La rivoluzione permanente di Trotsky: una teoria antileninista
Riceviamo da un giovane compagno e pubblichiamo, con l’auspicio che la questione trattata nel seguente contributo sia ulteriormente approfondita e chiarita nei suoi differenti aspetti.
Nel 1905 la questione della rivoluzione nella Russia, del suo carattere di classe, delle sue forze motrici, dei suoi obiettivi e delle sue prospettive, era divenuta, alla luce delle sconfitte militari dello zarismo nella guerra contro il Giappone e dalla sua perdita di appoggio persino in una parte delle classi proprietaria, una questione veramente scottante.
Pertanto ci fu un conflitto di posizioni fra i bolscevichi e i menscevichi, che si manifestò in occasione del III Congresso del POSDR.
I punti essenziali di contrasto ideologico e politico si concentravano attorno alla funzione che il proletariato avrebbe dovuto svolgere nella rivoluzione democratica borghese – la prima ad avvenire nell’epoca dell’imperialismo – la cui vittoria avrebbe dato al proletariato la possibilità di organizzarsi ed elevarsi politicamente, di dirigere le masse lavoratrici, specialmente quelle contadine, e passare quindi alla rivoluzione socialista.
La questione dell’alleanza con i contadini, con il proletariato come forza egemone, era il pomo della discordia. Questo perché nella concezione bolscevica solo il proletariato avrebbe potuto far trionfare la rivoluzione assicurando l’alleanza con i contadini e isolando la borghesia liberale, che era pronta ad accordarsi con lo zar dietro alcune concessioni.
Dunque, il proletariato non doveva appartarsi dalla rivoluzione borghese, non doveva mostrarsi indifferente e lasciare la direzione della lotta a una borghesia debole e inconseguente. Al contrario, doveva mettersi energicamente e conseguentemente alla testa di tutti i lavoratori sfruttati e oppressi, per portare fino in fondo la rivoluzione.
I menscevichi invece sostenevano che trattandosi di una rivoluzione borghese solo la borghesia liberale poteva compierla, come nei precedenti casi avvenuti in Europa occidentale; di conseguenza il proletariato avrebbe dovuto allearsi con essa (e non con i contadini), avrebbe dovuto marciare alla sua coda (e non alla testa dei contadini), premere su di essa senza spaventarla, per farle prendere il potere politico.
La fazione che faceva capo a Trotsky – che in quel momento non andava oltre una sfacciata e oscillante politica reclamistica, trascinandosi a rimorchio dei menscevichi senza alcun peso reale e senza alcuna fiducia se non in ristrettissimi gruppi di liquidatori – sosteneva che «i compiti democratici delle nazioni borghesi arretrate portano direttamente, nella nostra epoca, alla dittatura del proletariato e che la dittatura del proletariato mette i compiti socialisti all’ordine del giorno»¹.
I trotskisti, quindi, portavano avanti la posizione secondo cui il proletariato avrebbe dovuto condurre la rivoluzione borghese in Russia e che, pertanto, dopo la rivoluzione, sarebbe stata immediatamente edificata una dittatura del proletariato, avente per scopo la costruzione socialista, ottenibile solo con l’aiuto del proletariato dei paesi occidentali, dato il carattere arretrato dell’economia russa. Tale concezione, un vero e proprio “salto nel vuoto”, ignorava gli stadi della rivoluzione e il fatto che il proletariato può essere classe egemone, dirigente dei contadini, anche in rivoluzioni che non avevano direttamente un carattere socialista.
La lotta che il bolscevismo ha condotto contro il trotzkismo sin dal 1905 è centrata sul fatto che la “rivoluzione permanente” non teneva conto dei contadini quale forza rivoluzionaria, li scavalcava e giocava “alla presa del potere” staccando il proletariato russo dal suo alleato principale, con gravissimi rischi.
Lenin combatteva i sostenitori della rivoluzione «permanente» non perché essi sostenessero la continuità della rivoluzione, ma perché minimizzavano le possibilità rivoluzionarie dei contadini, che erano la più grande riserva del proletariato, negavano le tappe della rivoluzione e non comprendevano l’idea dell’egemonia del proletariato.
Di conseguenza, Lenin difese fin dal 1905 l’idea della egemonia del proletariato e l’alleanza con i contadini, per la vittoria nella rivoluzione democratica e l’adozione di provvedimenti utili affinché essa cominciasse a trasformarsi in rivoluzione socialista.
Dunque: egemonia del proletariato o egemonia della borghesia, questa era la sostanza delle divergenze fra bolscevichi e menscevichi.
A ben vedere, il ragionamento dei menscevichi, sul piano teorico, era speculare a quello di Trotsky. Martynov sosteneva: «Immaginate che il partito la cui composizione dei membri è ridotta ai soli rivoluzionari di professione, sia riuscito a preparare le tempistiche e condurre la rivolta nazionale armata. Non è ovvio che la volontà nazionale indicherebbe precisamente questo partito essere il governo provvisorio immediatamente dopo la rivoluzione? Non è ovvio che la gente affida il destino immediato della rivoluzione a questo partito e non altro? Non è ovvio che questo partito, che non vorrebbe tradire la fiducia precedentemente mostrata dal popolo, sarebbe costretto, sarebbe obbligato a prendere il potere nelle sue mani e a preservarlo, fino a quando non abbia consolidato la vittoria della rivoluzione con misure rivoluzionarie?»².
La differenza fra la visione dei trotskisti e quella dei menscevichi, dunque, consisteva sostanzialmente non nel metodo con cui analizzavano la situazione russa, ma nelle conclusioni, formalmente più o meno avanzate, che erano tratte da questo metodo schematico di analisi comune.
Se Trotsky asseriva che l’unica classe che avrebbe potuto condurre senza alleati la rivoluzione borghese, come detto precedentemente, sarebbe dovuta essere il proletariato, i menscevichi “puri” sostenevano che la borghesia russa avesse ancora una funzione rivoluzionaria e che, pertanto, essa avrebbe dovuto condurre la rivoluzione democratica, dando vita ad una classica democrazia liberale. Entrambi gli schieramenti convergevano nel sottovalutare il potenziale rivoluzionario della classe contadina e quindi rifiutare l’alleanza fra operai e contadini, sotto la direzione dei primi.
L’errore fondamentale della concezione trotskista della rivoluzione permanente, infatti risiede nel negare la funzione dei contadini, nel considerarli come una classe che, durante la rivoluzione, non prende parte al processo rivoluzionario e che, nella costruzione socialista, risulta essere un ostacolo serio per il proletariato, se non un nemico inevitabile.
Nonostante le divergenze con le conclusioni cui pervenivano i trotskisti, Martov prese in considerazione anche l’ipotesi in cui la borghesia non avesse potuto condurre la rivoluzione e che, pertanto, solo in questo caso di “scuola” il proletariato avrebbe dovuto assumere un atteggiamento differente.
Dal seguente estratto possiamo vedere che le posizioni dei menscevichi e dei semimenscevichi trotskisti erano affini:
«Tutti i forti partiti borghesi-rivoluzionari svaniscono, non avendo il tempo di fiorire. In questo caso, il proletariato non può rinunciare al potere politico. Ma naturalmente, avendolo ottenuto nel corso della lotta sociale, non può limitarne l’uso ai confini della rivoluzione borghese. Se riceve il potere come classe (e noi, con il compagno Trotsky, parliamo solo di un tale possesso del potere) deve condurre la rivoluzione oltre, deve tendere alla rivoluzione permanente – alla lotta diretta con l’intera società borghese. Concretamente, questo significa: o una nuova ripetizione della Comune di Parigi, o l’inizio della rivoluzione socialista “in Occidente” e il suo passaggio alla Russia. E noi saremo obbligati a lottare per la seconda ipotesi»³.
Lenin poneva la questione in modo radicalmente diverso. Egli scopriva in ogni situazione l’aspetto peculiare e i passaggi da una fase storica ad un’altra, partendo dalla considerazione che lo sviluppo del capitalismo in Russia era una tendenza necessaria in quel momento e che la rivoluzione è determinata da un rivolgimento dei rapporti sociali.
Il punto di vista di Lenin e dei bolscevichi nel 1905 era il seguente: la rivoluzione era di tipo democratico-borghese, ma alla sua vittoria completa era interessato prima di tutto il proletariato, con i contadini come alleati, per rovesciare il dominio dei grandi proprietari terrieri, dare la terra ai contadini, liberare il paese dalla catene feudali e instaurare la dittatura democratica della classe operaie e della classe contadina; tale dittatura non ha ancora in questo stadio di sviluppo carattere socialista, ma darà al proletariato la possibilità di organizzarsi ed elevarsi politicamente per passare dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione socialista.
Contrariamente all’impostazione menscevica e trotskista, basata sul metodo logico-formale, l’impostazione di Lenin è veramente originale e dialettica. Egli infatti comprese che le forze motrici di una rivoluzione democratica possono essere il proletariato e i contadini che soffrono il giogo dei latifondisti e dello zarismo, perciò sono interessati a spezzarlo per ottenere la piena libertà e quindi porsi in condizioni migliori per portare avanti la lotta per il socialismo.
Anche Stalin, denunciando la distorsione della brillante formulazione di Marx circa la rivoluzione permanente, attuata daTrotsky, ribadì la concezione bolscevica in merito alla questione:
«a) Marx, contrariamente ai piani dei nostri “permanentisti” russi, non proponeva affatto di incominciare la rivoluzione, nella Germania del 1850-1860, direttamente col potere proletario;
b) Marx proponeva solamente di coronare la rivoluzione con il potere proletario di stato, sbalzando, passo a passo, una frazione della borghesia dopo l’altra dalle vette del potere, per scatenare, dopo l’avvento del proletariato al potere, la rivoluzione in tutti i paesi. Ciò corrisponde perfettamente a tutto ciò che Lenin ha insegnato e a tutto ciò che Lenin ha realizzato, nel corso della nostra rivoluzione, seguendo la propria teoria della rivoluzione proletaria nelle condizioni esistenti nel periodo dell’imperialismo.
Ne risulta che i nostri “permanentisti” russi non solo hanno sottovalutato la funzione dei contadini nella rivoluzione russa e l’importanza dell’idea dell’egemonia del proletariato, ma hanno anche modificato (in peggio) l’idea della rivoluzione “permanente” di Marx, rendendola inadatta all’uso pratico»⁴.
L’analisi della rivoluzione democratica borghese, ossia la valutazione esatta delle forze di classe che la realizzano e dirigono, la questione degli alleati effettivi del proletariato, la capacità di cogliere in ogni fase storica l’anello della catena che si deve afferrare per spingere avanti e portare alla vittoria la rivoluzione, sono fondamentali per capire quale sarà il destino del processo rivoluzionario, se esso si fermerà ad una fase democratica-borghese o continuerà ininterrottamente fino al socialismo.
Nel 1917 si ripresentò a un nuovo e più elevato livello la stessa questione.
Nella rivoluzione democratico-borghese di febbraio la classe operaia si mise alla testa del movimento dei contadini che erano sotto le armi. In tal modo si realizzò l’egemonia del proletariato determinando il successo nella lotta per l’abbattimento dello zarismo.
Trotsky, entrato nel partito dopo il suo VI Congresso svoltosi nell’agosto 1917 (per cercare di disgregarlo dall’interno), lanciò la parola d’ordine antibolscevica “Via lo zar, governo operaio”, che in pratica significava fare la rivoluzione senza i contadini, scavalcando il movimento contadino.
Dopo le Tesi di Aprile e la rivoluzione d’Ottobre, Trotsky e i suoi seguaci furono portati a credere che Lenin avesse abbracciato la rivoluzione permanente e rigettato le concezioni precedenti il 1917, ma, ad uno sguardo più attento, non è assolutamente così.
Il punto essenziale e dirimente da comprendere in tutte e due le rivoluzioni è l’idea dell’egemonia (direzione) del proletariato, che Lenin ha sviluppato contro le posizioni dei menscevichi e dei semimenscevichi trotskisti (come affermò Stalin «la “rivoluzione permanente” di Trotsky è una varietà del menscevismo»⁵), individuando con chiarezza, tappa dopo tappa della rivoluzione, chi sarebbe stato l’alleato del proletariato in determinate condizioni. Non comprendere ciò significa non porsi la questione del potere e il passaggio alla dittatura proletaria.
Anche successivamente, nel periodo del passaggio dalla guerra civile all’opera pacifica di costruzione del socialismo, uno dei punti di maggiore contrasto fra il leninismo e il trotskismo fu la politica da seguire riguardo i contadini.
Lenin attirava i contadini nell’edificazione socialista sotto la forma della cooperazione e introducendo gradualmente i principi della collettivizzazione in agricoltura. Trotsky invece di fatto negava l’alleanza del proletariato con i contadini e dunque sgretolava le basi della dittatura del proletariato, che si fondava sulla alleanza della classe operaia con i contadini, assicurando al proletariato la direzione di questa alleanza.
Dunque, sotto la guida di Lenin, uno dei tratti distintivi del bolscevismo divenne l’accettazione del principio dell’egemonia del proletariato e la sua effettiva realizzazione, senza il quale la rivoluzione sarebbe finita nella polvere.
La Rivoluzione d’Ottobre fu, quindi, una rivoluzione socialista che dovette assolvere a compiti che furono lasciati in sospeso dalla rivoluzione borghese di febbraio.
A conferma di ciò, Lenin si espresse in questi termini:
«Nelle circostanze storiche reali, gli elementi del passato si intrecciano con quelli del futuro; le due strade si incrociano… Ma questo non ci impedisce affatto di distinguere logicamente e storicamente i principali stadi di sviluppo. Tutti contrapponiamo rivoluzione borghese e rivoluzione socialista; tutti insistiamo sull’assoluta necessità di distinguerle rigorosamente; tuttavia, si può negare che nel corso della storia singoli elementi particolari delle due rivoluzioni si intreccino… La futura rivoluzione socialista in Europa non dovrà forse portare a termine molte cose lasciate in sospeso nel campo del democratismo»⁶.
Dopo la Rivoluzione d’Ottobre il concetto di egemonia venne da Lenin strettamente legato a quello di dittatura del proletariato. Come scrive Stalin: «L’egemonia del proletariato fu il germe della dittatura del proletariato, costituì il passaggio alla dittatura proletaria»⁷.
L’egemonia in Lenin è dunque è un concetto strategico, che ha trovato espressone pratica nella rivoluzione del 1905, nella rivoluzione del febbraio 1917, nella Rivoluzione Socialista d’Ottobre e nell’edificazione del socialismo.
Se il partito del proletariato non afferra la nozione dell’egemonia della classe operaia e non la mette in pratica, esso non è un vero Partito indipendente e rivoluzionario, bensì un volgare partito riformista o liberale: questo ci insegna Lenin.
È alla luce della teoria leninista sul carattere della rivoluzione e sulle sue fasi che la Terza Internazionale, guidata da Stalin, poté stabilire i compiti dei comunisti nelle lotte di liberazione nazionale e nella lotta contro il fascismo, combattendo ogni impostazione meccanicista e non dialettica, tipica tanto delle tendenze revisioniste di destra quanto di quelle di “sinistra” (nei fatti anche quest’ultime sono di destra).
Note:
- Trotsky, “1905”, contenuto in https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/Trotskyismcpgb1977.pdf
- Martynov, “Due dittature”, contenuto in https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/Trotskyismcpgb1977.pdf
- Martov, bollettino numero 93 dell’Iskra, contenuto in https://www.revolutionarydemocracy.org/archive/Trotskyismcpgb1977.pdf
- Stalin, “Dei principi del leninismo”, vol. 6 delle Opere complete di Stalin, pp. 132-133.
- Stalin, “La rivoluzione d’Ottobre e la tattica dei comunisti russi”, vol. 6 delle Opere complete di Stalin, pag. 438.
6. Lenin, “Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica”, vol. 9 delle Opere Complete di Lenin, pag. 75.
- Stalin, “Dei principi del leninismo”, vol. 6 delle Opere complete di Stalin, pag. 157.
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