La ripresa della mobilitazione di massa e l’atteggiamento dei comunisti

Lo scorso 29 novembre si è svolto lo sciopero generale di otto ore indetto da Cgil e Uil per “cambiare la manovra economica del governo Meloni e le politiche sbagliate in materia di lavoro”.

Contro lo sciopero generale si sono scatenate critiche, condanne, attacchi vergognosi, da parte dei capitalisti e dei loro rappresentati politici, e dai media borghesi. Come se scioperare fosse, specie in tempi di continuo calo della produzione industriale (22 mesi consecutivi), cassa integrazione e licenziamenti, e in un clima di guerra, un divertimento per i lavoratori, che oltre a protestare e scendere in piazza, perdono il salario di una giornata di lavoro.

L’attacco ha preso forza con i rilievi fatti dalla “Commissione di garanzia”, che ha invitato a revocare lo sciopero in alcuni settori tra cui il trasporto ferroviario e la sanità, e a ridurlo a quattro ore per il trasporto passeggeri. Salvini ha poi precettato i lavoratori dei trasporti aerei e locali, che con le loro lotte mettono in seria difficoltà il governo centrale  e le aziende,  attaccando frontalmente il diritto di sciopero.

Questi fatti hanno dimostrato che oggi è sempre più difficile  e complicato esercitare il diritto di sciopero, che la borghesia cerca con tutti i mezzi di impedire lo sciopero e in particolare lo sciopero generale. Si tratta di un aspetto cruciale della fascistizzazione dello Stato, diretta dai grandi monopoli.

Nonostante gli attacchi, l’adesione allo sciopero generale del 29 novembre è stata buona, specialmente nel settore industriale, in particolare fra i metalmeccanici. In molte aziende le percentuali hanno superato il 70%.

Percentuali più modeste si sono registrate nel pubblico impiego, tranne alcuni settori, sia per via della maggiore presenza della Cisl, sia a causa della legge 146/1990 antisciopero, di cui va rilanciata la lotta per l’abolizione.

Almeno 500 mila operai e lavoratori sfruttati hanno partecipato alle manifestazioni che si sono svolte in circa 50 città, dimostrando una disponibilità alla lotta non scontata.

Significativa è stata la convergenza nella giornata di gran parte del sindacalismo conflittuale, con proprie posizioni critiche verso le burocrazie sindacali confederali responsabili di tante svendite, in alcune città anche partecipando ai cortei di Cgil e Uil per diffondere le loro posizioni di lotta. Ciò è un fatto positivo. Si comincia a capire che da soli non si va da nessuna parte, che bisogna finirla con gli scioperi ultraminoritari e con il divisionismo, che bisogna realizzare l’unità di azione, partecipando agli scioperi di massa, anche se indetti dai capi collaborazioni, per estenderli e rinvigorirli di contenuti classisti e rivoluzionari, per mettere in campo una forza di classe maggiore che spezzi la morsa padroni/governo/collaborazionisti.

Significativa anche la presenza di bandiere palestinesi nei cortei, anche se la solidarietà all’eroico popolo palestinese non è stata ricompresa nelle ragioni dello sciopero da parte dei capi confederali. In alcune località si è ascoltata anche nei comizi la critica e la denuncia del Ddl 1660, con la volontà di proseguire le forme di lotta criminalizzate dal governo Meloni.

Si è trattato di uno sciopero vero, in alcune situazioni combattivo, non il solito sciopero rituale che abbiamo visto negli ultimi  anni. Dopo lo sciopero e la manifestazione degli operai Stellantis e indotto del 18/10, lo sciopero generale del 29/11 è stato un altro passaggio del processo di ampliamento della protesta operaia e sociale in cui si è espresso il rifiuto delle politiche di austerità, neoliberiste, repressive e guerrafondaie  del governo Meloni.

Anche la grande partecipazione, soprattutto di giovani, alla manifestazione nazionale del 14/12 contro il Ddl 1660, nonostante le debolezza della piattaforma su cui è stata convocata, è un altro segnale di ripresa della mobilitazione di massa.

Come ha risposto il governo Meloni? Totale chiusura, mentre continua a varare provvedimenti come il “collegato Lavoro” che aumenta lo sfruttamento e la precarietà, liberalizzando ulteriormente il mercato della forza-lavoro.

Intanto i padroni respingono le modeste richieste sindacali per il rinnovo del CCNL metalmeccanici presentando, fatto inedito, una loro contro-piattaforma, determinando la rottura della trattativa e l’inevitabile ripresa degli scioperi, dei presidi e dei cortei in molte aziende e città.

I licenziamenti si susseguono nelle grandi aziende e nell’indotto, la cassa integrazione è in scadenza e migliaia di operai con le loro famiglie rischiano di finire sul lastrico da un giorno all’altro, si susseguono le stragi sul lavoro e intere aree del paese sono al disastro sociale.

In questa situazione, in cui l’offensiva capitalista si fa dura e il governo mostra la sua vera natura di classe, in cui aumenta giorno dopo giorno il malcontento operaio e popolare, e i sindacati,  in primo luogo la Cgil, sono costretti a proseguire la mobilitazione, per cercare di tornare al “tavolo” della concertazione ormai perduta, occorre spingere per proseguire e rilanciare la lotta sui terreni  principali: contro la politica di austerità, contro i licenziamenti, per forti aumenti di salari e la riduzione dell’orario di lavoro, per la salute e la sicurezza sul lavoro, per farla finita col precariato, per la difesa delle libertà dei lavoratori contro l’attacco al diritto di sciopero e il Ddl 1660, contro le politiche di guerra e per la solidarietà internazionale ai popoli oppressi dall’imperialismo e dal sionismo.

Il periodo della “pace sociale” è alle nostre spalle. La parola è alla lotta, nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro, nelle piazze, nelle strade, ovunque, senza limitarci agli obiettivi di Cgil e Uil che non vanno oltre la richiesta di qualche briciola in più e senza nessuna illusione sul ruolo della falsa opposizione parlamentare.

Solo così si potrà battere il piano reazionario dei padroni e del loro governo!

L’intervento nel movimento operaio e sindacale, in quello popolare e giovanile va sviluppato con un atteggiamento chiaro verso le masse sfruttate e oppresse:

– promuovere la partecipazione e l’unità di azione, soprattutto nei luoghi di lavoro, costituendo anche comitati di fronte unico per superare le divisioni di sigla e favorire l’entrata nella lotta della massa dei non iscritti ai sindacati, rendendo le masse protagoniste;

–  far comprendere che i problemi piccoli e grandi si risolvono solo mobilitandoci, unendoci e organizzandoci in modo collettivo perché solo con la ripresa della fiducia nella propria classe, con la solidarietà e adeguati rapporti di forza si può risalire la china; perciò lotta decisa a qualsiasi individualismo, alla demoralizzazione, alla passività, al settarismo e alle divisioni della classe;

–  illustrare che vi sono interessi comuni, di classe, i quali devono essere il cemento dell’unità e della lotta, distinguendo chiaramente chi è il nemico di classe, chi sono i suoi servi, il ruolo del governo, delle istituzioni borghesi, dei vertici sindacali collaborazionisti, del sistema capitalista-imperialista che sfrutta e opprime i proletari e i popoli.

Mentre avanziamo slogan come “Basta licenziamenti, salari da fame, tagli ai servizi pubblici e repressione”, “Non sono i lavoratori a dover pagare! Devono pagare i capitalisti e i ricchi!”, “Via il governo Meloni”, “Fuori dalla NATO e dalla UE!”, mentre svolgiamo la nostra propaganda incompatibile con l’opportuinismo revisionista e strettamente legata ai principi marxisti-leninisti, mentre chiamiamo allo sviluppo della mobilitazione e al rafforzamento del  tessuto operaio e sociale, dev’essere costante l’impegno di elevare la coscienza politica dei proletari, senza mai nascondere o perdere di vista gli scopi strategici e lo strumento politico oggi necessario per avanzare: l’Organizzazione comunista per il Partito, che ci permetterà, unendo le nostre forze e quelle di tutti i comunisti e gli operai avanzati consapevoli delle grande sfide che ci attendono, di sviluppare un intervento e un’iniziativa politica più ampi e sistematici nel moderno proletariato.

Da Scintilla n. 150, gennaio 2025

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