. I nostri partiti marxisti-leninisti non sono mai scivolati, né mai scivoleranno, nelle posizioni adottate dagli imperialisti, né in quelle dei loro agenti, i revisionisti di Belgrado».[164]
La Cina condivise la presa di posizione del PLA pubblicando la notizia[165] insieme ad un messaggio scritto da Mao, Lin Biao e Zhou Enlai indirizzato ad Enver Hoxha, Mehmet Shehu e a tutto il popolo albanese che recita:
«La grande amicizia proletaria militante tra i popoli della Cina e dell’Albania, che è stata forgiata nelle tempeste rivoluzionarie, può sopportare prove severe. I 700 milioni di cinesi, che si sono rafforzati grazie alla tempra della grande rivoluzione culturale proletaria, staranno sempre e in ogni circostanza dalla parte del fraterno popolo albanese. Se gli imperialisti statunitensi, i revisionisti moderni sovietici e i loro lacchè oseranno toccare minimamente l’Albania, non li attenderà altro che una sconfitta completa, ignominiosa e irrevocabile».[166]
Dopo l’invasione della Cecoslovacchia, la Cina cercò di approfittare del disordine in Europa orientale. La RPC denunciò l’invasione e, oltre a sostenere l’Albania, intraprese una politica più flessibile con l’Europa orientale.[167] Nel tentativo di minare l’influenza sovietica nella regione, Pechino segnalò il proprio sostegno alla Romania e alla Jugoslavia contro l’URSS. A Bucarest fu assicurato il sostegno in caso di invasione sovietica, anche se, come nel caso di Tirana, Pechino non ha mai specificato quale forma avrebbe assunto l’assistenza. Pechino inoltre smise di attaccare ideologicamente la Jugoslavia.[168] L’invasione della Cecoslovacchia e l’enunciazione della “Dottrina Breznev” ebbero serie implicazioni per l’“eterna amicizia sino-albanese”.
Sebbene nel breve periodo i due alleati si fossero avvicinati, all’indomani della crisi sia Tirana che Pechino avrebbero rivalutato i loro rapporti:
«Le mire espansionistiche dell’imperialismo sovietico verso i Balcani erano ben note. Ma il PLA non poteva in nessun modo accettare la proposta avanzata dalla direzione cinese nel 1968, tramite Zhou Enlai, per la conclusione di un’alleanza militare con la Jugoslavia e la Romania allo scopo, a suo dire, di “fronteggiare” tali mire. La direzione del PLA rigettò tale proposta, definendola un tentativo malintenzionato per far cadere l’Albania nella trappola dei complotti guerrafondai, una manovra imperialista per fare dei Balcani una polveriera».[169]
Possiamo concludere questo capitolo con il seguente resoconto del PLA:
«Nelle condizioni dell’epoca, la Cina di Mao Zedong non poteva rivelare apertamente i propri obiettivi, perché ostacolata da una serie di fattori. Innanzitutto, aveva assunto le sembianze di un Paese “socialista”. La leadership cinese aveva bisogno di tempo per attuare il cambiamento. Doveva lavorare sulla popolazione per indebolire ed eliminare il suo sostegno al socialismo. In secondo luogo, a causa delle lunghe esitazioni opportunistiche di Mao Zedong, la situazione interna della Cina non si era ancora stabilizzata. Come è noto, durante e dopo gli anni ’60 ci furono molti sconvolgimenti in Cina. La tradizionale lotta per il potere tra i diversi clan era diventata più acuta. Pertanto, la leadership cinese dovette occuparsi più delle lotte intestine al suo interno che dell’attuazione concreta del suo piano strategico. In terzo luogo, con la politica di chiusura che seguiva, non era ancora riuscita a rompere l’accerchiamento diplomatico. Gli Stati capitalisti l’avevano isolata e questo isolamento continuò fino a quando non si convinsero che la Cina non era “comunista” e “rossa”, come sosteneva di essere. In quarto luogo, la leadership cinese non aveva creato una propria riserva politica ed economica, non era ancora penetrata nei Paesi asiatici, africani e latinoamericani. Senza tale riserva, non poteva rafforzarsi. Ottenere la quota che le “spettava” in questo campo era l’obiettivo principale della “teoria” cinese dei “tre mondi”, che sarebbe stata pubblicizzata rumorosamente negli anni successivi. In quinto luogo, non aveva ancora creato e consolidato la sua alleanza con gli Stati Uniti. L’esacerbazione delle proprie relazioni con l’Unione Sovietica, o la rottura con essa, in queste condizioni, avrebbe portato la Cina a essere privata degli aiuti di cui aveva grande bisogno. Ciò spiega la tattica cinese di “stare in disparte” nelle relazioni con i revisionisti sovietici. A quel tempo, il PLA non era ancora giunto alla conclusione che tali posizioni fossero il risultato della linea generale del PC cinese, pertanto, in modo fraterno, attraverso i canali del partito e, quando necessario, anche sulla stampa, ma senza fare nomi, criticò questi errori e richiamò l’attenzione della leadership cinese su di essi. In seguito, tuttavia, quando i leader cinesi resero pubblica la propria politica di riavvicinamento e collaborazione con l’imperialismo, il PLA si convinse pienamente che anche nelle proprie precedenti posizioni non erano partiti dall’obiettivo rivoluzionario di difendere il marxismo-leninismo e il comunismo mondiale, ma dei propri interessi nazionalistici, sciovinisti e di ricerca dell’egemonia. Non molto tempo dopo, il PLA smascherò e combatté severamente quest’altra variante del revisionismo, proprio come aveva fatto con la variante sovietica.»[170]
L’INCRINAMENTO DELLE RELAZIONI FINO ALLA ROTTURA DEFINITIVA (1970-1978)
L’inizio degli anni Settanta ha visto cambiamenti radicali nelle relazioni estere della Cina. Quest’ultima cambierà approccio, fino a formulare quella che vedremo più avanti essere la “teoria dei tre mondi”.[171] I primi segni della nuova strategia si videro con il rapido riavvicinamento alla Romania e alla Jugoslavia con la quale la Cina, nel giugno del 1970, ebbe degli scambi diplomatici[172] seguiti da delle dichiarazioni a favore della sovranità e dell’indipendenza della Jugoslavia.[173]
Adesso diamo uno sguardo alla politica estera del PLA, in particolare con gli Stati confinanti, nello stesso periodo di tempo:
«Il PLA cercava sempre di stabilire giusti rapporti con tutti i popoli e tutti i Paesi, basando tali rapporti sull’interesse e il vantaggio reciproco e seguendo il principio di non ingerenza negli affari altrui. Esso si rifiutava però di stabilire rapporti con le due superpotenze imperialiste e con i regimi fascisti. Il Partito cercava in particolar modo di stabilire giusti rapporti con i Paesi vicini e di svilupparli su basi rivoluzionarie e marxiste-leniniste. Nel maggio 1971 furono ristabiliti rapporti diplomatici tra l’Albania e la Grecia. Da anni il PLA e lo Stato albanese si erano sforzati di risolvere questa questione, basandosi sulla realtà delle cose e sugli interessi reciproci e le aspirazioni dei popoli albanese e greco. La realizzazione di tale aspirazione era stata ostacolata solo dalle assurde rivendicazioni territoriali dei monarco-fascisti verso l’Albania del Sud e dal presunto stato di guerra esistente tra la Grecia e l’Albania. L’allacciamento dei rapporti diplomatici tra i due Stati poneva effettivamente fine alla situazione anormale e serviva di base al rafforzamento dell’amicizia e della collaborazione tra i due popoli vicini e al consolidamento della pace e della sicurezza nei Balcani. La politica di buon vicinato seguita dall’Albania socialista aveva portato alla normalizzazione dei rapporti da Stato a Stato con la Jugoslavia, con la quale essa intratteneva anche relazioni commerciali e culturali. Il PLA era per il continuo miglioramento e per la costante estensione dei rapporti statali in tutti quei campi che erano di interesse comune. In varie occasioni il PLA aveva espresso l’amicizia del popolo albanese verso i popoli di Jugoslavia[174], amicizia che era stata forgiata durante gli anni della Lotta antifascista, ed aveva formulato il desiderio di vederli liberi, indipendenti e sovrani, dichiarando inoltre che sarebbe stato al loro fianco in caso di ricatti, di minacce o di aggressione contro di loro da parte di questa o quell’altra potenza imperialista. Nel contempo il PLA non nascondeva la sua determinazione di opporsi all’ideologia e alla politica revisioniste della direzione jugoslava; al contrario, essa continuava a condurre coerentemente una lotta di principio contro il revisionismo titista, che restava pur sempre un pericoloso nemico del marxismo-leninismo, della rivoluzione e del socialismo. Il PLA criticava la politica estera filosocialimperialista del governo bulgaro, vassallo del revisionismo sovietico, che costituiva una minaccia contro l’Albania socialista e la pace nei Balcani. […] Il PLA lottava per l’amicizia e la comprensione tra i Paesi balcanici, a patto però che tale amicizia e comprensione avessero alla loro base i popoli. I popoli dei Balcani erano pienamente in grado di decidere da soli e in piena sovranità dei loro rapporti. […] I popoli balcanici, affermava il PLA, hanno il dovere di prendere in mano la situazione e di troncare tutti i legami con i patti e i blocchi militari aggressivi della NATO e del Patto di Varsavia, in quanto condizione indispensabile per far prosperare la vera pace in questa penisola».[175]
Per quanto riguarda la Cina, l’aspetto più importante della nuova strategia di Pechino lo possiamo vedere con il riallaccio dei rapporti sino-americani e sino-sovietici:
«Nel settembre 1970, il vice premier albanese Abdyl Këllezi[176] incontrò Mao. Mao, a un certo punto, parlando delle visite di Nixon in Europa, affermò che “prima di morire, Nixon vuole visitare la Cina”. Këllezi non colse l’osservazione di Mao e affermò che “se venisse qui verrebbe decapitato”. Ma, per Mao, non era “esattamente quello che sarebbe successo, perché se viene qui significa che vuole qualcosa. Gli americani dicono che Varsavia non è più il luogo adatto per i colloqui… Allora gli abbiamo detto di venire qui a Pechino”. Mao cercava di approfondire il pensiero dell’Albania su ciò che aveva già deciso che sarebbe accaduto nel prossimo futuro. Continuò a interrogare il più stretto alleato del suo Paese, chiedendo a Këllezi “pensi che ci siano più contraddizioni o più possibilità di collaborazione tra Stati Uniti e Unione Sovietica?”. Ma Mao si rese conto che non c’era molto da capire dalla mente del suo amico albanese quando Këllezi rispose che “nella lotta contro la Cina, contro l’Albania e contro la rivoluzione, la loro collaborazione è evidente”».[177]
Zhou Enlai, in una lettera inviata a Washington dell’aprile 1971, enfatizzò «la volontà cinese di accogliere un inviato speciale americano»[178] senza consultare minimamente i compagni albanesi[179] e «in contrasto con le politiche del passato, la Cina [espresse] anche il proprio sostegno al rafforzamento della NATO e del Mercato Comune Europeo come contrappeso al potere sovietico in Europa».[180]
Hoxha concluse che:
«“i leader cinesi sono predisposti ad aiutare i traditori revisionisti sovietici, sono favorevoli a relazioni amichevoli su larga scala con l’Unione Sovietica” [e aggiunse che] nel parlare con i dirigenti cinesi “dovremmo considerare i grandi interessi socialisti, ma anche i nostri interessi politici ed economici interni… Non siamo stati in accordo con i dirigenti cinesi nemmeno in passato, ma pensavamo che le cose fossero migliorate. Il modo in cui Zhou Enlai pone queste questioni significa che i nostri disaccordi con loro sono profondi, quindi se continueranno su questa strada ci confronteremo sicuramente con loro perché si tratta di questioni essenziali della linea”».[181]
Inoltre:
«Zhou giustificò poi questi passi non come conseguenze della minaccia sovietica, che sembrava fungere da principale catalizzatore di questo riavvicinamento, ma per altre ragioni. Per lui “la situazione negli Stati Uniti sta peggiorando, potrebbe esserci una tempesta rivoluzionaria nel prossimo futuro […] dobbiamo essere in contatto il più possibile con le masse americane, di tutti gli elementi […] da qui la visita della squadra di Ping-Pong […] gli Stati Uniti sono sinceri in questi colloqui perché sono interessati a porre fine alla guerra in Indocina [Vietnam]”. Zhou ha poi spiegato che la visita di Kissinger aveva due obiettivi: preparare la visita del presidente Nixon e preparare discussioni ad alto livello su molte questioni. In un incontro al Cairo, tra gli ambasciatori cinese e albanese, l’ambasciatore cinese ha sostenuto che i colloqui americani con la Cina “dimostrano l’isolamento americano”».[182]
In una lettera, ignorata completamente[183], dell’agosto 1971, indirizzata al CC del PCC e scritta da Hoxha in persona, il PLA criticò aspramente il pragmatismo cinese:
«La nostra strategia prevede una stretta alleanza con i popoli in lotta, con i rivoluzionari di tutto il mondo, in un fronte comune contro l’imperialismo e il socialimperialismo e in nessun caso un’alleanza con il socialimperialismo sovietico pretendendo di combattere l’imperialismo americano, in nessun caso con l’imperialismo americano pretendendo di combattere il socialimperialismo sovietico».[184]
In un discorso del 29 settembre 1971, Hoxha indirettamente mette in guardia sulle tattiche utilizzate dai cinesi:
«I nostri Paesi socialisti devono continuamente utilizzare tattiche, ma queste devono sempre essere conformi alla nostra ideologia, devono servire la nostra strategia, nell’interesse dei nostri Paesi socialisti e della rivoluzione. Attualmente, l’imperialismo statunitense, trovandosi in una grave crisi, in difficoltà e in conflitto con i suoi alleati, con contraddizioni sempre crescenti con il proprio amico e collaboratore Unione Sovietica sulla divisione delle sfere di influenza, è costretto a forzare il sorriso, a cercare di ingannare e a trovare contrappesi per i suoi alleati vacillanti. È nostro dovere di rivoluzionari colpirli su entrambi i fianchi, obbligarli ad aggravare ulteriormente le loro contraddizioni in modo da creare un terreno favorevole al popolo per assestare loro colpi più duri».[185]
Il 1⁰ novembre del 1971 si tenne il VI Congresso del PLA. Nello stesso, non venne mandata nessuna delegazione cinese.[186] Durante il Congresso, il Partito rifiutò apertamente qualsiasi patto di alleanza nei Balcani[187] ed attaccò strenuamente il revisionismo jugoslavo.[188] Una delle questioni più importanti però fu la critica, ai tempi ancora velata, alla nuova politica estera cinese e alla terribile alleanza con l’imperialismo americano in nome della lotta al socialimperialismo sovietico:
«Nonostante i mutamenti avvenuti e che continuano ad avvenire nel mondo, l’imperialismo americano è stato e resta pur sempre il nemico principale di tutti i popoli, il più grande oppressore e sfruttatore degli altri paesi, il bastione della reazione internazionale. Fintantoché esso sta ancora in piedi, restano immutate la sua natura reazionaria, la sua politica e la sua strategia aggressive e guerrafondaie che derivano dall’essenza stessa del suo sistema di sfruttamento. L’imperialismo americano non può vivere senza cercare di sottomettere economicamente altri paesi, senza interventi politici e senza aggressioni militari, senza opprimere e sfruttare gli altri popoli. Altrimenti esso muore e si apre la via alle rivolte e alle rivoluzioni. Gli avvenimenti di questi ultimi anni confermano nel migliore dei modi che l’imperialismo degli Stati Uniti d’America non solo non vi ha rinunciato, ma fa di tutto per minare la libertà e l’indipendenza degli altri paesi e per stabilire il suo dominio sul mondo. […] Dato che l’imperialismo americano e quello revisionistico sono due superpotenze imperialistiche e si presentano con una comune strategia controrivoluzionaria non è possibile che la lotta dei popoli contro di essi non si fondi in un’unica corrente. Non è possibile fare assegnamento su di uno di questi imperialismi allo scopo di opporsi all’altro. […] Cosciente dell’alta responsabilità di fronte al proprio popolo e al socialismo, il nostro Partito non si fermerà mai a metà strada, esso lotterà con decisione e con tutte le proprie forze contro l’imperialismo e contro il socialimperialismo fino alla loro totale distruzione e fino al trionfo della rivoluzione mondiale. Il nostro popolo e il nostro Partito considerano questa lotta come un tutto indivisibile perché è impossibile opporsi con successo all’imperialismo senza combattere nello stesso tempo anche il socialimperialismo sovietico e viceversa».[189]
Contemporaneamente la Cina sviluppò i contatti con i paesi del “terzo mondo” e con i paesi revisionisti della Jugoslavia e la Romania, la quale fu favorita nelle Nazioni Unite rispetto all’alleato albanese, riducendo drasticamente i crediti ed il supporto dato all’Albania.[190] Nello stesso modo il supporto dato ai Partiti marxisti-leninisti nel mondo venne meno, motivo per cui «un numero crescente di delegazioni marxiste-leniniste si recò a Tirana per consultazioni, indicazioni politiche ed eventualmente assistenza finanziaria».[191] Mentre si svolgeva il VI Congresso del PLA, con la partecipazione di compagni rappresentanti del Partito Comunista di Spagna (M-L), in Cina venne invitata una delegazione del Partito Comunista di Spagna guidata da Santiago Carrillo.[192] Il PLA espresse la propria contrarietà ai contatti con partiti revisionisti rifiutando l’invito alla partecipazione del 13⁰ Congresso del Partito Comunista Italiano affermando che: «Non si possono avere contatti e colloqui con alcuni revisionisti perché questi hanno differenze con altri revisionisti. […] Così come non ci si può schierare con un imperialista per opporsi a un altro, non ci si può schierare con alcuni revisionisti per opporsi ad altri».[193] Durante gli anni ’70, l’importanza che il PCC dava all’Albania calò drasticamente. L’attività diplomatica e l’attenzione cinese si spostarono gradualmente da Tirana a Belgrado e Bucarest.
Dopo la visita di Nixon a Pechino[194], i contatti e le visite reciproche ad alto livello tra il RPSA e la RPC subirono un netto calo.[195] La Cina ridusse di conseguenza il commercio con l’Albania.[196] Per queste ragioni, Hoxha enfatizzò il principio dell’autosufficienza e rifiutò di incrementare gli scambi commerciali con l’Occidente chiedendo di diminuire la dipendenza dell’Albania dal commercio estero.[197]
Attenzione particolare va posta alla critica albanese dell’atteggiamento tenuto dalla Cina a seguito del colpo di stato avvenuto in Cile l’11 settembre 1973, che vide la nascita del regime fascista di Pinochet:
«Dopo il colpo di Stato, il Partito Comunista Cinese non ha rilasciato alcuna dichiarazione di condanna e Peking Review ha pubblicato solo alcuni brevi articoli che descrivevano il colpo di Stato e la resistenza ad esso. La Cina cercò di mantenere le relazioni con Pinochet in quanto leader di un Paese del “Terzo Mondo” e continuò persino a fornire crediti al regime di Pinochet. Ciò ha portato il Partito Comunista Rivoluzionario del Cile[198] a rompere pubblicamente con i revisionisti cinesi. Nella loro Lettera aperta al Partito Comunista Cinese, hanno affermato che: “i rappresentanti della Cina alle Nazioni Unite e in altri organismi internazionali hanno abbandonato le sessioni senza votare quando sono state presentate le risoluzioni di condanna di Pinochet e dei suoi scagnozzi. […] avete concesso crediti alla Giunta; nientemeno che l’ambasciatore cinese si è fatto fotografare mentre consegnava regali al dittatore Pinochet nell’agosto di quest’anno”».[199]
A differenza dei revisionisti sovietici e cinesi, l’Albania socialista assunse una posizione corretta e di principio, denunciando il colpo di Stato e i suoi sostenitori imperialisti statunitensi, e sottolineando che la “via pacifica” revisionista ha aperto la strada ad esso. L’Albania sottolineò che:
«In Cile continua ad imperversare la tempesta controrivoluzionaria contro le masse lavoratrici, i patrioti ed i combattenti di quel paese. Le forze di destra che hanno preso il potere come risultato del colpo di stato dell’11 settembre hanno stabilito un regno del terrore che avrebbero invidiato financo gli hitleriani. […] Le più fanatiche, ultra-reazionarie, forze delle tenebre, gli agenti dell’imperialismo americano, si stanno pavoneggiando sulla scena politica. […] Per il popolo cileno questa è una grave, sebbene temporanea, disgrazia, ma per i revisionisti moderni essa costituisce una sconfitta totale, un completo ribaltamento delle loro teorie opportuniste. Tutti i revisionisti, da quelli di Mosca a quelli d’Italia, di Francia e altrove, presentavano l’“esperienza cilena” come un esempio concreto che avrebbe dimostrato le loro “nuove teorie” sulla “via pacifica alla rivoluzione”, la transizione al socialismo sotto la direzione di molti partiti, la moderazione della natura dell’imperialismo, l’estinzione della lotta di classe nelle condizioni di coesistenza pacifica, ecc. La stampa revisionista ha fatto un gran baccano con la “via cilena” per pubblicizzare le tesi del XX Congresso del PCUS e i programmi riformisti e utopici di tipo togliattiano».[200]
Tra gli episodi di accondiscendenza con i regimi fascisti va senz’altro citato il mancato intervento della Cina contro l’esecuzione di cinque militanti antifascisti in Spagna nel 1975 malgrado i cinesi fossero stati sollecitati da una delegazione del PCE (m-l) presso l’ambasciata cinese a Tirana.[201]
Nel 1974 iniziarono a emergere i primi problemi a livello “tecnico”, come accadde ad aprile, quando i cinesi si mostrarono recalcitranti al finanziamento e alla costruzione della centrale idroelettrica a Fierza.[202] A livello diplomatico, i rapporti si cominciarono a fare sempre più radi e freddi. I cinesi posticiparono per ben due volte la visita, per discutere delle tensioni nelle relazioni bilaterali, della delegazione albanese in Cina guidata da Mehmet Shehu, originariamente stabilita per i primi mesi del 1974 e infine spostata all’anno seguente.[203] Nel settembre dello stesso anno, una delegazione dell’Assemblea federale jugoslava visitò Pechino.[204] L’anno successivo, il premier Dzemal Bijedid si recò in visita ufficiale nella RPC e fu gratificato con un’udienza con Mao. Commentando la visita di Bijedid, su Peking Review si affermava che la politica estera della Jugoslavia stava «giocando un ruolo positivo nella causa dell’unità contro l’egemonismo, una causa intrapresa dai popoli del mondo».[205] Allo stesso tempo, i cinesi continuarono a fare pressioni sull’Albania affinché concludesse un’alleanza con la Jugoslavia.[206] Tirana rispose incrementando la critica alle teorie dei revisionisti jugoslavi.[207]
Nell’aprile del 1974, in un discorso di Deng Xiaoping alla VI Sessione Speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite[208], venne ufficialmente proclamata la “teoria dei tre mondi” la quale sanciva l’inizio della nuova politica estera cinese, che rinnegava l’internazionalismo proletario e la lotta rivoluzionaria di classe, essendo funzionale all’entrata della Cina nel gioco degli ingranaggi fra le superpotenze.[209]
La scelta di inviare Deng all’ONU non fu casuale:
«Nel marzo 1974, quando l’Ufficio politico si riunì per scegliere chi dovesse guidare la delegazione alle Nazioni Unite, Jiang Qing non era d’accordo con la decisione di scegliere Deng Xiaoping. Il 27 marzo Mao Zedong scrisse a Jiang Qing: “Scegliere Deng Xiaoping è una mia idea; è meglio che tu non ti opponga”.[210] Il discorso di Deng Xiaoping alla sessione speciale delle Nazioni Unite fu approvato dall’Ufficio politico e rivisto da Mao Zedong. Il 4 aprile Mao Zedong commentò il discorso: “Bene. Lo approvo”».[211]
Ritornando a Pechino, Deng incontrò l’ambasciatore dell’Albania nella RPC nel tentativo di ottenere l’approvazione di Tirana per la nuova politica. All’inviato albanese fu detto in termini inequivocabili che la “teoria dei tre mondi” rappresentava “la direzione di base” della politica estera cinese.[212] La nuova politica estera cinese venne riaffermata definitivamente per un approccio pragmatico alla IV Assemblea nazionale del popolo, tenutasi nel gennaio 1975, con il rapporto di Zhou Enlai.[213] Era ormai evidente che, come dirà Enver Hoxha nel 1978, «Con la sua politica la Cina sta mostrando ancora più chiaramente che cerca di consolidare le posizioni del capitalismo nel suo Paese e di stabilire la sua egemonia sul mondo, di divenire una grande potenza imperialista, al fine di poter occupare anch’essa, come si dice, “il posto che si merita”».[214]
Vista la ribellione del PLA alla nuova strategia cinese, Pechino cominciò a sabotare l’economia albanese:
«Gli eventi degli ultimi due anni prima del 1975 videro una continua riduzione dell’assistenza cinese all’Albania. La direzione di Tirana percepì che l’alleanza con la Cina stava giungendo al termine. A causa di questi sentimenti di sfiducia, al momento della stesura del piano quinquennale 1976-1980, il dibattito sulla richiesta di assistenza alla Cina catturò l’attenzione personale di Hoxha più di quanto non avessero fatto i suoi predecessori. […] Il fatto che i dirigenti albanesi dubitassero della volontà della Cina di assistere l’Albania è dimostrato dalla preparazione da parte di Hoxha di tre richieste alternative di decrescita, accompagnate da tre rispettivi discorsi a seconda della reazione cinese. […] In Albania il governo aveva discusso un primo piano che richiedeva 813 milioni di rubli. Ma Hoxha lo ritenne irrealistico e furono preparate tre alternative. Le prime due prevedevano rispettivamente 665 e 600 milioni di rubli. Nel peggiore dei casi, l’Albania si aspettava che la Cina approvasse la terza opzione, quella di 550 milioni di rubli. Con grande disappunto della direzione albanese, la Cina ha concesso solo 225 milioni di rubli, finanziando 10 dei 20 progetti industriali richiesti dall’Albania. […] Le registrazioni degli incontri a Pechino tra Li Xien-nien e Adil Çarçani mostrano che, nonostante la cortesia iniziale, i colloqui sono stati molto tesi e l’atteggiamento della Cina è cambiato drasticamente nei confronti dell’Albania. Inoltre, questa volta la Cina ha dimostrato di non cedere alle richieste dell’Albania come aveva fatto in passato. Durante il primo incontro, Li Xiannian disse a Çarçani l’ammontare del prestito che la Cina poteva concedere all’Albania, sostenendo che la Cina era un Paese povero. L’allontanamento dalla precedente politica economica cinese nei confronti dell’Albania è emerso chiaramente leggendo la specifica riduzione degli aiuti cinesi. […] Adil Çarçani chiese a Li di riconsiderare la decisione e chiese di trasmettere a Mao il loro reclamo. Li invece affermò che “il nostro partito, Mao compreso, ha già preso in seria considerazione la questione […] che la nostra assistenza nei vostri confronti è già molto grande […] l’assistenza cinese pro capite all’Albania è stata superiore a quella di qualsiasi altro Paese”. Adil Çarçani ha insistito per avere una risposta “dal Comitato Centrale del PCC [Mao] su questa questione”, ma Li Xiannian ha risposto che “quello che le ho detto non è solo la mia opinione personale […] non le sarà data nessun’altra risposta”. L’Albania, non avendo altra scelta, accettò il piccolo prestito e gli accordi economici relativi al piano quinquennale 1976-1980 furono firmati all’inizio del luglio 1975 ‒ l’ultimo credito economico cinese per l’Albania. Il problema era chiaramente di natura politica. Deng Xiaoping offrì l’assistenza cinese ai Paesi stranieri non più sulla base di affinità ideologiche, ma di calcoli pratici. In primo luogo, Deng voleva, e iniziò a perseguire, la modernizzazione della Cina, dove le decisioni di politica estera “[…] non devono essere basate su qualsiasi altra cosa che non sia una considerazione pratica […]”. Per Deng, infatti, “tutte le politiche dovevano essere giudicate in base a criteri economici”, e gli aiuti esteri non facevano eccezione. Sicuramente conosceva bene le critiche ricevute dai dirigenti albanesi e ora poteva vendicarsi, anche se molto probabilmente era motivato da considerazioni politiche ed economiche piuttosto che da sentimenti personali. La Cina, tuttavia, intendeva mantenere le relazioni con l’Albania, ma su una nuova base, che richiedeva un adattamento politico del regime di Hoxha al nuovo corso di apertura della Cina. Questo sarebbe stato difficile da accettare per Enver Hoxha, che certamente desiderava mantenere buone relazioni con la Cina. Quest’amicizia fu messa nuovamente alla prova quando i dirigenti albanesi inoltrarono alla Cina una nuova richiesta di armamenti nel novembre 1975. La richiesta conteneva una lunga lista di nuovi armamenti per un totale di 380 mila tonnellate di equipaggiamento. I dirigenti albanesi non si aspettavano una completa accettazione delle loro richieste, ma nemmeno una quasi interruzione degli aiuti.
Per Hoxha era significativo che tra tutti i Paesi che si affidavano all’assistenza militare cinese, l’Albania fosse l’unico a trattare esclusivamente con la Cina, mentre sia il Vietnam che la Corea del Nord ricevevano assistenza militare anche dall’Unione Sovietica. Per quanto riguarda l’assistenza cinese ai Paesi del Terzo Mondo, l’Albania sosteneva che la Cina avrebbe dovuto dare la priorità prima di tutto a un Paese socialista come lei, e poi al resto del mondo. Alla fine, a fine dicembre 1975, fu firmato un accordo. La Cina non solo respinse le richieste albanesi, ma “l’assistenza militare cinese fu praticamente interrotta”, come scrisse Mehmet Shehu a Hoxha della conclusione dei negoziati».[215]
Il quadro delle relazioni sino-albanesi peggiorò rapidamente:
«Le differenze politiche e ideologiche tra i due alleati assunsero maggiore importanza e iniziarono a influenzare le relazioni tra Stati. All’inizio degli anni Settanta, la Cina ha tollerato la resistenza politica dell’Albania. A metà degli anni Settanta, tuttavia, con il cambiamento del valore politico attribuito dalla Cina all’Albania, cambiò anche la disponibilità cinese a fornire aiuti economici e militari all’Albania. Pechino era talmente irritata con Tirana da ricorrere a misure punitive. Nel 1975, Pechino ridusse drasticamente l’assistenza economica, causando seri problemi al raggiungimento degli obiettivi del piano da parte dell’Albania e il rinvio di importanti progetti. I cinesi accettarono di concedere solo il 20-25% dei crediti richiesti da Tirana per il Sesto Piano Quinquennale (1976-80). Il commercio tra i due Paesi è diminuito costantemente, passando da 168 milioni di dollari nel 1975 a 116 milioni di dollari l’anno successivo».[216]
Fino a un palese boicottaggio:
«La Cina iniziò a limitare le sue relazioni con l’Albania proprio mentre le stava estendendo con la Romania e la Jugoslavia, e stava elaborando un piano per la creazione di un’alleanza militare rumeno-jugoslavo-albanese che doveva servire alla leadership cinese come strumento per raggiungere i propri obiettivi a scapito dell’Unione Sovietica. Per mettere in ginocchio la RPA, i revisionisti cinesi iniziarono a creare il blocco economico contro di essa nel 1971-1975. Ridussero al minimo gli scambi commerciali con l’Albania. Nel 1975 le importazioni albanesi dalla Cina presentavano un deficit di 40 milioni di yuan. Dei 35 progetti che dovevano essere costruiti nel corso del V Piano quinquennale con l’aiuto cinese, solo 15 furono realizzati, mentre il resto fu rinviato al VI Piano quinquennale. Nel 1975, mentre era in discussione il VI Piano Quinquennale, la Cina accordò all’Albania solo il 25% del credito richiesto. In questo credito i cinesi avevano incluso anche forniture militari e i 20 progetti non realizzati previsti dagli accordi conclusi».[217]
C’è anche da aggiungere che nell’aprile del 1976 giunsero all’ambasciata albanese informazioni che attribuivano a Deng l’affermazione: “Ora l’Albania ha già una solida base economica, lasciamola camminare sulle proprie gambe”.[218] Questo e altri segnali[219] furono un acuirsi delle differenze tra l’Albania e la Cina. Nel novembre 1976, in occasione del VII Congresso del PLA, la Cina rifiutò per la seconda volta di inviare una delegazione, pur affermando che “ciò non danneggia le relazioni fraterne tra le due parti e i due Paesi”.[220] Nel Congresso si attaccò velatamente la deriva opportunista cinese.[221]
In una “nota verbale” dell’8 dicembre 1976, Pechino protestò per le critiche di Hoxha alla politica estera cinese fatte al VII Congresso che, secondo i cinesi, era «contro le idee di Mao Zedong».[222] La nota cinese affermava che Hua Guofeng si era infuriato per il fatto che la linea del PCC su alcune questioni importanti fossero state “pubblicamente attaccate per allusione” al congresso del Partito. Tali critiche, secondo quanto riferito da Hua, avrebbero danneggiato l’amicizia sino-albanese e l’unità del movimento marxista-leninista. I cinesi dopo affermarono di non voler entrare in polemica (alludendo a come fecero con la lettera del 1964) e quindi non avrebbero risposto alle accuse del PLA.[223] Di seguito il PLA «con una lettera inviata il 24 dicembre 1976 al Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, gli ha chiesto di chiarire in che cosa e dove il nostro Partito abbia attaccato il Partito Comunista Cinese e Mao Zedong. La direzione cinese, come al solito, sino ad oggi non ci ha dato nessuna risposta».[224]
I cinesi si abbassarono a tal punto da ritirare le critiche al revisionismo Jugoslavo:
«Nel maggio 1977, una delegazione parlamentare cinese ha visitato Belgrado e Bucarest, ma non Tirana. Discostandosi dalle passate dichiarazioni politiche cinesi, il capo della delegazione cinese, il vicepresidente dell’Assemblea Nazionale del Popolo Seifudin, si è ripetutamente riferito alla Jugoslavia come a un Paese “socialista” e ha espresso il proprio sostegno al movimento dei non allineati […] Il movimento dei non allineati era visto dalla leadership post-Mao come diretto contro “l’imperialismo e il colonialismo”. […] Ma forse ciò che ha infastidito gli albanesi ancor più delle prospettive di stabilire relazioni di partito sino-jugoslave sono stati i commenti di Seifudin, secondo cui la Jugoslavia avrebbe “risolto” il problema nazionale in “conformità con i principi marxisti”. I commenti del funzionario cinese sono giunti in un momento di crescenti disordini nazionalisti in Kosovo e tra le crescenti richieste dell’etnia albanese di una repubblica albanese separata all’interno della federazione jugoslava. Mentre Belgrado ha respinto tali richieste, gli albanesi su entrambi i lati del confine hanno insistito sul fatto che il problema nazionale in Jugoslavia non [era] stato risolto».[225]
Dopo questo vergognoso atto, il PLA era sicuro che il PCC non sarebbe stato più difendibile:
«Un rapporto dell’ambasciata albanese a Pechino, alla fine del 1976, affermava che “qui si sta riabilitando tutto ciò che è stato attaccato durante la Rivoluzione culturale”. Hoxha concluse che “ora con la Cina siamo ideologicamente nemici” perché per lui la Cina era diventata un “Paese social-imperialista”. Poi, nel giugno 1977, Hoxha abbandonò definitivamente l’alleanza con la Cina, affermando che “la Cina si è allontanata dal marxismo-leninismo e sta preparando una svolta regressiva come la Jugoslavia e l’Unione Sovietica”, e si addentrò in una lunga analisi della teoria dei Tre Mondi, rifiutandola in quanto non conforme alla divisione marxista della società e del mondo».[226]
Il 7 luglio del 1977, poco prima della riabilitazione definitiva di Deng Xiaoping[227], venne pubblicato l’editoriale del Zëri i Popullit “La teoria e la pratica della rivoluzione”[228] in cui, senza fare nomi, veniva denunciata la nuova politica estera cinese. La denuncia del PLA al PCC sanciva definitivamente le differenze tra i due Paesi e metteva in guardia i sinceri marxisti-leninisti della pericolosità della teoria dei tre mondi.[229]
I cinesi risposero furiosi che il PLA “era caduto nella trappola dell’opportunismo” e che alcuni suoi membri:
«Vogliono condurre, in modo cieco e avventuroso, l’attuale fase della rivoluzione verso il campo della rivoluzione socialista. Vogliono condurre la classe rivoluzionaria proletaria, una forza potente ora in fase di formazione, a un’offensiva avventurosa che causerebbe solo una nuova battuta d’arresto e una ritirata della rivoluzione. Si oppongono alla teoria dei tre mondi, che equivale a opporsi alla lotta del proletariato per riunire e unire la maggioranza delle masse. Speriamo che correggano il loro errore e tornino alla base dei principi del marxismo-leninismo, in modo da poterci unire e combattere insieme, come in passato.»[230]
Motivo per cui:
«Sulla base delle istruzioni del presidente Hua e del vicepremier Deng, non pubblicheremo apertamente alcun articolo per confutare le opinioni errate del Partito dei Lavoratori Albanese.[231] Invece, con altri mezzi, divulgheremo la linea e il pensiero corretti del presidente Mao riguardo all’istituzione di un fronte unito internazionale contro l’imperialismo e il socialimperialismo. Da un lato, questo impedirà un’ulteriore escalation e la pubblicizzazione delle differenze tra i due partiti. D’altra parte, questa moderazione serve anche a mantenere le relazioni amichevoli tra i due partiti e i popoli della Cina e dell’Albania, nonché a prevenire il caos e la confusione nel pensiero e nella linea del movimento comunista internazionale».[232]
Conformemente a queste ipocrite risposte, il PCC cercò di attenuare la frattura ideologica affermando che non c’erano differenze di base tra i due Partiti e che nonostante ci fossero problemi nei rapporti tra i due Paesi la questione non era troppo seria.[233] Poco prima della visita di Tito in Cina, nell’agosto del 1977, gli albanesi pubblicarono una conversazione[234] tra Enver Hoxha e Zhou Enlai, avvenuta durante la visita di quest’ultimo nel Marzo 1965 a Tirana, e ripubblicarono un articolo del Zëri i Popullit[235] uscito nel 1963 sulla visita di Kruscev in Jugoslavia. Il messaggio era chiaramente rivolto ai cinesi i quali si erano incamminati sulla strada revisionista krusceviana.
I cinesi ignorarono le accuse e, in un discorso in onore di Tito, il ministro degli esteri Huang Hua affermò:
«Nel campo internazionale, ci atterremo all’internazionalismo proletario e alle tesi del presidente Mao sulla differenziazione dei tre mondi, continueremo ad attuare la sua linea rivoluzionaria negli affari esteri, rafforzeremo la nostra unità con il proletariato internazionale e con i popoli e le nazioni oppresse, con i Paesi non allineati e con gli altri Paesi del Terzo mondo, ci alleeremo con tutti i Paesi sottoposti all’aggressione, alla sovversione, all’ingerenza, al controllo o alla prepotenza delle superpotenze, ci uniremo a tutte le forze che possono essere unite per formare il fronte unito più ampio possibile e porteremo avanti la lotta contro l’egemonismo delle superpotenze fino in fondo».[236]
Enver Hoxha reagì alla visita di Tito scrivendo nel proprio diario che:
«In tal modo è stata confermata la tesi del nostro Partito secondo cui attualmente la Cina è un Paese che ha alla sua testa un partito revisionista, alla cui direzione vi sono dei rinnegati del marxismo-leninismo».[237]
In occasione del 28° anniversario della fondazione della RPC, Hoxha inviò un telegramma a Hua, nel quale espresse il desiderio che le relazioni tra i due Paesi “si sviluppino e si rafforzino sulla corretta linea marxista-leninista e sulla base dei principi dell’internazionalismo proletario”.[238] Successivamente Tirana inasprì il conflitto con il velato attacco del Ministro degli Esteri Nesti Nase alla Cina in un discorso davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nase sminuì con acrimonia l’importanza dell’assistenza cinese alla RPSA:
«Se l’Albania ha ricevuto e può ricevere qualche aiuto internazionalista da un Paese socialista, questo non è assolutamente decisivo per il destino della costruzione socialista del Paese e in nessuna circostanza può diventare una causa di violazione dell’indipendenza e della sovranità del nostro Paese… Nessuno deve illudersi che “l’Albania sia un Paese isolato”, che “non possa vivere senza aiuti stranieri” o che sia costretta a tendere la mano a chiunque».[239]
Circa un mese dopo il discorso di Nase, Hysni Kapo, membro del Politburo, sferrò un ulteriore attacco ai cinesi in occasione del 60° anniversario della Rivoluzione d’Ottobre dicendo:
«I veri rivoluzionari marxisti-leninisti, nella propria corretta lotta internazionalista per smascherare e rovesciare il social-imperialismo sovietico, non si affidano ai nemici giurati del comunismo e a un’alleanza senza principi con loro, ma si affidano ai popoli, al proletariato e alla rivoluzione».[240]
Al terzo Plenum del Comitato Centrale del PLA si decise di informare tutti i membri del Partito delle inconciliabili deviazioni cinesi.[241] Nello stesso periodo i cinesi continuarono a sabotare gli accordi statali intrapresi con l’Albania, per esempio, non inviando tecnici responsabili «finché non saranno create buone condizioni ed una situazione di comprensione, non invieremo i nostri specialisti per queste opere».[242] E di pari passo riducendo di fatto il commercio.[243] Inoltre tra l’ottobre 1977 e il maggio 1978 l’Albania inviò altre note di protesta[244] all’ambasciatore cinese a Tirana, sollecitando il completamento di alcuni progetti industriali in sospeso. Ci furono difficoltà anche durante la visita in Cina di una delegazione commerciale albanese nel novembre 1977. La delegazione si recò in Cina per concludere gli accordi commerciali per l’anno 1978, ma ben presto sorsero dei disaccordi per quanto riguarda la valuta nel commercio bilaterale.[245]
Il 24 giugno 1978 apparve un editoriale del Zëri i Popullit intitolato “Imperialisti: giù le mani dal Vietnam” che indirettamente attaccava la Cina come interferenza estera nei conflitti al confine tra Vietnam e Cambogia, affermando che i due popoli «dovrebbero cessare qualsiasi azione che violi i nobili interessi della rivoluzione e della libertà delle due nazioni, e dovrebbero risolvere i loro disaccordi sulla strada dei colloqui amichevoli».[246]
Il 7 luglio, esattamente un anno dopo la pubblicazione dell’editoriale di Zëri i Popullit che denunciava la “teoria dei tre mondi”, il governo cinese informò Tirana che avrebbe interrotto tutti gli aiuti economici e militari alla RPSA e richiamato tutti gli specialisti cinesi che lavoravano in Albania. La nota cinese accusava la direzione albanese di aver intensificato la campagna politica contro la Cina, per “proprie esigenze politiche interne ed estere”, e di aver “denigrato senza motivo” gli aiuti economici e militari della RPC.[247] Subito dopo la decisione della Cina, circa 513 esperti cinesi lasciarono Tirana e 104 studenti albanesi lasciarono Pechino.[248]
Per il PLA questa decisione della Cina rappresentava «una brutale violazione delle regole e delle norme elementari delle relazioni internazionali, un atto compiuto da posizioni di grande potenza imperialista, che colpiva il socialismo in Albania e il marxismo-leninismo in generale. I motivi della decisione di interrompere i crediti e gli aiuti all’Albania non erano di carattere tecnico, come la direzione cinese cercava di giustificare il suo atto imperialistico, ma di carattere prettamente politico e ideologico. Questo atto era la logica conseguenza del corso da essa adottato per sviluppare il capitalismo in Cina e per trasformarla in una superpotenza socialimperialista».[249]
Il 29 luglio 1978 il CC del PLA e il Governo dell’Albania inviarono una lettera, di denuncia pubblica e tradotta anche all’estero, al CC del PCC e al Governo Cinese in cui si criticava la sospensione dei crediti e degli aiuti cinesi, un’azione reazionaria da grande potenza, con cui si rendevano manifesti i dissidi ideologici con il PLA e manifesta la polemica con quest’ultimo. Nella lettera vengono smentite da capo a fondo le calunnie della nota cinese a cominciare dai dettagli tecnici (come per esempio la somma di valore globale dell’aiuto economico cinese in crediti che secondo la suddetta nota era «superiore a 10 miliardi di yuan» mentre nella realtà fu solo di 3 miliardi e 53 milioni di yuan commerciali[250]) per proseguire alle divergenze tra i due Partiti a cominciare dagli anni ’60 fino a concludere alla vera e propria opera di sabotaggio da parte del PCC.[251] La lettera ha un enorme contenuto rivoluzionario e fu uno strumento importante nelle mani dei marxisti-leninisti in tutto il mondo. Avendo a che fare con una potenza revisionista in ascesa nello scenario mondiale, il PLA mise a nudo tutte le contraddizioni del governo cinese che, con le false promesse di pace tra i popoli, stringeva le mani ai dittatori reazionari e fascisti.
Nello stesso periodo, nell’aprile del 1978, venne pubblicato in Albania la prima edizione di “Imperialismo e Rivoluzione” del compagno Enver Hoxha.[252] Il testo ha un’enorme importanza e rimane di estrema attualità. All’interno del libro vengono tracciate con grande attenzione: la crisi mondiale del capitalismo tenendo traccia della teoria dell’imperialismo di Lenin, la difesa del marxismo-leninismo dalle correnti del revisionismo moderno, la strategia che i marxisti-leninisti devono perseguire per la vittoria della rivoluzione, il piano della Cina per diventare una superpotenza social-imperialista oltre che a contenere una concisa denuncia del “pensiero di Mao Zedong”. Negli anni successivi, il PLA intensificò la lotta al revisionismo cinese “a tutto tondo” e tenne alta la bandiera del marxismo-leninismo fino alla controrivoluzione di Ramiz Alia.
CONCLUSIONE
Come è stato dimostrato, Il PLA, con la guida del compagno Enver Hoxha, è stato coerente al marxismo-leninismo e in prima linea nel denunciare con forza tutte le forme di revisionismo moderno che hanno minacciato la rivoluzione proletaria. Accerchiato da tutti i fronti (imperialista-occidentale, revisionista sovietico-jugoslavo fino al rinnegato cinese) il popolo albanese non si è voluto piegare dinanzi alle intimidazioni ed ai sabotaggi dei nemici di ogni tipo procedendo a testa alta verso la costruzione del socialismo.
Discorso diverso per la Repubblica Popolare Cinese dove, dal 1949 al 1976, il PCC ha mantenuto un rapporto continuativo con la borghesia nazionale e non ha mai assimilato in modo coerente la teoria marxista-leninista dunque rimanendo nelle sue posizioni eclettiche e revisioniste che non hanno consentito alla Cina di diventare un paese socialista.
Queste distorsioni del pensiero marxista-leninista hanno infine portato Mao Zedong alla negazione della lotta di classe internazionale sostituendola con il suo progetto della “Teoria dei tre mondi”. La Cina iniziò il proprio processo di trasformazione in potenza social-imperialista da Paese dipendente, dopo un ventennio di sviluppo irregolare a zig-zag, dove la borghesia nazionale, a seguito anche di aspri scontri, aveva avuto modo di rafforzarsi. Mao non ha mai spezzato definitivamente i legami con coloro che fungevano da rappresentanti del capitale cinese, mantenendoli sempre nel partito, combattendoli e poi sostenendoli in modo ciclico senza mai epurarli, tranne pochissimi casi, e costoro si sono ripresentati ciclicamente a più riprese fino a prendere le redini del potere. La Cina si è battuta con forza contro i kruscioviani, ma non ha mai combattuto realmente le visioni dei revisionisti che erano proprie anche di Mao ed a ciò si sono aggiunte le deviazioni più peculiari del PCC, a livello economico, sociale e filosofico.
La pubblicazione, nel 1977, del V volume delle Opere scelte di Mao Zedong, comprendente gli scritti del periodo 1949-1957, avrebbe contribuito a chiarire ai comunisti albanesi le ragioni delle posizioni assunte dai cinesi negli anni ’70, dimostrando che questi errori non erano temporanei, prodotto di un contesto difficile, di un processo di apprendimento o di semplice ignoranza, ma erano posizioni radicate in un pensiero che ribaltava chiaramente ogni principio del marxismo-leninismo. Con la vittoria della cricca di Deng, il progetto imperialista della Cina divenne più esplicito che mai conducendo alle nefaste conseguenze che possiamo assistere tutt’oggi con i nostri occhi.
La natura imperialista della Cina è da tempo chiara. Nonostante la sconfitta temporanea del socialismo scientifico, dobbiamo prendere il testimone dall’eroica lotta contro il revisionismo moderno, avviata dal PLA, contro ogni deformazione del pensiero marxista e leninista per porre le basi per un autentico partito marxista-leninista in Italia.
NOTE:
[1] Miladin Popović fu un comunista internazionalista jugoslavo. Importante organizzatore nella guerra popolare di liberazione in Jugoslavia e Albania nonché segretario del Comitato Regionale del PCJ del Kosovo-Metochia.
[2] Storia del Partito del Lavoro d’Albania, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1982, pag. 171 (di séguito elencato come “Storia del PLA”).
[3] Ibid., pag. 233.
[4] Ibid., pag. 234.
[5] Ibid., pag. 235.
[6] Ibid., pag. 172, 238.
[7] Ibid., pag. 236.
[8] Ibid., pag. 237.
[9] Ivo Banac, With Stalin against Tito: Cominformist Splits in Yugoslav Communism, Cornell University Press, 1988, pag. 40.
[10] «La risposta di Stalin ci pervenne molto presto, pochi giorni prima che iniziassero i lavori del plenum. Stalin ci diceva che non riteneva probabile la minaccia di un eventuale attacco contro di noi da parte dell’esercito greco e, concordando con il mio parere, non considerava necessaria la venuta della divisione jugoslava in Albania.» (Enver Hoxha, I Titisti, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1983, pag. 460).
[11] William E. Griffith, Albania and the Sino-Soviet Rift, The MIT Press, 1963, pag. 20.
[12] Ibid. Nostra traduzione.
[13] Miranda Vickers, The Albanians: A Modern History, I. B. Taurus and Co. Ltd, pag. 173. Nostra traduzione.
[14] Nicholas Pano, The People’s Republic of Albania, The Johns Hopkins Press, 1968, pag. 82. Nostra traduzione.
[15] Georges Castellan, Storia dell’Albania e degli albanesi, Argo, Lecce 2012, pag. 103.
[16] Albania: A Country Study, Op. cit., pag. 43. Nostra traduzione.
[17] Reperibile qui nella sezione dedicata ad Enver Hoxha: https://associazionescintillaets.weebly.com/testi.html
[18] Il PCA cambierà nome in Partito del Lavoro d’Albania nel 1949 su consiglio di Stalin: «il compagno Stalin ci diede amichevolmente una serie di consigli utili per il nostro lavoro futuro. Ci suggerì fra l’altro di dare al nostro Partito Comunista il nome di “Partito del Lavoro d’Albania”, dato che la maggior parte dei suoi membri erano di origine contadina. “Comunque, egli osservò, questa è un’idea mia, perché spetta a voi, al vostro Partito, dire l’ultima parola in merito”». (Enver Hoxha, Con Stalin, Casa editrice 8 Nëntori, Roma 1984, pag. 64).
[19] William E. Griffith, Op. cit., pagg. 21-22. Nostra traduzione.
[20] Ibid., pag. 22.
[21] Ibid., pag. 23. Nostra traduzione.
[22] Elez Biberaj, Albania And China: A Study Of An Unequal Alliance, Westview Press, 1986, pag. 43. Nostra traduzione.
[23] Ibid., pag. 44. Nostra traduzione.
[24] Enver Hoxha, Ditar [Diario], Vol. 1, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1987, pag. 125. Nostra traduzione.
[25] Nexhmije Hoxha, “My Life with Enver” Memoirs, I, Lira, Tirana, 1998. Nostra traduzione. L’estratto è disponibile qui: https://www.revolutionarydemocracy.org/rdv19n2/enver.htm
[26] Ylber Marku, Sino-Albanian relations during the Cold War 1949-1978: an Albanian perspective, pag. 35.
[27] Storia del PLA, pagg. 308-309.
[28] William E. Griffith, Op. cit., pag. 26; Cfr. Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 2, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1975, pag. 456-482.
[29] «Soprattutto, [Mao] mi ha detto che i materiali del congresso [il XX Congresso del PCUS del 1956] avevano provocato una forte impressione su di lui. Lo spirito di critica e autocritica e l’atmosfera creata dopo il congresso lo hanno aiutato, ha detto, ad esprimere più liberamente i suoi pensieri su determinate questioni. Era positivo che il Partito Comunista dell’Unione Sovietica avesse sollevato tutte queste questioni. Per noi, ha detto Mao Zedong, è stato difficile assumere l’iniziativa in questa faccenda» (Journal of Ambassador Pavel Yudin, Registrazione della conversazione con Mao Zedong, 31 marzo 1956. Nostra traduzione. Reperibile qui:
https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/journal-ambassador-p-f-yudin-record-conversation-mao-zedong-31-march-1956); «Secondo Li Shenzhi, che all’epoca era uno dei segretari agli affari esteri del premier Zhou, Mao “non si oppose alla diffusione del contenuto del discorso segreto”. Ciò sembra indicare che Mao non fosse preoccupato che la destalinizzazione potesse avere gravi conseguenze per la società cinese. Anzi, acconsentì e apprezzò tale iniziativa.» (Shen Zhihua e Yafeng Xia: Mao and the Sino–Soviet Partnership 1945–1959: A New History, Lexington books, 2015, pag. 146. Nostra traduzione).
[30] Cfr. Shen Zhihua e Yafeng Xia: Mao and the Sino–Soviet Partnership 1945–1959: A New History, Lexington books, 2015, pagg. 146-153
[31] Enver Hoxha, I kruscioviani, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1980, pagg. 252-254; C’è anche da aggiungere che nell’opuscolo “Sulla questione di Stalin” del 1963, Mao scrive: «Quando noi ci assumiamo la difesa di Stalin non difendiamo i suoi errori. I comunisti cinesi tanto tempo fa hanno subito personalmente l’esperienza di alcuni errori di Stalin. Errori di linea furono commessi in seno al Partito Comunista Cinese, a volte provocati dall’opportunismo di destra, a volte dall’opportunismo di sinistra. Per quanto riguarda le cause internazionali, alcuni di questi errori si verificarono sotto l’influenza di alcuni errori di Stalin verso la fine degli anni ’20, poi durante gli anni ’30 e verso la metà degli anni ’30». Mao Zedong, “Sulla questione di Stalin”, Opere complete, Vol. 20, Edizioni Rapporti Sociali, pag. 169; Sur la question de Staline, A propos de la lettre ouverte du comité central du P.C.U.S. (II), Rédaction du Renmin Ribao et rédaction du Hongqi, 13 Septembre 1963, dans le recueil de textes Débat sur la ligne générale du mouvement communiste international, Editions en langues étrangères, Pékin, 1965. p. 132.
[32] Lorenzo Manca, Enver Hoxha e la Cina, Besa, Nardò 2019, pag. 93.
[33] Per approfondire l’analisi fatta da Enver Hoxha durante i primi anni del regime di Kruscev si consiglia la lettura della raccolta di scritti presente in “Congress of Betrayal”, 8th November Publishing House, Toronto 2022. Reperibile qui: https://november8ph.ca/wp-content/uploads/2022/06/on-khrushchevwoappendix.pdf
[34] Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 2, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1975, pag. IX. Nostra traduzione.
[35] Storia del PLA, Op. cit., pagg. 317-318.
[36] «8 novembre [1956] La Pravda riporta un articolo di Enver Hoxha per il 15° anniversario della fondazione del Partito del lavoro albanese. In esso aspri attacchi contro Tito. “Il Partito del lavoro di Albania […] si è rivolto e si rivolge contro tutti coloro che pretendono di inventare ‘nuove forme’ e ‘organizzazioni’ del potere socialista, e si sforzano di imporle ad altri e danno espressione ad un distacco dall’esempio e dalle esperienze dell’Unione Sovietica”». (Kurt Gossweiler, Contro il revisionismo, Zambon, Verona 2009, pag. 292).
[37] «Nel 1956 e nel 1957 i crediti cinesi (cioè le sovvenzioni) a Tirana aumentarono rapidamente. Mentre nel 1955 avevano rappresentato solo il 4,2% del saldo commerciale passivo totale dell’Albania, nel 1956 erano il 17% e nel 1957 il 21,6%». (William E. Griffith, Op. cit., pag. 28. Nostra traduzione).
[38] William E. Griffith, Op. cit., pag. 28. Nostra traduzione.
[39] Storia del PLA, Op. cit., pag. 337.
[40] Miranda Vickers, Op. cit., pag. 184. Nostra traduzione.
[41] Ylber Marku, Preparing for an alliance: China’s socialist model and Albania’s economic path in the Early Cold War, (Pubblicato su European Review of History: Revue européenne d’histoire, 30:3, 410-432), 2023, pag. 4, 9. Nostra traduzione.
[42] Enver Hoxha, I kruscioviani, Op. cit., pag. 389.
[43] Miranda Vickers, Op. cit., pag. 184. Nostra traduzione.
[44] Lorenzo Manca, Op. cit., pag. 100.
[45] «Il primo episodio in cui venne pubblicamente esternata un’accusa alla dirigenza sovietica da parte albanese ebbe luogo il 22 aprile 1960 durante il Congresso del PCUS riunitosi a Mosca per la ricorrenza della nascita di Lenin. In tale occasione, il discorso di commemorazione da parte albanese fu tenuto da Ramiz Alia. Costui, durante il suo discorso, si scagliò aggressivamente contro la linea politica jugoslava, accusando implicitamente anche le posizioni sovietiche». (Lorenzo Manca, Op. cit., pag. 117); Vedasi anche l’appoggio dato ai cinesi durante il Consiglio Generale della Federazione Sindacale Mondiale di Pechino del 5-9 giugno dello stesso anno.
[46] La Conferenza di Bucarest fu una riunione dei rappresentanti dei partiti comunisti dei Paesi del campo socialista fatta durante i lavori del III Congresso del Partito Operaio Rumeno nel 24-26 giugno 1960. In tale riunione, secondo un’intesa preliminare, si sarebbe fissata la data e il luogo di una conferenza dei partiti comunisti e operai del mondo.
[47] Robert Owen Freedman, Economic Warfare in the Communist Bloc, Praeger Publishers, 1970, pag. 71.
[48] Storia del PLA, Op. cit., pagg. 338-339.
[49] Ibid., pag. 339.
[50] Enver Hoxha, I kruscioviani, Op. cit., pag. 416.
[51] Robert Owen Freedman, Op. cit., pagg. 73- 80.
[52] Storia del PLA, Op. cit., pagg. 341-343.
[53] Ibid., pag. 342.
[54] Beqir Balluku si rivelò poi un traditore all’interno del Partito, cfr. Storia del PLA, Op. cit., pagg. 520-525; Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Casa Editrice 8 Nëntori, Tirana 1979, Ed. Inglese, pagg. 109-110.
[55] William E. Griffith, Op. cit., pag. 50. Nostra traduzione.
[56] Storia del PLA, Op. cit., pag. 344.
[57] Enver Hoxha, Discorso pronunciato a nome del CC del PLA alla conferenza degli 81 Partiti Comunisti e Operai a Mosca. Il discorso integrale è reperibile qui:
[58] Ylber Marku, Op. cit., pag. 92. Nostra traduzione.
[59] Selim Beqiri, The opportunist stands of the Chinese leadership towards Khrushchevite revisionism during the years 1960-1964 in: Soviet revisionism and the struggle of the PLA to unmask it, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1981, pagg.107-108. Nostra traduzione. Reperibile qui:
https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/plavrev.html#beqiri
[60] Ylber Marku, Op. cit., pag. 92. Nostra traduzione.
[61] Ibid., pag. 93. Nostra traduzione.
[62] Robert Owen Freedman, Op. cit., pagg. 76-77; William E. Griffith, Op. cit., pagg. 64-65.
[63] Ylber Marku, Op. cit., pag. 94.
[64] «Gran parte dell’attacco di Hoxha contro gli jugoslavi, tuttavia, era chiaramente diretto contro Mosca. […] Hoxha ha anche, senza indicarlo, respinto diverse posizioni politiche sovietiche» (William E. Griffith, Op. cit., pag. 70. Nostra traduzione).
[65] Robert Owen Freedman, Op. cit., pag. 77. Nostra traduzione.
[66] Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 3, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1980, pag. 269. Nostra traduzione.
[67] Enver Hoxha, Vepra (Opere), Vol. 20, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1976, pagg. VI-VII. Nostra traduzione.
[68] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 94-95. Nostra traduzione.
[69] Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 3,Op. cit., pagg. 286-287. Nostra traduzione.
[70] Pravda, 28 ottobre 1961. Nostra traduzione. Reperibile qui:
https://marxism-leninism.info/paper/pravda_1961_302-9112
[71] Il 2 febbraio è stato firmato un accordo commerciale e di assistenza a lungo termine con la Cina (Robert Owen Freedman, Op. cit., pag. 77).
[72] William E. Griffith, Op. cit., pag. 77.
[73] Robert Owen Freedman, Op. cit., pag. 77.
[74] Per approfondire cfr. Enver Hoxha, I kruscioviani, Op. cit., pagg. 469-477.
[75] Qui un estratto: «Nel corso di molti anni i dirigenti albanesi hanno manifestato una piena unità di vedute con il Comitato centrale del nostro partito e con il governo sovietico, su tutti i problemi del movimento internazionale comunista. Essi hanno piú volte dichiarato il proprio appoggio alla linea del XX Congresso. Di questo parlò nei suoi interventi al XX e al XXI Congresso del nostro partito il primo segretario del CC del Partito albanese del lavoro Enver Hoxha. Al III Congresso del Partito albanese del lavoro, che si tenne poco dopo il XX Congresso, fu pienamente e interamente approvata la critica del culto della personalità, nonché i provvedimenti presi per superarne le dannose conseguenze. […] I fatti, però, dimostrano che negli ultimi tempi i dirigenti albanesi, nonostante le loro precedenti assicurazioni e le risoluzioni del congresso del loro partito, senza alcun motivo hanno bruscamente mutato la loro linea politica, hanno agito in modo da peggiorare bruscamente i rapporti con il nostro partito e con l’Unione Sovietica. Essi hanno cominciato ad allontanarsi dalla linea comune a tutto il movimento comunista mondiale, sui piú importanti problemi dell’epoca attuale […] Ora i dirigenti albanesi non nascondono che a loro non piace la linea scelta dal nostro partito per superare decisamente dannose conseguenze del culto della personalità di Stalin […] Questa posizione dei dirigenti albanesi si spiega con il fatto che essi stessi, con nostro rincrescimento ed amarezza, ripetono i metodi che erano in uso nel nostro paese nel periodo del culto della personalità. […] Ora, prendendo posizione contro la linea del XX Congresso, i dirigenti albanesi cercano di trascinare il nostro partito indietro, verso metodi che sono di loro gradimento, ma che non si ripeteranno mai più nel nostro Paese. Il nostro partito anche in futuro porterà avanti fermamente e decisamente la linea del suo XX Congresso, che ha retto alla prova del tempo. Nessuno riuscirà a farci deviare dalla via leninista! [sic!] Se ai dirigenti albanesi sono cari gli interessi del proprio popolo e la causa dell’edificazione del socialismo in Albania, se essi vogliono veramente l’amicizia con il PCUS, con tutti i partiti fratelli, essi debbono rinunziare alle proprie errate concezioni, ritornare sulla via dell’unità e della stretta collaborazione nella famiglia fraterna della comunità socialista, sulla via dell’unità con tutto il movimento comunista internazionale. Per quanto concerne il nostro partito, esso anche in futuro, conformemente al suo dovere internazionale, farà tutto ciò che è in suo potere perché l’Albania stia in un’unica schiera con tutti i Paesi socialisti». (Nikita Krusciov, Rapporti al XXII Congresso del PCUS, Editori Riuniti, Roma 1961, pag. 133-135).
[76] Storia del PLA, Op. cit., pag. 366, 371.
[77] Ylber Marku, Op. cit., pag. 99. Nostra traduzione.
[78] Selim Beqiri, Op. cit., pag. 108. Nostra traduzione.
[79] Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 3, Op. cit., pagg. 352-356.
[80] Lettera del CC del Partito del Lavoro d’Albania e del Governo della RPS d’Albania indirizzata al CC del PC Cinese e al Governo Cinese, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1978, pag. 38 (In séguito elencata come “Lettera del PLA”).
[81] Per approfondire l’appoggio albanese alla Cina nel conflitto con l’India cfr. Ylber Marku, Op. cit., pagg. 112-113.
[82] Lorenzo Manca, Op. cit., pagg. 138-139.
[83] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 218-219. Nostra traduzione; Per approfondire il sostegno albanese all’ONU cfr. Ylber Marku, Op. cit., pagg. 216-228.
[84] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 87. Nostra traduzione.
[85] Dopo la crisi dei missili di Cuba, Kruscev sembrò desideroso di ristabilire un accordo con la Cina. In questo modo va letta anche la sua iniziativa del febbraio 1963 di tenere colloqui bilaterali tra il PCC e il PCUS. Mao accettò la proposta e fermò temporaneamente gli attacchi ai Partiti revisionisti.
[86] Ibid. pag. 89.
[87] Mao Zedong, Opere Complete, Vol. 15, Edizioni Rapporti Sociali, pag. 173.
[88] Selim Beqiri, Op. cit., pag. 108-109. Nostra traduzione.
[89] Enver Hoxha, Vepra (Opere), Vol. 23, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1977, pagg. 292-293. Nostra traduzione.
[90] Ibid., pagg. 343-344. Annotazione degli editori del volume: «Anche nella conversazione svoltasi il 6 aprile 1962 con l’ambasciatore di un Paese amico, il compagno Enver Hoxha, tra l’altro ha dichiarato: “Il Partito del Lavoro d’Albania combatte non per mascherare l’unità, ma per consolidare questa unità sulla giusta via marxista-leninista. Il nostro pensiero è che il gruppo di N. Kruscev è incorreggibile e Kruscev stesso è un maestro di intrighi. Questa verità speriamo che venga compresa anche dalle altre parti che si trovano in posizioni di principio marxiste-leniniste.”» Op. cit., pag. 344. Nostra traduzione.
[91] Peking Review, Vol. 6, No. 12, 22 Marzo 1963, pag. 7. Nostra traduzione.
[92] Il PCC non ha mai negato di aver accolto tali proposte. Anzi ha pure rivendicato, nel luglio del 1964, il suo atteggiamento di riconciliazione con il PCUS Cfr. Mao Zedong, “Al Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica”, Opere Complete, Vol. 21, Edizioni Rapporti Sociali, pagg. 220 e ss.
[93] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Casa Editrice 8 Nëntori, Tirana 1979, pag. 9.
[94] «Il 1° marzo, l’ambasciatore Chervonenko consegnò a Deng Xiaoping una lettera del PCUS al PCC in cui si proponeva di ricucire le relazioni con l’Albania e di mettere da parte le divergenze sino-sovietiche. Dopo aver letto la lettera, Deng disse: “Alla fine, il partito più grande dovrebbe prendere l’iniziativa su tali questioni. Le questioni di prestigio non esistono per un grande partito e un grande Paese. […] La vostra lettera invita alla solidarietà e questo è un bene”. Chervonenko era d’accordo con Deng e sperava che i problemi tra i due partiti non impedissero loro di raggiungere l’unità. In seguito, dopo che i leader sovietici avevano chiesto a Pechino una conferenza internazionale dei partiti comunisti per risolvere le questioni sollevate nella lettera sovietica, i leader sovietici respinsero l’idea. Essi insistettero sul fatto che il PLA doveva abbandonare la propria posizione come precondizione per una conferenza internazionale. Il 26 aprile 1962, il Ministero degli Esteri della RPC comunicò alla propria ambasciata a Mosca che il PCC aveva adottato una politica di “rilassamento corrispondente” nelle relazioni con l’Unione Sovietica». (Danhui Li and Yafeng Xia, Jockeying for Leadership, Journal of Cold War Studies, Vol. 16, No. 1, Inverno 2014, pagg. 33-34. Nostra traduzione).
[95] Ylber Marku, Op. cit., pag. 105.
[96] Nel 1956 Deng era di parere diverso: «Il segretario generale del PCC Deng Xiaoping ha sottolineato nel proprio rapporto sulla modifica della costituzione (statuto- n.d.t.) del partito che “uno dei più importanti risultati” del XX Congresso è stato quello di aver messo in luce le gravi conseguenze del culto della personalità.» (Shen Zhihua e Yafeng Xia, Op. cit. pag. 153. Nostra traduzione).
[97] Ylber Marku, Op. cit., pag. 105. Nostra traduzione.
[98] Ibid., pag. 106.
[99] Ibid., pag. 107.
[100] Ibid., pag. 108. Nostra traduzione.
[101] Ibid., pag. 109.
[102] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, pagg. 19-20.
[103] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pagg. 28-29.
[104] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pag. 35.
[105] Ylber Marku, Op. cit., pag. 122. Nostra traduzione.
[106] Enver ha avuto modo di dire: «È un po’ strano che i cinesi continuino a pestare l’acqua nel mortaio con questi traditori. La pazienza ha un limite. Ma che bravi, perché se fossimo stati noi, ci saremmo alzati e ce ne saremmo andati. C’è poco da indugiare, il tradimento è flagrante». (Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pag. 50).
[107] La Cina condivise e pubblicò la dichiarazione albanese sul Trattato nella quale si affermava che: «il trattato di Mosca del 5 agosto 1963 sia in realtà una frode e abbia portato gravi conseguenze alla vita delle persone di tutti i Paesi. Infatti, il trattato prevede solo la cessazione parziale dei test nucleari, che è separata dalle questioni di proibizione e distruzione delle armi nucleari e di disarmo generale e completo. Il trattato legalizza i test sotterranei e l’uso, la fabbricazione, l’immagazzinamento, l’esportazione e l’importazione di armi nucleari. Il trattato di Mosca legalizza la spinta alle armi nucleari rendendo possibile agli imperialisti di ottenere la superiorità nucleare, mira a impedire al campo socialista di aumentare la sua forza difensiva e rafforza la posizione degli Stati Uniti di monopolio nucleare e ricatto nucleare. Il trattato di Mosca in realtà non ripudia né impedisce la guerra; ma inganna i popoli e specula maliziosamente sul loro desiderio di cessazione dei test nucleari. Incoraggia l’aggressione imperialista e avvicina il pericolo di una guerra termonucleare». (Peking Review, Vol. 6, No. 34, 23 agosto 1963, pag. 13. Nostra traduzione).
[108] Elez Biberaj, Op. cit., pagg. 91-92.
[109] Enver Hoxha, 29 luglio 1963, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pagg. 52-54.
[110] Ibid., pag. 54.
[111] La visita venne preparata nei minimi particolari. Enver racconta dettagliatamente tutto lo svolgimento in: Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit, pagg. 59-64.
[112] Dichiarazione comune sino-albanese, in “Uniamoci contro l’Imperialismo americano”, Milano, Edizioni Oriente, 1964, p. 47.
[113] Peking Review, Vol.7 No. 3, 17 gennaio 1964, pag. 22. Nostra traduzione.
[114] Ylber Marku, Op. cit., pag. 116. Nostra traduzione.
[115] Ibid., pag. 116.
[116] Ibid., pag. 117.
[117] Ibid. Nostra traduzione.
[118] Ibid. Nostra traduzione.
[119] Ibid. Nostra traduzione.
[120] Ibid., pagg. 124-125.
[121] «In un documento del marzo 1966 si legge che il fondo è stato creato con un contributo iniziale cinese e albanese rispettivamente di 500.000 e 200.000 dollari. Nel 1967 il fondo raggiunse quasi un milione di dollari americani, con un contributo annuale cinese di mezzo milione. Il finanziamento delle attività di questi gruppi continuò per molti anni, in particolare i gruppi sudamericani ed europei fecero la parte del leone. Al fondo di solidarietà si aggiungeva anche la formazione politica e militare offerta dalla scuola del partito a Tirana e dall’esercito albanese. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è interessante notare che la maggior parte dei gruppi giunti in Albania per l’addestramento militare provenivano dall’America Latina e dall’Africa. Sono venuti anche alcuni membri dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). A questo proposito, secondo una recente pubblicazione albanese di un ex giornalista dell’esercito albanese, gruppi provenienti da undici Paesi hanno ricevuto un addestramento militare in Albania dalla metà degli anni Sessanta alla metà degli anni Settanta, tra cui personaggi che in seguito sarebbero diventati famosi come il brasiliano Lula da Silva, che poi è diventato presidente del suo Paese, il congolese Laurent Kabila, Abu Jihad, che era il braccio destro di Yasser Arafat, e molti altri. Il regime albanese stabilì relazioni con decine di partiti e gruppi rivoluzionari in tutto il mondo, tra cui gruppi di almeno sedici Paesi africani, otto partiti dell’America Latina, sedici dell’Asia, due dell’Oceania, altri ancora del Medio Oriente, dell’Occidente e (limitatamente) dell’Europa orientale. Le attività di questi gruppi consistevano principalmente nel pubblicare e diffondere la propaganda che la Cina e l’Albania fornivano continuamente. L’obiettivo era promuovere la Cina e l’Albania e attaccare l’Unione Sovietica (revisionismo) e gli Stati Uniti (imperialismo americano). In Africa e in America Latina, tuttavia, molti di questi gruppi erano coinvolti in attività illegali. In particolare in America Latina, la repressione politica contro il movimento di sinistra rendeva difficili e pericolose anche semplici attività politiche come la distribuzione di opuscoli o le riunioni nei circoli universitari.» (Ylber Marku, Op. cit., pagg. 125-126. Nostra traduzione).
[122] “Chairman Mao Tse-Tung Tells the delegation of the japanese socialist party that the Kuriles must be returned to Japan” in: James J. Doolin, Territorial Claims in the Sino-Soviet Conflict, The Hoover Institution on War, Revolution, and Peace Stanford University 1965, pag. 42.
[123] Lettera del PLA, pag. 30-31.
[124] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit. pag. 110.
[125] Per leggere direttamente i comunicati ufficiali cfr. James J. Doolin, Op. cit.
[126] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pag. 72.
[127] «Mentre Mosca pubblicizzava questa mossa come una misura derivante dalla “rigida adesione ai principi leninisti”, Pechino la descriveva come un “cambiamento radicale nella politica della leadership sovietica”. In realtà si trattava più che altro di una tattica dei revisionisti per evitare di essere completamente screditati. La leadership cinese tentò di sfruttare la caduta di Krusciov per i propri fini. Illudendosi che i nuovi capi di Mosca sarebbero diventati suoi vassalli, Mao Zedong non solo salutò con favore la loro ascesa al potere, ma si affrettò a inviare Zhou Enlai come “vincitore” per parlare con loro “della lotta contro il nemico comune: l’imperialismo”. Spinti dalla propria megalomania piccolo-borghese e dal proprio spirito di sciovinismo da grande Stato e grande partito, i dirigenti cinesi hanno cercato di imporre questa posizione anche al nostro partito, poiché questa sarebbe stata una «occasione favorevole per tendere la mano dell’amicizia» ai sovietici! Il PLA non solo non andò a “Canossa”, ma in modo fraterno consigliò ai leader cinesi di non compiere un passo così errato e li esortò a continuare la lotta di principio “fino a quando il revisionismo non sarà definitivamente sepolto come ideologia”. (Lettera del CC del PLA indirizzata al CC del PC cinese, 5 novembre 1964, PCA). Ciononostante, Zhou Enlai si recò a Mosca dove subì una sconfitta totale.» (Selim Beqiri, Op. cit., pag. 110. Nostra traduzione).
[128] Ylber Marku, Op. cit., pag. 118. Nostra traduzione.
[129] Ibid. Nostra traduzione.
[130] Ibid. Nostra traduzione.
[131] Lettera del PLA, Op. cit., pag. 31-32.
[132] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pagg. 125, 126, 128-129.
[133] Enver Hoxha, Vepra, Vol. 28, Op. cit., pagg. 101. Nostra traduzione.
[134] Lettera del PLA, Op. cit., pag. 33.
[135] Ylber Marku, Op. cit., pag. 119. Nostra traduzione.
[136] Peking Review, Vol.7, No. 48, 27 novembre, 1964, pag. 20.
[137] «L’articolo di “Hongqi” era buono. È stato scritto sotto una duplice pressione: sotto l’effetto della collera contro i “compagni sovietici” e, in modo particolare, per dimostrare a noi, albanesi, che non alteriamo e non calpestiamo i principi del marxismo-leninismo né la linea generale, che “anche noi, cinesi, siamo su buone posizioni”. Quest’articolo non era altro che un’analisi in 8 o 9 punti di quello che avevamo loro comunicato tramite il nostro promemoria consegnato ai cinesi il giorno stesso in cui Zhou Enlai era partito da “trionfatore” alla volta di Mosca. Nell’articolo erano riportate, tra virgolette, anche alcune nostre frasi per lasciarci intendere che “sia noi che voi siamo dello stesso parere”. In quest’articolo però la questione della frontiera con l’Unione Sovietica, sollevata nell’intervista concessa da Mao ai socialisti giapponesi, era stata ridotta ad un “incidente” o ad una “provocazione sovietica di frontiera nel Sinkiang”. In questo stesso articolo e precisamente nel punto in cui, fra le altre formule abituali, si diceva che i sovietici “hanno attaccato un partito fratello e un popolo fratello […]”, essi non indicavano che “questo partito fratello e questo popolo fratello” sono stati attaccati perché difendevano il marxismo-leninismo. Mentre quando è in causa il loro partito, non dimenticano di farlo. Comunque sia, per noi che sappiamo come stanno le cose, questa è in realtà una svolta o meglio una pírouette di 180 gradi. Almeno sulla carta, oggi non dicono e non pensano quello che hanno detto e pensato ieri». (Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pag. 182).
[138] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 98. Nostra traduzione.
[139] Peking Review, Vol. 8, No. 14, 2 aprile 1965, pagg. 6-7.
[140] Nicholas C. Pano, Op. cit., pag. 174. Nostra traduzione.
[141] Costui diventerà poi un rinnegato abbracciando le posizioni “terzomondiste” cinesi Cfr. Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 443-456, 708-709.
[142] Per approfondire l’aiuto dato ai due dirigenti cfr. Ylber Marku, Op. cit., pagg. 127-131.
[143] Cfr. Peking Review, Vol. 9, No. 19, 6 maggio 1966.
[144] Elez Biberaj, Op. cit., pag.101.
[145] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 163-198.
[146] https://piattaformacomunista.com/index.php/la-rivoluzionarizzazione-ulteriore-nellalbania-socialista/
[147] Lettera del PLA, pag. 35-37.
[148] Elez Biberaj, Op. cit., pag.102.
[149] «Pensiamo che dobbiamo organizzare e coordinare meglio la nostra lotta contro di loro. Anche senza un lavoro coordinato dal punto di vista organizzativo, i nostri due partiti hanno svolto e continuano a svolgere appieno il loro compito nella lotta, sono chiari su tutto e stanno in prima linea in modo unificato. Ma non possiamo dire lo stesso di altri partiti marxisti-leninisti, che hanno posizioni più o meno solide». (Enver Hoxha, Conversation with Zhou Enlai, Speeches conversations and articles 1965-1966, Casa editrice 8 Nëntori, pag. 153).
[150] Hajro Zeneli, The Creation of a True Revolutionary Unity of the World Proletariat Will Be Achieved Without the Revisionists and in the Uncompromising Struggle Against Revisionism, Rruga e Partisë, no. 3 (Marzo 1967), pag. 50.
[151] Elez Biberaj, Op. cit., pagg. 105-106. Nostra traduzione.
[152] Ibid., pagg. 116-117.
[153] Enver Hoxha, La classe operaia deve scendere sul campo di battaglia e ristabilire la dittatura del proletariato. Reperibile qui:
[154] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 124.
[155] «I sentimenti antisovietici hanno spinto Pechino a incoraggiare Tirana a moderare le sue critiche alla Jugoslavia e a suggerire la creazione di una zona balcanica per sfidare l’influenza russa, che includa anche la Romania. Hanno anche notato che la Cina ha messo fine da tempo alle sue vecchie critiche alla Jugoslavia, e che la Jugoslavia ha ricambiato il favore». Telegram Number 1930-33, ‘China and the European Socialist Countries’. Nostra traduzione. Reperibile qui:
https://digitalarchive.wilsoncenter.org/document/telegram-number-1930-33-china-and-european-socialist-countries «Perciò, secondo Zhou Enlai, per far fronte ad una aggressione straniera, all’Albania non restava che una sola via da seguire: applicare la tattica della guerra partigiana nel Paese e concludere un’alleanza militare con la Jugoslavia e la Romania. […] La stessa tesi fu nuovamente prospettata da Zhou Enlai alla delegazione albanese che, nel luglio del 1975, si trovava a Pechino per concludere l’accordo sugli aiuti economici della Cina all’Albania per il sesto piano quinquennale (1976-1980), tesi che la nostra delegazione respinse nuovamente in modo reciso e categorico. La direzione del nostro Partito considerò la proposta di alleanza militare che Zhou Enlai cercava di imporci come un tentativo di carattere reazionario da parte della direzione cinese per far cadere l’Albania nel trabocchetto dei complotti bellicistici per il tramite delle alleanze militari, tendendo allo scopo finale di trasformare la zona dei Balcani in un barile di polvere da sparo, come cercano di fare i socialimperialisti sovietici e gli imperialisti americani». (Lettera del PLA, Op. cit., pagg. 39-40).
[156] «Formalmente la Grecia aveva ancora in vigore lo stato di guerra con l’Albania, approvato da quando la Grecia aveva dichiarato guerra all’Italia nel 1940. Nel 1944, dopo il ritiro delle truppe tedesche, l’esercito greco instaurò un regime di terrore in Ciamuria (Grecia settentrionale, al confine con l’Albania), espellendo con la forza la popolazione albanese della zona. […] Nell’aprile 1967, un colpo di Stato portò all’ascesa del regime dei colonnelli in Grecia, che nella loro retorica non nascondevano rivendicazioni territoriali sull’Albania meridionale. Dopo l’instaurazione del regime militare dei colonnelli, la leadership albanese temeva seriamente un conflitto armato. Al confine con la Grecia ci furono alcune vittime albanesi a causa degli scontri armati. Hoxha non voleva un’ulteriore escalation e ordinò alle truppe di confine di non reagire “alle provocazioni greche senza l’autorizzazione della capitale”. […] Con il suo piccolo alleato in questa situazione precaria, la Cina accelerò la consegna di forniture militari all’Albania. Solo nel 1967, il valore totale degli armamenti ricevuti dall’Albania raggiunse gli 84 milioni di yuan. Curiosamente, nel 1967 la Cina e l’Albania noleggiarono una nave greca per il trasporto di parte degli armamenti. Questo voleva essere un messaggio ai colonnelli di Atene, nonostante l’assistenza militare cinese all’Albania non fosse un segreto. Qualche anno dopo, nel 1971, gli stessi colonnelli avrebbero chiesto all’Albania di stabilire relazioni diplomatiche con la Grecia, e l’Albania accettò, non senza averli prima avvertiti che qualsiasi politica aggressiva nei confronti dell’Albania sarebbe fallita». (Ylber Marku, Op. cit., pagg. 206-207).
[157] Ylber Marku, Op. cit., pag. 209. Nostra traduzione.
[158] Ibid., pag. 210.
[159] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pag. 420.
[160] Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 4, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1982, pag. 475. Nostra traduzione.
[161] Ylber Marku, Op. cit., pag. 208; Storia del PLA, Op. cit., pag. 478.
[162] Hoxha scriverà nel suo diario: «Oggi all’Assemblea Popolare i deputati hanno discusso il rapporto presentato ieri su “L’atteggiamento della RP d’Albania verso il Patto di Varsavia” e sostenuto la proposta di denunciarlo. Finalmente l’Assemblea ha approvato all’unanimità il disegno di legge che proponeva la denuncia del Patto di Varsavia da parte della Repubblica Popolare d’Albania. La misura era colma! Noi eravamo già de facto fuori del Patto di Varsavia, ma con l’aggressione contro la Cecoslovacchia bisognava compiere questo passo anche de jure. La denuncia di questo patto e il ritiro del nostro Paese da questo trattato costituiscono una misura della massima importanza, che serve in primo luogo a difendere l’indipendenza della nostra patria». (Enver Hoxha, Le superpotenze, 13 settembre 1968, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1986, pag. 233).
[163] Storia del PLA, Op. cit., pagg. 477-478.
[164] Zëri i Popullit, 3 novembre 1968 in: Elez Biberaj, Op. cit., pag 125. Nostra traduzione.
[165] Peking Review, Vol. 11, No. 38, 20 settembre 1968.
[166] Ibid., pag. 4. Nostra traduzione.
[167] La Cina già in precedenza ebbe una politica estera pragmatica in Europa orientale durante gli anni ’50: «Quando la Romania inscenò un grande raduno giovanile, la Cina donò 3.000 tonnellate di olio […] dopo la rivolta scoppiata nel 1956 in Ungheria […] Pechino inviò al regime merci per una valore di 30 milioni di rubli e gli concesse un prestito di tre milioni di sterline. I prestiti, come Mao continuava a ripetere, non andavano ripagati». (Jung Chang e Jon Halliday, Mao la storia sconosciuta, Tea, Milano 2016, pag. 451); Crf. Lorenzo Manca, Op. cit., pagg. 92-98.
[168] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 127.
[169] Storia del PLA, Op. cit., pag. 480.
[170] Selim Beqiri, Op. cit., pagg. 110-112. Nostra traduzione.
[171] Nell’ottobre 1971, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione albanese che assegnava alla Cina il seggio nell’organizzazione mondiale al posto di Taiwan. A quel punto, «Pechino iniziò a svolgere un ruolo più attivo e assertivo sulla scena internazionale, cercando di formare un “fronte unito” contro l’Unione Sovietica». (Elez Biberaj, Op. cit., pag. 138).
[172] Peking Review, Vol. 13, No. 24, 12 giugno 1970, pag. 6.
[173] Ibid., 3 dicembre 1971, pag. 26.
[174] «Il nostro Paese persegue una politica di buon vicinato, di rispetto della sovranità e di non interferenza negli affari interni di tutti gli Stati confinanti. La politica del nostro Partito e del nostro Governo è una politica di principio basata sugli insegnamenti del marxismo-leninismo. Su questa base abbiamo stabilito e stabiliremo le nostre relazioni con altri Paesi, su questa base svilupperemo anche le nostre relazioni con la vicina Jugoslavia. I nostri punti di vista sulla Jugoslavia sono noti e li dichiariamo pubblicamente. Non interferiamo con gli affari interni del popolo jugoslavo, ma non nascondiamo che tra noi e la dirigenza jugoslava esistono profonde e inconciliabili contraddizioni ideologiche che hanno origine dal fatto che la dirigenza jugoslava non è marxista-leninista. Al contrario, segue una linea revisionista con tutte le sue conseguenze. Questa è l’opinione del nostro Partito e, se da un lato ci permettiamo di avere e difendere fino in fondo questo punto di vista, dall’altro non neghiamo a nessuno, in particolare, il diritto di avere una propria opinione su di noi. Pertanto, il nostro Partito non rinuncerà mai alla polemica ideologica di principio, ma si batterà fino in fondo contro qualsiasi punto di vista antimarxista e revisionista, di qualsiasi genere esso sia. Ma sviluppiamo le relazioni interstatali con la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, sia nel commercio che in tutte le questioni di reciproco interesse. Abbiamo sostenuto e sosteniamo il costante miglioramento di tali relazioni e la buona volontà in questa direzione non è mancata né mancherà da parte nostra anche in futuro, perché, come abbiamo detto e continuiamo a dire, siamo amici e fratelli dei popoli della Jugoslavia. Pertanto, ci auguriamo che questi sentimenti di amicizia che sono stati forgiati nella lotta comune contro i fascisti, quando i partigiani albanesi e jugoslavi hanno combattuto insieme, hanno fasciato le ferite degli uni e degli altri e hanno vinto insieme, siano sviluppati da noi in modo corretto e nel reciproco interesse». (Peking review, Vol. 13, No. 24, 12 giugno 1970, pag. 19. Nostra traduzione.) L’Albania nel febbraio del 1971 riallacciò i rapporti con la Jugoslavia scambiando degli ambasciatori (Elez Biberaj, Op. cit., pag. 135).
[175] Storia del PLA, Op. cit., pagg. 479-481.
[176] Abdyl Këllezi si rivelò poi un traditore all’interno del Partito Cfr. Storia del PLA, Op. cit., pagg. 528-531; Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 109-110.
[177] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 238-239.
[178] Guido Samarani, La Cina contemporanea, Einaudi Editore, Torino 2017, pag. 293.
[179] «Zhou Enlai chiamò l’ambasciatore albanese in Cina, Xhorxhi Robo, il 17 luglio 1971 per informarlo della visita segreta di Kissinger avvenuta giorni prima e della decisione di accogliere Nixon in Cina. In modo non dissimile dall’atteggiamento dei sovietici nei confronti dell’Albania durante il riavvicinamento con la Jugoslavia a metà degli anni Cinquanta, la Cina decise di non informare l’Albania di nessuna delle fasi che avevano portato alla visita di Kissinger. Il nuovo ambasciatore cinese in Albania, Liu Zhenhua, aveva incontrato Hoxha nel febbraio 1971, ma nel loro colloquio l’ambasciatore non aveva toccato nessuna di queste questioni, preferendo invece spiegare l’epurazione di Chen Bo Da [ex segretario particolare di Mao ed ex coordinatore del gruppo dirigente della rivoluzione culturale]. L’ambasciatore incontrò anche il membro del PLA responsabile delle relazioni esterne, Pirro Bita, due volte nell’aprile 1971 e il ministro degli Esteri Behar Shtylla una volta nel giugno 1971, ma non fornì alcuna informazione su questi eventi. In aprile accennò solo al fatto che Mao apprezzava lo scrittore americano Edgar Snow e che aveva deciso di aprire la Cina alle visite di elementi di destra, di centro e di sinistra.» (Ylber Marku, Op. cit., pag. 240); Cfr. Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pagg. 575-580.
[180] Elez Biberaj, Op. cit., pagg. 139-140. Nostra traduzione; «A partire dal 1970-71, i rapporti diplomatici con il resto dell’Europa occidentale si svilupparono rapidamente, mentre anche l’interscambio commerciale faceva registrare importanti progressi. Nel 1975, inoltre, formali rapporti furono stabiliti tra la Repubblica Popolare e la Comunità Europea; e nel 1978 venne firmato un accordo bilaterale commerciale.» (Guido Samarani, Op. cit., pag. 300); Per approfondire il supporto cinese al Mercato Comune Europeo Cfr. K. P. Broadbent, China and the EEC: The Politics of a New Trade Relationship, The World Today, Vol. 32, No. 5 (Maggio 1976), pagg. 190-198.
[181] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 235-236. Nostra traduzione.
[182] Ibid., pagg. 241-242. Nostra traduzione.
[183] Ylber Marku, Op. cit., pag. 243.
[184] Lettera del PLA, Op. cit., pagg. 44-45; Per leggere la lettera integrale Cfr. Enver Hoxha, Selected Works, Vol. 4, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1982, pagg. 665-682.
[185] Enver Hoxha, Develop the technical-scientific revolution further in our country, Speeches 1971-1973, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1974, pag. 67. Nostra traduzione.
[186] Per leggere le prime impressioni di Hoxha cfr. Riflessioni sulla Cina, Vol. 1, Op. cit., pagg. 608-611.
[187] Enver Hoxha, Rapporto al VI Congresso del PLA, Casa Editrice Naim Frashëri, Tirana 1971, pagg. 52-54.
[188] Ibid., pagg. 238-245.
[189] Ibid., pag. 19, 30, 46.
[190] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 146. Nostra traduzione.
[191] Ibid., pag. 147.
[192] Ibid., pag. 148.
[193] Zëri i Popullit, 13 febbraio 1972, citato in: Elez Biberaj, Op. cit., pag. 149. Nostra traduzione.
[194] Nel febbraio del 1972 Nixon visitò la Cina. Durante questa visita venne firmato il comunicato congiunto sino-americano che recita: «La pace in Asia e la pace nel mondo richiedono sforzi da parte di entrambi per ridurre immediatamente le tensioni ed eliminare le cause profonde del conflitto. Gli Stati Uniti lavoreranno per raggiungere una pace giusta e sicura: giusta, perché soddisfa le aspirazioni dei popoli e delle nazioni alla libertà e al progresso; sicura, perché elimina il pericolo di aggressioni straniere. Gli Stati Uniti sostengono la libertà individuale e il progresso sociale di tutti i popoli del mondo, liberi da pressioni o interventi esterni. […] Gli Stati Uniti hanno sottolineato il loro impegno per una pace giusta e sicura, libera da aggressioni straniere. […] Gli Stati Uniti sostengono il diritto dei popoli dell’Asia Meridionale di forgiare il proprio futuro in pace, liberi da minacce militari, e senza che la loro area diventi oggetto di rivalità tra grandi potenze». Joint Communique of the United States of America and the People’s Republic of China, Shanghai, 27 febbraio 1972. Nostra traduzione. Reperibile qui:
http://www.taiwandocuments.org/communique01.htm
[195] «Quindi i cinesi non possono essere d’accordo con la linea marxista-leninista rivoluzionaria del nostro Partito. Non sono d’accordo ideologicamente nemmeno con tutta la nostra politica interna ed estera. E questo lo rendono manifesto. Zhou Enlai, Li Xiannian e Mao hanno rotto i contatti con noi; e quelli che rimangono sono del tutto formali, diplomatici. L’Albania non è più “l’amica fedele preferita”, è passata per loro all’ultimo posto, dopo la Romania e la Jugoslavia in Europa, dopo la Corea, il Vietnam e la Cambogia in Asia. La Cina non partecipa alle nostre manifestazioni politiche, temendo di compromettersi! Ci invia (dato che fanno delle tournées in Europa) compagnie di circo, squadre di calcio, di pallavolo e nient’altro. Essa rispetta gli accordi economici, pur con lungaggini, ma è chiaro che l’“ardore iniziale” si è spento.» (Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pag. 41).
[196] «Il commercio con la RPC è calato drasticamente nel 1973, scendendo a 136,6 milioni di dollari dai 167 milioni dell’anno precedente. […] Ma nonostante la firma dell’accordo di aiuto e le dichiarazioni pubbliche di entrambe le parti sulla loro “amicizia eterna”, divenne evidente che la Cina stava avendo dei ripensamenti sul sovvenzionamento dello sviluppo economico dell’Albania. Secondo una fonte occidentale, nel 1971 Pechino disse a Tirana che non poteva contare su un flusso indefinito di aiuti cinesi e un anno dopo consigliò all’Albania “di frenare le sue aspettative su ulteriori contributi cinesi al suo sviluppo economico”. I cinesi esortarono l’Albania a cercare aiuti dalle nazioni occidentali. Insoddisfatta della mancanza di sostegno dell’Albania al suo riavvicinamento a Washington, Pechino iniziò a rallentare la consegna di materiali, macchinari e progetti disperatamente necessari. Tirana ha visto in questo una tattica cinese volta a fare pressioni per seguire il nuovo orientamento di politica estera di Pechino. Il rallentamento dell’assistenza cinese causò all’Albania grandi problemi economici. Gli obiettivi del piano per gli anni 1971-73 non furono raggiunti e il completamento di importanti progetti fu rimandato.» (Elez Biberaj, Op. cit., pag. 155, 187-188); Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 30-31.
[197] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 157-158.
[198] N.B. Che mantenne comunque il riferimento all’ideologia maoista
[199] Jim Rosenbaum, Chile and the “Peaceful Road to Socialism”. Nostra traduzione. Reperibile qui: https://revolutionarydemocracy.org/rdv21n2/chile.htm
[200] Enver Hoxha, I tragici eventi in Cile – Un insegnamento per i rivoluzionari del mondo intero, articolo pubblicato sul Zëri i Popullit il 2 ottobre 1973. Reperibile qui: https://piattaformacomunista.com/wp-content/uploads/2023/09/enver_cile_pref.pdf
[201] Consigliamo sulla vicenda la lettura del libro autobiografico “Frap: una temporada en España” (Ediciones Amargord, 2010) di Riccardo Gualino, storico militante del PCE (m-l).
[202] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 87-89.
[203] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 92-94; Lettera del PLA, Op. cit., pag. 51.
[204] Peking Review, Vol. 17, No. 39, 27 settembre 1974, pagg. 5-6.
[205] Ibid., 10 ottobre 1975, pag. 5.
[206] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 100-101.
[207] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 162-163.
[208] Il discorso è reperibile in inglese qui: https://www.marxists.org/reference/archive/deng-xiaoping/1974/04/10.htm
[209] La teoria dei tre mondi si può riassumere così: «Mao Zedong parlò per la prima volta della propria idea dei “tre mondi” nell’incontro con Kenneth Kaunda, presidente dello Zambia, il 22 febbraio 1974. Disse che esistevano “tre mondi”. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica appartenevano al primo mondo. Giappone, Europa, Canada e Australia costituivano il secondo mondo. L’Asia (escluso il Giappone), l’Africa e l’America Latina appartenevano al terzo mondo. La Cina faceva parte del terzo mondo, perché politicamente ed economicamente era indietro rispetto alle nazioni ricche. Poteva quindi stare solo con quelle più povere.» (中国共産党执政四十年 [40 anni di governo del Partito Comunista Cinese] (1949-1989), Casa editrice di informazioni sulla storia del Partito Comunista Cinese, Pechino 1989, pag. 375. Nostra traduzione).
[210] La lettera è citata pure in: 毛泽东传 [Biografia di Mao Zedong], Vol. 2, a cura di Pang Xianzhi e Jin Chongji, Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, Ufficio di ricerca sulla letteratura di partito, Pechino 2003, pag. 1689.
[211] Kwok-sing Li, A Glossary of Political Terms of the People’s Republic of China, The Chinese University Press, Hong Kong 1995, pag. 363. Nostra traduzione.
[212] Elez Biberaj, Op. cit., pagg. 168-169.
[213] Cfr. Robert G. Sutter, Chinese Foreign Policy After the Cultural Revolution, Westview Press, Boulder 1978, pagg. 38-42.
[214] Enver Hoxha, Imperialismo e Rivoluzione, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1979, pagg. 346-347.
[215] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 267-270. Nostra traduzione.
[216] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 171. Nostra traduzione.
[217] Luan Omari e Stefanaq Pollo, The History of the Socialist Construction of Albania, Casa editrice 8 Nëntori, Tirana 1988, pagg. 327-328. Nostra traduzione.
[218] Ylber Marku, Op. cit., pag. 274. Nostra traduzione.
[219] «I preparativi per le celebrazioni dell’anniversario della liberazione dell’Albania, il 29 novembre 1976, organizzate dall’ambasciata albanese a Pechino, sfociarono in un duro scontro tra l’ambasciatore e il vice ministro degli Esteri cinese Yu Zhan. La causa fu la decisione dei diplomatici albanesi di mettere tre ritratti durante le celebrazioni nella reception dell’Hotel Beijing. All’ambasciatore albanese non è stato permesso di mettere i ritratti di Mao Zedong e Hua Guofeng accanto a quello di Enver Hoxha. La frattura politica si rifletteva, prevedibilmente, in problemi di collaborazione economica. Nell’ottobre 1976, solo il 22% dei beni elencati negli accordi di baratto per quell’anno era stato esportato dalla Cina in Albania.» (Ylber Marku, Op. cit., pagg. 274-275. Nostra traduzione).
[220] Ylber Marku, Op. cit., pag. 275. Nostra traduzione.
[221] «Aveva detto al Politburo che durante il congresso non avrebbe nascosto i disaccordi politici con la Cina, che per lui erano una conseguenza delle posizioni anti-marxiste dei leader cinesi “che sostengono ogni tipo di organizzazione fascista come il mercato comune europeo o la NATO”. Per Hoxha “esistevano, e continuano ad esistere, contraddizioni politiche e ideologiche tra noi e i compagni cinesi”. La Cina era diventata, per lui, un Paese opportunista, perché “quando la Cina era isolata sulla scena internazionale, sosteneva l’Albania”. [?] Ma in questi anni “siamo riusciti a non cadere nella loro linea e a mantenere la nostra strada”.» (Ylber Marku, Op. cit., pag. 275. Nostra traduzione).
[222] Ylber Marku, Op. cit., pag. 278. Nostra traduzione.
[223] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 334-339.
[224] Lettera del PLA, pag. 53.
[225] Elez Biberaj, Op. cit., pagg. 224-226. Nostra traduzione.
[226] Ylber Marku, Op. cit., pag. 278. Nostra traduzione.
[227] «Durante un’intervista rilasciata all’Agenzia France Press il 21 ottobre 1977, gli fu chiesto cosa pensasse degli attacchi albanesi alla teoria dei tre mondi. Rispose che “queste critiche sono irrilevanti per noi […] in futuro la teoria dei tre mondi sarà il fondamento della nostra politica estera […] l’avversario più fanatico di questa teoria è l’Unione Sovietica”. Questo era un chiaro messaggio per Hoxha riguardo al corso cinese. […] Secondo il giornalista, Deng avrebbe affermato che “non sono interessato” alle considerazioni dell’Albania sulle politiche cinesi.» (Ylber Marku, Op. cit., pagg. 280-281. Nostra traduzione).
[228] Reperibile qui: https://piattaformacomunista.com/wp-content/uploads/2024/01/teoria-e-pratica-della-rivoluzione-1977.pdf
[229] «Gli albanesi erano interessati a dare la massima pubblicità possibile all’editoriale. Le traduzioni integrali in inglese, francese e tedesco sono state inviate per corriere speciale alle ambasciate albanesi all’estero, compresa Pechino. Radio Tirana ha sospeso per tre giorni i normali programmi per trasmettere l’articolo.» (Elez Biberaj, Op. cit., pag. 229. Nostra traduzione).
[230] “Full Text of Huang Hua’s 42,000-Word Foreign Policy Address”, Background on China, B. 77.012, 26 Dicembre 1977, pag. 16. Citato in: Elez Biberaj, Op. cit., pag. 231. Nostra traduzione.
[231] I cinesi risposero indirettamente pubblicando le dichiarazioni dei vari partiti satelliti che sostenevano il PCC (Cfr. Elez Biberaj, Op. cit., pagg. 233-234) e poi nel Novembre del 1977 con l’editoriale del Renmin Ribao “La teoria del presidente Mao sulla divisione in tre mondi è un importante contributo al Marxismo-leninismo”. Per leggere le riflessioni di Hoxha su questo editoriale Cfr. Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 670-699.
[232] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 232.
[233] Ibid,. pag. 230, 232.
[234] Reperibile qui: https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/albchou.htm
[235] Reperibile qui: https://revolutionarydemocracy.org/archive/albkhr.htm
[236] Peking Review, Vol. 20, No. 36, 2 Settembre 1977, pag. 9. Nostra traduzione.
[237] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pag. 612.
[238] Zëri i Popullit, 1 Ottobre 1977 citato in: Elez Biberaj, Op. cit., pag. 237.
[239] Ibid., 7 Settembre 1977 citato in: Elez Biberaj, Op. cit., pag. 238. Nostra traduzione.
[240] Ibid., 8 Novembre 1977 citato in: Ibid., Nostra traduzione.
[241] Enver Hoxha, Riflessioni sulla Cina, Vol. 2, Op. cit., pagg. 703-705.
[242] Ibid., pag. 715.
[243] Ibid,. pagg. 734-735; Ylber Marku, Op. cit., pagg. 281-282.
[244] Cfr. Ibid.
[245] Ylber Marku, Op. cit., pagg. 282-283.
[246] Albania Today Nº4 (41) 1978, pagg. 67-68. Nostra traduzione. Reperibile qui:
https://michaelharrison.org.uk/wp-content/uploads/2016/11/AlbaniaToday-No-4-41-1978.pdf
[247] Peking Review, Vol. 21, No. 29, 21 Luglio 1978, pag. 21.
[248] Elez Biberaj, Op. cit., pag. 244.
[249] Storia del PLA, Op. cit., pag. 581.
[250] Lettera del PLA, pag.12.
[251] Lettera del PLA. Reperibile qui nella sua edizione in inglese: https://archive.org/details/letter-of-ccof-pland-gov-of-albania-to-ccof-ccp-1978/mode/2up
[252] Reperibile qui: https://piattaformacomunista.com/enver_hoxha_imperialismo_e_rivoluzione_it.pdf
SCARICA IL DOCUMENTO IN PDF
Categorie
- AMBIENTE (47)
- ANTIFASCISMO (72)
- ATTUALITA' (477)
- CIPOML (135)
- DONNE IN LOTTA (37)
- ECONOMIA (46)
- ELEZIONI E REFERENDUM (22)
- FONDAZIONE PCdI (19)
- FORMAZIONE (1)
- GIOVENTU’ M-L (53)
- INTERNAZIONALE (370)
- LOTTA ALLA GUERRA (188)
- LOTTA PER IL PARTITO (79)
- MEMORIA STORICA (135)
- MOVIMENTO OPERAIO (270)
- POLITICA (226)
- PRIMO MAGGIO (2)
- QUESTIONI TEORICHE (62)
- RIVOLUZIONE D'OTTOBRE (26)
- SALUTE E SICUREZZA (64)
- SCINTILLA (40)
- SOCIETA' (59)
- TESTI M-L DIGITALIZZATI (19)