La teoria leninista dell’imperialismo e le tesi opportuniste e revisioniste
Proseguiamo nella pubblicazione delle relazioni presentate nel Convegno svolto a Livorno il 21 gennaio 2024, in occasione del 100° anniversario della morte di Lenin e del 103° anniversario della fondazione del Partito Comunista d’Italia.
I.
Come acutamente osserva Stalin nei “Principi del leninismo” il leninismo non è solo, o principalmente, la dottrina della rivoluzione proletaria in un paese arretrato con popolazione in grande maggioranza contadina. Esso è essenzialmente rivolto alla rivoluzione proletaria internazionale della quale formula teoria, strategia e tattica nelle differenti fasi dello sviluppo storico.
Da profondo conoscitore del marxismo, Lenin non poteva che appoggiare la sua teoria sull’analisi della realtà economica dominante nel suo tempo segnata di rapporti capitalistici di produzione e dalle sue profonde trasformazioni avvenute sul finire del XIX secolo, già intraviste da Marx e Engels.
Ossia la trasformazione della libera concorrenza in monopolio che definiva, nel suo insieme, la moderna fase imperialista. La definizione staliniana del leninismo quale “marxismo dell’epoca dell’imperialismo e della rivoluzione proletaria” ne coglie bene il lato essenziale.
La nascita dei monopoli che concentrano e centralizzano la produzione ed i capitali dispersi, accompagnata dalla formazione di trust e cartelli che fissano prezzi, massimizzano i profitti e mandano in rovina piccoli produttori, fino al dominio dell’intera economia, è solo una delle cinque caratteristiche dell’imperialismo, che Lenin definisce come capitalismo putrefatto e agonizzante, preludio della rivoluzione socialista.
Il monopolio non tarda a fondersi con la banca originando il capitale finanziario ed a subordinare l’apparato statale per assicurarsi il massimo profitto, dando luogo ad un formidabile complesso di potere che si proietta all’esterno come politica aggressiva e militarista tesa al controllo dei mercati e alla conquista di zone di influenza, fino ai conflitti e alle guerre per la ripartizione del mondo.
Mentre continua l’esportazione di merci, in un mercato che già nel periodo della libera concorrenza aveva abbracciato l’intero pianeta trasformandolo in appendice delle economie capitaliste, nella fase imperialista assume primaria importanza l’esportazione dei capitali.
L’intero pianeta viene ripartito tra le unioni monopoliste; si acutizza la lotta fra le “grandi potenze” in cui queste unioni si sono formate ed a cui si appoggiano, per una nuova divisione di un mondo.
Risvolti di questa politica sono, da una parte la reazione politica con la limitazione delle libertà democratiche fino alla loro soppressione nell’aperto fascismo, dall’altro il saccheggio delle risorse del pianeta e la violenza sui popoli e sulla natura, che oggi si manifesta nella grave crisi climatica.
I conflitti e le guerre, conseguenze necessarie dell’imperialismo, lo hanno accompagnato senza soluzione di continuità dalla sua nascita, seppur con diverse intensità ed estensione, dagli scontri armati regionali a quelli generali.
Una legge del capitalismo, già analizzata da Marx e formulata compiutamente da Lenin, quella dello sviluppo ineguale economico e politico, nella fase imperialista assume maggiore influenza, riguardando paesi, regioni e settori economici, determinando continui cambiamenti dei rapporti di forza fra paesi capitalisti e imperialisti, la nascita ed ascesa di nuovi monopoli che si sviluppano rapidamente. Vecchie e nuove potenze non hanno altro modo per ripartirsi il mondo all’infuori della forza.
II.
Negli ultimi anni le relazioni inter-imperialiste sono diventate ancora più aspre. Le contraddizioni e i conflitti tra gli imperialisti si stanno intensificando insieme all’accentuazione delle contraddizioni e dei conflitti tra gli imperialisti e i popoli oppressi del mondo, cosi come tra borghesia e proletariato.
Nel complesso, sono evidenti i segni della crisi generale del capitalismo che si va aggravando e offrono un panorama della destabilizzazione del mondo da parte del capitalismo.
Il prolungarsi della guerra in Ucraina è una conseguenza e una chiara indicazione dell’inasprimento delle contraddizioni inter-imperialiste e della lotta per l’egemonia mondiale. La guerra e le sanzioni imposte dagli USA e dalla UE, che hanno scosso l’economia russa e spinto questo paese verso la Cina, rafforzando i rapporti fra i due paesi, assieme alla formalizzazione dell’obiettivo della Cina al Vertice NATO di Madrid, in quanto “minaccia alla sicurezza globale”, dimostrano che non ci si può aspettare una distensione tra potenze imperialiste rivali.
Una conseguenza della guerra in Ucraina è stata che gli Stati Uniti, che hanno istigato la guerra assieme al Regno Unito, hanno aumentato il loro controllo sull’UE trascinando gli imperialisti europei dietro di sé e rendendoli più dipendenti dall’energia statunitense. Ma non sarà possibile farlo a lungo.
È possibile che i colloqui per la fine della guerra in Ucraina inizieranno nel corso di quest’anno. Tuttavia, ciò non comporterà un’attenuazione dell’intensificazione delle contraddizioni e delle lotte tra gli imperialisti, ed è probabile un nuovo scontro tra i rivali su un’altra questione e in un’altra area.
Gli Stati Uniti, in stretta collaborazione con la NATO e la UE, stanno sviluppando la loro infrastruttura militare dall’Artico al Mar Nero, stabilendo nuove basi militari statunitensi e della NATO. La NATO continua ad espandersi con nuovi Stati membri in Europa, fino ai confini con la Russia. Gli ultimi esempi sono la Finlandia e la Svezia. Allo stesso tempo, l’UE si sta espandendo con nuovi Stati membri per garantire il proprio potere economico e militare e la propria influenza nella regione. L’integrazione dell’Ucraina è un obiettivo sia per la NATO che per l’UE, e ciò aumenterà i pericoli di guerra.
Questo non significa che non esistano più contraddizioni e conflitti di interesse tra gli Stati Uniti e gli imperialisti europei, tra i gruppi monopolistici europei e tra i paesi dell’UE. Tali contraddizioni e conflitti permangono anche tra Cina, Russia e gli altri Stati membri e gruppi monopolistici dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai.
Negli ultimi mesi siamo stati testimoni della sanguinosa aggressione sionista ai danni del popolo palestinese. Uno dei motivi per cui gli Stati Uniti e i loro alleati sostengono questa aggressione – con il rischio di rendere più difficile il mantenimento delle loro precedenti relazioni con i paesi arabi della regione – è la crescente importanza di un alleato come Israele nelle condizioni di inasprimento delle contraddizioni tra gli imperialisti, oltre al fatto che il nuovo “corridoio economico” dall’India all’Europa individuato dagli USA come alternativa alla “Nuova Via della Seta cinese” dovrebbe passare attraverso i territori palestinesi occupati dai sionisti.
I Paesi capitalisti più o meno grandi e medi come Arabia Saudita, Turchia, Sudafrica, India e Brasile, che sono “potenze regionali” con una significativa accumulazione di capitale e capacità militare, cercano di approfittare di queste intensificate contraddizioni e frizioni tra gli imperialisti per promuovere i propri “interessi particolari” in aree di manovra sempre più ampie.
III.
L’inasprirsi delle contraddizioni inter-imperialiste dimostra la falsità delle tesi kautskiane che per lungo tempo hanno preteso di sostituirsi all’analisi col sapiente uso delle categorie di Lenin.
Kaustky nega che l’imperialismo sia la suprema e ultima fase di sviluppo del capitalismo, sostenendo invece che sia una politica preferita dal capitale finanziario, staccata dalla sua base economica. Questa definizione serve per dimostrare che gli imperialisti possono realizzare un’altra politica, una politica non imperialista, non di conquista, non di rapina.
A partire dalle tesi kautskiane si sono sviluppate la teoria del governo mondiale, seguita da quella sulla crisi degli stati-nazione, entrambe poggianti sulla falsa idea dell’attenuazione delle contraddizioni fino alla loro negazione, leggendo le frizioni come fenomeni di assestamento di una solida e definitiva impalcatura.
L’accelerazione della storia ci fa vedere che la tesi kautskiana dell’ultra-imperialismo che sussume pacificamente gli stati nazionali, non è che un imbroglio opportunista che occulta la minacciosa realtà.
L’inasprirsi delle contraddizioni del capitalismo, oltre al kautskismo, manda in soffitta anche le prospettive del riformismo che pure parevano avere una nuova stagione dopo l’89, se non altro come impatto propagandistico, proprio nei paesi dove sembravano avere uno spazio.
Ma sulla base delle vecchie tesi fallite la borghesia imperialista ne produce delle nuove, non meno pericolose e illusorie.
IV.
La forma che assume oggi il kautskismo è il multipolarismo, sorto negli USA e adottato dall’imperialismo cinese e da quello russo per affermare i propri interessi di stati imperialisti e capitalisti che cercano di rafforzarsi e aprirsi spazi economici e politici, mettendo in discussione l’egemonia mondiale USA.
Il multipolarismo, ossia l’invocazione di un modello di relazioni internazionali in cui coesistono e pacificamente si compongono i conflitti tra singoli stati e blocchi capitalisti e imperialisti, è una politica illusoria e ipocrita, che passa persino per il Vaticano, tesa a nascondere le contraddizioni e ad opporsi alla lotta antimperialista, riecheggiando la “coesistenza pacifica” kruscioviana.
Esso preconizza un modello di governance mondiale che costituisce un armamentario ideologico ad uso e consumo di quanti, tra questi i revisionisti e i riformisti, agiscono nell’opera di contenimento della mobilitazione delle masse contro le politiche sociali a suon di tagli alle spese sociali e reazione politica, adottata dai governi borghesi.
Il multipolarismo abbellisce l’imperialismo e nasconde le sue contraddizioni, cerca di conciliare il proletariato con la borghesia e i suoi apparati statali, con i suoi collaboratori. Questa teoria politica mina la lotta contro l’imperialismo e l’internazionalismo proletario, passivizza e distoglie il proletariato dalla lotta rivoluzionaria per il socialismo, ritarda la presa di coscienza delle masse e la capacità della lotta della classe operaia di determinare il corso della storia.
In particolare nel multipolarismo in salsa cinese ritroviamo la prosecuzione della “teoria dei tre mondi” che inaugurò la politica di imbellettamento del sistema capitalista e mondiale del quale si occultano le contraddizioni, l’agire degli stati in forma imperialista, lo sfruttamento del proletariato e dei popoli, che vengono usati come “ornamento” dei loro disegni borghesi.
Immaginare un mondo multipolare basato sull’equilibrio, la distensione e la “pace perpetua” fra le grandi potenze, non è solo una falsa speranza, è rinnegare completamente il leninismo e la funzione storica del proletariato.
Chi sostiene queste posizioni non ha alcuna prospettiva rivoluzionaria e di classe, non ha nulla a che vedere con l’internazionalismo proletario, ma esprime l’unità con gli imperialisti, particolarmente con quelli in ascesa.
V.
Nelle condizioni di rapido inasprimento delle principali contraddizioni nel mondo, della lotta tra gli imperialisti, dei proletari e dei popoli contro gli attacchi dell’imperialismo e dei suoi collaboratori nei paesi dipendenti, della classe operaia contro la borghesia nei paesi capitalisti sviluppati, è indispensabile rilanciare la strategia leninista della rivoluzione proletaria.
Abbiamo di fronte un nuovo periodo di rivoluzioni, sebbene le loro condizioni non sono ancora mature.
Il concetto leninista di “rottura della catena imperialista” è il necessario completamento politico e sociale dell’inasprirsi dei conflitti interimperialisti e di classe. E fissa l’orizzonte politico dei comunisti che vogliono rifarsi a Lenin.
La lotta contro il fronte mondiale dell’imperialismo è un aspetto chiave del leninismo. Non solo internazionalismo proletario tra gli sfruttati e le loro organizzazioni rivoluzionarie, ma solidarietà e coalizione del proletariato con le nazioni e i popoli oppressi, perché l’indebolimento del fronte dell’imperialismo favorisce il fronte rivoluzionario del proletariato.
In quanto comunisti dobbiamo rilanciare la lotta contro l’intero sistema imperialista – capitalista. Ma non è possibile lottare contro un imperialismo particolarmente bellicista e aggressivo (gli USA) affidandosi ad altri imperialisti.
Tutti gli imperialisti e i monopoli sono nemici della classe operaia e dei popoli: la tendenza alla guerra, la politica espansionista, derivano dalla natura stessa del capitale monopolistico, e non è possibile farsi illusioni al riguardo.
È nostro dovere lottare contro l’imperialismo in tutti i campi – politico, economico, culturale, ambientale, etc. – e opporci al saccheggio imperialista delle risorse del pianeta. Ci dobbiamo impegnare in questo compito senza attribuire qualità positive o “pacifiche” a nessun paese imperialista.
Nel mondo di oggi, in cui l’uso delle armi è in aumento e tutti gli imperialisti e i reazionari borghesi sono armati fino ai denti, non c’è spazio per l’abbraccio con qualsivoglia imperialismo, né per sogni pacifici. Le potenze imperialiste riarmano e preparano una nuova guerra mondiale.
Sia l’idea revisionista secondo cui l'”equilibrio di potere” creato dalle armi atomiche impedisce la possibilità di tale guerra, sia l’idea che l’umanità possa essere salvata grazie alla “globalizzazione” che ci farebbe raggiungere un'”era di pace e prosperità”, sono micidiali illusioni che vengono smentite in teoria e in pratica.
VI.
Il dispiegamento di strategia e tattica nel contesto di aggravamento di tutte le fondamentali contraddizioni del sistema capitalista-imperialista, pone più che mai la necessità del Partito comunista.
Non è sufficiente dire che bisogna lottare contro l’imperialismo e rilanciare la lotta di classe su obiettivi concreti. Bisogna indicare la prospettiva della rottura rivoluzionaria con il sistema imperialista e capitalista, posta dall’acutizzarsi di tutte le principali contraddizioni di questo sistema e dall’esaurimento storico di alternative e margini riformisti.
Il Partito serve per portare e spiegare questa prospettiva nella classe operaia e nelle masse popolari. Senza di esso tutto ciò ricade nel movimentismo.
Non serve rincorrere i movimenti più o meno spontanei o diluirsi in essi; bisogna invece vederli come base per sviluppare la coscienza politica delle masse combattendo al loro interno la penetrazione di idee non comuniste, non rivoluzionarie, riformiste e reazionarie.
I compiti del Partito non si esauriscono nei movimenti. Il rapporto e il radicamento nella classe operaia e nelle masse dev’essere diretto. Così come esplicita dev’essere la proposta politica in linea con la prospettiva rivoluzionaria: nella strategia comunista c’è la rivoluzione, non le riforme che sono sempre subordinate alla prima.
Come il leninismo è indispensabile nell’interpretazione delle contraddizioni fra potenze e monopoli imperialisti, altrettanto lo è come linea strategica per l’unità dei comunisti che lottano per il Partito.
Con l’eclettismo, con la coesistenza di diverse posizioni ideologiche e politiche di singoli e gruppi non si costruisce il Partito. Non si tratta di coordinare, ma di amalgamare, meglio ancora di fondere, non solo attorno ad una linea politica, ma sull’ideologia, sulla teoria, sul giudizio della storia e del presente, per costituire un gruppo dirigente coeso e formare quadri e militanti in grado di contribuire alla formazione della linea politica e di applicarla in modo adeguato tra le masse.
La lotta per la costituzione del partito passando per la tappa dell’organizzazione intermedia è un impegno a cui siamo chiamati ed al tempo stesso un compito d’onore di tutti i leninisti.
Viva il leninismo!
Viva la rivoluzione proletaria!
Da Scintilla n. 142, febbraio 2024
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