La lotta per forti aumenti salariali è un’esigenza insopprimibile

De Palma, il segretario della Fiom-Cgil ha dichiarato che “a giugno 2023, sulla base dell’indice Ipca per l’anno 2022 depurato dall’inflazione dei beni energetici importati…. le metalmeccaniche e i metalmeccanici riceveranno un incremento sui minimi pari a 123,40 euro mensili (livello C3), equivalenti a 6,6 punti percentuali.”

“Questi aumenti salariali” – aggiunge – “sono stati conquistati grazie alla clausola di garanzia inserita nell’ultimo rinnovo contrattuale del 5 febbraio 2021 che adegua le retribuzioni all’aumentare del costo della vita”.

La burocrazia sindacale, che non ha fatto nulla per unire e mobilitare operai e lavoratori sfruttati su una seria lotta per aumenti salariali generalizzati a scapito dei profitti, si aggrappa alla “clausola di garanzia” contenuta in alcuni contratti per far credere agli operai che il potere di acquisti dei loro salari è stato tutelato.

Ma a ben vedere questa “garanzia” non fa recuperare neanche la metà del potere d’acquisto perso, dato che nel solo 2022 l’inflazione ufficiale è andata oltre il 13% e se consideriamo i beni di consumo operai e le tasse che gravano sui proletari è stata ben più alta.

L’Ipca (indice armonizzato dei prezzi al consumo) non copre il salario perso finora, poiché gli aumenti in busta paga saranno a partire da questo mese di giugno, senza alcun recupero per il 2022 e metà 2023, a fronte di una dinamica contrattuale da elemosina.

In sostanza, il meccanismo celebrato dai capi sindacali, non solo depotenzia la funzione del contratto nazionale, non solo non conteggia a pieno l’inflazione (i prezzi dei combustibili importati, che influiscono fortemente sul carovita non sono calcolati), ma certifica la perdita del salario e garantisce ai padroni l’intangibilità dei profitti accumulati. Inoltre c’è da considerare che non tutti i lavoratori percepiranno questi modesti aumenti, ma solo quelli coperti dai CCNL di categoria che contengono la famosa clausola, come ad esempio i metalmeccanici che hanno un contratto nazionale “migliore” delle altre categorie.

Ma allora perché i burocrati sindacali sbandierano questi aumenti a scoppio ritardato, che di fatto ratificano una perdita, come una “storica conquista”?

Alla burocrazia sindacale assai più che le esigenze della classe operaia e il pieno recupero del potere d’acquisto perso, interessa il “tavolo”, l’intesa fra le “parti sociali” nella “pace sociale”.

Costoro si guardano bene dal condurre una vera lotta per imporre forti e generalizzati aumenti salariali, specie per le categorie peggio pagate. Si arrendono prima di combattere di fronte a un padronato che sta su posizioni intransigenti, di chiusura. e a un governo che rifiuta qualsiasi negoziato sull’enorme questione salariale che colpisce  la classe operaia e le masse lavoratrici del nostro paese.

Invece della mobilitazione, dell’organizzazione, della lotta di classe, i rappresentanti dell’aristocrazia operaia non trovano di meglio che perpetuare l’immobilismo, continuando a sviare la questione salariale sui binari dell’Ipca, del “cuneo fiscale”, della detassazione, dei bonus,  che non toccano i profitti e le ricchezze accumulate in lunghi anni da padroni e borghesi.

Nella situazione italiana, caratterizzata da bassi salari, lavoro temporaneo e precarietà, scarsa occupazione delle donne e dei giovani, da un’inflazione che continua a mantenersi elevata (ben oltre il 7% ufficiale) e dall’assenza di meccanismi di recupero automatici del potere di acquisto perso (la vecchia “scala mobile”), la lotta per l’aumento dei salari a scapito dei profitti, è una necessità ineludibile per l’intero movimento operaio e sindacale.

Per gli operai e gli strati inferiori del proletariato è inconcepibile affrontare il carovita con l’Ipca, senza un vero e generalizzato aumento dei salari.

Rivendicare forti e generalizzati aumenti salariali senza sacrifici di contributi pensionistici e sociali è oggi non solo necessario, ma doveroso. È il terreno che può scardinare la linea della collaborazione e della divisione di classe.

Ma per modificare i rapporti di forza a favore dei salariati è indispensabile sviluppare la lotta e l’unità della classe operaia.  È necessario prendere posizione in tutti i sindacati aventi base di massa, nelle Rsu, nei comitati operai, costruirli se non ci sono, dar voce al dissenso e alla protesta di chi vive sulla propria pelle lo sfruttamento e la miseria, mentre una minoranza di sfruttatori e di parassiti accrescere le proprie ricchezze e vive nel lusso sfrenato. Bisogna inchiodare i responsabili della concertazione alla loro responsabilità, approfittando di riunioni e assemblee, così come di ogni aspetto della vita sociale in fabbrica e fuori, combattendo la rassegnazione, l’attendismo e la passività che favoriscono innanzitutto la classe dei capitalisti.   Occorre riunire i delegati più combattivi, costruire una piattaforma operaia e realizzare dal basso un vero sciopero generale contro la borghesia e i suoi lacchè riformisti e opportunisti, per un’alternativa che rompa con il marcio sistema capitalista-imperialista.

Da Scintilla n. 135, giugno 2023

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