Le cause reali dell’inverno demografico
Secondo i dati Istat, in Italia nel 2025 sono nati appena 355.000 bambini, il minimo storico dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, sotto la media europea di 1,38.
Numeri simili prospettano orizzonti di maggiore depressione economica, instabilità sociale, invecchiamento generale, collasso del sistema previdenziale e sanitario pubblico, spopolamento di vaste aree del paese.
La crisi demografica fa emergere le più stridenti contraddizioni del sistema capitalistico, manifestandosi come un sintomo esplicito del conflitto tra le necessità sociali e la logica del profitto.
Il trend negativo è evidente da decenni. Il tasso di fecondità si attestava stabilmente sopra i 2.0 durante gli anni ‘60 e ‘70, con picchi di 2,7; precipita poi da 2,4 figli a inizio anni ’70 a 1,4 figli a metà degli anni ’80 e scende ulteriormente, fino a 1,2 nei primi anni ’90.
Poi c’è stata una parziale ripresa, legata anche all’arrivo di migranti che hanno un numero di figli più elevato, mentre sul finire del primo decennio del XXI secolo è ripresa la discesa che continua senza interruzioni fino al giorno d’oggi.
Dopo il 2008, in poco più di quindici anni si sono persi oltre 200 mila nati all’anno.
Tra il 2005 e il 2024 il calo degli italiani tra 25 e 34 anni è stato imponente: da 8,5 milioni a 6,2, un crollo del 26,6%.
Secondo le proiezioni, la popolazione dovrebbe calare a 55 milioni nel 2050 e 45 milioni nel 2080.
Sono soprattutto gli ostacoli economici, lavorativi e sociali a determinare la crisi della natalità.
La denatalità non è il frutto di un cambiamento culturale o della mancanza di desiderio di avere figli, quanto delle difficoltà che impediscono a milioni di proletari di realizzare in questo sistema il proprio progetto di vita, e ciò trova conferma anche nelle statistiche.
Tra gli italiani in età feconda che non avranno altri figli, il 62,2% afferma infatti di aver rinunciato a causa delle difficoltà incontrate, mentre soltanto il 5,5% dichiara che la genitorialità non rientra nel proprio progetto di vita.
Oltre 2,8 milioni di italiani indicano le difficoltà economiche e lavorative come principale ostacolo alla scelta di avere figli; quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini.
Tra gli ostacoli che emergono vi è quello di un sistema di assistenza nazionale totalmente insufficiente; le carenze del welfare sono la causa di oltre 3 milioni di donne risultate inattive per motivi familiari, contro 151 mila uomini, mentre 763 mila persone rinunciano ai figli anche per la necessità di assistere i genitori anziani.
Il tasso di copertura degli Asili Nido si ferma al 31,6% a livello nazionale, con forti divari territoriali (nel Centro-Nord si supera il 40% in alcune aree, mentre al Sud si scende anche sotto il 15-20%). In aggiunta persiste una storica carenza di migliaia di educatori e insegnanti qualificati.
Il carico familiare continua quindi a gravare fortemente sulle donne, assunte spesso con contratti precari e soggette al ricatto tra lavoro e maternità, e sui nonni.
A seguire, vi sono le difficoltà dei giovani ad uscire dal proprio nucleo familiare: nel 2024 i giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori a un’età media di 30,1 anni, contro i 26,2 della media Ue; il 79% degli italiani fra i 20 e i 29 anni vive ancora nella famiglia d’origine, a fronte del 54% europeo.
Questo aspetto è direttamente collegato con l’esorbitante costo degli affitti e dei mutui, l’assenza di edilizia popolare, in un contesto di alta disoccupazione giovanile, lavoro nero, precariato e salari da fame.
In conseguenza di queste condizioni negative la maternità viene progressivamente rinviata.
Nel 2025 l’età media al parto ha raggiunto 33,4 anni per le donne italiane e 31,4 anni per le cittadine straniere.
In questa situazione emergono sempre più frequentemente concezioni individualiste, con ampi settori della società che vivono atomizzati e nella solitudine, in uno stato di sempre maggiore emarginazione dalla collettività, con enorme difficoltà nel costruire relazioni personali e sociali stabili.
Sempre più giovani dichiarano di non voler avere figli, perchè ritengono possano inficiare sulla realizzazione personale e sulla loro autonomia.
È in notevole aumento il numero dei single, con oltre 6,3 milioni di persone che vivono da sole (circa una famiglia su quattro); sono circa 8,8-9 milioni se si considerano tutte le famiglie monocomponenti inclusi vedovi e separati.
Le stime dicono che nel 2050 oltre il 41% delle famiglie italiane sarà composto da una sola persona, dai 10,7 milioni del 2025 a 12,3 milioni nel 2050, mentre vi sarà una diminuzione delle coppie con figli: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale, a 5,8 milioni nel 2050 , pari al 21,1% delle famiglie.
Quello della denatalità è un fenomeno che riguarda gran parte dell’Europa, ma ormai da tempo l’Italia si colloca stabilmente tra i paesi più colpiti.
La crisi demografica è un aspetto della crisi generale del capitalismo, alla sua origine vi sono numerose cause intrinseche al regime economico e sociale vigente.
Non può essere realmente fronteggiata con slogan propagandistici, bonus per le nascite e altre misure parziali, che spesso si legano solo al tentativo degli strati più reazionari della società di privare le donne di ogni indipendenza economica ed emancipazione, relegandole al lavoro di cura.
La crisi demografica deriva dalle condizioni che rendono impossibile creare una famiglia e rendono insicura la vita dei lavoratori.
Non è dunque che in piccola parte frutto di scelte individuali, capricci personali e mode del momento. Incertezza lavorativa, bassi salari, precarietà, miseria, devastazione sociale e ambientale ne sono le cause primarie e si può far fronte al declino demografico solo lottando contro queste cause, ovvero contro il sistema capitalistico, per una società libera dallo sfruttamento e dall’oppressione delle masse.
Solo il socialismo può coniugare l’emancipazione della donna e la natalità, la sicurezza dell’occupazione e il benessere delle masse lavoratrici.
Da Scintilla n. 162, settembre 2026
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