Le lotte dei contadini schiacciati dal capitale monopolistico e dalle politiche dell’UE
A partire dall’ultima decade di gennaio i contadini di diversi paesi europei, tra cui Germania, Francia, Romania, Spagna, Belgio, Italia, etc., hanno occupato piazze e bloccato importanti vie di comunicazione protestando contro le insostenibili condizioni in cui versa il settore e le politiche neoliberiste e di “green deal” praticate dalla UE che hanno portato alla rovina decine di migliaia di contadini piccoli e medi.
L’agricoltura è stretta da una morsa d’acciaio monopolistica costituita da un lato dall’agroindustria che accentra le risorse statali con le sue monoculture, dall’altro dalla grande distribuzione e dalla sua filiera commerciale.
Il capitale del settore, messo in riga dai monopoli, ha ormai ridotto campi e stalle a un mercato di sbocco di sementi, mangimi, carburanti, etc., a caro prezzo, e ad una mera fonte di materie prime da acquistare sul mercato, sempre più internazionale e mondiale, al minor prezzo possibile.
Nel sistema capitalista-imperialista i progetti sull’agricoltura sostenibile, tipo benessere animale e recupero dei grani antichi, sono poco più di vuote chiacchiere tese a buttare fumo negli occhi dell’opinione pubblica per illuderla che il biologico e il “km-zero” possano risolvere il problema dell’alimentazione (per restare all’Europa) di centinaia di milioni di consumatori.
Il settore agricolo non è mai sfuggito e non può sfuggire alle leggi della concentrazione e della centralizzazione dei capitali che rovinano i piccoli produttori. La campagna è sempre più dominata dal capitale finanziario.
Il malessere dei piccoli contadini, allevatori, terzisti, è ora esploso con la fine dei sussidi e delle esenzioni, il definanziamento del settore e l’aumento di prezzo del carburante agricolo.
I manifestanti scesi in piazza con i mezzi agricoli, chiedono a gran voce provvedimenti per salvaguardare i margini di reddito, l’imposizione di prezzi minimi d’acquisto della produzione agricola, lo stop agli accordi di “libero scambio”. L’ipocrita imposizione UE del riposo periodico dei terreni e la contrarietà all’introduzione di farine da insetti nell’alimentazione animale sono altri punti della protesta.
Nel nostro paese un altro motivo della protesta verte sulla progressiva occupazione di suoli agricoli da parte dei parchi fotovoltaici, anche sfruttando terreni fertili di aziende agricole marginali da tempo senza reddito, che trovano più conveniente vendere.
Ciò chiama direttamente in causa i governi borghesi di ogni colore che non hanno impedito questo scempio. Eppure terreni improduttivi destinabili a questo scopo proprio non mancano.
I motivi di malcontento sono perciò numerosi e reali, niente affatto corporativi, perché l’agricoltura è una questione sociale e tutti i lavoratori, non certo i capitalisti, dovrebbero avere interesse alla sua salvaguardia, così come a quella dei suoli e dell’ambiente.
Il governo di estrema destra anche qui usa tonnellate di demagogia sovranista, predicando “bene” (si fa per dire) e razzolando male. Ma la protesta apre contraddizioni anche nella base elettorale contesa fra Lega e FdI.
Le periodiche esplosioni di collera di settori della piccola borghesia pressati e minacciati nella loro stessa esistenza dai monopoli, nonché dalle politiche dei governi al loro servizio, vanno viste come un fenomeno prodotto dalla crisi generale del sistema capitalista-imperialista.
Vasti strati della piccola borghesia produttiva, di cui i contadini sono parte importante, sono un alleato naturale della classe operaia nella sua lotta contro il capitale e per il suo progetto di liberazione verso il socialismo, con la rivoluzione proletaria.
Gli operai e i contadini impoveriti hanno lo stesso nemico: il capitale e i monopoli, i governi che assicurano profitti e rendite ai padroni e agli agrari.
Nelle condizioni di debolezza del movimento comunista e operaio specie nei paesi europei, l’alleanza fra la classe operaia e contadini sfruttati e oppressi non può al momento essere raggiunta replicando le grandi tradizioni di lotte del passato.
Così come non è possibile evitare che del movimento attuale approfittino forze di estrema destra che sono attive nello strumentalizzare il legittimo sentimento anti-UE di ampi settori di contadini.
Ma ciò non significa che le organizzazioni operaie debbano guardare alle lotte contadine di oggi con un’alzata di spalle, o fare propria la posizione dei capi sindacali che impediscono la solidarietà fra operai e contadini, scongiurando un serio pericolo per il capitale.
L’atteggiamento verso i ceti medi produttivi, in particolare i piccoli contadini e i pescatori rovinati dal capitalismo, schiacciati dalle tasse e dai debiti, non può essere di chiusura, ma di solidarietà e unità nella comune lotta contro il capitale monopolistico finanziario e i suoi governi, per un cambiamento radicale della società.
Questo significa che vanno sostenute quelle rivendicazioni che sono sulla linea degli interessi fondamentali del proletariato e che devono essere coordinate, nel corso della lotta, con le rivendicazioni della classe operaia.
La prospettiva rivoluzionaria proletaria si farà strada sull’inasprimento delle contraddizioni che il capitalismo e le sue crisi producono. Da tempo esse operano con forza creando le condizioni oggettive di una opposizione sociale sempre più vasta e radicale, per lo sviluppo della quale il movimento comunista e operaio deve agire usandola come leva per i propri scopi.
Da Scintilla n. 142, febbraio 2024
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